Le 12 tesi di Spong. 9

Pubblico la nona tesi di John Shelby Spong. Qui la cornice di inquadramento del suo lavoro e qui la fonte.

Non c’è alcun criterio eterno e rivelato, raccolto nella Scrittura o in tavole di pietra, che debba sempre reggere il nostro agire etico.
È Dio che ha redatto i Dieci Comandamenti? Naturalmente no. (…). Un dato interessante della storia biblica è che i Dieci Comandamenti non erano al principio leggi con validità universale. Erano pensati solo per reggere le relazioni tra ebrei. I comandamenti dicono: “Non uccidere”. Tuttavia, nel Primo Libro di Samuele si legge che Dio istruì il profeta perché dicesse a Saul di andare in guerra contro gli amaleciti e di uccidere tutti gli uomini, le donne, i bambini, i neonati, i buoi e gli asini (1 Sam 15,1-4). (…). I Comandamenti dicono “Non dire mosèfalsa testimonianza”. Tuttavia, il libro dell’Esodo presenta Mosè nell’atto di mentire al Faraone sul perché avrebbe dovuto permettere agli israeliti di andare nel deserto a offrire sacrifici a Dio (Es 5,1-3). Il codice morale della Bibbia si conformava sempre alle necessità del popolo. Questa era la sua natura. La pretesa di una paternità divina di questo codice morale era semplicemente una tattica per garantirne l’osservanza.
Ogni regola ha la sua eccezione. (…). È male rubare? Naturalmente (…). Supponiamo tuttavia che l’oppressione dei poveri da parte dell’ordine economico sia così estrema che rubare un po’ di pane sia l’unico modo per evitare che tuo figlio muoia di fame. (…). Potremmo riportare molti altri esempi, fino a prendere atto che non esiste un assoluto etico che non possa essere messo in discussione dinanzi alle relatività della vita. Pertanto, il criterio etico definitivo non può essere trovato semplicemente rispettando le norme. (…). Quello che ci guida non sono tanto le norme quanto le mete che perseguiamo. Se la forma suprema di bontà si esprime nella scoperta della pienezza della vita, allora tutte le decisioni morali, comprese quelle in cui non è chiaro cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, devono essere prese non in accordo alle leggi morali, ma secondo il fine che si persegue. La questione che bisogna porsi in ogni azione è: questo fatto fa sì che l’umanità si espanda e si consolidi? (…) Questa azione è contraria alla vita o la rende migliore? Incrementa l’amore o lo riduce? Chiama a un senso più profondo del proprio essere o lo reprime?
Se Dio è un verbo che bisogna vivere più che un nome da definire, allora i codici morali sono strumenti che bisogna apprezzare, ma non regole che devono essere seguite. (…). Non sempre è facile adottare la decisione corretta. Non è facile essere cristiani nel XXI secolo.”

Gemme n° 273

Ho scelto questa canzone perché mi fa riflettere sulla figura di Dio. Io sono agnostica; c’è stato un periodo della mia vita in cui ho cercato di avvicinarmi a Dio ma non ci sono riuscita. Non concordo con tutto quello che dice il testo, ad esempio penso sia troppo facile cercare Dio solo quando si è nei guai. Non penso sia una bestemmia questa canzone, come è stato scritto in rete; penso esprima il dolore dell’autore e la sua speranza di trovare Dio”. “Lettera dall’inferno” di Emis Killa è stata la gemma di J. (classe terza).
Riporto il grido rabbioso di Giobbe, ancora più forte di quello di Emis Killa, dal libro omonimo della Bibbia, capitolo 3: “Dopo, Giobbe aprì la bocca e maledisse il suo giorno; prese a dire: Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: «È stato concepito un uomo!». Quel giorno sia tenebra, non lo ricerchi Dio dall’alto, né brilli mai su di esso la luce. Lo rivendichi tenebra e morte, gli si stenda sopra una nube e lo facciano spaventoso gli uragani del giorno! Quel giorno lo possieda il buio non si aggiunga ai giorni dell’anno, non entri nel conto dei mesi. Ecco, quella notte sia lugubre e non entri giubilo in essa. La maledicano quelli che imprecano al giorno, che sono pronti a evocare Leviatan. Si oscurino le stelle del suo crepuscolo, speri la luce e non venga; non veda schiudersi le palpebre dell’aurora, poiché non mi ha chiuso il varco del grembo materno, e non ha nascosto l’affanno agli occhi miei! E perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo? Perché due ginocchia mi hanno accolto, e perché due mammelle, per allattarmi? Sì, ora giacerei tranquillo, dormirei e avrei pace con i re e i governanti della terra, che si sono costruiti mausolei, o con i principi, che hanno oro e riempiono le case d’argento. Oppure, come aborto nascosto, più non sarei, o come i bimbi che non hanno visto la luce. Laggiù i malvagi cessano d’agitarsi, laggiù riposano gli sfiniti di forze. I prigionieri hanno pace insieme, non sentono più la voce dell’aguzzino. Laggiù è il piccolo e il grande, e lo schiavo è libero dal suo padrone. Perché dare la luce a un infelice e la vita a chi ha l’amarezza nel cuore, a quelli che aspettano la morte e non viene, che la cercano più di un tesoro, che godono alla vista di un tumulo, gioiscono se possono trovare una tomba… a un uomo, la cui via è nascosta e che Dio da ogni parte ha sbarrato? Così, al posto del cibo entra il mio gemito, e i miei ruggiti sgorgano come acqua, perché ciò che temo mi accade e quel che mi spaventa mi raggiunge. Non ho tranquillità, non ho requie, non ho riposo e viene il tormento!”.

Gemme n° 272

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Vorrei condividere una citazione del film “Remember me”: “Qualsiasi cosa tu faccia sarà insignificante ma è molto importante che tu la faccia”. La frase in realtà è di Gandhi. Mi ha colpita: da una parte apre gli occhi sul fatto che nel mondo sei un puntino e ogni azione può essere insignificante, ma anche che per te può essere fondamentale. Penso sia importante prendersi le responsabilità, buttarsi, seguire i desideri e i sogni: a nascondersi dietro le paure si perde sempre. Troppo spesso ci ripariamo dietro un “E se andasse storto?”.” Questa la gemma di A. (classe quarta).
Ricordo ancora benissimo la sensazione che provai nel momento in cui decisi di abbandonare la facoltà di scienze geologiche: la descrive benissimo Milan Kundera ne “L’identità”: “Scese per l’ultima volta il grande scalone esterno della facoltà con il presentimento che avrebbe finito per ritrovarsi da solo su un binario dal quale tutti i treni erano ormai partiti”. Quella sensazione di vuoto e di solitudine era però accompagnata in me dal desiderio del nuovo viaggio che mi avrebbe portato a insegnare religione. Buttarsi… seguire i sogni… prendersi le responsabilità: sì, ne vale la pena.

Gemme n° 271

Ho voluto portare come gemma la canzone di queste tre ragazze francesi che rifanno alcune canzoni riarrangiandole con la loro voce, un violoncello e qualche percussione. Fanno dei bei giochi vocali e per me sono bravissime: penso sia una forma d’arte fantastica e vorrei farle conoscere.”
Così F. (classe quinta) ha presentato la sua gemma. Mi capita a volte di restare affascinato da una voce che canta, ho l’impressione di partire per un viaggio senza sapere quale sarà la destinazione. Un po’ come descrive F. Scott Fitzgerald: “Era il tipo di voce che le orecchie seguono come se ogni parola fosse un arrangiamento di note che non verrà mai più suonato”.

Gemme n° 270

bimbi

La mia gemma è una foto in cui sono con mio fratello appena nato. Per 6 anni avevo chiesto ai miei genitori un fratellino. Adesso magari sono un po’ meno contenta perché dà un po’ di lavoro… ma in quel momento ero la persona più felice del mondo. La prima volta che l’ho preso in braccio avevo paura di romperlo e la maglietta che avevo indosso l’ho tenuta: avrei voluto portarla ma è in qualche baule della soffitta… quindi ho portato la foto”. Questa la gemma di G. (classe quarta).
La bellezza e la capacità talvolta di saper tornare bambini, magari per riuscire a meravigliarsi pienamente, magari per guardare il mondo in modo diverso: “Lasciati guidare dal bambino che sei stato.” (Josè Saramago)

Gemme n° 269

eleonora

E. (classe seconda) ha presentato così la sua gemma: “Vi presento Eureka, la mia cavalla, anche se è da un po’ che non cavalco. Era anche una passione di mio nonno che in pratica non ho mai conosciuto, perché scomparso quando io ero molto piccola. E’ un modo per avvicinarmi a lui.”

Così dei cavalli parlava Lev Tolstoj: “Il cavallo possedeva al massimo una qualità che faceva dimenticare tutti i suoi difetti; aveva il “sangue”, sangue “che si fa sentire”, come dicono gli inglesi. I muscoli fortemente rilevati al di sotto della rete delle vene, distesi sotto la pelle sottile, mobile e liscia come raso, sembravano duri come ossa. La testa asciutta, con gli occhi in rilievo, luminosi e vivi, si allargava verso le froge prominenti dalle membrane iniettate di sangue all’interno. In tutta la linea della cavalla, e in particolare nella testa, c’era qualcosa di volitivo e nello stesso tempo di dolce. Era una di quelle bestie che sembra non parlino solo perché la conformazione della loro bocca non lo permette”.

Gemme n° 268

Alice copia

Arrivo a casa e getto lo zaino per terra, è finita un’altra giornata… “come è andata la visita sportiva xxx, faticato?” è una di quelle domande che fai per educazione, per fare conversazione: tanto l’idoneità la danno sempre, a tutti, sempre.
Mamma è seria, ma non seria da arrabbiata perché la mia camera è un disastro; ha il viso abbattuto di chi si fa un sacco di domande “allora come è andata questa visita?” insisto “Ha la scoliosi, xxx ha la scoliosi”. Aspetta, faccio mente locale, anche yyy ha la scoliosi, ha la schiena un po’ storta ma finisce qui. “Oddio, ma..ma quindi cioè non cambia niente?”. “Il medico non se la sente di darle l’idoneità, bisogna fare altre visite, si vedrà”.
E’ febbraio 2015 quando scopriamo che xxx, mia sorella, ha la scoliosi ossia un problema alla schiena.
È maggio, poche ore e i miei genitori torneranno a casa, con il verdetto, continuerà o no ginnastica?
Peccato, peccato perché c’era dell’altro, molto altro, e io di lì a poco lo avrei scoperto.
Quindi?” scendo in cucina appena sento la chiave muoversi nella serratura.. Ho visto una sola volta papà davvero serio in tutta la mia vita ed è stato quel pomeriggio, non sapevo a cosa pensasse, non capivo perché tanta tristezza nei loro occhi… “xxx deve mettere il busto” arriva fredda come la doccia delle spiagge in estate, dura come lo spigolo del tavolo sul mignolo, è la batosta alla quale non sono pronta, quella che avevo letto sui blog ma avevo ritenuto “casi speciali”, quella che “xxx non metterà mai quella roba, lei è un caso meno grave” e invece no, xxx aveva un inclinazione della colonna vertebrale di già __ gradi, il che era gravissimo.
In 15 anni sono sempre riuscita a schivare le brutte notizie i piccoli problemi che mi si presentavano, ma quella volta era diverso, non c’era il piano B, non c’era un’uscita di sicurezza, era così e basta e a me le cose così e basta non piacevano.
Nelle parole della mamma c’era l’amaro di chi non vuole farsene una ragione, quell’orribile senso di colpa che si teneva addosso, si sentiva responsabile, e poi in fondo c’era la rabbia per non averlo scoperto prima, per non poterlo evitare.
Così salgo in camera, mi chiudo e torno su quel dannatissimo blog, e leggo fino ad aver finito le lacrime, fino ad addormentarmi.
Avete presente gli incubi, quelli in cui ti svegli e capisci che era tutto un sogno, che grazie al cielo era finito tutto? mi sarebbe piaciuto davvero tanto credere che anche quel pomeriggio di maggio fosse solo stato un brutto sogno.
xxx non l’aveva presa male, non le pesava tanto, certo era meglio non averlo ma non aveva pianto, urlato o cose simili, lo aveva messo ed era arrivata a casa con quello che lei ha chiamato jeansetto; è un busto in una speciale plastica leggera color jeans, perché secondo lei è molto più carino e alla moda. xxx lo indossa 20 ore al giorno, ci dorme e soprattutto ci va a scuola, gli amici le hanno fatto mille domande all’inizio, le hanno chiesto di toccarlo e di mostrarlo e lei, lei è spensierata e tranquilla, lo mostra con orgoglio e si diverte pure.
A volte mi capita di pensare a qualcuno che un giorno mi chieda di esprimere tre desideri, me ne basterebbe anche solo uno e sarebbe eliminare questo problema, ridarle la totale libertà.
La cosa che mi fa più male è sentirla dire “questo non lo posso mettere perché si vede sotto il busto” odio sentirla parlare così, non lo merita.
La mamma le ha insegnato che “jeansetto” la rende forte e indistruttibile che si può difendere dagli amici dispettosi, che avrà sempre la pancia piatta e che in inverno non avrà mai freddo. Cose così la rendono forte, le fanno capire che le prese in giro sono inutili.
Il medico disse una cosa quel pomeriggio “la sua vita cambierà radicalmente perché dipenderà totalmente dal busto” una frase così oltre che angosciante è anche totalmente falsa, xxx fa quello che vuole con o senza busto e soprattutto vive come vuole, con o senza busto.
Sono fiera di lei, e non smetterò mai di esserlo, sono fiera per la sua forza, per la determinazione con cui non sgarra, perché se lo tiene un’ora in meno si sente in colpa e soprattutto sono fiera della sua spensieratezza di chi guarda le cose con positività, a lei che è la più grande certezza della mia vita.”

Questa è la gemma con cui A. (classe seconda) ha voluto parlare di sua sorella. E ci ha fatto un grande regalo parlando di coraggio, di paura e di speranza. Sant’Agostino diceva “La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle”. Anche guardare le cose in modo diverso dal previsto è cercare di cambiarle. E ci vuole coraggio.

Le 12 tesi di Spong. 8

Pubblico l’ottava tesi di John Shelby Spong. Qui la cornice di inquadramento del suo lavoro e qui la fonte.

Il racconto dell’ascensione di Gesù presuppone un universo a tre livelli e, pertanto, non può essere tradotto nei concetti di un’era post-copernicana.
Quando nei vangeli venne scritta la storia di Gesù, tra gli anni 70 e 100, esisteva un consenso generale sul Ascensionfatto che la terra fosse il centro di un universo disposto su tre livelli. Il luogo in cui Dio abitava era al di sopra del cielo; l’inferno, il luogo del male, era sotto la terra (…). Cosicché buona parte dell’interpretazione tradizionale del cristianesimo ha assunto presupposti basati sulla conoscenza pre-moderna. Non è stato pertanto difficile comprendere come, nel momento in cui Luca introdusse nella tradizione cristiana (…) il racconto del ritorno di Gesù a Dio, ciò sia avvenuto secondo l’immagine di un mondo su tre livelli. Gesù poteva tornare al Dio che viveva al di sopra del cielo solo ascendendo verso questo cielo. Tutto aveva senso all’interno di questo universo pre-moderno. (…).
Lo studio delle Scritture rivelerà, tuttavia, che Luca sapeva di raccontare una storia basata sul racconto dell’ascensione di Elia, nel capitolo 1 del Secondo Libro dei Re. Luca non pretese mai che il suo scritto venisse interpretato letteralmente. Non abbiamo reso giustizia al genio di Luca interpretandolo letteralmente. (…).

Gemme n° 267

Mi è stato difficile scegliere cosa portare, perché volevo trattare di qualcosa che mi stesse veramente a cuore e non sono poche le cose in questo senso. Questo però è uno dei temi a cui tengo maggiormente.


Ero indecisa perché trovo la fine un po’ forzata (ma è un corto). Per me è ottimo modo per far capire situazione di queste persone. Di solito non si rispetta o si tende a non rispettarle per l’evidenza del genere sessuale. Ma non è giusto nei loro confronti. Ho conosciuto persone come Emile ed è dura, difficile mettersi nei loro panni. Ci vuole sensibilità e rispetto nel rapportarsi con loro. Non è un genitale a rendere il sesso di una persona. Sentirsi nati nel corpo sbagliato deve essere durissima; è un percorso lungo da affrontare quello di chi vuole cambiare sesso. Servono rispetto e comprensione”.
George Bernard Shaw affermava: “L’unico uomo che conosco che si comporta sensibilmente è il mio sarto; ogni volta che mi vede prende di nuovo le mie misure. Gli altri invece vanno avanti con le loro vecchie misure e si aspettano che io faccia altrettanto”. Penso che sensibilità, rispetto e delicatezza invocate da A. (classe quinta) siano alcuni dei vestiti necessari che dobbiamo ricordarci di indossare quando ci approcciamo alle altre persone per far sì che il nostro cuore diventi per loro luogo di calore accogliente e non freddo antro respingente.

Gemme n° 266

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Nell’ultimo anno ho potuto scoprire come la fotografia sia un modo per esprimersi e anche per conoscere come una persona vede le cose o magari le modifica: si vede il suo lato interno e come osserva i vari aspetti del mondo. Si capisce anche cosa la gente pensa vedendo le tue foto, e fa piacere che vengano apprezzate e condivise da qualcuno che le vedo allo stesso modo.”
Questa la gemma di N. (classe seconda). Mi piace fotografare e ammirare gli scatti delle altre persone: è come fare un viaggio dentro di loro. Mi diverto anche a mettermi al posto loro: avrei fatto lo stesso scatto? Cosa mi stanno dicendo con quello scatto? Il grandissimo Ansel Adams diceva: “Non fai solo una fotografia con una macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito, e le persone che hai amato.”

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Libertà quanto è cara

Ero piccolo quando mi ritrovai per le mani un libro delle favole di Fedro. Non ricordo se si trattasse di un regalo o di un prestito; so di averlo letto molto spesso. Una di quelle che mi piaceva maggiormente era senza dubbio quella del cane e del lupo, che in questi giorni mi è tornata alla mente. La riporto però in una delle versioni che amo di più, la traduzione di Alessandro Marchetti (1633-1714).

Libertà quanto è cara, in breve espongo.lupo_cane_fontaine
Un Lupo, cui consunto ha lunga fame,
Un ben pasciuto Cane a sorte incontra:
Fermi si salutaro. Primo il Lupo:
Onde tal liscio, onde sì lauto cibo,
Il ventre ti distese? Io più robusto
Di te, a perir son da ria fame astretto.
Semplicemente il Can: Fia ugual tua sorte,
Se ugual servizio il mio padron n’ottenga.
E qual? Custode il dì sia de la soglia
Da i ladri la magion guardi la notte.
Io son pronto; nè boschi, e pioggia, e nevi
Soffrir m’è forza, e dura vita io meno;
Quanto più agevol fora sotto il tetto
Viver agiato, e largamente pascermi?
Vien dunque meco. Nel cammin s’accorge,
Che roso il Can da la catena ha il collo.
Onde è ciò, amico? Nulla. Amo saperlo.
Poichè sembro feroce, il dì mi legano
Perchè allor dorma, e desto sia la notte:
Sciolto su l’imbrunir, vo dove voglio:
Benchè nol chiegga, mi si porta il pane;
Da la mensa il padron l’ossa mi porge;
La famiglia gli avanzi; e se a taluno
Vien qualche cibo a noja, a me si getta:
Così senza fatica empiomi il ventre.
Ma se d’altrove andar mi vien talento,
Possol’io far? O questo no! e tu goditi,
Cane, le tue venture: io non le curo.
Regnar non vo’, se libertade io perdo.

Le 12 tesi di Spong. 7

Pubblico la settima tesi di John Shelby Spong. Qui la cornice di inquadramento del suo lavoro e qui la fonte.

resurrezioneLa resurrezione è un’azione di Dio. (…). Pertanto, non può consistere in un resuscitare fisico all’interno della storia umana. (…).
È interessante notare che Paolo, il primo autore di uno scritto entrato a far parte del Nuovo Testamento, non descrive mai alcuna apparizione del Cristo risorto. Ci fornisce semplicemente una lista di quanti erano stati testimoni della resurrezione (1 Cor 15, 1-6, risalente all’anno 54). Nella lista include se stesso, con la differenza, dice, che quella era stata l’ultima apparizione. Gli esperti stimano che la conversione di Paolo avvenne non prima di un anno dopo la crocifissione né dopo sei. Fu un corpo fisicamente risorto quello che vide Paolo? (..). Di certo Luca non la pensava così. Descrive la conversione di Paolo, la sua percezione del Gesù risorto, come qualcosa derivante da una visione durante il cammino di Damasco, non come la percezione di un corpo fisico (At 9,11ss). (…).
I racconti di Pasqua del Nuovo Testamento, quando vengono esaminati nel loro insieme, non dimostrano nulla. Riguardo al momento della Pasqua, discordano in tutti gli aspetti significativi. (…). Ciò potrebbe significare che non esiste un momento oggettivo della resurrezione e che, di conseguenza, tutto quello di cui disponiamo sarebbero teorie soggettive. Ma potrebbe anche significare che quello che chiamiamo “resurrezione” sia stata un’esperienza così potente e trasformatrice da non poter essere espressa a parole e che quello che ci stanno indicando tali contraddizioni non è altro che l’esistenza di tentativi soggettivi di esprimere quella che è stata e sempre sarà l’esperienza di una meraviglia ineffabile.
Credo che la resurrezione di Gesù sia reale. Non credo che abbia nulla a che vedere con una tomba vuota né con un corpo che resuscita. È la visione di qualcuno che non è più legato ad alcuno dei limiti della nostra umanità. È il richiamo a una nuova coscienza, il richiamo a una nuova realtà, oltre il tempo e lo spazio. (…).”

Le 12 tesi di Spong. 6

Pubblico la sesta tesi di John Shelby Spong. Qui la cornice di inquadramento del suo lavoro e qui la fonte.

L’interpretazione della croce come sacrificio per i peccati è pura barbarie: è basata su concezioni primitive di Captive_MaidDio e deve essere respinta. Nel libro dell’Esodo si racconta che l’inquietudine del popolo giunse a limiti pericolosi allorché Mosè rimase a lungo assente per ricevere da Dio la Torah e i Dieci Comandamenti. Per calmare la propria ansia, il popolo andò dal sommo sacerdote Aronne, fratello di Mosè, e gli chiese di costruire un idolo, un vitello d’oro, per avere una divinità che tutti potessero vedere. (…). Mosè tornò dal popolo proprio allora, portando, secondo quanto narra la storia biblica, le tavole di pietra in cui erano scritti i Dieci Comandamenti. Dinanzi all’atto di idolatria, ruppe le tavole contro il suolo e si infuriò con il popolo, il quale, secondo il racconto, soffrì l’ira di Dio finché finalmente Mosè decise che sarebbe tornato dal Signore e avrebbe cercato di realizzare un’“espiazione” per il popolo (Es 32,30). In questo antico riferimento notiamo che l’espiazione aveva a che vedere con il perdono. Con un Dio che offre una seconda chance.
Quando lo Yom Kippur – il Giorno dell’Espiazione – venne introdotto nel culto ebraico, era questo, secondo il Levitico, il suo scopo: celebrare il perdono di Dio, non il suo castigo (Lv 23,23ss). (…). Lo Yom Kippur includeva il sacrificio di animali che rappresentavano i sogni umani di perfezione. (…). Quando i gentili conobbero questa pratica, pensarono che gli animali fossero sacrifici richiesti e che dovessero presentarli come offerta a Dio per essere perdonati. Questi animali sarebbero stati il prezzo che Dio reclamava per offrire il suo perdono. (…).
Lo Yom Kippur si riferisce al popolo che torna a unirsi a Dio. Non ha nulla a che vedere con il castigo. Al momento dell’elaborazione dei vangeli, le immagini dello Yom Kippur vennero più volte trasferite nel racconto di Gesù. Fu Paolo a dare il via a questo processo nella prima Lettera ai Corinzi: «Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture» (1 Cor 15,3). Era un chiaro riferimento all’azione liturgica dello Yom Kippur. Più tardi, Marco usò la parola «riscatto» per riferirsi alla morte di Gesù (Mc 10,45). (…). Quando venne scritto il quarto Vangelo, verso la fine del I secolo, il suo autore mise in bocca a Giovanni Battista, la prima volta che vede Gesù, questa interpretazione, con le parole: «Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo» (Gv 1,29). Tali parole derivano direttamente dalla liturgia dello Yom Kippur. (…).
Le generazioni successive di cristiani gentili, che non erano consapevoli della tradizione ebraica dello Yom Kippur, sottoposero questi simboli a una rozza interpretazione letterale e svilupparono le idee ora associate alla cosiddetta “espiazione di sostituzione”.
Il concetto inizia a svilupparsi a partire dall’idea della depravazione degli esseri umani, caduti nel “peccato originale” a causa della disobbedienza umana alle leggi di Dio. (…). Si pensava che fossero talmente corrotti dal peccato originale che solo Dio potesse riscattarli, per mezzo di un suo intervento. Dal momento che il castigo per il loro peccato era più di quanto qualsiasi essere umano avrebbe potuto sostenere, si sviluppò l’idea che Dio avrebbe messo il suo figlio divino al posto dei peccatori. Cosicché (…) Gesù si trasformò nella vittima dell’ira divina. (…). I cristiani iniziarono a dire: “Gesù ha sofferto per me”. E la frase “Gesù è morto per i miei peccati” diventò il mantra della vita cristiana (…). Siamo così diventati i responsabili della morte di Gesù. Gli assassini di Cristo, pieni di colpa. (…). Con il tempo, questa teologia ha fatto sì che la nostra principale risposta nel culto diventasse quella di presentare suppliche a Dio perché abbia misericordia. (…).
Che razza di Dio è questo di fronte a cui ci vediamo ridotti a mendicanti servili che supplicano misericordia? (…). L’espiazione di sostituzione è sbagliata sotto tutti i punti di vista. Il nostro problema non è quello di essere peccatori caduti da una perfezione originale in qualcosa chiamato “peccato originale”. Il nostro problema è che siamo essere umani incompleti che anelano a essere di più, a raggiungere la pienezza. Non abbiamo bisogno di essere risollevati da una caduta che non abbiamo mai sofferto. Abbiamo bisogno di essere accettati e amati semplicemente per quello che siamo, per arrivare a essere tutto quello che possiamo essere. (…).”

Gemme n° 265

Sono in panico. Non so se sia una gemma quella che presenterò. Ma è una cosa importante e non voglio nascondermi. In 3-4 elementare avevo un diario e vi avevo appuntato uno stralcio di dialogo con la suora che mi faceva catechismo. Lei aveva detto che ognuno merita di essere se stesso perché Dio ci ha fatti giusti. Al che le avevo chiesto se esistono persone sbagliate e nella mia mente avevo pensato ai ladri o ad un killer. Lei mi aveva risposto che esistono persone che sono se stesse nel modo sbagliato. La mia domanda era stata: in quale modo? La risposta era stata: fanno finta di essere quello che non sono per attirare vantaggi e attirare l’attenzione come gli omosessuali o i bambini che dicono le parolacce per sembrare più grandi. Adesso, dopo anni mi accorgo che non ci sono modi sbagliati per essere se stessi ma solo persone che non lo accettano. Quando una persona decide di essere sè e di mostrarsi per quello che è (e magari non come vorrebbe la società), c’è chi reagisce bene e chi reagisce male. Guardandomi ora intorno, ho paura che qualcuno di voi reagisca male e non mi accetti, perché, è vero, si può essere orgogliosi di quello che si è, ma si ha anche bisogno dell’accettazione degli altri. E a proposito di reazioni, vorrei mostrare questo video che può far capire come si sentano le persone che si devono farsi largo tra i giudizi di chi gli sta attorno.

Oggi vorrei provare la stessa sensazione di libertà e liberazione. Voglio fare un po’ come i bambini che dicono le cose e lasciano gli altri ad arrangiarsi, a decidere se accettare o meno, perché tanto quello che volevano dire, l’hanno detto. Quindi oggi voglio fare il mio coming out, che non è nulla di speciale, ma per me è davvero importante. Io sono _____ , lo sono sempre stata e sempre lo sarò, e sono pansessuale.” Questa è stata la gemma di (classe seconda).
Sant’Agostino affermava: “Eppure gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell’oceano, le orbite degli astri, mentre trascurano se stessi”. Ed Henry Miller “Siamo tutti parte della creazione. Siamo tutti dei re, dei poeti, dei musicisti; e non resta che aprirsi come un loto per scoprire cosa si nasconde dentro di noi.” Guardarsi dentro non è sempre facile, così come decidere di mostrarne una parte agli altri perché si sente che anche quello fa parte della costruzione della propria identità; può essere una tappa nel percorso dal conoscere se stessi all’essere se stessi.

Gemme n° 264

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Questa è una maschera che ho fatto io in II elementare durante una gita quando vivevo in Spagna. E’ stata l’ultima gita con quella classe e mi sono divertita molto. Mi ricorda un sacco di cose e anche che i compagni di classe avevano fatto cose elaborate e carine a differenza della mia. Mi ricordo anche che eravamo a coppie distesi su un prato. Ho anche altre cose manuali di quel periodo, ma questa è quella che mi piace di più”. Questa la gemma di E. (classe seconda).
Riporto dal sito unaparolaalgiorno questa curiosità in riferimento al vocabolo “persona”: “per-só-na dal latino: per attraverso, sonar risuonare. Così era chiamata in antichità la maschera indossata dagli attori, che oltre a coprire il volto funzionava da amplificatore per la voce. Dalla maschera si passa al personaggio. Dal personaggio si passa alla persona – uscendo dalla scena. Questa testimonianza storica è tanto eloquente. Rappresenta bene il filo di Arianna che l’uomo si porta dietro uscendo dal teatro, il debito immenso che ha nei confronti di quest’arte per quanto riguarda la conoscenza di sé. Sembra quasi che la persona si veda veramente bene solo da una platea. Che il personaggio si comprenda sinceramente solo quando indossa una maschera – che paradossalmente lo purifica dall’esagerazione controllata e finta del volto, restituendoci quello stesso personaggio ma tanto più vivo, tanto più adamantino e tanto più vero”.

Gemme n° 263

calendario

Ha presentato così la sua gemma M. (classe quarta): “Ho portato il calendario della scuola media di Princeton che ho frequentato durante i sei mesi di Stati Uniti. L’ho ritrovato l’altro giorno sistemando la camera; pensavo fosse andato perso. L’ho sfogliato e mi ha riportato a tutto il 2010: è un ricordo indelebile di quel periodo che mi ha segnato come persona. Nonostante fossi piccolo il ricordo è vivo ed è parte di me”.
Una breve frase di Jean de Boufflers: “Il piacere è il fiore che passa; il ricordo, il profumo duraturo.” Oggi abbiamo annusato un po’ di quel profumo.

Gemme n° 262

Penna

Questa è la penna stilografica portatami da un’amica da Amsterdam. È quella di Van Gogh, segno di una passione comune, quella per l’arte e per l’artista in particolare. Ha anche mostrato di conoscermi molto bene: forse non tutti sapete che scrivo poesie e mi piace farlo con la stilo. E’ stato un regalo di forte impatto emotivo per me”. Questa la gemma di M. (classe quinta).
Chissà se M. mi maledice se le cito Petrarca: “Non v’ha cosa che pesi men della penna, né che più di quella diletti: gli altri piaceri svaniscono, e dilettando fan male; la penna stretta fra le dita dà piacere, posata dà compiacenza, e torna utile non a quegli soltanto che di lei si valse, ma ad altri ancora e spesso a molti che son lontani, e talvolta anche a quelli che nasceranno dopo mille anni.” (Epistole, 1325/74)

Gemme n° 261

E’ una canzone a cui sono molto legata, in particolare dove canta “È bello ritornar normalità è facile tornare con le tante stanche pecore bianche. Scusate non mi lego a questa schiera morrò pecora nera” e “molti qui davanti ignorano quel tarlo mai sincero che chiamano Pensiero”: spesso accettiamo idee che ci vengono imposte, tendiamo a fermarci e a sentirci arrivati non crescendo più e non vedendo oltre. Penso sia importante mettersi sempre in gioco e progredire in questo senso.” Queste le parole con cui S. (classe terza) ha presentato “Canzone di notte n. 2” di Francesco Guccini.
Mi sento di condividere la passione per il Guccio e di citare un verso dell’ultimo album (veramente ultimo vista l’intenzione di non comporre più). Trovo che queste parole de “L’ultima Thule” si sposino bene: “Ma ancora farò vela e partirò io da solo, e anche se sfinito, la prua indirizzo verso l’infinito che prima o poi, lo so, raggiungerò”.

Le 12 tesi di Spong. 5

Pubblico la quinta tesi di John Shelby Spong. Qui la cornice di inquadramento del suo lavoro e qui la fonte.

miracoloLe storie dei miracoli del Nuovo Testamento non possono più essere interpretate, nel nostro mondo post-newtoniano, come avvenimenti soprannaturali provocati da una divinità incarnata. Nella Bibbia, i miracoli non sono esclusivi di Gesù. (…). Credo che si possa ora dimostrare che quasi tutti i miracoli attribuiti a Gesù possono essere spiegati come versioni estese di storie di Mosè, di Elia e di Eliseo, o come applicazioni alla vita di Gesù, in senso messianico, dei segnali del regno di Dio in Isaia. (…). Cosicché i miracoli sarebbero segnali che interpretano Gesù, non avvenimenti soprannaturali che infrangono le leggi della natura. Conviene prendere nota che Paolo sembra non aver saputo assolutamente nulla di miracoli associati al ricordo di Gesù. (…). I miracoli associati a Gesù vengono introdotti nella tradizione cristiana con Marco, agli inizi dell’ottava decade del I secolo. (…). I testi dei racconti di miracoli nei vangeli, che costituiscono la base su cui parlare del potere soprannaturale di Gesù, sono pieni di simboli che servono a interpretare. (…). Se solo aprissimo gli occhi per vedere come i racconti di miracoli del Nuovo Testamento non debbano essere letti letteralmente come avvenimenti soprannaturali, ci avvicineremmo molto di più a ciò che gli evangelisti avevano in mente quando cercavano di usare il testo di Isaia 35 in maniera che trovasse compimento nei vangeli. (…).”