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Buona, cattiva, felice, infelice: quale AI?

Mi sono ripromesso di affrontare, nelle classi quinte, il tema dell’intelligenza artificiale. Non so se ce la farò. Intanto pubblico un articolo molto interessante di Francesco D’Isa su questioni di etica generale applicata a tale argomento. Questa la fonte.

“Se ogni apocalisse ha il suo immaginario, l’allegoria contemporanea ha le fattezze di due cigni neri. Uno è intinto nel petrolio e barcolla in un lago in secca; l’altro ha i contorni diffratti e cangianti del sogno di un algoritmo. “Cigno nero”, infatti, è un termine coniato da Nassim Nicholas Taleb per indicare un evento di grande impatto, difficile da prevedere e molto raro, che col solo accadere rivoluziona la realtà abituale – come l’idea che tutti i cigni sono bianchi. La caduta di un gigantesco asteroide, un’invasione aliena o la scoperta del fuoco sono tutti esempi di cigni neri; ognuno di essi è una piccola apocalisse, perché sebbene non se ne possa prevedere né il volto né la data, sappiamo che avverrà.
Con un po’ di cautela però, è possibile azzardarne la provenienza: nella precedente allegoria, i due cigni neri della contemporaneità sono il cambiamento climatico e l’avvento dell’intelligenza artificiale – ed è di quest’ultimo che scrivo. Non azzardo una cronologia dell’avvento, la cui origine si potrebbe identificare con l’invenzione del calcolatore di Pascal o persino con l’arte combinatoria di Lullo o gli automata di Erone di Alessandria. Per limitarsi al passato prossimo, gli ultimi sigilli infranti sono le vittorie delle IA al gioco del Go e la nascita dei deep fake, dei contenuti multimediali falsi ma credibili, che dalla pornografia (primo laboratorio di molte innovazioni tecnologiche) sono sfociati nella politica e nel marketing.
Un evento di minore importanza, ma senza dubbio di grande impatto nell’immaginario, è stato il primo contatto con l’interiorità delle intelligenze artificiali grazie ai deep dream. Si tratta di immagini surreali ottenute usando in maniera creativa l’output dell’algoritmo che identifica gli oggetti nelle fotografie – il risultato è il secondo cigno dell’allegoria, una sottile crepa nella scatola nera delle IA, che inocula il sospetto che gli androidi sognino le nostre stesse pecore. Non è possibile conoscere in anticipo la propria prole, ma è sufficiente poterla generare per porsi importanti questioni etiche: i nostri figli saranno buoni o cattivi? Felici o infelici? Migliori o peggiori di noi? È un bene o un male metterli al mondo? Le stesse domande si pongono anche per le IA, e per quanto suonino sempliciotte sono un buon punto di partenza.

Proverò dunque a usare le seguenti categorie: con l’etichetta di buone o cattive intendo il caso in cui le IA abbiano funzioni costruttive o distruttive per il benessere dell’umanità. Felici o infelici sono due etichette fluide, con cui indico la condizione predominante del vissuto delle IA. Entrambe glissano su un punto di estrema importanza, assimilabile al cosiddetto hard problem della coscienza, nella terminologia di David Chalmers: le IA esperiscono o esperiranno degli stati coscienti (i cosiddetti qualia)? È una questione di difficile soluzione, non solo per loro, ma anche per le piante, gli animali e gli esseri umani – o persino i sassi. Gli unici stati di coscienza che conosci con certezza, infatti, sono i tuoi. Nulla ti assicura che non vivi in un mondo di “zombie filosofici”, in cui sei l’unica persona dotata di coscienza. Chi scrive si dichiara cosciente, ma tu che leggi come puoi credermi, se non sulla parola? Se ti sembra un ozioso scetticismo, prova a considerare cosa implichi ignorarlo. Come si individua la coscienza e i suoi confini? Affidarsi a un avanzato test di Turing legato al comportamento non esclude che possa esistere un robot privo di essa. Viene in mente il test Voight-Kampff di Blade Runner; una serie di domande e indagini fisico-comportamentali in grado di stabilire chi è un androide e chi un umano. Il test però non dice se gli androidi hanno un vissuto reale, ed escludere la possibilità che ne siano privi ci espone a non poche contraddizioni, ben esemplificate dall’esperimento mentale della stanza cinese di Searle.
Scartare a priori l’ipotesi di IA prive di coscienza, inoltre, porta facilmente al panpsichismo, la teoria per cui tutto è conscio, da un termostato a un essere umano, seppure in differenti gradazioni. Una conclusione non priva di problemi, come ad esempio la difficoltà di capire come varie micro-coscienze si combinano e integrano formando una coscienza più grande. Nel nostro caso però, possiamo ignorare l’ipotesi in cui le IA non abbiano qualia, per il semplice fatto che non pone alcun dilemma etico.

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Infine, per migliori intendo delle IA più intelligenti e potenti di noi, mentre per peggiori delle IA simili a quelle attuali; molto capaci ma globalmente non al nostro livello. Si tratta di categorie soggettive, basate su idee più o meno condivise ma passibili di molte sfumature. Per esempio, una calcolatrice è più brava di te a fare i conti, ma non per questo la consideri migliore – ma queste e altre contraddizioni emergeranno in seguito, dunque non mi attardo in altre premesse. E allora, come saranno le intelligenze artificiali?

1) Buone, felici e migliori di noi.
È il migliore dei casi, l’utopia in cui partoriamo degli angeli che ci accudiscono e proteggono dal male. Sembrerebbe una buona notizia, ma questo paradiso terrestre ci riporta a uno dei grandi quesiti dell’umanità: cos’è la felicità? La vita in veste di neonati perfetti potrebbe consistere nell’ininterrotta soddisfazione dei nostri desideri, in un godimento perpetuo che non lascia spazio al dolore. Oppure nell’opposto, la cessazione del desiderio e la perdita dell’ego propugnata dai mistici. La felicità che ci garantiranno queste IA sarà un sogno oppiaceo senza effetti collaterali? Un orgasmo ininterrotto? Il soma vedico, l’illuminazione buddista o cos’altro? Quel che è certo è che lo decideranno loro, e se saranno davvero così buone e brave è probabile che indovineranno. Ogni utopia, però, lascia spazio all’inquietudine; se ci sbagliassimo a tal punto sul nostro conto da non accorgerci che è la morte l’apice del bene? In questo caso le IA, più sveglie di noi, ci distruggeranno come nel caso 5) e 6), senza interrogarci in merito alla nostra idea di felicità.

2) Buone, infelici e migliori di noi.
Come sopra, ma con la disturbante consapevolezza che mentre i nostri figli (anzi, schiavi) operano per il nostro bene, ignorano il loro. Al primo caso si aggiunge dunque la domanda: siamo disposti a entrare in un paradiso che condanna altri all’inferno?

3) Buone, felici e peggiori di noi.
In questo caso si suppone che le IA, per quanto potenti, non saranno in grado di decidere per noi. L’umanità però saprà usarle per il meglio, potenziando le proprie capacità al fine di migliorare la qualità globale della vita. È l’utopia moderata del reddito universale e della fine del lavoro. Sebbene sia meno fantascientifico di 1), questo caso presenta comunque degli interrogativi in merito all’influenza del lavoro sulla felicità umana. Pur senza cedere alla retorica capitalista della produzione a ogni costo, va considerato che non è mai esistita un’epoca in cui la maggioranza o la totalità degli uomini non sia stata costretta a lavorare (in senso ampio) per sopravvivere. Non possiamo prevedere sensatamente gli effetti sulla felicità di un mondo in cui nessuno lavora e in cui in ogni ambito delle servizievoli IA sono più brave di noi, perché non abbiamo alcun precedente su cui basarci. È però lecito supporre che questo scenario non accadrà all’improvviso, ma che presenti gradazioni che lo avvicineranno e intersecheranno con i casi (7) e (8). Le variabili in gioco sono troppe: la velocità dello sviluppo tecnologico, la sua capillarità, realizzabilità e applicazione. Cui si aggiunge l’organizzazione sociale e il contesto storico in cui accadrà il cigno nero.

4) Buone, infelici e peggiori di noi.
Come sopra, col solito prezzo di far scontare ad altri la nostra aumentata felicità. Senza contare – ma questo vale per ogni scenario – che potremmo non scoprire mai cosa provano i nostri figli.

5) Cattive, felici e migliori di noi.
Questa distopia ha varie forme, dal robot malvagio che gode nello schiavizzare, torturare o annientare l’umanità, a quello che ci stermina per semplice noncuranza fino alla superintelligenza illuminata che ci reputa alla stregua di un virus, per via delle enormi sofferenze che causiamo alla quasi totalità delle forme di vita del pianeta. L’ipotesi più curiosa in quest’ambito è forse il “paradosso delle graffette” proposto da Nick Bostrom. Il filosofo immagina un’IA programmata per assemblare delle banali graffette a partire da un certo numero di materie prime. Questa intelligenza potrebbe essere abbastanza potente da piegare l’intero pianeta al suo scopo, ma non da cambiarlo, e, nel giro di qualche tempo, trasformerebbe ogni risorsa del pianeta – comprese le forme di vita che ospita – in materie prime necessarie all’assemblaggio di graffette. Un aspetto curioso di questa ipotesi è che si potrebbe facilmente identificare la stessa umanità con questo mostro ecologico: siamo programmati per soddisfare i nostri desideri primordiali, come mantenerci e moltiplicarci, e consumiamo il pianeta senza porre mai in dubbio i nostri scopi.

6) Cattive, infelici e migliori di noi.
Come sopra, con l’aggravante che neanche gli aguzzini sarebbero felici. Non esito a definirlo uno dei peggiori tra i mondi possibili.

7) Cattive, felici e peggiori di noi.
Questo caso speculare a 3) deresponsabilizza le IA per spostare l’attenzione sul pessimo uso che potremmo farne. Ho già parlato dei deep fake ed è noto come l’analisi dei big data abbia in parte pilotato le ultime elezioni americane. Delle IA utilizzate per spingere gli interessi contingenti di pochi individui potrebbero risultare disastrose sul lungo periodo. Un piccolo ma interessante esempio contemporaneo è l’effetto degli algoritmi utilizzati per rintracciare e proporre dei contenuti che “ci potrebbero interessare” sui casi di depressi gravi. Proporre dei contenuti sempre più violenti o disturbanti, infatti, potrebbe istigare o coadiuvare il suicidio dei soggetti già depressi.

8) Cattive, infelici e peggiori di noi.
Anche in questo caso, avremmo tutti gli svantaggi del caso precedente con in più il danno di altro dolore.

E dunque, per tornare alla domanda iniziale, è un bene o un male mettere al mondo delle IA? L’esposizione di questi otto scenari non chiarisce molto le idee, ma rende quasi letterale il parallelo coi figli. Trovare una motivazione etica per qualunque forma di creazione, infatti, sia che si tratti di vita che di tecnologia, è più difficile del previsto. L’ignoranza del futuro, la molteplicità degli utilizzi e l’incapacità di identificare il bene sono dei limiti troppo grandi.
Ma la domanda potrebbe essere inutile, se anche noi siamo costretti a seguire l’imperativo di un “programma” che ci spinge inevitabilmente a creare qualcosa di nuovo, che siano figli, utensili o entrambe le cose. Non è facile, infatti, individuare il magnete alla base di ogni desiderio: proteggersi, mantenersi, accrescersi, riprodursi… tutto pare affannarsi contro «il dolore della paura della morte», come scrive Dostoevskij ne I demoni. In attesa del futuro, dunque, possiamo solo augurare il meglio ai nostri figli, affermando con Kirillov che «chi vincerà il dolore e la paura, quello sarà Dio».”

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Rischio tecnocrazia

“Roboetica: Persone, Macchine, Salute” è il titolo del Workshop aperto al pubblico che si è svolto il 25 e 26 febbraio 2019, all’interno dell’Assemblea della Pontificia Accademia per la Vita. Papa Francesco ha ricevuto in udienza i partecipanti alla plenaria e Salvatore Cernuzio ne ha scritto su La Stampa.

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“La macchina che domina l’uomo, i robot che sostituiscono la persona umana, la logica del dispositivo che soppianta la ragione umana. Il futuro distopico prefigurato da cinema e letteratura già mezzo secolo fa rischia di divenire un pericolo reale con l’avvento e l’aumento delle nuove tecnologie. Il monito non giunge da scienziati e antropologi ma da Papa Francesco, il quale […] avverte: «L’odierna evoluzione della capacità tecnica produce un incantamento pericoloso: invece di consegnare alla vita umana gli strumenti che ne migliorano la cura, si corre il rischio di consegnare la vita alla logica dei dispositivi che ne decidono il valore».
Un vero e proprio «rovesciamento» che, secondo Bergoglio, è destinato a produrre «esiti nefasti: la macchina non si limita a guidarsi da sola, ma finisce per guidare l’uomo. La ragione umana viene così ridotta a una razionalità alienata degli effetti, che non può essere considerata degna dell’uomo». In questo senso va rivista la denominazione stessa di “intelligenza artificiale” che, «pur certamente di effetto, può rischiare di essere fuorviante», annota Francesco. «I termini occultano il fatto che – a dispetto dell’utile assolvimento di compiti servili (è il significato originario del termine “robot”) –, gli automatismi funzionali rimangono qualitativamente distanti dalle prerogative umane del sapere e dell’agire. E pertanto possono diventare socialmente pericolosi». È del resto già reale «il rischio che l’uomo venga tecnologizzato, invece che la tecnica umanizzata»: lo si vede già adesso che «a “macchine intelligenti” vengono frettolosamente attribuite capacità che sono propriamente umane». Bisogna allora «comprendere meglio che cosa significano, in questo contesto, l’intelligenza, la coscienza, l’emotività, l’intenzionalità affettiva e l’autonomia dell’agire morale», dice il Pontefice. «I dispositivi artificiali che simulano capacità umane, in realtà, sono privi di qualità umana», aggiunge. «Occorre tenerne conto per orientare la regolamentazione del loro impiego, e la ricerca stessa, verso una interazione costruttiva ed equa tra gli esseri umani e le più recenti versioni di macchine» che si diffondono a vista d’occhio nel mondo e «trasformano radicalmente lo scenario della nostra esistenza». «Se sapremo far valere anche nei fatti questi riferimenti, le straordinarie potenzialità dei nuovi ritrovati potranno irradiare i loro benefici su ogni persona e sull’umanità intera», assicura il Papa.
Il primo passo è ricominciare a comprendere la tecnologia non come forza «estranea e ostile» all’uomo, ma come «prodotto del suo ingegno attraverso cui provvede alle esigenze del vivere per sé e per gli altri». La tecnologia dovrebbe apparire «una modalità specificamente umana di abitare il mondo», sottolinea il Pontefice. Oggi invece si assiste ad un «drammatico paradosso»: «Proprio quando l’umanità possiede le capacità scientifiche e tecniche per ottenere un benessere equamente diffuso, secondo la consegna di Dio, osserviamo un inasprimento dei conflitti e una crescita delle disuguaglianze».
Declina così «il mito illuminista del progresso» e «l’accumularsi delle potenzialità che la scienza e la tecnica ci hanno fornito non sempre ottiene i risultati sperati». Anzi, mentre da un lato «lo sviluppo tecnologico ci ha permesso di risolvere problemi fino a pochi anni fa insormontabili», dall’altro emergono «difficoltà e minacce talvolta più insidiose delle precedenti», afferma Papa Francesco. «Il “poter fare” rischia di oscurare il chi fa e il per chi si fa. Il sistema tecnocratico basato sul criterio dell’efficienza non risponde ai più profondi interrogativi che l’uomo si pone; e se da una parte non è possibile fare a meno delle sue risorse, dall’altra esso impone la sua logica a chi le usa».”
Non solo. Si assiste anche ad un progressivo «logorarsi» del tessuto delle relazioni familiari e sociali e si diffonde sempre di più «una tendenza a chiudersi su di sé e sui propri interessi individuali, con gravi conseguenze sulla grande e decisiva questione dell’unità della famiglia umana e del suo futuro». E se a tutto ciò aggiungiamo anche «i gravi danni causati al pianeta, nostra casa comune, dall’impiego indiscriminato dei mezzi tecnici», risulta chiaro che le prospettive del futuro siano piuttosto negative.
Il Papa esorta allora a ripristinare quel concetto di «ecologia integrale» descritto e promosso nella Laudato si’: nel mondo odierno, «segnato da una stretta interazione tra diverse culture», occorre portare lo specifico contributo dei credenti alla ricerca di «criteri operativi universalmente condivisibili, che siano punti di riferimento comuni per le scelte di chi ha la grave responsabilità di decisioni da prendere sul piano nazionale e internazionale», afferma.
In quest’ottica, «l’intelligenza artificiale, la robotica e le altre innovazioni tecnologiche» vanno impiegate «al servizio dell’umanità e alla protezione della nostra casa comune invece che per l’esatto opposto, come purtroppo prevedono alcune stime», chiosa il Pontefice. «L’inerente dignità di ogni essere umano va posta tenacemente al centro della nostra riflessione e della nostra azione».”

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Saremo superflui?

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Pubblico un articolo di José Tolentino Mendonça, tradotto da Pier Maria Mazzola e pubblicato ieri su Avvenire. La domanda fondamentale è una di quelle che risuona più frequentemente al giorno d’oggi: l’uomo sarà sostituito e superato dalla macchina o ci sono degli ambiti in cui resterà imprescindibile? I pregi dell’articolo sono chiarezza e brevità e portano con loro il difetto di una certa generalità…
Dovremo fare una riflessione più approfondita circa l’impatto della tecnologia sulla forma della nostra umanità, andando al di là di un ingenuo stupore promosso dalla grande macchina del marketing. Anche in questo attraversiamo in un periodo di transizione. Una prima tappa che finora ha funzionato è quella della coesistenza, in cui le macchine sostituiscono alcune attività umane ma in un regime di subordinazione. Lo scopo della tecnologia è ancora valutato, in questa fase, come strumentale.
Ma stiamo per entrare in una nuova era, in cui i dispositivi tecnologici diverranno tendenzialmente “oggetti di compagnia”, allo stesso modo in cui dominiamo gli animali domestici, “di compagnia”, sottintendendo con questo un determinato grado affettivo di relazione e una pratica abituale di convivenza e di cura. Oggi, per esempio, siamo affezionati agli animali domestici. Ma cani e gatti sono anche compagni esigenti: hanno le espressioni e le necessità organiche degli esseri viventi, sono, come noi, soggetti all’imprevedibilità di un’esistenza contingente, non si può lasciarli andare, abbandonarli o dimenticarli. Oggi si comincia a guardare ai robot come compagni più facili, che offrono tutti i vantaggi degli “animali di compagnia” e altri ancora, ma senza il costo vitale che è loro associato.
La propaganda della prossima pandemia tecnologica sostiene che le macchine sono un antidoto all’isolamento e alla solitudine, dall’efficacia garantita. In un altro campo, ci sono scuole di medicina in cui si propone, con frequenza crescente, di sostituire le diagnosi fatte da specialisti con quelle effettuate da macchine, dato che il margine di errore di queste risulta essere più basso. Finora abbiamo creduto che la relazione tra medico e malato facesse parte del processo di cura. Il medico che parla con noi è mortale come noi e ciò contribuisce a generare un’empatia del tutto singolare. Ma… se le macchine fossero migliori?

JoséTolentinoMendonça
José Tolentino Mendonça

L’opinione predominante vuole che molte delle resistenze attuali verranno superate e che saremo sempre più disposti a sostituire le relazioni tradizionali con le nuove interfacce tecnologiche. La dimensione affettiva stessa cesserà di costituire un ostacolo, poiché i vincoli emotivi, gli affetti, i sentimenti, si rafforzeranno. Se oggi un adolescente può dire «io amo il mio computer perché mi fa entrare in contatto con i miei amici», fra non molto dirà: «Amo il mio computer perché è il mio migliore amico».
A quanti assicurano che i computer potranno avere una centralità accentuata nei processi tipicamente umani, è tuttavia necessario ricordare quello che un pc non può fare. Al posto del medico potrà esserci una macchina? Un giudice arriverà a essere sostituito da un computer? Per comprendere la miscela di fattori e di ragioni di un essere umano si richiede un discernimento umano. Se fosse meramente automatico, non sarebbe umano. E un pc può essere artista? Saprà imitare i grandi maestri, senza dubbio, ma non riuscirà ad anticipare quello che nella storia della musica è stato Beethoven o che Picasso ha rappresentato nella storia dell’arte.
Potrà mai, un computer, sostituire l’incontro con un altro essere umano? Che cos’avrà da insegnare sulle scelte libere, la gratuità, la prudenza o il perdono? Come potremo fare una domanda ed essere ascoltati, anche in quel dolore sommerso che nemmeno arriva a esprimersi con parole? Possiamo confidare che il pc sarà sensibile alla forza della nostra fragilità? Si potranno programmare, grazie a esso, le virtù, o un itinerario di ricerca spirituale? Quale risposta daranno al male, questi dispositivi, e alla morte? Se la nostra escatologia sarà solo un futuro migliorato dai computer, non ci sarà più niente che ci possa mancare?”

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Gemme n° 405

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Ho scelto questi video per me importanti: ho iniziato da piccolo a vedere Transformers e mi ha accompagnato per tutta la crescita. I video che ho portato sono in inglese, sia perché mi piacciono gli vlcsnap-2016-02-20-08h26m14s177Stati Uniti e un giorno mi piacerebbe vivere là, sia perché la qualità dei video in inglese è superiore. Ecco, questa del montaggio dei video di alta qualità è un’altra cosa che mi appassiona e alcune delle scene le ho montate io”. Questa la gemma di L. (classe seconda). I video che ha portato in classe sono molto pesanti, per cui ho pubblicato solo delle immagini.
Ringrazio il cielo di essere stato adolescente in un periodo senza personal computer e senza smartphone… penso che altrimenti avrei investito vagonate di ore dietro alle nuove tecnologie. Nvlcsnap-2016-02-20-08h26m19s429.pnge subisco sempre il fascino, resto incantato, non ne sono affatto un demonizzatore. Asimov affermava: “È difficile che la scienza e la tecnologia, nelle loro linee generali, superino la fantascienza. Ma in molti, piccoli e inattesi particolari vi saranno sempre delle sorprese assolute a cui, gli scrittori di fantascienza, non hanno mai pensato”.