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De pudore (pure questo non è in latino)

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Il vocabolario on line della Treccani dà questa definizione di PUDORE: “Ritegno, vergogna, discrezione, senso di opportunità e di rispetto della sensibilità altrui”. Negli ultimi anni i social network hanno educato i loro frequentatori alla sua assenza; il comportamento si è poi allargato anche a chi non conosce la rete. La mancanza di pudore si nasconde dietro ad una scusa: il coraggio di dire, anzi spesso gridare, quello che si pensa, senza minimamente mettere in conto gli effetti (“scusa se ti dico che sei un cretino, ma preferisco dirtelo in faccia piuttosto che alle spalle”; mi rendo immediatamente conto che sotto al “piuttosto che” si nasconde un “oltre che”). Si cela anche un’insidia dietro al pudore: spesso si pensa che non sia ambivalente, che valga per gli altri nei miei confronti ma non viceversa (“smettila di dire cretinate e abbi rispetto di quello che penso”). E’ tipicamente adolescenziale il collocamento del ragionamento nelle viscere, tanto che è segno di maturità e crescita il riflettere, il valutare, il ponderare, il pensiero critico, che trovano invece luogo nel cervello. E senza l’utilizzo di quest’ultimo organo vedo assai arduo l’esercizio del pudore.

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Gemme n° 301

Ho scelto questa scena perché fa parte di uno dei pochi film visti in estate, e mi era stato segnalato come un film strano. Sì lo è, però mi piace perché parla della bellezza. Il protagonista filma ogni cosa, anche questo sacchetto, e si fa commuovere anche dai piccoli aspetti della vita. Mi è piaciuta tantissimo, proprio per questa capacità di trovare la bellezza dentro ogni cosa, anche nelle cose che non appaiono belle”. Questa è stata la gemma di G. (classe quinta).
L’ho segnalato subito in classe: quella sequenza di American Beauty (uno dei miei film preferiti) mi porta sempre alla mente, sia per modalità di ripresa che per significato, la scena iniziale di un altro bellissimo film, Forrest Gump:

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Gemme n° 267

Mi è stato difficile scegliere cosa portare, perché volevo trattare di qualcosa che mi stesse veramente a cuore e non sono poche le cose in questo senso. Questo però è uno dei temi a cui tengo maggiormente.

Ero indecisa perché trovo la fine un po’ forzata (ma è un corto). Per me è ottimo modo per far capire situazione di queste persone. Di solito non si rispetta o si tende a non rispettarle per l’evidenza del genere sessuale. Ma non è giusto nei loro confronti. Ho conosciuto persone come Emile ed è dura, difficile mettersi nei loro panni. Ci vuole sensibilità e rispetto nel rapportarsi con loro. Non è un genitale a rendere il sesso di una persona. Sentirsi nati nel corpo sbagliato deve essere durissima; è un percorso lungo da affrontare quello di chi vuole cambiare sesso. Servono rispetto e comprensione”.
George Bernard Shaw affermava: “L’unico uomo che conosco che si comporta sensibilmente è il mio sarto; ogni volta che mi vede prende di nuovo le mie misure. Gli altri invece vanno avanti con le loro vecchie misure e si aspettano che io faccia altrettanto”. Penso che sensibilità, rispetto e delicatezza invocate da A. (classe quinta) siano alcuni dei vestiti necessari che dobbiamo ricordarci di indossare quando ci approcciamo alle altre persone per far sì che il nostro cuore diventi per loro luogo di calore accogliente e non freddo antro respingente.

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Gemme n° 234

Questa canzone l’ho sentita la prima volta effettuata dal coro di G., poi, per caso, l’ho ritrovata. Il testo esprime bene le insicurezze di noi adolescenti che spesso ci sentiamo sbagliati, fuori posto, imperfetti rispetto agli amici”. Questa la gemma di G. (classe quinta).
Mi sono venute alla mente le parole di una canzone di Ligabue che mette bene in evidenza questo sentirsi fuori luogo o fuori ritmo. Vien da chiedersi chi sia a fissare il luogo e il ritmo giusti o comunque accettati, chi a dettare le regole, chi a stabilire i principi. “E c’era tanta gente che sembrava lì solo per me, tutti ai blocchi di partenza lo start chi lo dà? E poi il cuore che bruciava e poi correvo come un matto, tutti gli altri eran davanti, cos’è che non va? Brutta storia dico corro corro e resto sempre in fondo sono fuori allenamento oppure è allenato il mondo? Certa gente riesce solo a dire “Sei fuoritempo. Sei fuoritempo, sei come un debito scaduto, sei fuoritempo, sei fuoritempo, sei quello che ci chiede sempre aiuto”. Fu così che lasciai la gara e resto lì per andare con il passo mio. Stan fischiando, stan fischiando, va bene così. Per di qui per mesi e per chilometri finchè qualcuno dice: “Tu dov’è che stai andando, che siam tutti qui?”. “Io non vado da nessuna parte, io sto andando e basta”. Dicono che se mi beccano mi tagliano la cresta. Certa gente pensa solo a dire “Sei fuoritempo. Sei fuoritempo, arrivi e parti troppo presto, sei fuoritempo, sei fuoritempo”. Vogliamo i suonatori al loro posto, fatti per correre o per rallentare. C’è anche chi ha deciso di camminare al passo che gli pare. “Sei fuoritempo, sei fuoritempo, sei come un debito scaduto. Sei fuoritempo, sei fuoritempo, sei quello che ci chiede solo aiuto”.”

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Gemme n° 230

Terzani ho iniziato a leggerlo presto, alle scuole elementari, in occasione di un concorso in cui ho dovuto leggere una poesia. Lì ho conosciuto sua moglie e suo figlio e da quel momento ho iniziato a leggere i suoi libri, gli aforismi, i pensieri e ho incominciato a vedere la vita come il cerchio disegnato dal monaco zen in cui si parla alla fine del secondo video. Quando sto male leggo qualcosa di suo e mi sento bene. Non l’ho conosciuto direttamente ma è parte della mia vita e penso che resterà per sempre in me.” Questa la gemma di G. (classe quinta).
Riporto un brano, per me molto significativo, tratto dallo stesso testo citato nei video, in cui Terzani si rivolge al figlio Folco: “[…] Mi ricordo di quante storie i miei mi raccontavano sulle lucciole quando ero piccolo. Dicevano che se ne acchiappavi una e la mettevi sotto il bicchiere, la mattina dopo trovavi una monetina. Loro ce la mettevano la monetina, e il mio mondo si arricchiva. Allora, perché ai miei nipoti non far vedere le lucciole perché si stupiscano della meraviglia del mondo? Nell’Himalaya c’erano dei bruchi luminosi. Sai, quei bruchi che nella notte fanno una luce verde come quella di un lampione. Sono incredibili. Non sarebbe bello a un bambino raccontare delle favole su questo bruco? Il mondo gli si anima, no? La natura gli si anima, la vita gli si arricchisce, vive in più dimensioni. Altro che la televisione e andiamo a mangiare la pizzettina! E’ da lì che partono tutti i discorsi sulla violenza. Ogni giorno la violenza ce la facciamo da noi. Basterebbe dire “Basta!”. Pigli il bambino e lo porti la notte a vedere le lucciole. Punto e basta.” “Dov’è che sbagliamo? E’ difficile dirlo.” “Facciamo una cosa molto semplice, viviamo vite troppo di corsa, troppo piene di stimoli, continuamente distratti dal lavoro, dal telefono, dalla televisione, dai giornali, da quelli che ci vengono a trovare. Siamo sempre di corsa, sempre di corsa, non ci fermiamo. Chi si prende più degli spazi vuoti, del tempo per il silenzio? La sera al bambino gli danno da mangiare, lo mettono davanti alla televisione e poi a letto, perché questi vogliono vedere un film, quelli vogliono andare dagli amici. Sarebbe così semplice dire “Fermi tutti. Stasera si va a vedere le lucciole!”. Non è così complicato, non è una congiura, siamo noi a metterci nei guai. Capisco la congiura del consumismo, che è una macchina che ti fagocita, ma qui non c’è nessuna congiura. Sei tu, tu che puoi scegliere se andare in pizzeria o se portare il bambino a vedere le lucciole. Onestamente, Folco, questo mondo è una meraviglia. Non c’è niente da fare, è una meraviglia. E se riesci a sentirti parte di questa meraviglia – ma non tu, con i tuoi due occhi e i tuoi due piedi; se Tu, questa essenza di te, sente d’essere parte di questa meraviglia – ma che vuoi di più, che vuoi di più? Una macchina nuova? […]” (Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio).