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Ad occhio nudo

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Un articolo molto interessante di Roberto Cotroneo a proposito di globalizzazione, tecnologia, medioevo e rinascimento, estetica e memoria, futuro ed eternità, cultura e lasciti. Suscita mille riflessioni che abbiamo sfiorato proprio stamattina parlando di progresso tecnologico…

huizingaÈ davvero curioso che mentre cerchi di vedere un video su uno smartphone ti venga in mente un vecchio libro pubblicato nel 1919: quello di un saggista olandese, divenuto celebre perché capovolgeva la lettura di un’epoca storica. Il libro si intitola: L’autunno del Medioevo e il suo autore si chiamava Johan Huizinga.
Perché mettere assieme un video in streaming da internet e un saggio molto importante che parla di tutt’altro? Perché Huizinga sostiene che il medioevo non era un medioevo, ma un’epoca importante, florida, e che il Rinascimento con la sua esplosione di vitalità, di arte e di creatività non era l’uscita dal tunnel dei secoli bui, ma per certi versi persino un declino.
Oggi il nostro vissuto sta per essere spazzato via da nuovi linguaggi, da un diverso modo di percepire le cose, dalla globalizzazione, dal mondo che è diventato più piccolo, e da una nuova estetica. Da un futuro che sembra possa permetterci tutto e da mezzi di espressione che fino a qualche anno fa neppure si immaginavano. L’ho scritto varie volte, e ne sono sempre più convinto.
Ma stiamo perdendo la nitidezza di quello che percepiamo: abbiamo alleggerito il mondo per renderlo più mobile, per diffonderlo più rapidamente. La musica che ascoltiamo è di peggiore qualità rispetto a quella che potevamo sentire in cd, perché i formati audio devono essere più leggeri. Una macchina fotografica digitale che abbia la definizione di quelle con la pellicola costa moltissimo, e in ogni caso non ci permetterebbe di trasferire gli scatti attraverso internet, sarebbero troppo pesanti. I video hd sono sempre più diffusi, eppure noi li vediamo a definizioni più basse mentre viaggiamo o ci muoviamo. L’esigenza, sempre più ampia, di connettersi in mobilità ci costringe a moderare il peso di quanto vediamo e ascoltiamo. La compressione serve a farci vedere le immagini e ascoltare musica in modo più semplice, ma per farlo bisogna impoverire le informazioni.
Se corri troppo per il mondo non hai il tempo di sentire la consistenza della terra che hai sotto i piedi. Questo porta a un cambio estetico e culturale che passa attraverso un abbassamento dell’intensità e dunque della qualità. Vale per i gigabyte, vale per i pixel, vale per i formati audio, vale per le emozioni. E allora non c’è via di uscita: più sei veloce più devi essere leggero, più sei leggero più devi rinunciare ai dettagli, alla lentezza che permette di tenere fermo ragionamento e pensiero finché non sedimenta. Paradossalmente questo finisce per riguardare anche sentimenti, affetti, amicizie e lavoro, rapporti interpersonali in genere.
Huizinga contrapponeva l’intensità del romanico e del gotico, la grandezza della pittura e dei mosaici medioevali, la straordinaria capacità di cogliere il senso del tempo del misticismo francescano o domenicano, rispetto all’effervescenza del nuovo rappresentato dal Rinascimento.
E se oggi fossimo all’autunno della contemporaneità? Forse. Non sappiamo se stiamo uscendo da un nuovo Medioevo per entrare in un Rinascimento digitale. E neppure come cambierà il nostro modo di produrre arte e cultura, di vivere sentimenti e futuro, di condividere la nostra storia in modo che sia leggibile dai nostri nipoti.
E non siamo sicuri che tutto quello che facciamo rimarrà: non abbiamo certezza che i supporti digitali, gli archivi elettronici che memorizzano tutto, saranno ancora leggibili tra 50 o tra 100 anni. È possibile che da questa bulimia di dati, di server, di archivi immensi possa rimanere poco e che ci abitueremo a vivere e a percepire in definizioni più incerte. Ma se il nostro futuro sarà un nuovo medioevo o un rinascimento scintillante è difficile dirlo. Dovremmo forse chiederlo a un altro Huizinga.”

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Un orizzonte nuovo

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Capita spesso in classe di parlare dei social a vari livelli, a seconda delle classi. Ecco, questo articolo, preso dal sito di Giovanni Grandi, ricercatore in filosofia morale, è per le classi più esperte, ma con un po’ di concentrazione è utile a tutti 🙂

“Non occorre trovarsi ad un incontro con il Papa: basta essere ad uno spettacolo di fine anno alla scuola dell’infanzia – l’asilo, per la mia generazione – per vedersi levare immancabilmente una selva di schermi tra telecamere (sempre meno) tablet e smartphone (sempre più). Impossibile vedere oltre. Che alle volte è più semplice guardare la scena dallo schermo del tablet di chi sta due file più avanti. Provavo a sorridere a proposito della funzione dello “schermo”, che originariamente è quella di proteggere, di riparare, di mettersi in mezzo ma proprio per creare distanza. Oppure per impedire dispersioni, specialmente – e non senza umorismo – nel caso dei “cavi schermati” che impieghiamo nelle telecomunicazioni. Questo significa “schermare”. È allora paradossale la funzione dello schermo delle nostre appendici tecnologiche: si mette di mezzo tra noi e quel che ci sta di fronte non più per proteggere e custodire, ma per esporre e diffondere esponenzialmente.
Alessandra de Paola (@amedepaola) da twitter suggeriva che si tratta di un’eco della nostra solitudine: «Se qualcosa non sta sulla tua timeline esiste solo per te: è la foto di quanto ci sentiamo soli e abbiamo bisogno di comunicare».
È interessante l’idea per cui oggi rischia di esistere solo quello che riusciamo ad esibire, a mostrare, anche dei nostri vissuti. Alle radici di questa deriva non vedo però il demone della tecnologia, ma forse qualcosa di meno appariscente su cui varrebbe la pena di sostare.
Il raccontare e il raccontarsi è un elemento strutturale della nostra umanità. È nella narrazione che si creano relazioni, che si strutturano eredità e tradizioni. Se la cultura semita puntava sull’ascolto, la cultura greca ha fin da principio fatto leva sulla visione: dalla prima abbiamo ereditato l’opzione preferenziale per la scrittura, dalla seconda quella per la monumentalità. In entrambi i casi però quel che veniva trasmesso non era la riproduzione immediata del reale. La Sacra Scrittura non è una cronaca di eventi, neppure quando fa riferimento a fatti attestabili secondo i moderni criteri storiografici. Neanche i monumenti greci, con le loro storiografie visuali volevano essere una riproduzione pedissequa del reale. I media antichi non erano semplicemente cronache: erano narrazioni in cui il cuore era costituto da un tassello di sapienza. Come dire: attraverso questi eventi, rielaborando queste esperienze, abbiamo compreso che…
Quello che mi colpisce di molte nostre narrazioni contemporanee è che somigliano sempre di più a delle telecronache, in cui il messaggio di fondo rischia di essere semplicemente “io c’ero”, “io sono qui” (I’m at…) o “guardate che bello”. Nulla di discutibile nel realizzare un’istantanea, il punto non è questo.
Il punto è se, nel tempo, ho modo di ritornare su quell’esperienza che ho avvertito la necessità o di condividere in diretta, per estrarne un tassello di sapienza, di maggiore comprensione della vita. Il punto è se dietro all’evento c’è una scoperta, che a sua volta vale la pena di condividere, di far circolare. Quel che mi lascia perplesso nelle nostre narrazioni è l’inflazione di eventi e la deflazione delle scoperte di sapienza. Se impieghiamo tutto il nostro tempo a far rimbalzare in diretta telecronache di eventi, quanta attenzione ci rimane per sostare sui vissuti e perlustrarli con pazienza, alla scoperta di profondità meno appariscenti, di significati e lezioni stimolanti per maturare in umanità?
Potrebbe essere allora interessante mettersi alla prova: tra gli eventi di cui ho riferito e che ho esibito nella mia timeline (specialmente sui social) della scorsa settimana, ce n’è almeno uno che oggi posso raccontare nuovamente, perché non ha il gusto stantio della cosa passata ma quello frizzante di un orizzonte nuovo che ho scoperto?
Riabilitare (o quantomeno sostenere) la capacità narrativa come rielaborazione del messaggio dei vissuti potrebbe essere una sfida interessante. Perché non pensare qualche workshop in questo senso, specialmente lì dove si lavora sulla valorizzazione dei social media e degli strumenti di interazione che oggi abbiamo a disposizione?
Gran cosa se il social fosse un amplificatore di human wisdom…”