Gemme n° 160

Ho portato una poesia che viene recitata alla fine del film Papà ho trovato un amico. La trovo molto emozionante.

Salice piangente con lacrime a forma di ramo,
perché piangi e non rispondi se ti chiamo?
E perché un giorno lui ti ha dovuto lasciare?
E perché non è potuto restare?

Sulle tue fronde si arrampicava e con la sua piccola mano leggera ti accarezzava.

Nella tua ombra vinceva l’estate, pensavi fossero eterne le sue risate?

Smetti di piangere salice piangente, perché questo piangere non servirà a niente.
Credi che la morte te lo abbia tolto, che non tornerà mai.
Ma cercalo nel tuo cuore, lo ritroverai”.

Questa la gemma di F. (classe quarta). Pubblico il pezzo di film da cui è tratta:

Questa, invece, è una canzone di Vasco Rossi che ha una storia lunga. Metto anche il testo, si intitola “La favola antica”. Mi sembra che possano essere colte delle somiglianze.

C’era una volta una favola antica quasi da tutti ormai dimenticata
che continuava a volare nell’aria aspettando colui che l’avrebbe di nuovo narrata
era una favola vecchia era un poco svanita come un barattolo di aranciata aperta
ma non voleva rassegnarsi e cercava di “non dimenticarsi”!

Parlava di una bambina bionda che non voleva dormire da sola
e la sua mamma poverina doveva starle sempre vicina
Un giorno venne una bella signora tutta vestita di luce viola
prese la mamma per la mano e la portò lontano, lontano
La bimba pianse cento sere poi si stancò e si addormentò
Quando il mattino la venne a svegliare con un bellissimo raggio di sole
vide la mamma poverina che sotto un albero dormiva
e la signora vestita di viola disse “non devi più avere paura… di restare sola”

C’era una volta una favola antica quasi da tutti ormai dimenticata
che continuava a volare nell’aria aspettando colui che l’avrebbe di nuovo narrata
era una favola vecchia era poco svanita come un barattolo di aranciata aperta
e per non essere dimenticata diventò vera… diventò! oh oh oh! … la vita!

Gemme n° 154

«La morte non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu. Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora. Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste. Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami!
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza. Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata. Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace.»
Questa poesia di Sant’Agostino mi è stata data da mio padre quando è mancata una persona cara. La dedico a lei e a tutte le persone che stanno vivendo una perdita. E’ importante non dimenticare le persone che perdiamo, ci stanno sempre vicine.”
Ecco la gemma di C. (classe seconda).
In un tratto della canzone “L’arcobaleno” Adriano Celentano canta delle parole che richiamano i pensieri e le emozioni di Mogol mentre pensa allo scomparso Lucio Battisti. Il rimando al brano di Sant’Agostino mi sembra evidente:

Mi manchi tanto amico caro davvero
e tante cose son rimaste da dire
ascolta sempre solo musica vera
e cerca sempre se puoi di capire.
Son diventato sai il tramonto di sera
e parlo come le foglie di aprile
e vibro dentro ad ogni voce sincera
e con gli uccelli vivo il canto sottile
e il mio discorso più bello e più denso
esprime con il silenzio il suo senso”.

Gemme n° 140

BraccialettoSinceramente all’inizio non sapevo cosa portare come «gemma», ma sicuramente avrei raccontato ai miei compagni la storia di un oggetto che simboleggia un bel momento della mia vita e magari molto di più. E’ questo braccialetto, che mia mamma mi aveva comprato circa un anno e mezzo fa. Era l’estate del 2013, i miei genitori, mio fratello ed io siamo andati in Sicilia. Non mi ricordo questa vacanza nei minimi dettagli ma ho comunque il vivido ricordo di due settimane fantastiche in compagnia della mia famiglia. E’ grazie a loro se mi trovo qua a raccontarvi una banale storia su questo oggetto attorno al mio polso, comprato in una piccola baracca in un paese di cui non ricordo nemmeno il nome. Credo che dentro questo braccialetto (ma anche in molti altri oggetti) siano rinchiusi tutti gli affetti che mia mamma mi dà ogni giorno. Credo che per ogni persona la propria madre sia una delle persone più importanti del mondo. Oltre a considerarla «mamma» la considero anche come «amica», le chiedo dei consigli e lei mi aiuta in qualsiasi situazione, sia negativa che positiva. Purtroppo ci sarà, prima o poi, un momento in cui dovrò separarmi da lei, sarà difficile anzi, difficilissimo, ma grazie a mia mamma riuscirò a cavarmela!”. Così E. (classe terza) ha motivato la scelta della sua gemma. Mi limito a fornirle la colonna sonora:

Le rose blu

https://www.youtube.com/watch?v=0oMJ23Z9H8c

LE ROSE BLU (Roberto Vecchioni, Di rabbia e di stelle)
Vedi, darti la vita in cambio sarebbe troppo facile,
tanto la vita è tua e quando ti gira la puoi riprendere;
io, posso darti chi sono, sono stato o chi sarò,
per quello che sai, e quello che io so.
Io ti darò tutto quello che ho sognato, tutto quello che ho cantato,
tutto quello che ho perduto, tutto quello che ho vissuto,
tutto quello che vivrò,
e ti darò ogni alba, ogni tramonto, il suo viso in quel momento
il silenzio della sera e mio padre che tornava io ti darò.
Io ti darò il mio primo giorno a scuola, l’aquilone che volava
il suo bacio che iniziava, il suo bacio che moriva io ti darò,
e ancora sai, le vigilie di Natale quando bigi e ti va male,
le risate degli amici, gli anni, quelli più felici io ti darò.
Io ti darò tutti i giorni che ho alzato i pugni al cielo
e ti ho pregato, Signore, bestemmiandoti perché non ti vedevo,
e ti darò la dolcezza infinita di mia madre,
di mia madre finita al volo nel silenzio di un passero che cade,
e ti darò la gioia delle notti passate con il cuore in gola,
quando riuscivo finalmente a far ridere e piangere una parola…
Vedi, darti solo la vita sarebbe troppo facile
perché la vita è niente senza quello che hai da vivere;
e allora, fa che non l’abbia vissuta neanche un po’,
per quello che tu sai, e quello che io so.
Fa che io sia un vigliacco e un assassino, un anonimo cretino,
una pianta, un verme, un fiato dentro un flauto che è sfiatato
e così sarò, così sarò,
non avrò mai visto il mare non avrò fatto l’amore,
scritto niente sui miei fogli, visto nascere i miei figli che non avrò.
Dimenticherò quante volte ho creduto e ho amato, sai,
come se non avessi amato mai,
mi perderò in una notte d’estate che non ci sono più stelle,
in una notte di pioggia sottile che non potrà bagnare la mia pelle,
e non saprò sentire la bellezza che ti mette nel cuore la poesia
perché questa vita adesso, quella vita non è più la mia.
Ma tu dammi in cambio le sue rose blu
fagliele rifiorire le sue rose blu
Tu ridagli indietro le sue rose blu.
Sono tre i personaggi di questo brano: chi parla, Dio e un lui che compare solo negli ultimi tre versi della canzone. E’ una preghiera, una richiesta che Vecchioni pone a Dio, un’offerta. Dare la vita non sarebbe difficile, non sarebbe neppure un regalo visto che è stato Dio a darla all’uomo (“tanto la vita è tua e quando ti gira la puoi riprendere”). Quello che il cantante vuol dare a Dio è la sua esistenza, è quello che lui ha vissuto e che vivrà, le sue esperienze, i suoi sogni, le sue canzoni, i suoi ricordi del padre e della madre, i suoi amori, i suoi rapporti, i suoi affetti, i suoi dolori, i giorni della ribellione… Senza queste cose la vita sarebbe nulla a pertanto sarebbe anche facile darla a Dio. Senza queste cose l’uomo si svuoterebbe di senso, il “fiato dentro a un flauto sfiatato”. Allora l’offerta è davvero grande, importante, preziosa, l’unica offerta che un uomo può fare per cercare di ottenere qualcosa di importante da Dio, addirittura qualcosa che non si potrebbe neppure ottenere (le rose blu in natura non esistono…).
Spiega Vecchioni: “Adesso farò una cosa che non è nemmeno una canzone… è molto di più… ed è una cosa nata in un momento di grande sofferenza nella vita di uno dei miei figli. Non credo che esista al mondo un dolore più grande di vedere soffrire una persona che si ama, soprattutto se è un figlio. Te ne stai lì, ti chiudi, il sangue che scorre, i nervi si accavallano, i muscoli fermi. E allora mandi una preghiera che sembra una bestemmia, o una bestemmia che sembra una preghiera, all’unica cosa che pensi che ti possa ascoltare, che poi si chiama Dio… E devi dare a Dio tantissimo per avere in cambio qualcosa per tuo figlio, non gli puoi dare in cambio solo la vita, è troppo facile… e allora gli dai in cambio tutto quello che hai vissuto, che è differente, come se non avessi mai amato, mai sognato, mai cantato, mai visto una donna, mai visto un bambino, mai visto la Primavera, mai visto il mare, come se non fossi mai nato oppure fossi nato ma come un lombrico, un verme, una schifezza di essere. E gli chiedi in cambio, per questo dare via tutto, quell’altra cosa. Perché arriva un momento che non te ne frega niente della bellezza della poesia, dei sogni e di tutte le piccole cose importanti che hanno fatto la tua esistenza”.

Gemme n° 117

leleganza-del-riccioHa presentato un libro come gemma G. (classe seconda): “L’eleganza del riccio”. “L’ho letto la scorsa estate, mi ha colpito perché tratta temi profondi”. Ha poi raccontato la vicenda ai compagni, cosa che non faccio qui per non rovinare la sorpresa a chi voglia leggerlo. “Desidero regalare una delle pagine che più mi sono piaciute”.
Non bisogna dimenticare.
Non bisogna dimenticare i vecchi con i corpi putrefatti, i vecchi vicinissimi a quella morte a cui i giovani non vogliono pensare. Non bisogna dimenticare che il corpo deperisce, che gli amici muoiono, che tutti ti dimenticano e che la fine è solitudine. E neppure bisogna dimenticare che quei vecchi sono stati giovani, che il tempo di una vita è irrisorio, che un giorno hai vent’anni e il giorno dopo ottanta.
Io ho capito molto presto che la vita passa in un baleno guardando gli adulti attorno a me, sempre di fretta, stressati dalle scadenze, così avidi dell’oggi per non pensare al domani…
In realtà temiamo il domani solo perché non sappiamo costruire il presente, e quando non sappiamo costruire il presente ci illudiamo che saremo capaci di farlo domani, e rimaniamo fregati perché domani finisce sempre per diventare oggi, non so se ho reso l’idea.
Quindi non bisogna affatto dimenticare. Occorre vivere con la certezza che invecchieremo e che non sarà né bello né piacevole né allegro. E ripetersi che ciò che conta è adesso: costruire, ora, qualcosa, a ogni costo, con tutte le nostre forze. Avere sempre in testa la casa di riposo per superarsi continuamente e rendere ogni giorno imperituro. Scalare passo dopo passo il proprio Everest personale, e farlo in modo tale che ogni passo sia un pezzetto di eternità.
Ecco a cosa serve il futuro: a costruire il presente con veri progetti di vita.”
Posto un video a commento, la canzone “Ora” di Jovanotti.

Gemme n° 116

giroHo portato il cappellino e i braccialetti del Giro d’Italia: mi riportano indietro di 4 anni e mi fanno ricordare mio nonno che non c’è più e questa passione che lui mi ha trasmesso. Da ammalato non poteva vedere le tappe e io, mentre facevo i compiti, ascoltavo le radiocronache e poi gliele raccontavo e lui era molto felice e ricambiava stringendomi la mano. Quest’anno, poi, sono stata alla tappa finale a Trieste e mio papà era volontario per la protezione civile: mi trasmette l’idea che dare una mano è importante”. Sono le parole con cui G. (classe terza) ha presentato la sua gemma. Riporto un cenno di una canzone di Paolo Conte che amo molto e che racconta un ciclismo di altri tempi: “E tramonta questo giorno in arancione e si gonfia di ricordi che non sai; mi piace restar qui sullo stradone impolverato, se tu vuoi andare, vai… e vai che io sto qui e aspetto Bartali scalpitando sui miei sandali, da quella curva spunterà quel naso triste da italiano allegro, tra i francesi che si incazzano e i giornali che svolazzano. C’è un po’ di vento, abbaia la campagna e c’è una luna in fondo al blu…”

Gemme n° 112

cdHo portato il cd fatto da un mio amico con foto e video dell’estate. Sono bei ricordi con persone che vedo di rado. Penso che in futuro sarà ancora più bello rivedere tutto”. E’ stata questa la gemma di A. (classe terza). L’attore inglese Jeremy Irons ha detto: “Abbiamo tutti le nostre macchine del tempo. Alcune ci riportano indietro, e si chiamano ricordi. Alcune ci portano avanti, e si chiamano sogni.”

Gemme n° 92

La mia gemma è mia madre” ha detto C. (classe quinta). “E’ la persona per me più importante, è il mio voceesempio. Da piccola ho avuto la leucemia e i ricordi di quel periodo sono legati a lei. Ho il registratore della bambola che usavo quella volta: l’ho trovato qualche mese fa e mia madre si è commossa a sentirne la voce. Ne è anche nato un gioco, il bacio nell’orecchia per far ridere una persona”.
Nicolás Gómez Dávila afferma: “L’uomo primitivo trasforma gli oggetti in soggetti, quello moderno i soggetti in oggetti. Possiamo supporre che il primo si illuda, ma sappiamo con certezza che il secondo si sbaglia”. Penso che sia bello che a volte ci leghiamo a piccoli oggetti insignificanti agli occhi dei più, ma profondamente significativi per pochi: sottendono relazioni, emozioni, pensieri, immagini che bazzicano i luoghi della memoria e gli angoli del cuore.

Gemme n° 70

Ho scelto questa canzone perché nell’ultimo mese mi ha accompagnato. Mi fa pensare al nonno, scomparso da poco; penso di lui le cose positive, il bene che mi ha fatto. Penso che il rapporto nipote-nonno sia una di quelle cose che restano per sempre. Nella canzone anche i termini pregare e piangere sono importanti per me. Questa canzone è dedicata al nonno”.

Penso sia una canzone molto significativa quella scelta da A. (classe seconda). Ne riporto il testo:
Ora che ti guardo, vedo solo il buono che rimane quando sai che tutto è perso, tutto è rotto ormai. Considerando noi soli in queste circostanze nuove, lasciamoci così perché un legame sempre resterà. Pregherò, piangerò per desiderarti tanto, per lasciare ogni rimpianto e no. Non lo sò che farò quando avrò finito il tempo e sarà tardi per l’inverno che nel cuore ho, per te io pregherò. Tu non hai mai creduto che se noi siamo qui è per cambiare faccia, per cambiare tutto quello che si può. E mi hai lasciato sola senza una parola, senza fiato e senza peso, un inferno condiviso mai. Pregherò, piangerò per desiderarti tanto per lasciare ogni rimpianto e no. Non lo sò che farò quando avrò finito il tempo e sarà tardi per l’inverno che nel cuore ho, per te io pregherò. Io non ti aspetto più, non hai coraggio tu come un pugno in faccia adesso sei. Sarà possibile tornare a vincere contro il disincanto che mi dai ma tu come fai…”
Giunto ormai alla settantesima gemma, mi guardo indietro e noto che un certo numero di esse sono dedicate al ricordo di persone che non ci sono più. La cosa mi piace, perché lo scopo delle gemme è quello di regalare agli altri una cosa che si ritiene preziosa. Vuol dire che si sono vissuti rapporti significativi, importanti e che si desidera immortalare anche in questo modo. Grazie ragazzi 🙂

Sviluppo…

20 anni di sviluppo tecnologico in una vignetta. Cosa ci sarà dopo la quinta immagine? Dopo il cloud?

sviluppo tecnologico

Gemme n° 38

https://www.youtube.com/watch?v=eGqBM_r932s

Ho portato come gemma la versione unplugged di Come as you are dei Nirvana. E’ il mio pezzo preferito, anche se un po’ malinconico e anche se il testo è un po confuso. Mi piace il concetto di essere quello che si è”. Questa è stata la presentazione di J. (classe terza). In effetti, bisogna ammettere che i testi dei Nirvana non sono sempre lineari e di immediata comprensione; lo stesso Kurt Cobain non spiegava sempre i testi delle canzoni, lasciando l’interpretazione agli ascoltatori. E sono testi che a volte entrano proprio in contraddizione: prendiamo l’abbrivio di questo. “Vieni come sei, come eri… Come voglio che tu sia… Prenditi tutto il tempo, fai in fretta”. C’è di che impazzire a capire quale sia la cosa giusta da fare. Ma forse è proprio in questo il senso: mostrati per quello che sei, senza curarti di cercare di essere qualcuno per gli altri.

Gemme n° 23

anello

La mia gemma è un anello, il regalo che mi ha donato mia nonna per la Cresima, immediatamente prima di andarsene. Non ho avuto sempre un grande rapporto con lei, ma ho fatto l’esperienza della verità della frase «capisci il senso di una cosa solo dopo averla persa». Per me lei significava soprattutto il ritrovarsi di tutta la famiglia: siamo in tanti e ogni volta è una grande festa”. A. (classe terza) ha presentato così la sua gemma: non poteva saperlo, ma proprio oggi ero al funerale della nonna di mia moglie. Sono quelle morti “accettabili”, nel senso che fanno parte di quello considerato come lo scorrere normale delle cose. Le associo sempre all’immagine di un albero; gli alberi sono diversi e vari, nella forma, nella forza, nel numero di rami, di foglie, nella resistenza, nell’adattabilità, nella durezza, nella generosità. Hanno tutti una storia e, indipendentemente da quello che sono stati in vita rispetto a noi, il loro abbattimento mi mette tristezza nel cuore.

Gemme n° 6

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La prima gemma di oggi l’ha proposta S. (classe IV). Era un oggetto: una moneta di 5 centesimi portata come pendente di una collanina. “L’anno scorso è mancato il nonno e la nonna mi ha fatto questa per portarmi fortuna. Non lo fa sempre, ma mi fa ricordare di lui, di quanto per lui ero importante e di tutto il bene che mi ha voluto”.
Maria Rita Parsi afferma che “I nonni sono coloro che vengono da lontano e vanno per primi, ad indagare oltre la vita.” Io i nonni non li ho più accanto a me, al mio matrimonio non ho potuto godere della vicinanza di nessuno di loro ed è l’unica cosa triste di quel giorno. Però grande è il calore che sento nel cuore ogni volta che penso a loro…

Ad occhio nudo

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Un articolo molto interessante di Roberto Cotroneo a proposito di globalizzazione, tecnologia, medioevo e rinascimento, estetica e memoria, futuro ed eternità, cultura e lasciti. Suscita mille riflessioni che abbiamo sfiorato proprio stamattina parlando di progresso tecnologico…

huizingaÈ davvero curioso che mentre cerchi di vedere un video su uno smartphone ti venga in mente un vecchio libro pubblicato nel 1919: quello di un saggista olandese, divenuto celebre perché capovolgeva la lettura di un’epoca storica. Il libro si intitola: L’autunno del Medioevo e il suo autore si chiamava Johan Huizinga.
Perché mettere assieme un video in streaming da internet e un saggio molto importante che parla di tutt’altro? Perché Huizinga sostiene che il medioevo non era un medioevo, ma un’epoca importante, florida, e che il Rinascimento con la sua esplosione di vitalità, di arte e di creatività non era l’uscita dal tunnel dei secoli bui, ma per certi versi persino un declino.
Oggi il nostro vissuto sta per essere spazzato via da nuovi linguaggi, da un diverso modo di percepire le cose, dalla globalizzazione, dal mondo che è diventato più piccolo, e da una nuova estetica. Da un futuro che sembra possa permetterci tutto e da mezzi di espressione che fino a qualche anno fa neppure si immaginavano. L’ho scritto varie volte, e ne sono sempre più convinto.
Ma stiamo perdendo la nitidezza di quello che percepiamo: abbiamo alleggerito il mondo per renderlo più mobile, per diffonderlo più rapidamente. La musica che ascoltiamo è di peggiore qualità rispetto a quella che potevamo sentire in cd, perché i formati audio devono essere più leggeri. Una macchina fotografica digitale che abbia la definizione di quelle con la pellicola costa moltissimo, e in ogni caso non ci permetterebbe di trasferire gli scatti attraverso internet, sarebbero troppo pesanti. I video hd sono sempre più diffusi, eppure noi li vediamo a definizioni più basse mentre viaggiamo o ci muoviamo. L’esigenza, sempre più ampia, di connettersi in mobilità ci costringe a moderare il peso di quanto vediamo e ascoltiamo. La compressione serve a farci vedere le immagini e ascoltare musica in modo più semplice, ma per farlo bisogna impoverire le informazioni.
Se corri troppo per il mondo non hai il tempo di sentire la consistenza della terra che hai sotto i piedi. Questo porta a un cambio estetico e culturale che passa attraverso un abbassamento dell’intensità e dunque della qualità. Vale per i gigabyte, vale per i pixel, vale per i formati audio, vale per le emozioni. E allora non c’è via di uscita: più sei veloce più devi essere leggero, più sei leggero più devi rinunciare ai dettagli, alla lentezza che permette di tenere fermo ragionamento e pensiero finché non sedimenta. Paradossalmente questo finisce per riguardare anche sentimenti, affetti, amicizie e lavoro, rapporti interpersonali in genere.
Huizinga contrapponeva l’intensità del romanico e del gotico, la grandezza della pittura e dei mosaici medioevali, la straordinaria capacità di cogliere il senso del tempo del misticismo francescano o domenicano, rispetto all’effervescenza del nuovo rappresentato dal Rinascimento.
E se oggi fossimo all’autunno della contemporaneità? Forse. Non sappiamo se stiamo uscendo da un nuovo Medioevo per entrare in un Rinascimento digitale. E neppure come cambierà il nostro modo di produrre arte e cultura, di vivere sentimenti e futuro, di condividere la nostra storia in modo che sia leggibile dai nostri nipoti.
E non siamo sicuri che tutto quello che facciamo rimarrà: non abbiamo certezza che i supporti digitali, gli archivi elettronici che memorizzano tutto, saranno ancora leggibili tra 50 o tra 100 anni. È possibile che da questa bulimia di dati, di server, di archivi immensi possa rimanere poco e che ci abitueremo a vivere e a percepire in definizioni più incerte. Ma se il nostro futuro sarà un nuovo medioevo o un rinascimento scintillante è difficile dirlo. Dovremmo forse chiederlo a un altro Huizinga.”

Gemme n° 3

Oggi non riporto la gemma portata da C. (classe terza) per un semplice motivo: ha “regalato” ai compagni una foto del suo battesimo. “Ho portato questa foto perché è un momento in cui sono sia con mamma che con papà. Si sono separati quando avevo quattro anni e questo è uno dei pochi ricordi che ho della nostra vitamacchinina insieme”. Sono anche io una persona che fa molta fatica a recuperare i ricordi dell’infanzia. Talvolta emergono dal passato in modo inatteso, magari grazie a un oggetto, un suono, una voce, un profumo, una foto…
Ci sono legami di seta… che ti aspettano su incroci del destino che mai avresti immaginato. Il Ricordo unisce ciò che la vita separa. E ti sembra una strana, inaspettata, piacevole connessione notturna, come una carezza, senza tempo.” (Anton Vanligt)

Intersecazioni

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Anobii mi dice che dal 1 gennaio ad oggi ho letto 20 libri. Sorrido perché mi viene in mente mia madre che dalle elementari alla terza media mi supplicava di leggere qualcosa: “ma perché non leggi mai?” “leggere fa bene, ti aiuta” “come pensi di poter fare il liceo senza leggere niente, guarda tua sorella”…
Poi, non so cosa sia successo. Mi ricordo in maniera ben distinta che uno dei primi autori ad avermi appassionato è stato Pavese. Da bambino passavo le estati in campagna, dai nonni, e i ritmi erano quelli della vita dei campi. Oggi, tra l’altro sarebbe stato il 96° compleanno della nonna Mina… (intersecazione prima). Lì, nella libreria della zia, ho scoperto Pavese. Mi è tornato alla mente (intersecazione seconda) in questi giorni in cui mi è venuta voglia di rileggere “La luna e i falò” e mi sono ritrovato in queste parole: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Il 1° maggio sono stato a Barbana (intersecazione terza). Era da almeno trent’anni che non ci mettevo piede. Non vi sono legato per il culto mariano (non è decisamente il mio forte), ma per una sorta di culto della memoria. Vi andavo in pellegrinaggio con i nonni, si muoveva l’intero paese, era una festa che durava tutto il giorno, anzi, iniziava il giorno prima con la preparazione di tutte le cose da portare via per pranzare sotto i pini marittimi. E’ un ricordo caldo e felice della mia infanzia, un po’ annebbiato, ma al quale il compleanno della nonna, il libro di Pavese e la visita del 1° maggio hanno tolto un po’ di patina.
“Anche la storia della luna e dei falò la sapevo. Soltanto, m’ero accorto, che non sapevo più di saperla”.

Tra sapere e non sapere

Se fossi stato a casa invece che nell’aula insegnanti nel momento in cui ho girato l’ultima pagina di “Centomila Centomilagiornate di preghiera”, sarebbero scese calde lacrime di commozione ed emozione. Pochi i disegni forti, di quelli che da soli fanno volgere lo sguardo da un’altra parte, direi quasi inesistenti. Molti quelli che fanno pensare, riflettere, muti per lasciare spazio ad un attonito silenzio. Bellissime alcune intuizioni (un canarino prima ascoltatore muto delle confidenze del ragazzino protagonista, poi mentore che racconterà al giovane la storia del padre; un buco nero nel pavimento della camera a indicare l’intimo, l’interiorità; l’atmosfera cineraria della Cambogia di Pol Pot). Su tutto i reali protagonisti del fumetto: il rapporto tra il passato e il presente, la fatica della memoria, il tentativo di rimozione del doloroso ieri, una riconciliazione che non può significare far finta di nulla. C’è un breve scambio che dice tutto:
– “Non lo so cosa preferisco”
– “Tra cosa e cosa?”
– “Tra sapere e non sapere”.

Nonostante

s21Ho letto diversi libri e visto diversi film e ascoltato varie testimonianze sui lager nazisti, sui gulag comunisti, sui centri di sterminio cambogiani. Eppure di tanto in tanto compro qualche altro libro e leggo ancora, voglio sapere, voglio conoscere, nonostante mi venga la nausea, nonostante mi faccia star male, nonostante mi venga la voglia di chiudere quelle pagine e pensare ad altro. Oggi ho capito il motivo che sento dentro e a cui fino ad ora non sono riuscito a dare voce, e l’ho trovato proprio in uno di quei libri. Stamattina ho approfittato della bella giornata di sole e mi sono mosso a piedi verso la succursale della mia scuola, quella più distante; essendo, come al mio solito, in anticipo, mi sono infilato in libreria. Ne sono uscito pahncon in mano “L’eliminazione” di Rithy Panh, regista di un film che a volte faccio vedere nelle quinte (“S21. La macchina di morte dei khmer rossi”, 2007). A pag. 25 scrive: “Dunque ho resistito. E’ per questo che la fine di Primo Levi mi amareggia e mi disturba – sì, la parola può sorprendere ma è la verità. L’idea di quest’uomo, sopravvissuto alla deportazione, autore di un grande libro, Se questo è un uomo, senza dimenticare La tregua e Il sistema periodico, che cinquant’anni dopo si butta dalle scale… E’ come se gli aguzzini l’avessero avuta vinta, malgrado l’amore e malgrado i libri. La loro mano ha attraversato il tempo per completare la distruzione, che continua. La fine di Primo Levi mi spaventa.”
Sono parole che mi hanno colpito e che mi hanno fatto pensare che uno dei modi che ho a disposizione per cercare di arginare quella continua distruzione è obbligarmi ad ascoltare, a leggere le parole di chi ha visto e vissuto: nonostante mi venga la nausea, nonostante mi faccia star male, nonostante mi venga la voglia di chiudere quelle pagine e pensare ad altro. No, voglio pensare proprio a quello.

C’è ancora da fare

Cristicchi-Magazzino-18Ho dato un’occhiata alla programmazione televisiva per vedere cosa ci fosse riguardo all’odierna Giornata del Ricordo. Ho trovato che alle 16.24 su Rai Cinque ci sarà il documentario “Trieste la contesa” e che in tarda serata, anzi, diciamolo pure, di notte, alle 23.50, su Rai Uno andrà in onda “Magazzino 18” di Simone Cristicchi. Metterò in moto il registratore per ricavarne due dvd da utilizzare eventualmente in classe: spesso, infatti, mi trovo a scoprire che si tratta di una pagina di storia che non tutti gli studenti conoscono. Per chi volesse, intanto, rimando a questo video di 45′ circa sul sito di La storia siamo noi.

Luoghi della memoria

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Mauro Corona scrive nel libro Il canto delle manére: “Le radici stanno dove siamo nati e cresciuti. Quelle radici non le tagli. Quelle radici sono elastici con un capo legato al campanile e l’altro intorno alla nostra vita. Più ti allontani e più gli elastici si tirano, finché diventano fini come corde di violino. Ma non si rompono. Quando sono tirati al massimo, passa il vento della memoria e questi elastici mandano i suoni dei ricordi. A sentirli pensi al paese e diventi debole. Molla le mani da dove ti tenevi aggrappato e gli elastici, con uno strappo, ti riportano a casa”. Questo pensavo oggi passeggiando per i campi, tra erba e canali. In realtà, non mi sono mai allontanato troppo dalle mie radici; sta diventando più una lontananza di tempo che di spazio… Però sono gli spazi che aiutano a far sentire più vicino il tempo: la campagna, le scale delle scuole elementari di Palmanova, il campetto dell’asilo, i bastioni, la Bordiga… In questi e in altri luoghi della memoria vado per ripensare al Simone di un tempo e comprendere il Simone di oggi.