Per 4-5 euro all’ora

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Il 24 gennaio di quest’anno abbiamo ospitato a scuola il giornalista Marco Omizzolo, docente di Sociopolitologia delle migrazioni alla Sapienza di Roma, presidente di Tempi Moderni e ricercatore Eurispes; ha lavorato come bracciante infiltrato per studiare lo sfruttamento dei migranti da parte delle agromafie. In Aula Magna ci aveva a lungo parlato della situazione dell’Agro pontino e aveva spesso fatto riferimento alla morte di Satnam Singh, avvenuta nel mese di giugno del 2024. A giugno di quest’anno, su Il Post, è uscito un articolo di Angelo Mastrandea che fa un bilancio della situazione a un anno di distanza. Ecco qui.“La mattina del 12 giugno 2025 alcuni ispettori del lavoro sono entrati in un terreno agricolo nella campagna di Sermoneta, in provincia di Latina, dove 10 indiani provenienti dal Punjab stavano preparando la raccolta delle zucchine. Solo uno di loro aveva un contratto, ma con un’azienda agricola di Terracina, a 50 chilometri di distanza. Gli altri erano tutti in nero. Il proprietario del terreno si è giustificato dicendo che erano stati loro a presentarsi da lui chiedendogli di lavorare e che quello era il loro primo giorno di lavoro, e per questo non aveva ancora fatto in tempo a contrattualizzarli. Gli ispettori del lavoro sono andati avanti con il verbale e hanno chiamato la polizia per gli accertamenti sulla regolarità dei permessi di soggiorno. Nel frattempo, un lavoratore ha chiesto aiuto con un messaggio su WhatsApp a Laura Hardeep Kaur, che è la segretaria del sindacato del settore agricolo FLAI CGIL di Latina, è nata in Italia da genitori provenienti dal Punjab e parla la loro lingua.
La sindacalista è corsa a Sermoneta, dove la polizia aveva identificato tutti i lavoratori. Solo due di loro avevano un permesso di soggiorno valido. Gli altri otto invece avevano mostrato dei documenti falsi: c’erano le loro foto, ma i nomi e le impronte digitali non corrispondevano. «Tranne uno di loro che è arrivato a piedi attraverso la rotta balcanica, gli altri erano venuti in Italia con un volo regolare, chiamati da un datore di lavoro con il decreto “Flussi”, che regola l’ingresso dei lavoratori stagionali in Italia, com’è possibile che i permessi di soggiorno fossero falsi?», si chiede.
Gli agenti volevano avviare una procedura di espulsione e nel frattempo mandarli nel CPR di Brindisi, uno dei Centri di permanenza per il rimpatrio. Kaur si è opposta spiegando che a gennaio i Carabinieri, la Polizia, la Guardia di Finanza, la procura di Latina, l’ASL e l’Ispettorato territoriale del lavoro avevano firmato un protocollo d’intesa che prevede, per chi viene trovato in una situazione di sfruttamento lavorativo, l’avvio di una procedura speciale per il permesso di soggiorno. In totale, in sei mesi ne sono stati rilasciati una ventina. Anche l’ospedale, se arriva una persona infortunata, può decidere di avviare un percorso di tutela. È una misura che venne presa sull’onda dell’impatto emotivo provocato dalla morte di Satnam Singh, il lavoratore indiano che venne mutilato nei campi di Borgo Santa Maria, e che morì il 19 giugno 2024. La sua morte fece impressione, a Latina ci furono scioperi e manifestazioni dei braccianti e della comunità indiana. Ma un anno dopo «tutto è tornato com’era prima», dice Kaur.
Alla fine tutti i lavoratori di Sermoneta sono stati rilasciati. L’imprenditore agricolo invece ha ricevuto una multa di 50mila euro per lo sfruttamento della manodopera e per la violazione delle norme sulla sicurezza, perché i lavoratori avevano ciabatte ai piedi e prima di essere impiegati non avevano fatto nessun corso di formazione, come prevede la legge.
Kaur è abituata a questo tipo di interventi: il suo numero di cellulare gira tra i lavoratori indiani, che quando hanno un’emergenza sul lavoro le scrivono o la chiamano. Il 17 giugno del 2024 fu la prima persona a essere avvisata di quello che era accaduto a Singh.
«Mi arrivò una foto con un braccio in una cassetta, la posizione e il messaggio “corri incidente”. Pensavo che fosse un macabro scherzo, invece arrivai prima dei carabinieri e mi trovai di fronte a una scena agghiacciante», ricorda. Singh era stato appena scaricato dal suo datore di lavoro, Antonello Lovato, davanti all’abitazione in cui alloggiava, dopo che una macchina avvolgiplastica artigianale gli aveva tranciato un braccio mentre lavorava nella sua azienda. A mandare il messaggio fu uno dei lavoratori, un indiano, che aveva assistito all’incidente. I cellulari del giovane ferito e della sua compagna Soni, che lavorava con lui, invece sparirono e non sono più stati trovati. Satnam Singh fu portato d’urgenza all’ospedale San Camillo di Roma, ma non ci fu modo di salvarlo.
Lovato è sotto processo per omicidio volontario. Finora si sono svolte due udienze, nelle quali sono stati ascoltati alcuni testimoni. Durante la prima udienza, il proprietario della casa in cui Satnam Singh viveva da un anno e mezzo, Ilario Pepe, ha raccontato che quel giorno chiese a Lovato perché lo stava abbandonando lì in quello stato, e che l’imprenditore gli rispose con tono tranquillo «perché non è in regola». Poi si allontanò in fretta con il furgone, lasciando in strada la cassetta con il braccio mozzato. All’udienza successiva Lovato ha detto di voler risarcire la famiglia della vittima.
Soni invece è stata sentita durante l’incidente probatorio, un’udienza per anticipare l’acquisizione delle prove, durante la fase delle indagini preliminari. Ha raccontato ai magistrati che Singh, già esanime, fu «buttato» giù dal furgone e batté «la testa contro un cordolo di cemento». Nei mesi scorsi ha testimoniato anche in un’altra indagine in cui sono coinvolti Antonello Lovato e suo padre Renzo: alla fine di gennaio sono stati indagati per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro per aver fatto lavorare in nero 7 braccianti, tra cui Soni. La donna ha raccontato di essere arrivata in Italia con Singh passando per la Croazia e di aver vissuto tra Trieste e Milano. Poi i due pagarono 800 euro a un caporale indiano per andare a lavorare in un allevamento di bufale a Cancello ed Arnone, in provincia di Caserta. Lì erano impiegati dalle 2:30 del mattino alle 12:30. Lei guadagnava 700 euro al mese, Singh invece 800. A luglio del 2022 decisero di spostarsi a Latina per cercare un lavoro un po’ meno faticoso e pagato meglio.
Nel giro di un mese furono assunti alla Agrilovato. La paga, in nero, era di 5,50 euro all’ora, che dopo un po’ furono aumentati a 6 euro. Lovato segnava le ore e il compenso su un quadernetto. Ogni mattina alle 5:30 uscivano di casa per andare al lavoro in bicicletta. Percorrevano 15 chilometri in meno di un’ora. Finivano di lavorare alle 17 e un’ora dopo erano a casa. Ora Soni vive in una struttura protetta gestita dal comune di Latina. Riceverà metà dei 365mila euro raccolti dalla CGIL dopo la morte di Singh, mentre il resto andrà alla famiglia d’origine del suo compagno, in Punjab. Il Post l’ha incontrata il giorno dell’anniversario dell’incidente.
Laura Hardeep Kaur racconta che casi come quello di Sermoneta sono «la normalità», perché i piccoli imprenditori che hanno bisogno di qualche lavoratore si rivolgono a un «fornitore di braccia», di solito un indiano che parla italiano, che glieli porta e negozia un pagamento a giornata, senza nessun contratto.
«Nei primi mesi dopo l’incidente a Satnam, le aziende hanno mandato a casa i lavoratori in nero perché temevano i controlli o li hanno assunti», aggiunge il segretario regionale della FLAI CGIL Stefano Morea. «Ma le storture del modello di produzione agricola non sono cambiate, e dopo un po’ molte hanno ricominciato a far lavorare le persone in nero». In appena un mese, dopo la morte di Singh, in provincia di Latina sono state registrate 7.368 assunzioni a tempo determinato, quasi il doppio dell’anno precedente, segno che molte aziende si sono precipitate a regolarizzare i lavoratori in nero.
Morea dice che si è modificato solo il sistema economico: non si vedono più i pulmini dei caporali davanti ai Centri di accoglienza straordinaria (CAS), dove venivano reclutati i richiedenti asilo, soprattutto africani, che erano pagati ancora meno degli indiani. Ora il caporalato guadagna dalla gestione dei flussi: arruolano le persone in Punjab, facendosi pagare in media 10mila euro per il viaggio e la richiesta di lavoro. «Si indebitano tutti e non hanno i soldi per tornare in India quando il lavoro finisce, per questo rimangono qui e finiscono nel circuito del nero». Funziona in questo modo: i datori di lavoro presentano la domanda nei cosiddetti click day, i lavoratori arrivano con un regolare visto, poi dovrebbero firmare il contratto e ottenere un permesso di soggiorno temporaneo. Nella realtà solo in pochi ci riescono. In provincia di Latina, appena il 7,8 per cento dei migranti arrivati con il decreto “Flussi” ottiene il permesso di soggiorno.
Nell’Agro pontino, l’ampia zona agricola a sudest di Roma, ci sono 6.500 imprese agricole di diverse dimensioni, e nonostante la prefettura abbia istituito una “task force” per i controlli, con ispettori del lavoro e forze dell’ordine, è difficile controllarle tutte e verificare che anche i contratti, quando ci sono, non siano regolari solo sulla carta. I sindacalisti lo definiscono «lavoro grigio». Il sociologo Marco Omizzolo, che ha fatto moltissime ricerche sugli indiani del Punjab che lavorano nel Lazio, sostiene che i controlli dopo la morte di Satnam Singh abbiano impoverito i braccianti mandati a casa dalle aziende. Quando il lavoro è ripreso hanno accettato di lavorare a condizioni ancora peggiori.
Alla CGIL spiegano che gli accordi tra aziende e caporali vengono fatti in base al cosiddetto salario “di piazza”, cioè a una sorta di borsa informale che cambia di zona in zona e prevede in ogni caso un pagamento inferiore a quello previsto dai contratti del settore. In questo momento in media varia tra i 4 e i 5 euro all’ora, a seconda dell’area e della capacità di contrattazione del caporale.
«Per sfuggire ai controlli, molte aziende più grandi e strutturate hanno ideato con l’aiuto di avvocati e commercialisti un sistema più sofisticato di sfruttamento: prevede un contratto di lavoro per pochi giorni regolarmente retribuito, ma in realtà i lavoratori sono impiegati a tempo pieno», dice Omizzolo.
Un lavoratore indiano residente a Roccagorga, un altro comune della provincia, mostra la sua busta paga. Il compenso netto è di 325 euro, per cinque giorni di lavoro in un mese. Di questi, 50 euro sono indicati come rimborso spese per trasferta, sui quali non si pagano tasse né contributi. Il bracciante in realtà è impiegato per almeno 10 ore al giorno, tutti i giorni, ma nel caso di un controllo risulta in regola. In molti casi, e nei periodi di lavoro più intenso, si arriva fino a 14 ore al giorno. Alla CGIL la definiscono una busta paga costruita al rovescio, partendo dal compenso pattuito e non dalle ore e dai giorni effettivi di lavoro.”

Donne e Chiesa

Immagine creata con ChatGPT®

In occasione dell’8 marzo Emanuela Buccioni, su Rocca, ha scritto un interessante pezzo sulla donna nella società e nella Chiesa.

“Poco tempo fa ho accompagnato delle classi a un’esperienza interessante a Roma: l’Italian model of United Nations (Imun), in cui adolescenti di tutta Italia si immedesimano per alcuni giorni nel lavoro dei delegati Onu dibattendo in inglese di problemi e risoluzioni. Una piccola finestra su un mondo possibile, con giovani che studiano le situazioni di Paesi lontani, in atteggiamento inclusivo, responsabile, attivo verso le più grandi sfide del mondo, sebbene in modo simulato. Le delegazioni erano assolutamente equilibrate dal punto di vista del genere, una in particolare, che simulava la Commissione sulla condizione delle donne (Csw), organo del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite (Ecosoc), doveva approfondire strategie per implementare la parità di genere e l’avanzamento dei diritti delle donne.
Questa commissione è il principale organismo intergovernativo globale e si dedica alla verifica della realizzazione dei punti della Dichiarazione di Pechino (1995) dedicata alla promozione delle donne e dell’uguaglianza di genere. Approfondendo tali tematiche delle giovani donne potrebbero farsi delle domande rispetto alla distanza di molte posizioni ecclesiali da quelli che vengono considerati diritti da promuovere.
Il cammino delle donne verso una piena e paritaria partecipazione nella società e nella Chiesa è uno dei grandi temi del nostro tempo. È un percorso segnato da conquiste significative. Come un fiume che scorre verso il mare, questo movimento ha conosciuto rapide impetuose e anse placide, ha incontrato dighe e deviazioni, ma non ha mai smesso di avanzare.
Guardando indietro, non possiamo non riconoscere i passi da gigante compiuti nelle ultime decadi. Nelle società occidentali, le donne hanno conquistato diritti fondamentali: dal voto all’istruzione, dall’accesso alle professioni alla tutela contro le discriminazioni. Oggi vediamo donne ai vertici di aziende, in parlamento, nelle aule dei tribunali e nei laboratori scientifici. La cultura stessa si è evoluta, mettendo in discussione stereotipi di genere radicati da secoli.
Un esempio significativo di progresso legislativo recente è la Direttiva Ue sulla trasparenza salariale, approvata nel 2023. Questa legge obbliga le aziende con più di 100 dipendenti a fornire informazioni sulla differenza retributiva tra uomini e donne, imponendo misure correttive in caso di divario superiore al 5%.
Sarebbe ingenuo tuttavia pensare che il cammino sia compiuto. Le statistiche ci ricordano impietosamente che la parità salariale resta un miraggio in molti settori. La violenza di genere continua a essere una piaga sociale, alimentata da pregiudizi duri a morire. Molte donne si trovano ancora costrette a scegliere tra carriera e famiglia, in un sistema che fatica a riconoscere il valore sociale della paternità e della cura.
Volgendo lo sguardo alla Chiesa, il quadro si fa ancora più complesso. Papa Francesco ha compiuto gesti significativi, nominando donne in ruoli di responsabilità mai ricoperti prima all’interno della Curia Romana. Il dibattito sul diaconato femminile, riaperto dal Pontefice, è segno di una Chiesa che si interroga e cerca nuove strade.
In Svizzera, la diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo ha nominato nel 2021 Marianne Pohl-Henzen come vicaria episcopale, la prima donna a ricoprire questo ruolo di alta responsabilità nella Chiesa cattolica svizzera. Con tale incarico ha un’autorità significativa nella gestione pastorale e amministrativa della diocesi.
Fuori dall’Europa, in Amazzonia, suor Laura Vicuña Pereira Manso dopo aver partecipato al Sinodo per l’Amazzonia, ricopre il ruolo di vicepresidente della Conferenza ecclesiale dell’Amazzonia e con altre leader indigene è stata ricevuta dal Papa come voce autorevole in difesa delle popolazioni di quelle terre ed espressione dei nuovi ministeri femminili.
Tuttavia, non possiamo ignorare le resistenze che ancora persistono. Certe mentalità tradizionaliste faticano ad accettare un ruolo più incisivo delle donne nella governance ecclesiale. Nel campo della teologia e dell’insegnamento, se pur con notevoli eccezioni, la voce femminile stenta ancora a trovare piena cittadinanza.
Che fare, dunque? La strada da percorrere è ancora lunga, ma non impossibile. Nella società, è necessario continuare a lavorare per una vera parità di opportunità, che passi attraverso politiche concrete di sostegno alla genitorialità, di contrasto alla violenza, di promozione dell’educazione. Servono leggi, certo, ma ancor più serve un cambiamento culturale profondo, che riconosca nella diversità una ricchezza e non una minaccia.
Nella Chiesa, il cammino sinodale, seppure con varie disillusioni, è ancora un’occasione preziosa per smuovere le acque. Si tratta di riconoscere i carismi affidati alle donne come agli uomini come dono dello Spirito per l’intera comunità e, dunque, nei casi opportuni, da rendere ministeri stabili. La sfida è quella di una Chiesa che, almeno alle nostre latitudini, si fa numericamente più piccola, ma dove la corresponsabilità tra uomini e donne è vissuta come espressione autentica del Vangelo e ricerca di autenticità e pienezza umana. Come ci ricorda Papa Francesco, “l’alleanza dell’uomo e della donna è chiamata a prendere la regia della società nel suo complesso” (Amoris Laetitia, 201).
Beati quelli e quelle che con pazienza e determinazione sapranno riconoscere i pregiudizi che ci abitano nel profondo, affrontare con coraggio le resistenze e accogliere con umiltà il nuovo: saranno testimoni e artefici di una cultura del vero rispetto e della valorizzazione reciproca.
Ogni volta che una donna viene riconosciuta per le sue capacità e non per il suo genere, ogni volta che un uomo si fa carico della cura familiare senza sentirsi sminuito, ogni volta che nella Chiesa si ascolta con rispetto la voce profetica di una donna, facciamo un passo avanti verso il «tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28) che annuncia Paolo.
Le implicazioni teologiche di una maggiore partecipazione femminile nella Chiesa sono profonde. La teologia femminista ha già arricchito la riflessione ecclesiale, offrendo nuove prospettive sull’interpretazione delle Scritture e sulla comprensione dei dogmi.
La stessa immagine di Dio in prospettiva femminile si arricchisce di sfumature. Se sia l’uomo che la donna sono creati a immagine di Dio, come possiamo riflettere più pienamente questa realtà nelle strutture e nei ministeri ecclesiali? Si tratta di riconsiderare la natura dell’autorità nella comunità cristiana e questo si riflette anche in una nuova visione dell’umano all’interno dell’intera creazione.
La questione tocca il cuore della nostra comprensione dei sacramenti e dei ministeri, compresi quelli ordinati alla cura e guida della comunità, a partire dal sacerdozio battesimale, ancora concetto misterioso per molti fedeli.
Il cammino verso una piena partecipazione delle donne nella Chiesa e nella società è un segno dei tempi che non possiamo ignorare. Ciascuno di noi, uomo o donna, si senta interpellato a fare la propria parte, con fiducia e speranza, per costruire una Chiesa e una società più giuste, più inclusive, più conformi al sogno di Dio per l’umanità.”

Nietzsche su Socrate e Gesù

Metto in parte riviste, stralci di giornale, ritagli… Poi, di tanto in tanto, quando devo fare spazio, li riprendo in mano per vedere cosa buttare e cosa tenere. Così mi imbatto in articoli che mi piace condividere sul blog. E’ il caso di questo pezzo pubblicato su La Lettura (pubblicazione settimanale del Corriere sui libri) domenica 19 luglio 2020: è un articolo di David Lloyd Dusenbury tradotto da Matteo J. Stettler, articolo che necessita di una lettura attenta e concentrata e che pertanto inserisco nella sezione “pensatoio”.

“E di nuovo a processo.
Com’è noto, Friedrich Nietzsche firmò le sue ultime lettere come «l’Anticristo» (a Cosima Wagner) e «Il Crocifisso» (al cardinale Rampolla, il segretario di Stato del Vaticano). È difficile isolare la causa dell’ultimo crollo di Nietzsche, ma la sua mente cedette definitivamente nel dicembre 1888. Già nel gennaio 1889 era caduto in uno stato catatonico dal quale non sarebbe più riemerso.
Un decennio prima che iniziasse a firmare le proprie lettere come «il Crocifisso», Nietzsche scrisse un paragrafo di Umano, troppo umano dal titolo «Assassinii giudiziari» (Justizmorde). In questo passaggio, egli nota una sorprendente somiglianza tra quelli che chiama «i più grandi assassinii giudiziari della storia del mondo», con cui intende le morti di Socrate e Gesù. «In entrambi i casi», dice, «si volle morire». E, in entrambi i casi, «ci si fece piantare dalla mano dell’ingiustizia umana la spada nel petto». Nel tardo XIX secolo, le morti di Socrate e di Gesù costituiscono per Nietzsche le pene capitali più simbolicamente cariche nella storia. Ciò rimane valido ancora oggi, agli inizi del XXI secolo.
A differenza della maggior parte dei commentatori su Socrate e Gesù, Nietzsche è incuriosito da un tratto psicologico che afferma si possa rilevare in entrambi. Egli sostiene che Socrate e Gesù abbiano entrambi drammatizzato le proprie morti. In definitiva, la coppa avvelenata di Socrate e la croce di Gesù non sono pene sentenziate dalla corte, ma epiloghi auto-inflitti.
Qualunque morale gli europei abbiano tratto da queste morti, afferma Nietzsche, questi non la trassero da due martiri, ma da due suicidi. L’immaginario europeo è così alla mercé di quelle morti inscenate secondo il copione dettato dalle pulsioni tanatologiche dei suicidi più ispirati della storia, quello del «più grande dialettico ambulante di Atene» (come Nietzsche, sogghignando tra sé e sé, chiama Socrate, in Umano, troppo umano), e quello de «l’uomo più nobile» (come egli, in maniera del tutto disarmante e senza ironia alcuna, si riferisce a Gesù nel medesimo libro). Nessuno che abbia letto le opere di Nietzsche ne rimarrà scioccato.
A prima vista, la riflessione nietzschiana sull’assassinio giudiziario si trasforma in una riflessione sul suicidio. Allo stesso tempo, Nietzsche persevera nel voler attribuire le morti di Socrate e Gesù alla «mano dell’ingiustizia umana [Ungerechtigkeit]». Le ordalie legali che sono commemorate nelle aule e nelle chiese europee, e interpretate da filosofi e teologi, sono dei suicidi segreti. Eppure, come Nietzsche sembra insistere nel sostenere, la corte di cinquecento giudici-cittadini che condannarono Socrate (quasi la metà dei quali favorevoli all’assoluzione) e il giudice romano che condannò Gesù (dopo avere tentato di rilasciarlo) non sono innocenti.
Gli antichi suicidi che la cultura europea santifica come martiri non sono semplicemente suicidi. Le morti storiche di Socrate e Gesù rimangono, per Nietzsche, degli assassinii-giudiziari. Ciò è interessante. Nietzsche è uno dei pochi filosofi moderni (Søren Kierkegaard è un altro) a riflettere sul fatto che la cultura europea è stata inaugurata, anche solo simbolicamente, da questi due processi. (Sebbene esistano anche importanti tradizioni giudaiche e islamiche riguardanti questi processi e queste morti). L’ultimo George Steiner scrisse più di vent’anni fa che «stranamente, fino ad ora non è stata fornita alcuna trattazione completa di questo topos centrale». Per quanto ne so, ciò è ancora vero.

Il riconoscimento da parte di Nietzsche dell’«ingiustizia umana» che pone fine a entrambi i processi sembra suggerire che, a suo avviso — l’avviso di un critico frenetico dell’eredità platonico-cristiana —, la cultura europea è inaugurata da una coppia di ordalie legali in cui sono condannate persone innocenti. Non può che avere avuto effetti profondi e diffusi sull’Europa che il suo dramma della verità sia iniziato non una, bensì due volte, con un testimone innocente in un tribunale — il significato greco di «martire» — che viene condannato a morte. Il rispecchiamento di questi eventi è accentuato dal fatto che Socrate, il protomartire della filosofia europea, e Gesù, il protomartire della teologia cristiana, sono figure liminali condannate per il più alto crimine politico (il tradimento) e il più alto crimine religioso (la blasfemia).
Socrate non smette mai di essere un problema per Nietzsche. In uno dei suoi libri del 1888, Crepuscolo degli idoli, egli riafferma la sua teoria iniziale. «Socrate volle morire», scrive Nietzsche mesi prima del suo crollo. «Non fu Atene, ma lui stesso a darsi la coppa del veleno». Il Socrate nietzschiano è un decadente, e la filosofia platonica è per lui una tradizione che annulla la vita. Ma Nietzsche non firma mai le sue lettere come «l’AntiPlatone» o «L’Avvelenato». Lui è «l’Anticristo» e — come lui stesso si definisce, misteriosamente, durante le ultime ore di semi-lucidità — «Il Crocifisso».
Soffermiamoci solamente sul senso che Nietzsche dà dell’eredità di Gesù nella storia europea. La prima cosa da dire è che Nietzsche è un filologo di prim’ordine. La sua psicologia è modellata dai testi greco-romani pre-cristiani (e anti-cristiani). Questo gli impedisce di vedere il cristianesimo secondo il modello stereotipato dell’Illuminismo: come la fede più sanguinosa nella storia umana (la plus sanguinaire, come diceva Voltaire). Inoltre, questo impedisce a Nietzsche di leggere i Vangeli come un dramma oscuratamente gerarchico o patriarcale. Come i critici pagani del cristianesimo nei primi secoli della nostra era — come Celso, che derideva l’importanza delle donne nei Vangeli — Nietzsche riconosce che i Vangeli, in questo contesto, non rappresentano nulla del genere.Gesù è un «grande simbolista», scrive, e il «decadente più interessante» nella storia. Gesù è una figura di tolleranza irrazionale e amore senza limite. Ne L’Anticristo, Nietzsche ne abbozza la morte in questo modo: «Questo “lieto messaggero” morì come visse […] La pratica della vita è ciò che egli ha lasciato in eredità agli uomini: il suo contegno dinanzi ai giudici, […] il suo contegno sulla croce. Egli non resiste. […] E prega, soffre, ama con loro, in coloro che gli fanno del male». L’amore senza limite è decadente — «contro la vita» — e il cristianesimo è, per Nietzsche, una «negazione della volontà di vita trasformata in religione». Tuttavia, quando Nietzsche vede per la prima volta questo amore nelle ultime ore di Gesù, quest’ultimo diviene puro — divino, addirittura. «Questi in verità è stato un uomo divino», ci dice nell’Anticristo (attraverso le labbra di un criminale morente). Sfortunatamente, il Vangelo di Nietzsche muore con Gesù. I Vangeli canonici sono una cosa completamente diversa dalle «buone novelle» di Gesù — sebbene anche loro siano il non plus ultra della decadenza. Ciò a cui i Vangeli «ci introducono», scrive Nietzsche, è «un mondo che sembra uscito da un romanzo russo, in cui i rifiuti della società, le malattie nervose e un’“infantile” idiozia paiono essersi dati convegno». Il «romanzo russo» evocato qui è senza dubbio uno di quelli di Fëdor Dostoevskij, dal momento che Nietzsche s’imbatté in uno dei romanzi di Dostoevskij a Nizza nel 1887 (mentre scriverà L’Anticristo nel 1888). Affascinato dal suo contemporaneo ortodosso, Nietzsche lesse di tutta furia diversi romanzi di Dostoevskij, definendo Umiliati e offesi «uno dei libri più umani mai scritti» (un gran complimento, quello che viene dall’autore di Umano, troppo umano). Ma Nietzsche intuì che la mentalità cristiana di Dostoevskij si sarebbe presto scontrata con quello che chiamava il suo «istinto più elementare». E cosa c’è nei Vangeli — quella raccolta canonica di «romanzi russi» — che Nietzsche trova di così ripugnante? Cosa c’è, più precisamente, nella politica dei Vangeli che lo terrorizza? È lui stesso che ce lo dice. «Non sottovalutiamo la sorte funesta che dal cristianesimo si è insinuata fin nella politica!», avverte gli europei del XIX secolo. «Nessuno oggi ha più il coraggio di vantare diritti particolari, diritti di supremazia [Herreschafts-Rechte]». Gli effetti politici del cristianesimo sono dannosi per la gerarchia, perché il cristiano «è per profondissimo istinto un ribelle contro tutto quanto è privilegiato — egli vive, combatte sempre per “diritti uguali”». Ciò che i Vangeli rappresentano è una fede i cui istinti più elementari portano al riconoscimento del malato, del povero, del marginale. Questa, per Nietzsche, è l’eredità del cristianesimo in Europa. «Il movimento cristiano, in quanto movimento europeo», egli scrive, «è fin da principio un moto collettivo d’ogni sorta di elementi di rifiuto e di scarto». Ciò che egli detesta di più è quello che chiama «la tendenza democratica degli istinti cristiani». Potrebbe esserci più di un buon motivo per prestare attenzione a uno dei nemici più risoluti del cristianesimo, così come per «transvalutare» il cristianesimo europeo per il XXI secolo. Nietzsche «il filologo» è certo che il primo cristianesimo «non era “nazionale”, non era condizionato dalla razza [nicht rassebedingt]». Al contrario, egli trova di che ridere del fatto che il cristianesimo «si volgeva a ogni specie di diseredati della vita». Quella tendenza propria del XXI secolo a denunciare l’eredità cristiana — e l’eredità platonico-cristiana — come gerarchica, patriarcale e così via, potrebbe non riuscire a convincere in termini storici. E potrebbe indebolire ulteriormente una tradizione europea il cui istinto più elementare è — riprendendo la frase di Nietzsche — di «combattere sempre per “diritti uguali”». Se avessimo ascoltato Nietzsche più attentamente, saremmo più riluttati nell’accusare i due più grandi condannati della storia del mondo — Socrate e Gesù — di nuovi crimini.”

Il suo bene

Mou ha da poco festeggiato gli 11 anni. La scorsa settimana ho dovuto portarlo due volte d’urgenza in clinica veterinaria perché faceva fatica a tenere aperti gli occhi, era debole e dolorante. Potrebbe avere un’ernia che gli causa dolore alla schiena. Si tratta di un’ipotesi. Al momento l’unica terapia è riposo assoluto per venti giorni. Mercoledì sera, appena tornato a casa, ho ordinato un recinto: consegna per l’indomani. Giovedì mattina Mou stava già meglio.

La foto qui sopra è di giovedì a pranzo: il recinto non era ancora arrivato e quindi avevo optato per una soluzione temporanea. Le librerie di Mariasole  avrebbero dovuto avere il compito di tenerlo al riparo da fughe per la casa (Mou è un cagnolino piuttosto dinamico), ma non gli impedivano di fare cucù suscitando le risate di Mariasole (e non facendo bene alla sua schiena). Poi finalmente il recinto, a cui si è abituato piuttosto in fretta.

Sabato mattina siamo dovuti andare via e l’abbiamo lasciato nel recinto in bagno (è la stanza in cui si rintana sempre quando ha paura di qualcosa o di qualche rumore, il suo posto preferito) con uno stuoino che faceva da barriera in modo che non fosse disturbato da strane ombre o giochi di luce che lo spaventassero. Siamo rientrati dopo meno di un’ora. L’abbiamo trovato sempre dentro il recinto, ma in salotto e col recinto in posizione verticale, come un criceto dentro la sua ruota.

Della serie: “Se sto male, ok, chiudetemi lì dentro. Ma se sto bene, non pensateci proprio a togliermi la libertà!”. Faglielo capire che è per il suo bene…

Gemma n° 1834

Un video dei Jamiroquai di fine anni ‘90 è stato al centro della gemma di S. (classe prima). “Virtual Insanity parla di una band che vive in una società dove gli umani vivono sotto terra e non hanno rapporti con le altre persone. Ciò impedisce loro di migliorare l’esistenza umana, propria e altrui, attraverso piccoli gesti che sottolineano i diritti del prossimo e i doveri propri”.

A commento della gemma questa volta non metto qualcosa di mio, ma un approfondimento che ho trovato su Louder.
“La vittoria di Jay Kai è totale. Virtual Insanity rappresenta uno dei rari casi in cui un artista raggiunge il successo senza sacrificare parte della sua indole all’altare delle radio, ma confezionando un brano talmente forte da abbattere qualsiasi supposta barriera. Teoricamente il singolo non presenta le caratteristiche per competere con il pop delle Spice Girls o con il rap accattivante dei Fugees. A livello sonoro non gioca nel campionato rock di Blur e Oasis, e non punta nemmeno sull’attitudine rivoluzionaria di band come Prodigy e Underworld. Virtual Insanity è un pezzo funk inaugurato dal pianoforte che dipinge una progressione armonica simile a quella di classici soul, jazz e disco, presto affiancato da una batteria dallo swing spinto. Il basso entra in scena solo dopo cinquanta interminabili secondi, insieme all’orchestra che arricchisce il ritornello. Da qui in poi ogni strumento tocca le note che vuole, lasciando grande spazio a un’improvvisazione che obiettivamente è uno schiaffo alla semplicità. È facile farsi trascinare dalla sognante melodia intonata da Jay, ma se mai doveste scegliere questo pezzo al karaoke vi accorgereste di quanto sia arduo stare dietro a quella linea vocale che disegna evoluzioni tutt’altro che banali.
Ma c’è di più: oltre a melodia e arrangiamento, anche le parole di Virtual Insanity hanno ben poco a che fare con i tipici testi da top 10. “Lasciate che vi racconti qualcosa del mondo in cui viviamo oggi”, esordisce Jason prima di snocciolare una serie di disgrazie a sfondo ecologico. “È un miracolo che l’uomo riesca ancora a mangiare” è un probabile riferimento al morbo della mucca pazza, visto che proprio in quel periodo si scopre che gli esseri umani possono contrarre la malattia. Ma forse anche all’allevamento intensivo: “Le cose grandi che dovrebbero essere piccole” sembra un ammiccamento agli ormoni della crescita somministrati agli animali. La frasi “Adesso ogni madre può scegliere il colore del proprio figlio” e “È assurdo sintetizzare un altro ceppo” si riferiscono invece alla sconvolgente prospettiva della manipolazione genetica, argomento che di lì a qualche mese s’impadronirà delle prime pagine dei giornali grazie alla clonazione della pecora Dolly. Jay Kai è convinto che il nostro egoismo renderà impossibile un’inversione di rotta (“And nothing’s gonna change the way we live / ‘Cause we can always take but never give”). Altro che realtà virtuale; il nostro attaccamento alla tecnologia ha generato quella che lui definisce una follia virtuale (“And now it’s virtual insanity / Forget your virtual reality”).[…] Quando Jason scrive Virtual Insanity, internet è ancora in fasce. I social network sono un miraggio, così come gli smartphone. Eppure, a giudicare dalla dilagante assuefazione a dispositivi sempre più potenti nati per connettere e finiti per diventare spesso un’inquietante causa di solitudine, sembra proprio che la sconfortante profezia di Jay si sia avverata”.

Ma quante guerre ci sono?

Nell’ultimo post ho toccato il tema dell’Afghanistan. Sono abbonato da anni a Nigrizia, rivista che si occupa di Africa, e mi capita spesso di leggere notizie di conflitti. Sono abbonato anche a Lavialibera, mensile dell’associazione Libera, che ha anche un sito interessante da cui ho preso l’articolo che pubblico qui sotto e che risponde alla domanda del titolo: ma quante guerre ci sono nel mondo? A scriverlo è Alice Pistolesi, giornalista e redattrice del volume Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo (uscito nella sua X edizione proprio il 4 novembre) e del sito atlanteguerre.it, dove pubblica ogni settimana dossier tematici di approfondimento su temi globali, reportage e cronaca.

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“Trentaquattro guerre e quindici situazioni di crisi scuotono un pianeta senza pace. Oltre a quello in Afghanistan, che dopo quasi venti anni di intervento occidentale ha visto i talebani prendere il potere, il mondo continua a essere luogo di sanguinosi conflitti. L’Africa è il continente dove se ne contano di più, ma teatri di scontro sono presenti anche in Asia, Europa e America.
La quantità di guerre in corso nel mondo, per lo più ignorate dai media, resta negli anni stazionaria. Le guerre resistono e lasciano immutata nel tempo la situazione per i civili, che continuano a essere le vittime preferite dei conflitti moderni: circa il 90 per cento delle morti totali. Ci sono generazioni intere, come in Afghanistan, che non hanno mai conosciuto la pace e sono passate negli anni da una situazione di violenza all’altra. Ci sono conflitti, come quello tra Israele e Palestina o quello in Myanmar, che risalgono alla fine degli anni Quaranta, altri esplosi di recente, come quello in Mozambico, cominciato nel 2019.
Le motivazioni che portano alla guerra sono complesse ma si possono ricondurre ad alcuni macro fattori: ci sono quelle innescate dalla rivendicazione di diritti (che può essere allo stesso tempo causa e conseguenza del conflitto), o quelle provocate dal cambiamento climatico e dalle devastazioni ambientali, in qualche modo collegate a un’altra causa, cioè lo sfruttamento e l’accaparramento delle risorse (acqua, petrolio, minerali, terra, legname, ad esempio). Rientrano tra le motivazioni anche gli interessi economici in senso lato, che si legano spesso alla pessima o inesistente redistribuzione della ricchezza. Gli interessi sulle risorse e geostrategici muovono i giochi di molte potenze: Cina, Stati Uniti, India, Arabia Saudita, Iran, tanto per citarne alcune. Ci sono poi guerre che hanno come obiettivo principale la conquista di autonomia e indipendenza. Tutte ragioni che spesso si intersecano tra loro e insieme alle differenze culturali, religiose e di comunità, alimentano e prolungano la situazione di conflitto. Differenze che, da sole, raramente portano alla guerra nei contesti in cui i diritti sono rispettati e dove non influiscono altre motivazioni.
Di questi conflitti, i civili restano le vittime per eccellenza: nel 2021, il numero di persone bisognose di aiuti umanitari è il più alto mai registrato: 235 milioni, (secondo i dati dell’Agenzia delle Nazioni Unite per gli aiuti in emergenza).
A complicare i già fragili equilibri internazionali ha contribuito la pandemia da Covid-19, che nemmeno nel momento di maggior picco e nonostante gli appelli internazionali di Papa Francesco e del segretario Onu Antonio Guterres è riuscita nell’intento di placare le guerre. Anzi. Nel 2020 si sono riaccesi conflitti sopiti da anni e la spesa militare è aumentata. Lo Stockholm international peace research institute (Sipri) calcola che nel corso dell’anno l’investimento in armi sia cresciuto del 2,6 per cento, arrivando a 1.981 miliardi di dollari, il valore assoluto più alto registrato dall’ente di ricerca dal 1988.
Nonostante la pandemia, nel 2020 il numero di persone in fuga da guerre, violenze, persecuzioni e violazioni dei diritti umani è salito a quasi 82,4 milioni, in aumento del 4 per cento rispetto il 2019, si legge nell’ultimo rapporto annuale Global Trends dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) pubblicato a giugno. Tolti i 48 milioni di persone sfollate all’interno dei loro paesi, più di due terzi di tutte le persone che sono fuggite all’estero provengono da soli cinque paesi: Siria, Venezuela, Afghanistan, Sud Sudan e Myanmar. Quasi nove rifugiati su dieci (86%) sono ospitati da paesi vicini alle aree di crisi e da paesi a basso e medio reddito. La Turchia ne ospita il maggior numero, seguita da Colombia, Pakistan e Uganda e Germania.
Alcune delle motivazioni che portano sempre più persone alla fuga sono il clima, il deteriorarsi del luogo in cui si abita, la sua desertificazione: secondo il rapporto Climate Change and Land pubblicato dall’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) a fine 2019, circa tre miliardi di persone vivono in zone aride, che sono arrivate a coprire il 46,2 per cento della superficie terrestre e le inondazioni e i disastri naturali si fanno sempre più frequenti”.

Pena di morte in calo

Riprendo la notizia con cui Amnesty presenta il rapporto sulla pena di morte nel mondo per il 2018.

“Nel nostro rapporto globale sulla pena di morte registriamo, per il 2018, un dato positivo: l’anno appena passato è stato quello con il più basso numero di esecuzioni in almeno un decennio, con una diminuzione globale di quasi un terzo rispetto all’anno precedente.
Il rapporto prende in esame le esecuzioni in tutto il mondo con l’eccezione della Cina, dove si ritiene siano state migliaia ma il dato rimane un segreto di stato.
“La drastica diminuzione delle esecuzioni dimostra che persino gli stati più riluttanti stanno iniziando a cambiare idea e a rendersi conto che la pena di morte non è la risposta”, ha dichiarato Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International.

PENA DI MORTE 2018: UNA BUONA NOTIZIA
Complessivamente i dati del 2018 mostrano che la pena di morte è stabilmente in declino e che in varie parti del mondo vengono prese iniziative per porre fine a questa punizione crudele e inumana.
Ad esempio, a giugno il Burkina Faso ha adottato un nuovo codice penale abolizionista. Rispettivamente a febbraio e a luglio, Gambia e Malaysia hanno annunciato una moratoria ufficiale sulle esecuzioni. Negli Usa, a ottobre, la legge sulla pena di morte dello stato di Washington è stata dichiarata incostituzionale.
A dicembre, nel corso dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, 121 stati (un numero senza precedenti) hanno votato a favore di una moratoria globale sulla pena di morte, cui si sono opposti solo 35 stati.
“Lentamente ma stabilmente, assistiamo alla crescita di un consenso globale verso la fine dell’uso della pena di morte. La campagna mondiale di Amnesty International per fermare le esecuzioni va avanti da oltre 40 anni, ma con più di 19.000 detenuti nei bracci della morte la battaglia è lungi dall’essere finita”, ha sottolineato Naidoo
“Nonostante passi indietro da parte di alcuni stati, il numero delle esecuzioni portate a termine da parecchi dei più accaniti utilizzatori della pena di morte è significativamente diminuito. Si tratta di un’auspicabile indizio che sarà solo questione di tempo e poi questa crudele punizione sarà consegnata alla storia, dove deve appartenere”, ha commentato Naidoo.

PENA DI MORTE 2018: GLI STATI DOVE SONO AUMENTATE LE ESECUZIONI
Nel nostro rapporto, però, non vi sono solo buone notizie.
Le esecuzioni sono aumentate in Bielorussia, Giappone, Singapore, Sud Sudan e Usa. La Thailandia ha eseguito la prima condanna a morte dal 2009 mentre il presidente dello Sri Lanka ha annunciato la ripresa delle esecuzioni dopo oltre 40 anni, pubblicando un bando per l’assunzione dei boia.
“Le notizie positive del 2018 sono state rovinate da un piccolo numero di stati che è vergognosamente determinato ad andare controcorrente”, ha sottolineato Naidoo.
“Giappone, Singapore e Sud Sudan hanno fatto registrare un livello di esecuzioni che non si vedeva da anni e la Thailandia ha ripreso a eseguire condanne a morte dopo quasi un decennio. Ma questi stati ora costituiscono una minoranza in calo. A tutti gli stati che ancora ricorrono alla pena di morte, lancio la sfida: siate coraggiosi e poniate fine a questa abominevole sanzione”, ha proseguito Naidoo.

PENA DI MORTE 2018: IL CASO NOURA HUSSEIN
Noura Hussein è una giovane sudanese condannata a morte nel maggio 2018 per aver ucciso l’uomo che era stata costretta a sposare mentre cercava di stuprarla. Dopo uno scandalo mondiale, grazie anche a una nostra campagna, la condanna è stata commutata in cinque anni di carcere.
“Fu uno shock assoluto quando il giudice mi disse che ero stata condannata a morte. Non avevo fatto nulla per meritare di morire. Non potevo credere a che livello d’ingiustizia fossimo arrivati, soprattutto contro le donne. Non avevo mai pensato di poter essere messa a morte fino a quel momento. La prima cosa cui pensai fu ‘Cosa provano le persone quando vengono messe a morte? Cosa fanno?’. La mia vicenda era decisamente drammatica in quel momento, la mia famiglia mi aveva ripudiato. Affrontavo quello shock completamente da sola”, ha raccontato Noura Hussein ad Amnesty International.

PENA DI MORTE 2018: LA VERGOGNA DI IRAQ ED EGITTO
Siamo preoccupati per il notevole aumento delle condanne a morte emesse in alcuni stati nel corso del 2018.
In Iraq il numero è quadruplicato da almeno 65 nel 2017 ad almeno 271 nel 2018. In Egitto il totale è cresciuto di oltre il 75 per cento, da almeno 402 nel 2017 ad almeno 717 nel 2018, a causa dell’attitudine delle autorità egiziane di emettere condanne a morte in massa al termine di processi gravemente iniqui, basati su “confessioni” estorte con la tortura e nel corso di interrogatori di polizia irregolari.

Cliccare qui per scaricare il rapporto.

Gemme n° 490

Il video che propongo è sul bullismo, ma chi parla tocca molti temi, e mi ha colpito la sua carica espressiva. Penso che possa insegnare molto anche a chi non è toccato direttamente dal problema. L’ultimo pezzo con la musica è parte di una sua poesia”. Con queste parole E. (classe quinta) ha presentato la sua gemma.
Consiglio a chi non conoscesse l’inglese di attivare i sottotitoli: non sono quelli automatici, per cui permettono di capire bene il video. Mi piace riportare una frase della parte iniziale del video in cui si fa riferimento all’identità: “Ci dicevano che in qualche modo dobbiamo diventare quello che non siamo, sacrificando ciò che siamo per ereditare la maschera di ciò che saremo”.

Gemme n° 480

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La mia gemma è il libro «Mille splendidi soli»: mi ha fatto molto riflettere sulla situazione delle donne protagoniste, sottomesse agli uomini del regime talebano. Nonostante io sia una persona che si lamenta di continuo, penso a loro e alla loro situazione e penso che le mie siano stupidaggini. L’altro aspetto che voglio sottolineare è che in una storia di dolore, violenza e sofferenza possono nascere amicizie e amori: anche dalle cose tragiche possono nascere cose belle.” Con queste parole A. (classe quarta) ha presentato la sua gemma.
Ecco uno dei passi in cui si descrive la situazione delle donne: “Donne, attenzione: Dovete stare dentro casa a qualsiasi ora del giorno. Non è decoroso per una donna vagare oziosamente per le strade. Se uscite, dovete essere accompagnate da un mahram, un parente di sesso maschile. La donna che verrà sorpresa da sola per la strada sarà bastonata e rispedita a casa. Non dovete mostrare il volto in nessuna circostanza. Quando uscite, dovete indossare il burqa. Altrimenti verrete duramente percosse. Sono proibiti i cosmetici. Sono proibiti i gioielli. Non dovete indossare abiti attraenti. Non dovete parlare se non per rispondere. Non dovete guardare negli occhi gli uomini. Non dovete ridere in pubblico. In caso contrario verrete bastonate.” Una delle conseguenze? “L’amore era un errore pericoloso e la sua complice, la speranza, un’illusione insidiosa.” La negazione dell’essere umano.

Dietro il velo

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Un articolo molto interessante di Marco Palillo, pubblicato poche ore fa su L’Huffington Post. Argomenti? Francia, laicità, Europa, femminismo, velo islamico, donne, islam…
La ministra socialista francese della Famiglia, Laurence Rossignol ha recentemente rilasciato una dichiarazione fortemente provocatoria sul velo indossato dalle donne islamiche “Ci sono donne che lo scelgono come c’erano negri americani favorevoli allo schiavismo”. Il parallelo fra velo e schiavismo dei neri è molto interessante e rivela inconsciamente alcuni nodi irrisolti del dibattito europeo su multiculturalismo e identità religiose.
La questione del velo in Francia ha infatti più a che fare con la storia nazionale della Repubblica francese – incluso il periodo colonialista e la tragedia dell’Algeria – che con i recenti attacchi terroristici di Parigi. Già nel 2004 il tema fu affrontato in un tumultuoso dibattito sulla controversa legge che proibiva il velo nelle scuole. Anche allora il movimento femminista francese si divise in maniera significativa: da un lato, alcune donne identificarono quella battaglia con gli ideali di laïcité repubblicana, dall’altro alcuni gruppi femministi, condannarono fortemente la legge bollandola come islamofoba e sessista. Fra questi, la più celebre è senza dubbio Christine Delphy, leader storica del femminismo materialista, cofondatrice con Simone de Beauvoir della rivista “Nouvelles Questions Feministes”. Delphy in un articolo pubblicato dal Guardian definì il divieto del velo come parte di una più ampia strategia anti-Islam iniziata in Francia 40 anni prima e accusò le femministe favorevoli al divieto di farsi strumentalizzare, come già accaduto per esempio durante la guerra in Afghanistan, da chi utilizza i diritti delle donne per sostenere altre battaglie. Secondo Delphy “se le donne musulmane sono un’oppressa minoranza, andrebbero abbracciate, capite, non attaccate o private di un diritto fondamentale, come quello all’istruzione”.
La Delphy ha ragione quando smaschera l’ipocrisia di una battaglia ideologica che si sta facendo sul corpo delle donne (sia islamiche che non islamiche) ma che nasconde altri fini. Innanzitutto, l’esigenza di riempire un vuoto politico prodotto dall’incapacità delle classi dirigenti occidentali di affrontare le complessità prodotte dalla globalizzazione e dalle migrazioni internazionali. In questo quadro di grande ipocrisia, incapacità e malafede, le donne islamiche sono rimaste schiacciate fra due sistemi patriarcali che vogliono utilizzarle ognuno a proprio piacimento: da un lato, il mondo islamico fondamentalista, che le tratta come esseri inferiori, a volte come merci; dall’altro l’occidente che vuole utilizzarle per fare una battaglia contro i maschi islamici, cacciandoli via dalla fortezza Europa.
Insomma, dai fatti di Colonia in poi, è evidente che nello scontro fra islam-occidente, le donne, le loro libertà, i loro corpi, non contano proprio nulla. Se contassero qualcosa, le donne islamiche non verrebbero costantemente rappresentate come delle povere vittime, senza capacità di discernimento o scelta, e dunque sempre assolte, assistite o compatite.
Pensiamo al caso più paradossale delle giovani islamiche che si sono unite al Califfato. Queste ragazze vengono raccontate dalla stampa come delle povere indifese circuite da Imam, ovviamente maschi, finite nelle mani di crudeli mariti in Siria che le segregano. Eppure la cronaca ci insegna che non è così, nella maggior parte dei casi si tratta di donne educate, occidentali, che decidono di unirsi all’ISIS, come i loro commilitoni maschi, prendendo aerei e viaggiando di nascosto raggiungendo spesso da sole il confine siriano dalla Turchia. Musulmane sono anche le soldatesse curde che ai terroristi dell’ISIS sparano con i kalashnikov o le attivista yazide, che stanno cercando di liberare le loro sorelle divenute schiave sessuali dopo la presa del Sinjar.
Insomma la ministra Rossignol, nella sua dichiarazione impacciata rivela due grande verità:
il femminismo europeo (specie quello della sinistra tradizionale) non ha fatto pace con l’autonomia e la soggettività delle donne islamiche, anzi tende a negarle ogni volta che può;
il pensiero femminile europeo non è stato influenzato adeguatamente dal femminismo intersezionale di matrice americana che mette in rilievo come non esista un’unica voce femminile valida per tutte le donne, ma che le differenze prodotte dall’intersezione del genere con i molteplici aspetti che compongono l’identità (classe sociale, etnia, la religione, l’orientamento sessuale) presuppongano più femminismi e il riconoscimento delle differenze non solo tra maschile e femminile, ma anche tra diversi gruppi di donne.
Ecco perché il paragone con gli schiavi afroamericani della Rossignol è assai rivelatorio. Le donne musulmane vengono dipinte comunque come esseri inferiori, costantemente vittime, sia dai loro difensori che dai loro nemici. Soggetti senza voce, a cui le donne occidentali, rivendicando il proprio privilegio, devono sostituirsi (per il loro bene, s’intende) anche quando si tratta di scelte come l’abbigliamento personale e la fede religiosa. In pratica, vogliamo liberare le donne musulmane, sostituendo i maschi islamici (padri, mariti) che parlano e decidono per loro, con altre donne (questa volta occidentali) che però continuano a parlare e a decidere a loro posto. Facendo così si rischia di vanificare l’operazione – questa sì veramente libertaria e rivoluzionaria – di cambiamento sociale portata avanti dalla stragrande maggioranza di giovani islamiche europee, che si sentono pienamente parte della cultura occidentale, aderendo in toto negli stili di vita, costumi, e valori, ma che non vogliono rinunciare alla propria identità etnica-religiosa, di cui il velo è un chiaro simbolo storico-culturale.
Lo racconta bene Amara Majeed, studentessa in neuroscienze alla prestigiosa Brown University, in una lettera aperta alla ministra Rossignol pubblicata da Bustle. Quando a quattordici anni decise di indossare lo hijab, la domanda più frequente fu “sono stati i tuoi genitori a importelo?”. La Majeed raccontando la sua scelta personale, frutto di una libera scelta senza costrizioni, afferma che “il velo le copre la testa non il cervello”. E forse questa rivendicazione di auto-determinazione femminile che spaventa più di ogni altra cosa? Per questo motivo, Amara ha lanciato un esperimento sociale, The Hijab Project, in cui invita le donne di tutte le fedi e razze, a indossare il copricapo islamico per un giorno, raccontando poi l’esperienza sul suo blog. Il progetto che ha riscosso grande attenzione dai media occidentali, dalla BBC a Good Morning America, mira a promuovere l’empowerment delle donne islamiche, facendo capire alle donne occidentali cosa si provi a vivere con il velo. Per Majeed indossare il hijab è una scelta femminista, di ribellione rispetto a un mondo che mercifica e sessualizza costantemente le donne, dalle copertine dei giornali alle molestie sessuali. In questo, sorprendentemente, Amara Majeed riecheggia la ministra francese Rossignol che in un’intervista al Corriere, paragona il velo agli abusi di chirurgia estetica. Chi scrive ovviamente non è d’accordo con nessuna delle due, essendo assolutamente favorevole tanto al velo quanto alle labbra a canotto se frutto di consapevole scelta; allo stesso tempo ritengo però che questo dibattito interculturale tra donne sia una grande ricchezza, perché il tema del velo riapre questioni irrisolte che danno ancora fastidio: il riconoscimento delle soggettività femminili, la libertà di scelta delle donne e l’autodeterminazione sul proprio corpo.
Sia Rossignol che Majeed infatti si interrogano su un sistema simbolico – il velo e la chirurgia estetica – creato dal potere maschile, dalle sue regole e dei suoi canoni estetici, anche se in due culture differenti. Ecco, che allora se da un lato il dibattito sul velo va fatto con le donne musulmane e non al posto loro, non bisogna dimenticare che questo dibattito non è neutro perché avviene comunque all’interno dello scontro fra due sistemi patriarcali, quello occidentale e quello islamico. Essere femministe o femministi, oggi, significa non fare sconti a nessuno dei due, ma soprattutto non farsi strumentalizzare da nessuno dei due.
Le femministe occidentali non devono farsi portavoce delle donne islamiche, soprattutto quando le uniche che frequentano sono le proprie colf. Ecco che la pletora di articoli in stile “io ti salverò”, intrisi di paternalismo e buonismo, non è più accettabile. In questo senso, sono più oneste le commentatrici di destra, alla Fallaci, che vedendo nell’Islam un nemico, vedono le donne islamiche alla stregua dei maschi un avversario da battere. Inoltre, le femministe occidentali, che come me non credono nello scontro fra civiltà, ma semmai fra patriarcati, non possono essere così ingenue da non problematizzare il proprio privilegio che le rende così distanti – quasi aliene – rispetto alle donne musulmane, nonostante la biologia e l’anatomia.
Dall’altra parte, le femministe islamiche non possono però chiederci di non vedere le crudeltà e la violenza inflitte nelle comunità islamiche nei confronti delle donne, delle minoranze religiose, o degli omosessuali. La laicità è un valore irrinunciabile per l’Europa, conquistato con grande fatica e molti sacrifici: non siamo perciò disposti a nessuna forma di indulgenza motivata su basi culturali o religiose verso quelle pratiche che limitino le libertà o il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti la legge. Inoltre, le nostre amiche e sorelle islamiche devono avere il coraggio – molte già lo fanno a dire il vero – di aprire una discussione franca su questo con i loro uomini, sfidandone il potere se serve. Noi dobbiamo sostenerle, ma non possiamo e non dobbiamo sostituirci a loro.
Su questi basi si può aprire una vera discussione paritaria fra donne (e uomini) di diverse culture, religioni, classi sociali, che superi lo scontro di civiltà, gli stereotipi, le caricature, per regalarci un vero incontro fra civiltà, non basato sulla stucchevole retorica buonista che non porta da nessuna parte, ma su un mutuo riconoscimento della differenze all’interno di una più ampia politica delle identità.”

Giornata mondiale dell’acqua

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22 marzo, giornata mondiale dell’acqua, secondo l’Onu. Penso che con gli eventi di oggi pochi si soffermeranno su questo articolo. Ma al momento non mi sento di scrivere nulla. E’ un blog, non una testata giornalistica, quindi risponde anche ai miei bisogni. L’articolo è scritto da Elio Boscaini e compare su Nigrizia.
Sono 2,5 miliardi le persone che sulla Terra non hanno accesso a installazioni sanitarie di base. L’enormità della cifra ci dice che la lotta per l’accesso all’acqua è un obiettivo lungi dall’essere raggiunto. Nel 2015, gli Obiettivi per lo sviluppo del millennio, fissati nel 2000 tra i 193 paesi membri dell’Onu e più di una ventina di organizzazioni internazionali, sembravano raggiunti. Tra questi c’è la problematica dell’acqua, che sarà certamente al centro delle grandi sfide umanitarie dei prossimi decenni.
Il conto alla rovescia è già cominciato. Perché se l’obiettivo delle Nazioni Unite di ridurre della metà il numero delle persone che non hanno accesso all’acqua era stato raggiunto nel 2012 (anche se alcune ong non ci credono), quello all’acqua potabile non è certo stato un successo. Ciò ha conseguenze drammatiche.
Secondo l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) sono 3 milioni le persone che soffrono di malattie legate all’acqua. Attualmente, poi, circa 783 milioni di persone, l’11% della popolazione mondiale, non possono usufruire di una sorgente potabile. Peggio ancora, 2,5 miliardi di persone non hanno accesso a installazioni sanitarie di base (toilette, WC). Cifre che danno le vertigini, perché poi sono 2,2 milioni le persone che ogni anno muoiono nel mondo di diarrea legata alla precarietà del loro habitat sanitario, a un accesso minimo all’acqua, e a pessime condizioni igieniche. Donne, bambini e persone che vivono nella povertà rappresentano il bersaglio più vulnerabile.
Come è specificato nel rapporto 2012 sugli Obiettivi del millennio, le donne sono le più colpite dalla penuria di questo elemento vitale. Nell’Africa subsahariana, per esempio, il lavoro di attingere acqua è per il 71% riservato alle donne e alle ragazze.
La comunità internazionale deve dunque agire e in fretta. Perché le cifre sono drammatiche.
Secondo il rapporto pubblicato oggi dal Programma mondiale per la valutazione delle risorse idriche, la popolazione del pianeta dovrebbe raggiungere nel 2050 i 9,3 miliardi di persone. L’aumento riguarderà soprattutto l’Africa e l’Asia centromeridionale. Una sfida epocale, dato che, come ha dimostrato la Cop21 di Parigi, la mancanza di acqua rischia di affamarci più in fretta del previsto. L’agricoltura sarà la prima a soffrire della sua scarsità. Ne è cosciente anche il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon: «L’acqua è la chiave di uno sviluppo sostenibile. Dobbiamo lavorare insieme per proteggere e gestire con prudenza questa risorsa fragile e limitata», ha dichiarato lo scorso 11 febbraio, sottolineando l’importanza dell’acqua dolce per la salute, la sicurezza alimentare e il progresso economico; evidenziando al tempo stesso quanto “l’oro blu” si faccia sempre più raro…
Questa penuria non solo rischia di creare situazioni sanitarie catastrofiche, ma aumenta anche il rischio di conflitti legati a questa diminuzione.
L’acqua dolce scorre senza tener conto delle frontiere. Nel mondo ci sono 276 bacini fluviali con almeno un affluente che attraversa una frontiera internazionale. Il 40% della popolazione mondiale vive sulle rive di questi bacini transfrontalieri, che coprono il 46 % circa delle terre emerse. Dal momento che la popolazione mondiale è in continua crescita, ma la quantità d’acqua disponibile non aumenta, la proprietà di queste acque è alla radice di vive tensioni tra stati che, a volte, sfociano in conflitti.
L’acqua può realmente essere la ragione principale di uno scontro, com’è il caso per il Nilo, dove 11 stati devono spartirsi una quantità limitata di acqua. In altri casi invece ci sono fattori politici all’origine di un conflitto in cui però l’acqua diviene un elemento che complica ancor di più le cose.
L’accesso all’oro blu è divenuto nel 2010 un «diritto fondamentale, essenziale per il pieno esercizio del diritto alla vita e di tutti i diritti dell’uomo». Gli stati sono obbligati a mettere in campo tutti i mezzi possibili per rendere accessibile l’acqua alle loro popolazioni.
Nel 2025, una persona su due vivrà in un paese in cui l’acqua scarseggerà. I cambiamenti climatici e l’inquinamento galoppante si aggiungeranno sempre più ai fattori di penuria, peggiorando la situazione.
Quella dell’acqua rappresenta dunque una sfida reale per l’umanità, mescolandosi a quelle economiche, politiche e geopolitiche. Nel 2012, in un’intervista al quotidiano francese La Croix, Alain Cabras, professore a Sciences-Po Aix e membro del gruppo di lavoro Racines et citoyenneté, spiegava che «in tutte le civiltà conosciute, il simbolismo dell’acqua ha molti punti in comune. Ovunque questo elemento è sinonimo di creazione. In tutte le religioni e in tutti i grandi miti, è anche elemento di condivisone, ciò che unisce». E se un domani l’acqua tornasse realmente a essere un elemento di condivisione e di pace?”.

Gemme n° 300

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Ho portato il libro I segreti di Gray mountain di John Grisham non tanto per il contenuto quanto per la professione della protagonista. Lei, giovane avvocato, è costretta a trasferirsi a causa della crisi del 2008 da New York ai monti Appalachi, dove lavora gratis come assistente legale. Io vorrei diventare avvocato o giudice per garantire anche chi non può permettersi un avvocato: sono persone che vanno tutelate. Per me la giustizia è alla base di tutto; non so come mi sia nata questa mia passione. Farei di tutto per raggiungere l’obiettivo. Mi pongo però una domanda quando sento di alcuni giudici corrotti: come fanno dopo tanti studi e preparazione?”. Questa la gemma di E. (classe terza).
Amo i libri di Grisham, ne ho letti parecchi. Riporto da uno di essi, L’ultimo giurato, una citazione che mi sta molto a cuore: “Questi due capisaldi del diritto, la presunzione d’innocenza e la prova oltre ogni ragionevole dubbio, erano fattori di garanzia per tutti, giurati inclusi, sanciti da quegli uomini depositari di saggezza che avevano scritto la nostra Costituzione e la Carta dei diritti.”

Guado

piazza libertà

Venerdì scorso, su La Stampa, Massimo Gramellini ha iniziato il suo Buongiorno dal titolo “Checkpoint Charlie” con queste parole: “A chi impugna mitragliatrici per sterminare matite, e a chiunque si sottometta a qualcosa di diverso dalla propria coscienza, ci piacerebbe spiegare che avventura faticosa e fantastica sia la libertà. Ma non lo faremo, perché la libertà non si può spiegare. Si può soltanto respirare senza pensarci, come l’aria, e come l’aria rimpiangerla quando non c’è più. A differenza dei dogmi, non reclama certezze e non ne offre. I suoi mattoni sono i dubbi e gli errori, gli slanci e gli abusi. I suoi confini sono labili, mobili. E la sua rovina è l’assenza di confini, che le toglie il piacere sottile della trasgressione.”
Mi è tornato alle mente poco fa mentre, decidendo cosa scrivere in questo post, ho posato gli occhi su una frase di un libro di Fabio Geda che ho da poco terminato di leggere: “… la consapevolezza di quello che avremmo potuto perdere ci regalò la forza di scoprire quello che ancora dovevamo trovare” (“L’estate alla fine del secolo”).
Cercavo qualcosa che facesse da guado tra gli eventi di Parigi e la quotidianità del blog, tra l’eccezionalità di tragedie come quelle (e simili o peggiori) e la normalità della vita…

Tra diritto e religioni

9788843067336g.jpgA fine gennaio è uscito il libro “La libertà religiosa in Italia. Un percorso incompiuto” di Alessandro Ferrari. Oggi ho trovato su Vatican Insider questa intervista di Luca Rolandi. Argomento? Diritto, libertà religiosa, laicità dello stato, pluralismo religioso.

Nel racconto del suo saggio si evince come le problematiche del passato riemergano intatte nella società plurale.

Sì, ciò che rende affascinante la storia del diritto di libertà religiosa e, in particolare, il confronto con la storia della libertà religiosa in Italia è proprio questo costante incontro, nel tempo presente, tra passato e futuro, tra i paradigmi che hanno forgiato i caratteri più distintivi di un modello e le forze che, nel corso del tempo, si sono aggiunte, sedimentate sulle vecchie costruzioni giuridiche costringendole a rispondere a nuove domande, a fronteggiare nuove rivendicazioni e portandole, così, a trasformarsi. Nata per rispondere alle esigenze di giustizia di individui e gruppi minoritari ma normalmente appartenenti alla storia ed alla tradizione del Paese (ebrei e valdesi in particolare), il diritto di libertà religiosa si pone oggi anche in Italia come garante di un “pluralismo culturale e confessionale” che la globalizzazione ha reso quantomai variegato. Accanto alla “classica” presenza cattolica convivono, infatti, esperienze religiose ormai definitivamente trapiantate in Europa (si pensi all’islam, al buddhismo, all’hinduismo), gruppi religiosi “europei” trasmigrati dai loro contesti originari (gli ortodossi), galassie cristiane in continua ridefinizione (gli evangelici), non più “nuovi” movimenti religiosi e movimenti non confessionali ma atei ed agnostici anch’essi portatori di un’identità ancorata al diritto di libertà religiosa e di coscienza. In un quadro così complesso il diritto di libertà religiosa si pone, dunque, come strumento di libertà per i singoli e gruppi, come cartina tornasole di una democrazia costituzionale matura ed efficiente capace di assicurare a tutti – e, dunque, anche alle religioni ed ai “gruppi filosofici” secondo le rispettive specificità- la piena partecipazione alla vita pubblica, alla costruzione della “casa comune”.

Il libro di storia e di diritto. Per quale pubblico?

Per chi voglia approfondire un cammino ricco e affascinante, fatto di grandi traguardi, di ingegnosi e coraggiosi accomodamenti ma anche di battute d’arresto e salite affannose. La storia offre il contesto all’esperienza giuridica, alla decisione politica e determina l’angolo prospettico da cui guardare alla libertà religiosa. Quest’ultima, infatti, vive da sempre un movimento, per così dire, pendolare, ora esprimendo con più decisione una vocazione “personalistica”, di protezione pluralistica delle coscienze religiose individuali e collettive ora risentendo maggiormente, invece, di una impostazione più “statocentrica” e, dunque, funzionale alle esigenze – e alle paure – delle maggioranze rivelando, così, un volto preoccupato e spesso ripiegato. E’ proprio quest’ultimo volto che è emerso con più evidenza nell’ultimo decennio, segnato da un confronto con l’islam che tanto ha influito nel ridefinire il volto del diritto della libertà religiosa europea ed italiana e nel rimettere in discussione il cammino di concretizzazione del diritto di libertà religiosa così come delineato dal costituzionalismo del secondo dopoguerra.

Lei parla di paradigma cattolico, che cosa intende con questo concetto ‘L’Italia, è una Nazione-Stato più che uno Stato-Nazione’?

La coesione civile è stata affidata più alla condivisione di una cultura – e di una religione – comuni che al ruolo espressamente attribuito alle istituzioni politiche, ai circuiti classici della decisione politica. Si tratta di una realtà che ogni giorno risalta con evidenza. L’essere Nazione-Stato ha i suoi pregi (uno stato tendenzialmente “modesto” e non monopolista del dibattito sociale e delle identità civiche) ma anche i suoi limiti, in particolare quando le sfide del pluralismo esigono proprio dalla politica risposte chiare in ordine alla protezione ed alla concretizzazione dei diritti posti alla base del patto costituzionale. Il modello italiano di libertà religiosa, inoltre, si è costruito in relazione alla Chiesa cattolica e, dunque, confrontandosi con una presenza istituzionale del tutto peculiare. Ora, questo modello, di cui nel libro cerco di illustrare i caratteri di confessionalità, bilateralità e tendenza all’accomodamento gerarchico, deve armonizzarsi con un principio di laicità che, pur nato proprio dall’incontro tra Costituzione e cattolicesimo, viene declinato come principio giuridico quale garanzia di un pluralismo ad ampio spettro. Pluralismo la cui piena e necessaria metabolizzazione richiede coraggio non solo da parte delle pubbliche autorità ma anche della stessa Chiesa cattolica.

Le sfide del futuro. Pluralismo religioso e culturale. Quale libertà religiosa per il XXI secolo per dare compimento ad un percorso interrotto?

Il cammino si riprenderà riattribuendo al diritto di libertà religiosa la centralità che gli è stata assegnata dalla Costituzione e dalla Corte costituzionale nel momento in cui ha individuato proprio nella laicità un principio supremo dell’ordinamento costituzionale. Si tratta, innanzitutto, di riappropriarsi del significato “autentico” di una laicità costituzionale troppo spesso condizionata dai due “opposti estremi” della laicità “anticlericale” e della cosiddetta sana laicità. Rimettere al centro il diritto di libertà religiosa equivale, in realtà, in un’epoca così drammaticamente condizionata da gravi problematiche economiche, ricordarsi della centralità della persona, con le sue profonde esigenze identitarie che nell’età dei “diritti sostanziali” interpellano con urgenza tutta la società. Si tratta, dunque, di una libertà “costosa”, come tutti i diritti, ma il cui prezzo rappresenta una garanzia basilare di pace e convivenza civile. Continuare a dimenticarlo (quando il parlamento italiano si deciderà a dotare il nostro Paese di una legislazione organica in materia superando quel che resta della normativa sui “culti ammessi” del 1929-1930?) ha, in realtà, costi ancora più alti.

In rete di diritto

Internet come un diritto la cui lesione va risarcita. Internet che in Friuli c’è e non c’è, in alcuni luoghi svolazza in altri brancola nelle sabbie mobili di strutture che invidiano il tram di Opicina… Friuli che vorrebbe dirsi all’avanguardia di un’Italietta… tecnologicamente e generalmente parlando… L’articolo qui sotto è preso da La stampa, che a sua volta ha come fonte The Verge.

internet-lento_b_97373.jpg“Anche la Germania ha decretato che i consumatori hanno il diritto a essere risarciti quando la loro connessione Internet viene interrotta. Un giudice della corte di giustizia federale tedesca di Karlsruhe ha sentenziato ieri che Internet è una parte essenziale della vita. La sentenza è arrivata in risposta a un cittadino che ha fatto causa al suo fornitore Internet perché la sua connessione è stata interrotta per due mesi tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009. Secondo il giudice, il valore di Internet è come quello di un’auto: “Internet ha un ruolo molto importante oggi e influisce sulla vita privata di un individuo in maniera decisiva, perderne l’uso è paragonabile alla perdita dell’uso della propria auto”. Verdetti simili sono già state emesse da tribunali in Francia (nel 2009 l’accesso a Internet è stato decretato “un diritto umano”, bocciando la controversa legge anti-pirateria “Hadopi” che toglieva la connessione a chi scaricava contenuti protetti da copyright) e in Finlandia (subito dopo, quando il ministero dei trasporti e delle telecomunicazioni ha annunciato il piano di fornire a tutti i cittadini 100Mb di connessione a banda larga entro il 2015, perchè “un diritto legale”): adesso ci è arrivata la Germania. A quando l’Italia?”

Lettera agli uomini

I rischi della rete. L’attenzione per i soggetti deboli. Il ruolo degli adulti, della scuola e degli educatori. La diversa percezione dell’uomo e della donna, anzi, del maschio e della femmina. L’articolo è di Alessandro D’Avenia, pubblicato su La Stampa la scorsa settimana. Lo leggeremo in classe e ne parleremo.

“Uomini. Adulti e giovanissimi. È a voi che scrivo queste righe. A voi che siete convinti debolezza.jpgche la carne di una ragazza sia il tiro a bersaglio della vostra debolezza. A voi che pensate di poter giocare con la dignità di una ragazzina soltanto perché è una ragazzina.

Prima Amanda Todd. All’inizio di ottobre in Canada. Quindici anni. Si uccide perché un trentenne che l’ha circuita via web ha pubblicato su Facebook le foto di lei in topless. Nessuno sa chi è il colpevole e ci devono pensare gli hacker di Anonymous a scovarlo. Però uno pensa: son cose che succedono solo in America. Ma adesso è toccato a Carolina, nella italianissima Novara. Quattordici anni e un tuffo dal balcone per sfuggire alla persecuzione di un video o di una foto pubblicati sul web e sui social network, in cui lei è protagonista. Ma perché dico protagonista? In quel video era con un ragazzo, ma naturalmente lui non deve vergognarsi, perché lui è maschio, può permettersi quel che vuole. Poco importa se fosse il suo ragazzo o meno: il punto è che lui è maschio, quindi in ogni caso, non deve vergognarsi di nulla e nessuno ha nulla da dirgli. Tanto meno quelli che hanno girato quel video o scattato quelle foto per infierire su quella carne che magari poco prima avevano desiderato.

La fragilità di Carolina è terreno fertile per maschi che per sentirsi tali ne hanno fatto il facile pasto della loro inadeguatezza e frustrazione. Se al centro dell’attenzione ci fosse stato un ragazzo, gli altri, invece di trasformarsi in branco violento, gli avrebbero fatto anche i complimenti. Servono vittime al maschilismo consumista della nostra non-cultura. E le vittime sono quelle che si portano addosso i segni della vittima: chi meglio di una ragazzina?

Carne fresca per sfogare la violenza repressa e mai riconosciuta dentro di sé, abbandonata da un dibattito culturale preoccupato più dello spread e delle vacanze della Minetti che della famiglia e della scuola, che fanno acqua da tutte le parti. A poche settimane dal voto, mi sarebbe piaciuto ascoltare un politico, uno solo, parlare dell’emergenza educativa in cui siamo piombati, a motivo della crisi di famiglia e scuola. La crisi non è solo economica: i genitori non hanno soltanto il problema di pagare le rate, ma di proteggere i figli in e fuori dalla rete. Non basta pareggiare un bilancio per costruire il bene di un Paese.

Guardando al passato, la società della vergogna era quella omerica, in cui il rapporto faccia a faccia tra i componenti non tollerava alcun errore che ledesse la dignità eroica dell’individuo: “essere” si riduceva ad apparire degni del proprio ruolo e l’occhio degli altri era giudice severissimo. Non è cambiato granché. Una nuova società della vergogna sta emergendo con i social network. Facebook e Twitter, grandi protagonisti della vicenda di Amanda e Carolina, possono essere usati come strumenti di una gogna digitale incontrollabile, scatenano il tam tam sulla vittima designata e i lapidatori si addensano attorno alla preda, in attesa che qualcuno scagli la prima pietra, perché la violenza – si sa – è piuttosto gregaria.

Non trovo molta misericordia nei social network, ma più spesso l’occhio implacabile del gossip famelico e invidioso. Insomma, Facebook e Twitter se usati male alimentano una nuova società della vergogna, in cui siamo misericordiosi con noi stessi e carnefici con gli altri. Ma il problema non è solo nei social network, strumento che si presta alla logica femminicida né più né meno di quanto un coltello ad un omicidio, il problema è una cultura che uccide la donna, prima ancora che materialmente, spiritualmente: spogliandola e paragonandola ad oggetti, soggiogandola con offese verbali e fisiche, per il solo fatto di essere donna. Con o senza sfumature di grigio.

Colgo spesso nelle mie alunne la paura di un maschio aggressivo, offensivo, violento, anche solo verbalmente. Colgo in alcuni ragazzi il virus di chi pensa che la virilità sia forza per colpire, anziché forza per proteggere.

Lo ripeto, il problema è educativo. È in crisi, da un po’ troppo tempo, il rispetto della dignità della persona. Una cultura che non riconosce la dignità della vita quando è fragile non può che fare violenza alle donne. Il vero femminicidio, e qualsiasi tipo di violenza, non si palesa all’improvviso ma comincia lì, dall’educazione ricevuta da bambini e adolescenti a scuola e soprattutto a casa. Carolina era il bersaglio perfetto: si è uccisa perché fragile, ma quanta della sua fragilità suicida non è il risultato di un mancato ascolto da parte di chi era intorno a lei?”

Anni luce

Quando leggo queste cose penso agli anni luce, alla distanza enorme che in certi posti si deve ancora percorrere per riuscire a parlare e soprattutto ad attuare diritti e libertà la cui lesione viene nascosta dietro a scuse banali e puerili. Da Rainews24, o da ovunque in rete…

“Attivisti e commentatori lo hanno già ribattezzato ‘guinzaglio elettronico’. E’ il nuovo sms arabia.jpgsistema messo a punto dalle autorità saudite per avvertire tramite sms i mariti se le loro mogli stanno lasciando il Paese. Ciò che le donne del regno – ma anche di diversi altri Paesi della regione – non possono fare senza l’autorizzazione del consorte o, in alternativa, di un altro uomo ‘guardiano’ della famiglia, sia esso padre o fratello. Le reazioni sono state immediate su Twitter, anche da parte di molte donne saudite, dopo che, nei giorni scorsi, la notizia è emersa grazie ad un marito che ha avvertito Manal El Sherif, una attivista diventata famosa a livello internazionale per aver avviato una campagna per chiedere che venga riconosciuto anche alle donne saudite il diritto di guidare l’automobile. L’uomo stava partendo dall’aeroporto internazionale di Riad insieme alla moglie quando, appena passato il controllo passaporti, si è visto avvertire sul cellulare che la donna, appunto, era in procinto di imbarcarsi. Che una donna non possa lasciare il Paese senza il permesso di un maschio della famiglia è una legge in vigore non solo in Arabia Saudita, ma in diversi altri Paesi arabi, compreso il Libano, dove si applica anche alle cristiane. Così come in un Paese non arabo come l’Iran, dove, paradossalmente, è toccato anche a qualche italiano dover recarsi all’ufficio passaporti per concedere l’autorizzazione all’espatrio alla moglie iraniana. L’avviso diffuso via sms, però, è una novità ed ha “stupito anche molti padri e mariti, specialmente perché‚ stavano viaggiando proprio insieme alle figlie e alle mogli” quando lo hanno ricevuto, sottolinea il sito di notizie Arab News. Colte in contropiede dalle reazioni, le autorità hanno cercato di giustificarsi affermando che la nuova pratica non è intesa a limitare ancor più i diritti delle donne nel Paese. “Non vogliamo legare le donne ai loro guardiani maschi, si tratta soltanto di un servizio alla comunità, come quelli con cui inviamo informazioni sulla scadenza del passaporto, i visti o altro”, ha detto Badr Al Malik, portavoce del Dipartimento passaporti. Tali spiegazioni non hanno messo fine all’ondata di proteste e commenti sarcastici su Twitter. “Una donna non è una minorenne”, ha affermato Samia Al-Amoudi, una docente dell’università Re Abdul Aziz. Un gruppo per i diritti delle donne parla di “nuovo, folle livello di restrizioni”. Mentre qualcuno ci scherza suggerendo di fare al gatto per Natale “un regalo da saudita, un guinzaglio elettronico”.”

Disposte a tutto?

Essere disposti a tutto pur di lavorare? Non sempre. E’ quello che emerge da questo articolo di Gian Antonio Orighi su La stampa. L’offerta per molte donne spagnole è allettante, ma al di là del fatto di vivere lontane da casa (in Arabia), a preoccupare è il rispetto dei diritti fondamentali.

“In una Spagna massacrata dalla disoccupazione (il 25%, la più alta della zona Ue), è women-of-saudi-arabia-2.jpgarrivata dall’Arabia Saudita un’ offerta da mille ed una notte: impiego immediato per 100 mila infermiere. Stipendio da favola: 3.500 euro al mese esentasse, viaggio andata e ritorno gratis, alloggio pagato, 54 giorni di ferie annue. Ma il Consejo General de Enfermería (CGE, l’associazione degli infermieri iberici), ha risposto picche, nonostante le disoccupate siano 16.375. La ragione di un, a prima vista, inspiegabile niet? “La condizione della donna in quelle terre”, ha spiegato Máximo González Jurado, presidente del CGE.

Il divieto non è obbligatorio per professioniste che per ottenere il titolo devono studiare 4 anni all’università più due di specializzazione. E infatti ci sono già infermiere spagnole a Riad e in altre città saudite. Lo stipendio è buono, ma la vita per donne che in patria godono di una grande libertà, è molto diversa. Amaia Ibarrola lavora da un anno nel King Faisal Specialist Hospital di Riad. “Le mie uniche spese sono il vitto, molto economico, e Internet. E, se faccio anche le guardie, arrivo sui 4 mila euro al mese – racconta questa infermiera di 31 anni-. Ma, sull’altro piatto della bilancia, c’è la vita sociale negata. Dobbiamo portare sempre la “abaya” (la tunica nera che copre dal collo al piedi, ndr), con il jihab in testa. Non possiamo mostrare né le braccia né le ginocchia, e neppure indossare jeans o vestiti strecht. Non solo: non possiamo guidare l’auto né parlare con gli uomini. E la “mutawa”, la polizia religiosa, ci controlla dappertutto”. Se Amaia fa di necessità virtù, anche perchè guadagna in doppio che in patria, tante altre sue colleghe scartano un Paese islamico che nega i diritti delle donne. “Non ci vado in Arabia Saudita, incontrerei ostacoli che impedirebbero la mia vita personale. Preferisco l’Australia”, dice Eva García, segoviana di 52 anni.”