“Qualche anno fa mi aveva colpito il cortometraggio «Il circo della farfalla». E’ lungo per proporlo interamente e allora mostro questo video che riguarda sempre la testimonianza di Nick Vujicic. Mi hanno stupito la sua forza di volontà, il suo voler continuare a lottare, la fiducia.” Queste sono state le parole di M. (classe quarta) e questo il video che ha fatto conoscere ai compagni di classe:
Aggiungo una citazione dello stesso Vujicic e il video del cortometraggio di cui è stato protagonista: “Non dovete mai pensare che basti semplicemente credere in qualcosa. Va bene credere nei propri sogni, ma bisogna agire affinché si realizzino. Si può avere fiducia nei propri talenti e fede nelle proprie capacità, ma se non si fa nulla per svilupparli e sfruttarli, quale utilità avranno? Forse vi ritenete persone buone e gentili, ma se non trattate gli altri con bontà e gentilezza, dov’è la prova di ciò che asserite? Ognuno di noi può scegliere di credere o di non credere. Ma se avete scelto di credere (non importa in cosa), dovete assolutamente agire. In caso contrario, perché credere?”
Sul filone del post “Appuntamento con lei” della scorsa settimana, oggi mi soffermo su una vecchia canzone che Enrico Ruggeri ha scritto per Fiorella Mannoia. Parto dalla seconda strofa perché sintetizza quello che molte studentesse e studenti di prima affermano quando parlano di cosa sia importante per loro nell’amore: il saper comunicare, il dirsi le cose, il rimanere innamorati con gli occhi dei primi istanti… “Ma se domani io mi accorgessi che ci stiamo sopportando e capissi che non stiamo più parlando ti guardassi e non ti conoscessi più”. Ruggeri elenca i rischi di una relazione stantia, appiattita sulla routine e sull’abitudine e propone la sua ricetta: “io dipingerei di colori i muri e stelle sul soffitto, ti direi le cose che non ho mai detto, che pericolo la quotidianità e la tranquillità”. Nella prima strofa si era anche ipotizzato che tale amore potesse finire: “Se una mattina io mi accorgessi che con l’alba sei partito con le tue valigie verso un’altra vita”. Cosa succederebbe? Forse in molti se lo chiedono. Ruggeri risponde. “riempirei di meraviglia la città, ma forse dopo un po’ prenderei ad organizzarmi l’esistenza, mi convincerei che posso fare senza, chiamerei gli amici con curiosità e me ne andrei da qua. Cambierei tutte le opinioni e brucerei le foto con nuove convinzioni mi condizionerei, forse ringiovanirei e comunque ne uscirei, non so quando, non so come”. Mi viene in mente la risposta che ho dato l’altro giorno ad una alunna sul “mal d’amore” e in cui avevo tirato dentro il Dottor Tempo che riesce a sanare le ferite; anche nella canzone c’è la fiducia, c’è la speranza, non ben definite, certo, ma ci sono. Eppure non è sempre così facile vederle, soprattutto quando si hanno 15 anni e un rapporto che entra in crisi o una storia che finisce fanno oscurare il cielo con le nubi più cupe e pare che il sole non debba sorgere più.
Le parole finali della canzone mi riportano a una delle cose per me più importanti nella coppia: la fiducia, senza la quale non sarei in grado di amare. “Tu dormi e non pensare ai dubbi dell’amore ogni stupido timore è la prova che ti do e rimango e ti cerco”.
Pubblico un altro racconto, questa volta appartenente alla tradizione indiana, tratto da questo sito. Camminare sull’acqua
Un brahmano aveva costruito il suo eremo vicino al grande fiume. Tutti i giorni arrivava una ragazza che attraversava il fiume con un traghetto e gli portava un po’ di latte da parte del pastore che abitava sulla riva opposta. Talvolta era in ritardo e ciò irritava il brahmano. La ragazza si scusava: «Succede che devo aspettare il traghetto perché è ancora dall’altro lato o è appena partito». «Il traghetto? Stupidaggini!» esclamò il brahmano con disprezzo, e spazientito continuò: «Figliola, con il nome di Dio nel cuore e sulle labbra, un uomo che crede può camminare sulle onde del mare sconfinato e circolare delle morti e delle rinascite senza fine, per giungere alla lontana sponda della liberazione. E lo scorrere dell’acqua di un fiume è sufficiente a fermare il tuo piede?» La ragazza stava davanti al sant’uomo ammutolita e piena di vergogna. Si inchinò al suo cospetto, prese la polvere che stava ai suoi piedi e se la mise sulla fronte.
L’indomani la ragazza arrivò puntuale con il latte e così anche nei giorni successivi. Il brahmano fu soddisfatto dello zelo e dopo qualche tempo le chiese: «Come fai ad arrivare sempre così puntuale?» La ragazza rispose: «Signore, faccio come tu mi hai detto. Con il nome di Dio nel cuore e sulle labbra, cammino con fede sull’acqua, senza che il mio piede affondi. Non ho più bisogno del traghetto».
Il brahmano si meravigliò in silenzio per il potere prodigioso del nome di Dio in una creatura così semplice; non se ne fece accorgere e commentò: «Bene. Voglio venire con te per vederti camminare sull’acqua; voglio attraversare il fiume insieme a te». Era curioso: come faceva la ragazza a compiere il miracolo? Se davvero la giovane aveva successo, sicuramente anche lui ce l’avrebbe fatta.
Giunti alla sponda, le labbra della ragazza presero a muoversi silenziosamente; il suo sguardo era rivolto verso un punto lontano. La giovane mormorava continuamente il nome di Dio e, leggera come una piuma, cominciò a scivolare sull’acqua. La corrente fluiva veloce e gorgogliante sotto di lei senza spruzzarla; le piante dei piedi non sembravano toccarla.
Il brahmano stupefatto alzò un po’ la veste, cominciò a sussurrare il nome di Dio e pose il piede sull’acqua. Ma non riuscì a restare accanto alla ragazza che, come una rondine, sembrava volare dolcemente. Stava per annegare. La giovane se ne accorse, scoppiò in una fragorosa risata e gridò, allontanandosi: «Non meravigliarti se stai affondando! Come può il nome di Dio farti camminare sull’acqua, se quando lo chiami ti sollevi la veste perché temi di bagnarne l’orlo?» (Heinrich Zimmer – Racconti dall’India)
“Dalla prima infanzia alla tomba qualcosa in fondo al cuore di ogni essere umano, nonostante tutta l’esperienza dei crimini compiuti, sofferti e osservati, si aspetta invincibilmente che gli venga fatto del bene e non del male. E’ questo anzitutto che è sacro in ogni essere umano” (Simone Weil)
Uno dei libri che sto leggendo in questo periodo è “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee. Riporto due citazioni sul significato della sconfitta e della vittoria, sul non arrendersi, sul dare tutto se stessi nei vari ambiti della vita, da quello semplicemente sportivo a quello della vita di ogni giorno, dalla scuola al lavoro, dallo studio ai legami affettivi…
“Non è una buona ragione non cercare di vincere per il semplice fatto che si è battuti in partenza” (pag. 83)
“Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare ugualmente e arrivare sino in fondo, qualsiasi cosa succeda. E’ raro vincere, in questi casi, ma qualche volta succede” (pagg 119-120).
Sabato sono stato a un convegno sulle mafie in Friuli Venezia Giulia e durante la pausa pranzo, col freddo che faceva e la pioggia battente, dopo essermi rifocillato, sono andato a fare un giretto in libreria. Uno dei libri che ho comprato è un testo di Alda Merini che avevo dovuto riporre, per motivi economici, a inizio gennaio, nell’ultima visita alla Feltrinelli. Ebbene, nella prima poesia che ho letto c’è così tanta ricchezza e sensibilità che potrei fermarmi lì col semplice pensiero “ne è valsa la pena”: fulminante! Questo è quello che vorrei essere in grado di dire quando qualche studente mi chiede: “ma prof, lei, che Gesù conosce?”. Questo è il Gesù di cui vorrei sentir parlare più spesso.
In prima abbiamo parlato, o stiamo parlando, della solitudine, nei suoi aspetti positivi e negativi, e delle relazioni. Abbiamo anche detto che nel vivere le relazioni è da mettere in conto la possibilità di prendere qualche “travata” sui denti, di vivere qualche delusione che a volte ci porta a dire “basta, non ne voglio più sapere degli altri, mi chiudo in me stesso”. Questa chiusura, simile a quella del signor Gustavson, protagonista del racconto letto in classe, ci mette al riparo da alcune delusioni possibili, ma non ci permette di sperimentare alcune cose: il brivido di una persona che ci dice “ti voglio bene”, il silenzio di un segreto condiviso, il calore di un abbraccio, l’emozione di un ritrovarsi… Il poeta messicano Eduardo Lizalde ha scritto una poesia, dal titolo Amore, in cui paragona il rapporto d’amore a un incontro di pugilato e ci dà la sua strategia per uscirne vincenti ma tremendamente infelici.
La regola è questa:
dare solo l’essenziale,
ottenere il massimo,
non abbassare la guardia,
mettere i colpi a tempo,
non arrendersi,
e non combattere corpo a corpo,
non scoprirsi in alcuna circostanza
né scambiare colpi con il sopracciglio ferito;
non dire mai “ti amo”, sul serio,
all’avversario.
È la migliore strategia
per essere eternamente infelice
e vincitore
senza rischi apparenti.
E’ possibile che non ci sia altra strategia? Altra possibilità? Che sia solo questa la possibilità per far funzionare le cose? Calcolare al millimetro i pro e i contro? Non sprecare energie? Ottenere senza dare? Stare sulla difensiva? Non fare mai un passo indietro? Scrive Bertrand Russell: “Temere l’amore è temere la vita, e chi teme la vita è già morto per tre quarti”.
Di mio non sono una persona sospettosa. Non che mi fidi di chiunque inopinatamente, ma non parto dal presupposto che la persona con cui ho a che fare voglia fregarmi. Eppure, a volte, avverto puzza di bruciato e il mio naso mi avvisa. Nell’ultima settimana mi è capitato ben due volte, e in entrambe le occasioni l’olfatto non ha mentito. La cosa mi preoccupa: o devo stare più attento e fidarmi di meno (chissà quante volte non mi sono accorto di nulla) o devo farci l’abitudine perché è così che vanno le cose e “tutti ti vogliono fregare”. Scarto immediatamente la seconda ipotesi: non mi appartiene, non ne sarei capace. Resta la prima, che penso ora di indossare senza però i panni stretti di chi vede complotti ovunque. Mi faccio aiutare da questo articolo di Angelo Panebianco su Sette del sette dicembre.
“Le teorie cospirative della storia non passano mai di moda. Conoscono anzi una più larga diffusione nelle fasi turbolente, segnate da maggiore angoscia e incertezza sulle prospettive future. Come quella che stiamo ora vivendo. Ce n’è per tutti i gusti. C’è la sempre presente “congiura degli ebrei” e c’è la “congiura dei musulmani per impadronirsi dell’Europa”. C’è la congiura ordita dai circoli dell’imperialismo americano, c’è quella che fa capo alle multinazionali, c’è quella dei tedeschi per sottomettere economicamente l’Europa e mangiarsela in un boccone. Comincia a fare capolino qua e là anche la congiura dei cinesi per impadronirsi del mondo. Coloro che hanno contratto questa malattia presentano gli stessi sintomi. Pensano che tutto ciò che accade sia il frutto di n diabolico disegno, del piano di qualche rappresentante del Male onnipotente e onnisciente. Pensano ce la storia sia riducibile a una trama che segue un copione già scritto con largo anticipo dai suddetti rappresentanti del Male. Trattengono nella loro mente le informazioni che sembrano confermare il diabolico disegno di cui sopra mentre ignorano, o distorcono, ogni informazione che possa far dubitare della sua esistenza.
E’ troppo facile attribuire i successi che riscuotono le teorie del complotto alla credulità e alla stupidità. Pur senza negare che la stupidità svolga un ruolo importante nelle vicende umane, va detto che tale spiegazione è semplicistica. Il problema è che tante persone si sentono angosciate di fronte alla complessità del mondo che le circonda, hanno bisogno, per ritrovare un po’ di sicurezza, di uno strumento interpretativo della realtà capace di trasformare miracolosamente la complessità in semplicità, e l’ambiguità in chiarezza. Le teorie cospirative rendono semplice il complicato: c’è un gruppo di malvagi, assetato di potere e di sangue, e nulla di spiacevole accade che non porti la sua firma. Grazie alla teoria del complotto il soggetto che la abbraccia ottiene due benefici: l’illusione di aver capito tutto e l’identificazione del malvagio, il responsabile di ogni male. La fragilità intellettuale di chi sposa una (qualsiasi) teoria del complotto è evidente. Ma non si può essere indulgenti. Queste pseudo-teorie vanno sempre rintuzzate con la massima energia. Perché sono, e sono sempre state, generatrici di violenza.”
Prendersi cura, sentire i dolori degli altri come dolori propri, fare un pezzo di strada con l’altro nel senso di condividerne le sorti, le avventure fino a provare le stesse emozioni, o quantomeno intuirle.
Mi sono venuti in mente due personaggi biblici ascoltando la canzone “Luce” cantata da Fiorella Mannoia e scritta da Luca Barbarossa: il samaritano che si preoccupa in maniera sovrabbondante del malcapitato che incontra per strada (“Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.” Lc 10, 33-35) e il giovane ricco (“Il giovane gli disse: «Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi».” Mt 16, 20-21). Quello che fa Gesù è evidenziare due modi di essere in sintonia con gli altri per riuscire a sentire come propri i figli degli altri, le loro ferite come il proprio dolore, la loro terra come la propria perché ogni vita merita amore. “Fa’ che non sia una follia credere ancora nelle persone… fa’ che non si perda tutto questo amore”.
Non c’è figlio che non sia mio figlio, né ferita di cui non sento il dolore,
non c’è terra che non sia la mia terra e non c’è vita che non meriti amore.
Mi commuovono ancora i sorrisi e le stelle nelle notti d’estate,
i silenzi della gente che parte e tutte queste strade.
Fa’ che non sia soltanto mia questa illusione
fa’ che non sia una follia credere ancora nelle persone.
Luce, luce dei miei occhi dove sei finita, lascia che ti guardi, dolce margherita.
Prendi la tua strada e cerca le parole, fa’ che non si perda tutto questo amore, tutto questo amore.
Non c’è voce che non sia la mia voce, né ingiustizia di cui non porto l’offesa,
non c’è pace che non sia la mia pace e non c’è guerra che non abbia una scusa,
non c’è figlio che non sia mio figlio, né speranza di cui non sento il calore,
non c’è rotta che non abbia una stella e non c’è amore che non invochi amore.
Luce, luce dei miei occhi vestiti di seta, lascia che ti guardi, dolce margherita.
Prendi la tua strada e cerca le parole, fa’ che non si perda tutto questo amore.
Luce, luce dei miei occhi dove sei finita, lascia che ti guardi, dolce margherita.
Prendi la tua strada e cerca le parole, fa’ che non si perda tutto questo amore, tutto questo amore.