iGen, generazione in rovina?

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Gli smartphone con i loro social stanno rovinando o hanno rovinato una generazione? Questa domanda e le relative risposte sono al centro di questo articolo pubblicato oggi su Il Post.
“Jwan M. Twenge, docente di psicologia all’Università di San Diego, ha scritto per l’Atlantic un articolo molto complesso e discusso che analizza l’uso e le conseguenze degli smartphone e dei social media da parte degli e delle adolescenti. Il pezzo riprende i contenuti un recente libro di Twenge, è documentato, cita diverse ricerche e, sebbene con una certa cautela, arriva a conclusioni piuttosto preoccupanti: non è un’esagerazione, dice la studiosa, descrivere gli adolescenti di oggi come sull’orlo della peggiore crisi di salute mentale degli ultimi decenni, e non è un’esagerazione ipotizzare che gran parte di questa situazione possa essere ricondotta ai loro telefonini. L’articolo, sia per i contenuti che per la parzialità del metodo, è stato però anche molto contestato e criticato.
Twenge precisa che lo scopo dei suoi studi non è cedere alla nostalgia per un mondo in cui le cose erano differenti, ma capire come sono le cose ora: alcuni cambiamenti sono positivi, alcuni sono negativi, e molti sono entrambe le cose insieme. Twenge racconta di aver studiato e lavorato molto sulle differenze tra generazioni e che, tipicamente, le caratteristiche che definiscono un gruppo di persone nate in un determinato periodo appaiono per gradi e lungo un continuum. I cosiddetti “Millennials”, di cui fa parte chi è nato tra la metà degli anni Ottanta e i primi anni del Duemila, sono considerati per esempio una generazione individualista: ma questa caratteristica era cominciata a comparire già all’epoca dei “Baby Boomers”, i nati dopo la Seconda guerra mondiale, e della “Generazione X” degli anni Sessanta e Ottanta. I grafici delle ricerche di Twenge sulle tendenze delle diverse generazioni avevano dunque curve ascendenti e discendenti morbide e graduali. Almeno finora.
Quando Twenge ha iniziato a studiare la generazione di Athena, una 13enne che vive a Houston, Texas, e che le ha spiegato di aver trascorso la maggior parte della propria estate da sola in camera in chat con i propri amici, la studiosa ha notato degli spostamenti bruschi e dei picchi nelle tendenze dei propri grafici: molte delle caratteristiche distintive della generazione dei Millenials stavano scomparendo. Twenge dice di non aver mai visto niente di simile e che i cambiamenti non erano solo di grado, ma anche di natura. La differenza più grande tra i Millennials e i loro predecessori era nel modo di considerare il mondo; gli adolescenti di oggi si differenziano dai Millennials non solo per i nuovi punti di vista ma anche per come trascorrono il tempo: le esperienze che hanno nella loro quotidianità sono radicalmente diverse rispetto a quelle della generazione che li ha preceduti.
Twenge si occupa degli adolescenti americani, ma riscontra tendenze e abitudini che – in misure diverse, ovviamente – esistono in molti contesti e città occidentali, e in cui probabilmente molti genitori di adolescenti europei riconosceranno almeno in parte i propri figli. L’anno in cui sono avvenuti questi cambiamenti così significativi, secondo Twenge, è il 2012: c’entra probabilmente la grande recessione, dice, cioè la crisi economica mondiale iniziata nel 2007 e terminata circa due anni dopo, ma il 2012 è stato soprattutto l’anno in cui la percentuale di statunitensi che avevano uno smartphone ha superato il 50 per cento. A chi è nato tra il 1995 e il 2012 Twenge ha dato quindi un nome: iGen. Sono gli adolescenti che sono cresciuti possedendo uno smartphone, che avevano un account Instagram prima di iniziare la scuola superiore e che non si ricorda un tempo prima di Internet. I Millennials si sono formati con una grande familiarità con la tecnologia digitale che, però, non è mai stata presente nelle loro vite a un livello così elevato, cioè in ogni momento, giorno e notte.
Secondo Twenge le conseguenze della cosiddetta “età degli schermi” vengono spesso sottovalutate. Ci si concentra molto su specifici aspetti, per esempio la riduzione dell’attenzione, ma la diffusione degli smartphone ha invece cambiato radicalmente ogni aspetto delle vite degli adolescenti, dalla natura delle loro relazioni sociali alla loro salute mentale. E questi cambiamenti, dice la studiosa, riguardano tutti i giovani americani, a prescindere da dove vivano, in ogni tipo di famiglia: coinvolgono le persone benestanti e quelle non benestanti, quelle di ogni etnia, che vivono nelle città oppure nelle periferie. Anche quando in passato un evento significativo ha svolto un ruolo fondamentale ed estremo nella formazione e nella crescita di un gruppo di giovani, per esempio una guerra, non è mai accaduto prima che un singolo fattore definisse un’intera generazione e che avesse conseguenze così pervasive: «Ci sono prove convincenti che i dispositivi che abbiamo messo nelle mani dei giovani stiano avendo profondi effetti sulla loro vita e li rendano gravemente infelici».
Gli iGen, scrive Twenge, si sentono più a loro agio in camera loro che in una macchina o a una festa, nonostante siano più sicuri e informati rispetto al passato: hanno meno probabilità di fare un incidente automobilistico rispetto ai loro omologhi del passato, per esempio, e sono più a conoscenza dei rischi dell’alcol. Da un punto di vista psicologico, però, sono più vulnerabili rispetto ai Millennials. La prima caratteristica degli iGen è che la ricerca dell’indipendenza, così potente nelle generazioni precedenti, è meno forte. La patente di guida, simbolo di libertà inscritto nella cultura popolare americana, ha perso il proprio appeal: quasi tutti i Baby Boomers avevano la patente di guida pochi mesi dopo il compimento dell’età necessaria; oggi in America più di un adolescente su quattro non ha la patente alla fine della scuola superiore. Sono madri e padri ad accompagnare i figli a scuola o altrove, e dalle ricerche emerge che la patente viene descritta dagli adolescenti come qualcosa che importa soprattutto ai loro genitori, un concetto «impensabile per le generazioni precedenti», commenta Twenge.
È diminuita anche la percentuale di chi ha una frequentazione sentimentale: parte del corteggiamento avviene attraverso le chat e non è detto che poi si arrivi a un incontro reale. Nel 2015 solo il 56 per cento di chi frequenta l’ultimo anno delle scuole superiori ha avuto degli appuntamenti, mentre tra i Baby Boomers e i membri della Generazione X la percentuale era pari a circa l’85 per cento. Questo ha ovviamente delle conseguenze sulla vita sessuale degli iGen: secondo i dati citati da Twenge, i quindicenni che hanno una vita sessualmente attiva sono diminuiti del 40 per cento rispetto al 1991 e l’adolescente medio di oggi ha fatto sesso per la prima volta circa un anno dopo rispetto alla media di chi appartiene alla Generazione X.
Nelle generazioni precedenti, poi, gli adolescenti lavoravano di più in estate o nel tempo libero, desiderosi di finanziare la loro libertà: in questo erano stimolati anche dalle famiglie, che volevano insegnare loro il valore del denaro e la sua gestione. Gli adolescenti iGen invece non lavorano: alla fine degli anni Settanta, il 77 per cento dei ragazzi dell’ultimo anno delle scuole superiori aveva una qualche occupazione, entro la metà del 2010 la percentuale si è abbassata al 55 per cento e ora il numero è diminuito ancora. La tendenza a ritardare l’entrata nell’età adulta era già in atto anche nelle generazioni precedenti, dice Twenge, ma ciò che caratterizza gli iGen è in particolare il ritardo dell’inizio dell’adolescenza: i ragazzi che oggi hanno 18 anni agiscono come dei quindicenni e quelli di quindici anni sono più simili a dei ragazzini di tredici anni. L’infanzia si è cioè estesa. Perché, si chiede la studiosa, gli adolescenti di oggi aspettano più a lungo ad assumersi sia le responsabilità che i piaceri dell’età adulta?
I cambiamenti culturali, l’economia e il rapporto con la famiglia hanno certamente un ruolo: l’istruzione superiore è considerata più importante di trovarsi presto un lavoro, i genitori sono inclini a incoraggiare i loro figli a rimanere a casa e a studiare piuttosto che a cercarsi un’occupazione part-time e gli adolescenti, a loro volta, sembrano soddisfatti di questo accordo, «non perché siano particolarmente studiosi ma perché la loro vita sociale è vissuta sul telefono. Non hanno bisogno di lasciare la casa per trascorrere del tempo con i loro amici». I dati dicono che gli adolescenti iGen hanno più tempo libero rispetto agli adolescenti della generazione precedente. «E che cosa fanno con tutto quel tempo?» si chiede Twenge: «Sono al telefono, nella loro stanza». Si potrebbe allora pensare che gli adolescenti passino così tanto tempo in questi nuovi spazi virtuali perché questo li rende felici, ma la maggior parte dei dati suggerisce che non è così.
Nel suo articolo Twenge cita diverse ricerche. Una ha che fare con il tempo del sonno e dice che dal 2012 le ore dedicate dagli adolescenti al dormire sono diminuite: usare il telefonino per diverse ore e anche subito prima di andare a letto ha conseguenze sulla quantità ma anche sulla qualità del riposo, e dormire poco e male ha a sua volta conseguenze sia fisiche che psicologiche. Da un’altra ricerca citata risulta che tutte le attività svolte davanti a uno schermo siano legate a una minore felicità e che tutte le attività alternative siano associate invece a una maggiore felicità. Le indagini riportate da Twenge dicono poi che più i ragazzi passano il tempo guardando uno schermo, più probabilità hanno di segnalare sintomi di depressione e di presentare maggiori fattori di rischio di suicidio (dal 2007 il tasso di omicidio tra adolescenti è diminuito, ma è aumentato quello dei suicidi: gli adolescenti hanno cioè iniziato a trascorrere meno tempo insieme ed è dunque diminuita la probabilità che si uccidano tra loro, spiega, ma è aumentata la probabilità che si facciano del male da soli): «Nel 2011, per la prima volta in 24 anni, il tasso di suicidio tra adolescenti era superiore al tasso di omicidio sempre fra persone della stessa età».
Naturalmente, precisa Twenge, queste analisi non dimostrano inequivocabilmente che il tempo passato davanti a uno schermo causi infelicità: è possibile infatti che gli adolescenti infelici spendano più tempo in rete e la studiosa, nel proprio articolo, ribadisce che è difficile comprendere con esattezza cosa venga prima e cosa dopo, cioè tracciare con precisione i nessi di causalità. Gli smartphone potrebbero causare la mancanza di sonno che porta alla depressione, o i cellulari potrebbero causare la depressione che porta alla mancanza di sonno. Ma cita un altro esperimento a cui sono stati sottoposti degli studenti del college con un account Facebook che sembra confermare la prima ipotesi, e cioè la sua tesi: per due settimane agli studenti sono stati inviati dei link cinque volte al giorno e loro dovevano rendere conto dello stato d’animo al momento della ricezione e di quanto avessero usato Facebook a partire da quei link. Più avevano usato Facebook, più segnalavano il loro stato d’animo come infelice. Il contrario però non valeva: il sentimento di infelicità non determinava cioè un maggior uso di Facebook.
Twenge scrive che «la depressione e il suicidio hanno molte cause» e che «troppa tecnologia non è chiaramente l’unica». Introduce però un concetto: poiché nell’età degli schermi è tutto documentato, lo è anche ogni occasione di ritrovo o aggregazione. Di conseguenza è aumentato il numero degli adolescenti che si sentono esclusi da quei momenti. Al sentimento di esclusione si unisce poi un’altra preoccupazione: la ricerca costante e ossessiva dell’approvazione tramite commenti, like e cuoricini vari. L’aspettativa dell’approvazione è diventata quotidiana e puntuale e questo genera ansia e un nuovo peso a cui l’adolescente è costantemente sottoposto. Questo vale soprattutto per le ragazze. I sintomi depressivi dei maschi sono aumentati del 21 per cento dal 2012 al 2015, mentre tra le giovani donne sono aumentati del 50 per cento, più del doppio. Twenge parla di una possibile spiegazione che ha a che fare con le modalità con cui i maschi e le femmine esprimono la loro aggressività o le loro reazioni di dissenso: i ragazzi tendono a scontrarsi fisicamente, mentre le ragazze hanno maggiori probabilità di farlo influenzando lo status sociale o le relazioni della persona con cui sono in contrasto in quel momento. I social media offrono quindi alle ragazze uno strumento perfetto su cui mettere in pratica lo stile di aggressione e di dissenso che favoriscono, potendo denigrare ed escludere altre ragazze 24 ore su 24.
Alla fine del suo articolo Twenge dice di rendersi conto che la limitazione della tecnologia potrebbe essere una richiesta irrealistica da imporre a una generazione di bambini e di ragazzini abituati ad essere sempre online, ma raccomanda anche che il semplice invito a un uso più responsabile e moderato della tecnologia potrebbe essere molto più necessario e importante di quanto non si possa pensare.
L’articolo di Twenge ha ricevuto diverse critiche. Su Psychology Today, mensile di psicologia pubblicato negli Stati Uniti, si dice innanzitutto che la studiosa ha scelto di citare solamente le ricerche che supportano la sua tesi e che ha tralasciato invece le indagini che hanno portato a risultati differenti: e che dicono, per esempio, che stare davanti a uno schermo non sia direttamente associato a depressione e solitudine, o che suggeriscono che l’uso attivo dei social media sia legato a risultati positivi come la resilienza. Ci sono poi studi che mostrano come la tecnologia possa sviluppare l’intelligenza, la produttività e la “coscienza ambientale”, e che mostrano come per un adolescente sia fondamentale connettersi con i suoi simili in tutto il mondo per condividere interessi, facendolo sentire incluso in una rete sociale piena di significato. Gli studi ripresi da Twenge si basano poi su metodi correlazionali che indagano cioè la misura in cui due determinati eventi o variabili sono in relazione tra loro. Questi metodi si occupano dunque dell’associazione tra i fenomeni senza stabilire se uno sia la causa dell’altro: lo precisa la stessa Twenge che però, ed è questa la critica, arriva in alcuni punti del suo pezzo a trarre da queste stesse ricerche delle conseguenze definitive.
Gli studi ripresi da Twenge sono poi troppo generali, dice chi la critica: ignorano in gran parte i contesti sociali e le differenze tra quelle stesse persone che stanno cercando di analizzare. L’uso dello schermo e la sua associazione con il benessere psicologico cambia invece in base a una moltitudine di variabili sia di contesto che personali e di questo non viene dato conto. Infine: il bias, cioè le deviazioni dai valori medi che fanno parte delle ricerche citate da Twenge sono scartate o riportate di passaggio come parte irrilevante della tesi che lei intende sostenere. Eppure si dice nel suo stesso pezzo che questa generazione ha il tasso di abuso di alcol, di gravidanze in giovane età, di sesso non protetto, di fumo e di incidenti automobilistici più basso rispetto a quello delle generazioni precedenti. Secondo Psychology Today questa non sembra esattamente la descrizione di una generazione distrutta.
In altri articoli di commento al pezzo dell’Atlantic si dice che è eccessivamente allarmistico e si citano dei dati (per esempio quelli che hanno a che fare con l’indice di felicità degli adolescenti) che o non mostrano una situazione di urgenza o che sono anzi in contrasto con quelli considerati da Twenge. La studiosa pone delle questioni fondamentali, si dice, ed è vero: ma è proprio per questo che è necessario essere molto attenti a trarre le giuste conclusioni. Inoltre, secondo i critici, Twenge non affronta alcune questioni importanti: non cita per esempio il fatto che la diffusione degli smartphone e dei social network ha riguardato negli anni Duemila sì gli adolescenti ma anche le persone più adulte, compresi i genitori di quegli stessi adolescenti.
Si suggerisce dunque di non “incolpare la tecnologia”, ma di cominciare a considerare un’altra spiegazione possibile per la condizione degli adolescenti di oggi: il disimpegno e la distrazione dei genitori stessi o, come è stata definita in alcuni studi di psicologia, la cosiddetta “genitorialità minima”. Questo offrirebbe una spiegazione alla crisi di indipendenza degli adolescenti di cui scrive Twenge. Promuovere l’indipendenza comporta infatti tempo e fatica da parte dei genitori e il lavoro di incoraggiamento a un comportamento positivo è altrettanto importante di quello che ha a che fare con la punizione di un comportamento negativo. Alcuni esperimenti di psicologia mostrano però che quando i genitori sono distratti è proprio l’incoraggiamento a risentirne, più che il controllo.
Su Slate, Lisa Guernsey – che si occupa di politiche educative e nuove tecnologie per il think tank New America – spiega che la strada suggerita da Twenge (togliere gli smartphone ai propri figli e suggerire loro di tornare nel 1985) sembra impossibile da praticare e che, d’altra parte, nemmeno l’atteggiamento del “lasciar fare” sembra essere promettente. Trovare una terza soluzione sembra fondamentale e può significare, tra le altre cose, ampliare le ricerche per avere una maggiore conoscenza dei dati e dei fenomeni e, soprattutto, «parlare con i nostri ragazzi».”

L’amore è il vero motivo

Sto sempre meno volentieri sui social network. Non mi succede da molto tempo, ma vedo che più passano i giorni, più mi sento a disagio. I toni sono sempre più accesi e violenti, i commenti sono spesso superficiali ma stigmatizzanti, le bufale sono sempre più frequenti e rilanciate, il protagonismo è sempre più forte e non si tiene mai conto di chi potrebbe leggere quelle parole; si augurano malattie e morte a persone antipatiche o che semplicemente non la pensano come noi, si evocano dalla storia luoghi di disumanità inaudita sperando che costoro ci finiscano. A giugno c’era stata sui giornali una polemica nata da una dichiarazione di Umberto Eco: «“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli. […] La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità,” osserva Eco che invita i giornali “a filtrare con un’equipe di specialisti le informazioni di internet perché nessuno è in grado di capire oggi se un sito sia attendibile o meno. I giornali dovrebbero dedicare almeno due pagine all’analisi critica dei siti, così come i professori dovrebbero insegnare ai ragazzi a utilizzare i siti per fare i temi. Saper copiare è una virtù ma bisogna paragonare le informazioni per capire se sono attendibili o meno”.» (citazioni prese da La Stampa).

Gli ha risposto Gianluca Nicoletti (e cito sempre La Stampa): “… Ora, chi vuole afferrare il senso dei tempi che stiamo vivendo è costretto a navigare in un mare ben più procelloso e infestato da corsari, rispetto ai bei tempi in cui questa massa incivilizzabile poteva solo ambire al rango di lettori, spettatori, ascoltatori. Stare buoni e zitti, leggere giornali scritti da noi, leggere libri scritti da noi, guardare programmi in tv in cui al centro eravamo noi, ascoltare lezioni che facevamo noi. E’ finita purtroppo l’epoca delle fortezze inespugnabili in cui la verità era custodita dai suoi sacerdoti. Oggi la verità va difesa in ogni anfratto, farlo costa fatica, gratifica molto meno, ma soprattutto richiede capacità di combattimento all’arma bianca: non si produce pensiero nella cultura digitale se non si accetta di stare gomito a gomito con il lato imbecille della forza. […] Chi siamo noi per negare il diritto all’imbecillità di evolvere con strumenti individuali? Non credo ai comitati di saggi, ai maestri di vita digitale che fanno dai giornali l’analisi critica della rete. Le loro sentenze avrebbero quel profumino di abiti conservati in naftalina che oggi emanano le muffe lezioncine sulla buona televisione, sul servizio pubblico, sulla qualità dei programmi, su questo è buono e questo fa male. Siamo tutti intossicati, per questo oggi l’intellettuale deve fare sua la follia del funambolo. Chi vorrebbe curare gli altri e ancora si proclama sano, è in realtà (digitalmente) già morto.”

Quello di cui sento il bisogno lo intravedo in una canzone di Filippo Neviani, più famoso come Nek: ci sono una domanda e una risposta. Il brano “Hey Dio” del 2013 “è nato come uno sfogo nell’osservare l’attuale periodo storico, dove si stanno smarrendo dei valori importanti. Non può fare sempre notizia il male o il negativo, e tacere su quanto di buono fanno in tanti. È una realtà distorta. Nella canzone, mi rivolgo a Dio come fosse mio padre, per risolvere i dubbi. E la risposta che si può trovare è una sola: l’amore, per come mi è stato insegnato da credente. E questo amore passa attraverso il rispetto per il prossimo e la condivisione. Se fossimo più attenti verso gli altri la nostra vita sarebbe più ricca. Bisogna capire che non bastiamo a noi stessi” (da Dimensioni Nuove).
Hey Dio, avrei da chiederti anch’io, cos’è quest’onda di rabbia, che poi diventa follia, che c’è da stare nascosti, per evitare la scia, di questo tempo che ormai, è il risultato di noi… Hey Dio, vorrei sapere anche io, se questo mondo malato, può ancora essere mio, e se il domani che arriva, è molto peggio anche di così, ma infondo sai cosa c’è, hai ragione sempre te… Che c’è bisogno d’amore, è tutto quello che so, per un futuro migliore, per tutto quello che ho, per cominciare da capo e ritrovare una coscienza, per fare a pezzi con le parole questa indifferenza…
Hey Dio, permettimi di dire che qui, è solo l’odio che fa notizia, in ogni maledetto tg, non c’è più l’ombra di quel rispetto, il fatto è che sembra andar bene così, ma infondo sai cosa c’è, hai ragione sempre te… Che c’è bisogno d’amore, è tutto quello che so, per un futuro migliore, per tutto quello che ho, per cominciare da capo e ritrovare una coscienza, per fare a pezzi con le parole questa indifferenza…
E dopotutto sai, che sono quello di sempre, che non potrei stare fermo mai, davanti a un mucchio di niente… In qualche angolo c’è, chi la pensa come me… Che c’è bisogno d’amore, è tutto quello che so, per un futuro migliore, per ogni cosa che ho, e per sentirmi più vivo, io voglio cominciare da qui, l’amore è il vero motivo, per essere più liberi…”

Con la schiena dritta

Da ieri Mauro Berruto non è più il commissario tecnico della nazianale italiana maschile di pallavolo. Sul suo sito ho trovato questo post in cui il coach espone le proprie motivazioni. Lo riporto perché vi si parla di etica, responsabilità, scelte, rispetto, lavoro, valori, regole, comunicazione, new media, social network. In riferimento a quanto scritto nelle prime righe del comunicato ricordo che all’inizio della fase finale della World League, Berruto aveva escluso per motivi disciplinari quattro giocatori: Dragan Travica, Ivan Zaytsev, Giulio Sabbi e Luigi Randazzo.
Oggi ho comunicato al Presidente Carlo Magri la decisione di rimettere il mio mandato di Commissario berruto2Tecnico della Squadra Nazionale di pallavolo nelle mani Sue e del Consiglio Federale.
Il clima generatosi intorno alla squadra, in relazione al provvedimento disciplinare nei confronti di quattro atleti da me deciso in occasione della Final Six di World League a Rio de Janeiro, mi ha reso consapevole di non sentire più quella fiducia completa nel mio operato che sempre ho sentito e che è condizione necessaria per poter svolgere questo straordinario compito.
Il dolore di rinunciare al mio ruolo di CT a un mese dell’obiettivo verso il quale tutto il mio lavoro era stato indirizzato nel quadriennio olimpico, non è negoziabile rispetto alla difesa di valori che ritengo fondamentali quali il rispetto delle regole e della maglia azzurra. Valori che ritengo altresì fondamentali nella mia visione di sport.
La commovente risposta della squadra successiva alla mia decisione (la vittoria contro la Serbia e, ancora di più, la coraggiosa sconfitta contro la Polonia campione del mondo) mi restituisce la certezza che sui valori tutto si fonda.
Tengo tuttavia, amaramente, questa certezza solo per me, ringraziando di cuore i 13 protagonisti di quelle due partite, perché il coro di chi ha letto nella mia decisione incapacità di gestione, inadeguatezza al ruolo, danno economico o addirittura causa scatenante di una brutta immagine per il nostro movimento mi fa pensare che il rispetto delle regole sia diventato merce negoziabile davvero.
Se così è il mio passo indietro è dovuto, perché non è e non può essere questo il mio modo di intendere lo sport e fare il Commissario Tecnico.
Ringrazio tutti coloro che hanno lavorato con me in questi anni, atleti e membri dello staff, perché tutti mi hanno insegnato delle cose. Un pensiero particolare va ai 30 atleti che in questi quattro anni e poco più hanno esordito con la maglia azzurra. E’ un record di cui vado molto fiero perché regalare questa gioia non ha davvero prezzo.
Ringrazio tutti gli staff delle Squadre Nazionali giovanili e in particolare Mario Barbiero, motore inesauribile della nostra pallavolo maschile giovanile. Fin dal primo minuto ho voluto dimostrare come la nazionale Seniores fosse parte di un progetto comune che incomincia a quattordici anni con i Regional Days. Le nostre squadre giovanili stanno da qualche tempo brillando in Europa e nel mondo e considero questo fatto, insieme alla riforma dell’Under 13, un’ulteriore medaglia di cui andare fiero.
Ringrazio il Presidente Magri per aver realizzato, il 17 dicembre del 2010, il mio più gigantesco sogno di bambino. Sono passati da quel giorno anni, medaglie, vittorie, sconfitte. 134 volte ho sentito suonare l’inno di Mameli con il cuore che scoppiava di orgoglio e di rispetto per quella bandiera distesa davanti a me.
Tengo tutti questi ricordi ma ne scelgo uno: la fotografia scattata sul podio olimpico di Londra. L’onore più grande che potesse immaginare un ragazzo che aveva incominciato ad allenare in un oratorio della sua città.
Ho un ultimo desiderio che devo soprattutto ai miei figli Francesco e Beatrice: vorrei spiegare loro che il nuovo modo di comunicare fondato sulle opinioni espresse sulle pubbliche piazze virtuali dei social network, ha fatto sì che siano state di me scritte cose che spero loro non leggeranno mai. Dietro ai ruoli ci sono persone e il principio del rispetto della persona dovrebbe guidare anche questo nuovo modo di comunicare. Mi piacerebbe che Francesco e Beatrice crescessero con l’idea che rispettare le regole e le persone è talmente bello da essere rilassante. Mi piacerebbe che andassero orgogliosi del fatto che il loro papà, partendo dal nulla, abbia avuto l’onore infinito di rappresentare il nostro Paese. Mi piacerebbe fossero orgogliosi del fatto che, al di là di 7 medaglie vinte, il loro papà possa essere ricordato per averlo fatto sempre e comunque con onestà. Con fatica, con onestà e con la schiena dritta.
Mauro Berruto”

Gemme n° 25

Spero di non annoiare con questo video che dura poco più di cinque minuti”: ha esordito così M. (classe seconda).

A volte mi fa paura lo spazio che occupano i social network nelle relazioni, soprattutto tra noi giovani. Ho visto questo video parecchie volte perché mi ha colpito molto”. Anche io l’avevo già visto due volte: la prima volta ho letto i sottotitoli, la seconda ho guardato le immagini e solo oggi mi sono accorto che è tutto in rima… Sono dell’idea che la tecnologia sia uno strumento e come tutti gli strumenti la sua bontà o meno è legata all’uso che se ne fa. Vero è che si tratta di uno strumento molto potente e non tutte le sue potenzialità e caratteristiche sono immediatamente comprensibili. Rimando a quanto scritto qui.

Social: quando iniziare?

Avevo salvato questo articolo, comparso su Io donna con la firma di Valentina Ravizza, un mesetto fa. L’argomento è quello della presenza dei bambini sui social network; certo, non è approfondito, ma evidenzia alcuni aspetti importanti. Vi aggiungo anche un altro pensiero: mi diletto di fotografia da quando yashicaho 18 anni. Proprio a quel compleanno ho ricevuto in regalo la mia Yashica fx3. Uno dei tipi di scatti meno amati da me e comunque meno frequenti era l’autoscatto. Oggi si chiama selfie ed è certo una delle modalità di foto più diffuse in rete. Perché? Perché questo bisogno di fotografarsi, di filmarsi, di vedersi? E poi di condividerlo con sconosciuti? Perché quest’esigenza da parte di bambini di 8-10 anni? Perché tutte quelle foto con bocca arricciata a mandare un bacio? Perché le pose di fianco?
La maturità su Facebook, ossia l’età minima per registrarsi sul social network, si raggiunge un anno prima di quella per guidare il motorino. E presto potrebbe pure scendere. Ma siamo sicuri che uno schermo comporti meno rischi di due ruote? Se si guarda l’aspetto psicologico la risposta è no. Soprattutto se ai bambini non viene fatto alcuna lezione di “scuola guida” per aiutarli ad orientarsi online.
Perché fissare l’asticella proprio 13 anni? «Alcune strutture cerebrali si sviluppano soltanto a partire da questa età» spiega Eddy Chiapasco, psicologo e presidente del Centro studi psicologia e nuove tecnologie. Si tratta di quelle aree del cervello che ci permettono di gestire situazioni complesse: «Per esempio di renderci conto che immagini e commenti lanciati nella Rete possono ferire qualcuno e che di fronte a noi, per quanto separata da un monitor, potrebbe esserci una persona che soffre a causa delle nostre azioni».
Ma nella realtà, come svela il rapporto Social Age di Knowthenet found, più della metà dei bambini sotto i selfiedieci anni ha utilizzato social o app di messaggistica e altre stime parlano di qualcosa come cinque milioni e mezzo di bambini su Facebook. Portarli online già a sette anni, come sta cercando di fare PopJam, il nuovo social network in versione kids lanciato da Mind Candy in Gran Bretagna e Australia, potrebbe essere come lasciarli soli in una giungla insidiosa, specie se non hanno armi per difendersi. «Per i ragazzi di oggi scattare una foto e condividerla online è un automatismo. Non ci sono filtri, nemmeno tecnici, come poteva essere una volta il portare il rullino a sviluppare dal fotografo» spiega Chiapasco. A cui chiediamo quindi che strumenti servirebbero ai ragazzi: «Anzitutto la pagina Facebook va creata con i genitori, che spieghino come funziona e come gestirla». Non vale la scusa “io di tecnologia non ci capisco niente”: «I dubbi si affrontano insieme, in modo che il ragazzo, anche successivamente, sappia di poter chiedere aiuto a mamma e papà in caso di brutte esperienze».
Ma oltre ai rischi legati al texting e al cyber bullismo, più comunemente i social influiscono sulle relazioni quotidiane. «Da una parte c’è chi li vede positivamente come una chance di socializzare: un ragazzo timido nella vita reale magari non avrebbe mai il coraggio di mettersi a parlare con una compagna di classe carina, mentre in chat riesce a superare l’imbarazzo. Ma d’altra parte conosco casi di compagni di classe che su Whatsapp si raccontano fatti molto intimi mentre a scuola a malapena si rivolgono la parola. Anche qui sta a genitori e insegnanti il dovere di creare gruppi di gioco e di lavoro per promuovere la socialità reale».
In questo percorso di avvicinamento controllato alla Rete anche l’uso dei social nel contesto scolastico può essere utile: sì alla pagina Facebook di classe, no all’amicizia diretta e alle chat tra studenti e docenti. No alla distrazione continua del cellulare acceso in aula (e qui la colpa è spesso dei genitori ansiosi che chiedono ai figli di essere sempre raggiungibili), ma attenzione a non demonizzare le nuove tecnologie: «I ragazzi di oggi sono multitasking, e devono esserlo, perché la società glielo impone. C’è il rischio che siano più superficiali, forse, ma la capacità di lavorare su più cose in parallelo, se valorizzata, può anche essere positiva».
Ma all’età giusta: uno studio presentato durante l’ultimo congresso delle Pediatric Academic Societies and Asian Society for Pediatric Research ha mostrato come i bambini che giocavano con app non educative già dagli 11 mesi avevano un ritardo nello sviluppo del linguaggio. Anche perché i più piccoli sono pure i più esposti al rischio dipendenza, specie se tablet e smartphone vengono usati come babysitter. Difficile prevedere a livello scientifico se i social influiranno davvero sugli adulti di domani. Di certo stanno cambiando i bambini di oggi.”

I nuovi cinici

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C’è un cinismo che mi spaventa. E’ quello reale. Mostrarsi cinici (in modo superficiale) è una delle tendenze più diffuse di internet, soprattutto dei social network; tanto che molte persone sentono il bisogno di smarcarsi dalla “moda”: “Guarda che lo dico sul serio, la penso realmente così”. Se questo corrisponde a realtà, questo mi spaventa. In “Denti bianchi” Zadie Smith scrive: “In sé il dolore è solo Dolore. Ma Dolore + Lontananza può essere = Intrattenimento, voyeurismo, interesse umano, cinéma verité, una bella risatina di pancia, un sorriso pietoso, un sopracciglio inarcato, un disprezzo contenuto”. Ecco, fra cinismo e disprezzo, trovo che il confine sia molto labile, troppo.

Un orizzonte nuovo

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Capita spesso in classe di parlare dei social a vari livelli, a seconda delle classi. Ecco, questo articolo, preso dal sito di Giovanni Grandi, ricercatore in filosofia morale, è per le classi più esperte, ma con un po’ di concentrazione è utile a tutti 🙂

“Non occorre trovarsi ad un incontro con il Papa: basta essere ad uno spettacolo di fine anno alla scuola dell’infanzia – l’asilo, per la mia generazione – per vedersi levare immancabilmente una selva di schermi tra telecamere (sempre meno) tablet e smartphone (sempre più). Impossibile vedere oltre. Che alle volte è più semplice guardare la scena dallo schermo del tablet di chi sta due file più avanti. Provavo a sorridere a proposito della funzione dello “schermo”, che originariamente è quella di proteggere, di riparare, di mettersi in mezzo ma proprio per creare distanza. Oppure per impedire dispersioni, specialmente – e non senza umorismo – nel caso dei “cavi schermati” che impieghiamo nelle telecomunicazioni. Questo significa “schermare”. È allora paradossale la funzione dello schermo delle nostre appendici tecnologiche: si mette di mezzo tra noi e quel che ci sta di fronte non più per proteggere e custodire, ma per esporre e diffondere esponenzialmente.
Alessandra de Paola (@amedepaola) da twitter suggeriva che si tratta di un’eco della nostra solitudine: «Se qualcosa non sta sulla tua timeline esiste solo per te: è la foto di quanto ci sentiamo soli e abbiamo bisogno di comunicare».
È interessante l’idea per cui oggi rischia di esistere solo quello che riusciamo ad esibire, a mostrare, anche dei nostri vissuti. Alle radici di questa deriva non vedo però il demone della tecnologia, ma forse qualcosa di meno appariscente su cui varrebbe la pena di sostare.
Il raccontare e il raccontarsi è un elemento strutturale della nostra umanità. È nella narrazione che si creano relazioni, che si strutturano eredità e tradizioni. Se la cultura semita puntava sull’ascolto, la cultura greca ha fin da principio fatto leva sulla visione: dalla prima abbiamo ereditato l’opzione preferenziale per la scrittura, dalla seconda quella per la monumentalità. In entrambi i casi però quel che veniva trasmesso non era la riproduzione immediata del reale. La Sacra Scrittura non è una cronaca di eventi, neppure quando fa riferimento a fatti attestabili secondo i moderni criteri storiografici. Neanche i monumenti greci, con le loro storiografie visuali volevano essere una riproduzione pedissequa del reale. I media antichi non erano semplicemente cronache: erano narrazioni in cui il cuore era costituto da un tassello di sapienza. Come dire: attraverso questi eventi, rielaborando queste esperienze, abbiamo compreso che…
Quello che mi colpisce di molte nostre narrazioni contemporanee è che somigliano sempre di più a delle telecronache, in cui il messaggio di fondo rischia di essere semplicemente “io c’ero”, “io sono qui” (I’m at…) o “guardate che bello”. Nulla di discutibile nel realizzare un’istantanea, il punto non è questo.
Il punto è se, nel tempo, ho modo di ritornare su quell’esperienza che ho avvertito la necessità o di condividere in diretta, per estrarne un tassello di sapienza, di maggiore comprensione della vita. Il punto è se dietro all’evento c’è una scoperta, che a sua volta vale la pena di condividere, di far circolare. Quel che mi lascia perplesso nelle nostre narrazioni è l’inflazione di eventi e la deflazione delle scoperte di sapienza. Se impieghiamo tutto il nostro tempo a far rimbalzare in diretta telecronache di eventi, quanta attenzione ci rimane per sostare sui vissuti e perlustrarli con pazienza, alla scoperta di profondità meno appariscenti, di significati e lezioni stimolanti per maturare in umanità?
Potrebbe essere allora interessante mettersi alla prova: tra gli eventi di cui ho riferito e che ho esibito nella mia timeline (specialmente sui social) della scorsa settimana, ce n’è almeno uno che oggi posso raccontare nuovamente, perché non ha il gusto stantio della cosa passata ma quello frizzante di un orizzonte nuovo che ho scoperto?
Riabilitare (o quantomeno sostenere) la capacità narrativa come rielaborazione del messaggio dei vissuti potrebbe essere una sfida interessante. Perché non pensare qualche workshop in questo senso, specialmente lì dove si lavora sulla valorizzazione dei social media e degli strumenti di interazione che oggi abbiamo a disposizione?
Gran cosa se il social fosse un amplificatore di human wisdom…”

Ci somigliano

Ieri al tg mi sono imbattuto nel video di un pestaggio di una ragazza nei confronti della sua rivale in amore, girato da alcuni compagni rimasti fermi anche davanti alle esplicite richieste di aiuto della seconda. Ecco il commento scritto oggi da Gianluca Nicoletti su La Stampa.
“Il pestaggio di una ragazzina da parte della sua compagna di classe è raccontato in ogni dettaglio da un video che ora gira su Facebook. Lo hanno condiviso quasi 90.000 utenti e continua a rimbalzare tra le bacheche, suscitando a volte rabbia a volte incredulità. Chiunque abbia figli adolescenti è bene che lo guardi, anche se è molto crudo e può far male vederlo. Spiega molte cose dell’universo dei nostri ragazzi, cose che magari avevamo letto o di cui avevamo sentito parlare. Vedere però è un’ altra cosa.
bollateAvviene per strada, in una periferia come tante. In questo caso fuori dell’ Itc Primo Levi di Via Varalli a Bollate, ma poteva benissimo essere accaduto in qualunque strada di qualunque città italiana. Ragazzi e ragazze sono tutti ben vestiti, come prescrive il dress code per sopravvivere in classe ogni giorno senza sfigurare nel gruppo e confondersi rassicurati nelle sue dinamiche.
Si capisce dal video che è in atto una sfida tra ragazzine, o meglio una delle due -la bionda- affronta a brutto muso la nemica -la mora- s’immagina per rivalità amorosa. Comincia a picchiarla a freddo, con tecnica e determinazione. Combinazione di calci e pugni in faccia. Agile determinata, precisa. L’altra è terrorizzata e chiede aiuto.
Il primo cerchio degli osservatori è rappresentato dalle amiche, che fanno cerchio attorno al luogo dove il branco probabilmente amministra la sua giustizia. Più defilati i maschi, con il ruolo di semplici osservatori. Incitano, bestemmiano, si lamentano perché secondo loro si chiacchiera troppo e si agisce poco. Quasi tutti hanno lo smartphone in mano e filmano.
La scena prosegue lungo il marciapiede, la vittima prova a scappare chiede aiuto, l’altra la insegue, la colpisce, la prende per i capelli, la sbatte contro un lampione, la butta a terra e la prende ripetutamente a calci in faccia tenendola sempre per i capelli. Urla disperate, richieste d’ aiuto ai compagni che restano impassibili e continuano a filmare. Finalmente una delle altre ragazze l’aiuta a sollevarsi e le fa scudo, mentre gli altri decidono che può bastare e allontanano la bionda che pare appagata per la punizione.
Facebook storicizza l’evento. La vicenda arriva alla preside del liceo che chiama i Carabinieri di Rho, i genitori della vittima denunciano. La storia seguirà il suo naturale iter giudiziario. Su Facebook invece continua: si sono già creati due gruppi antagonisti che, attorno al filmato, stanno trasferendo quel brutto episodio nel tempo dell’epica 2.0.
I ragazzi non sono molto diversi dai loro genitori che si accaniscono su Twitter per la politica, per il disprezzo verso le donne in genere, per razzismo, per intolleranza verso chi è diverso: “Z….la dai ricci d’oro vieni al Sud, qui nn ti diamo manco il tempo di parlà che come fai A co no calcio in bocca ti facciamo saltà tutti i denti.” Oppure chi inneggia alla bionda che è diventata un’eroina “Brava G….!! Sei finita sul giornale insieme all’algerino con la mannaia!! Sei una da temere!! Sei tosta!! ….. una vacca intostata!!”
Chi se la sente di fare lo scandalizzato, di meravigliarsi, di dire: “Oh che tempi…Che gioventù!!!!” Difficile fare la morale, somigliano troppo a noi adulti questi sciocchi ragazzi. E’ da noi che hanno imparato ad essere pusillanimi, ma spietati se imbrancati. Pronti a eccitarsi alla violenza, pronti a seguire senza discutere chiunque dimostri di essere il più forte, il più spietato, il vincente perché capace di prendere a calci in faccia qualunque suo simile inerme che chiede pietà.
Soprattutto i ragazzi sono come noi convinti che, alla fine, anche i nostri atti peggiori possano assumere mitologica dignità se solo riusciamo a conquistarci l’attenzione dei media. Sia per goderci la gloria di avere spazio in tv e giornali, sia per accontentarci d’essere protagonisti assoluti nelle bacheche Facebook delle nostre molteplici relazioni digitali.
PS
Nel tempo che scrivevo le condivisioni del video sono diventate quasi centomila (ore 10.50)
Ore 18.30: il video è stato rimosso da Facebook

Occhio!

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Ne avevo scritto il 24 aprile. Ora, ho appena sentito la notizia: una ragazzina inglese di 14 anni si è impiccata dopo i mesi di insulti subiti su ask.fm. E non è la prima: in autunno una quindicenne e una tredicenne irlandesi, in primavera un quindicenne. Non riporto quanto avevo già scritto in aprile. Mi sento solo di dire, ancora una volta, ai miei studenti, soprattutto quelli più giovani: OCCHIO!

In attesa di un tuo sbaglio

MartaSuiTubi _Cecchetti--400x300.jpgUno dei gruppi che in pochi pensavano di trovare quest’anno a Sanremo è senza dubbio quello dei Marta sui tubi. Hanno presentato, come tutti i partecipanti, due brani e Vorrei è quello che è passato ed è diventato più famoso. Tuttavia voglio soffermarmi sull’altro pezzo, intitolato Dispari. L’argomento è quello della superficialità dei rapporti, soprattutto quelli virtuali: falsi amici, falsi sorrisi, foto che mostrano magari ciò che non si è solo per attirare apprezzamenti e sguardi, il mondo delle citazioni che riescono a dire meglio di noi ciò che pensiamo. C’è però anche qualcosa che pur essendo virtuale diventa fortemente reale ed è la crudezza dei rapporti: “chi ti assale ti uccide sempre lì in attesa di un tuo sbaglio, di una fuga o resa; chi ti loda e ti ammira è il nuovo e falso profeta”. Basta fare dei giri sui principali social o blog per poter leggere quanta acredine si celi dietro ad anonimi o pseudonimi… Canta il ritornello: “E non soffro se mi sento solo, soffro solo se mi fai sentire dispari”. Tutto da interpretare. Come? Mi è venuto in mente solo il sentirsi di più, ma chissà se è giusto.

Il video mostra i cinque componenti del gruppo che si picchiano al rallentatore per poi ricomporsi solo alla fine, senza senso. L’ultimo frammento, già in dissolvenza, mostra la ripresa delle botte, senza senso. Però il sangue delle botte resta (e fa anche un po’ di impressione). E’ un mondo virtuale, ma se usato male causa danni del tutto reali.

Nudi nella rete?

Sono convinto che internet sia un’opportunità molto importante per incrementare le conoscenze in vari ambiti e la circolazione di idee e opinioni. Sono altresì convinto che sia una risorsa da maneggiare con cura e che possa nascondere insidie non sempre chiaramente identificabili. Mi riferisco, in particolare, all’utilizzo che può essere fatto dei social network, o comunque di tutti quei siti che offrono la possibilità di esposizione personale. Sento la necessità, per la mia professione, di interessarmi dei mezzi che i ragazzi di oggi utilizzano per relazionarsi o semplicemente per svagarsi e devo confessare che non è sempre facile stare al passo con i tempi. Basti pensare che le differenze tra le varie età sono notevoli: alcuni degli studenti che ho in quinta non conoscono gli spazi web utilizzati da quelli delle medie o del primo biennio delle superiori… Figuriamoci io… Quello che mi preoccupa è che troppo spesso vedo i ragazzi esporsi in maniera personale sulla rete: sono loro, con le loro foto, i loro luoghi, le loro famiglie, i loro animali, i loro gusti, le loro passioni, i loro amori, le loro rabbie, i loro sfoghi. E spesso compaiono nomi e cognomi di amici, amori, nemici, rivali, parenti, conoscenti, insegnanti, allenatori… E in tutto ciò si espongono con il loro essere e le loro emozioni, piangono o ridono per quello che si scrive su di loro. Di frequente quanto appena descritto è pubblico, visibile a tutti. Ho amici scafati a proposito della rete, che utilizzano pseudonimi per gestire blog o profili e che si divertono a provocare discussioni o confronti, scrivendo spesso anche ciò che non condividono a livello ideale, solo per osservare le reazioni; e se ricevono insulti sanno regolarsi, sanno mettere una distanza di sicurezza tra la propria realtà e quella virtuale. La paura che ho, invece, nei confronti dei ragazzi è che questa distanza non ci sia e più avanti vanno le cose più il virtuale diventerà parte della realtà. Basta vedere quello che è successo ieri negli States: su twitter è apparso questo messaggio

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La reazione immediata di Wall Street è stata questa

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Si è risolto tutto in pochi attimi, quando si è scoperto che The Associated Press era vittima di hackeraggio. Un ragazzo che viene offeso in rete perché goffo o eccessivamente sensibile, una ragazza accusata di essere una poco di buono o di avere chili di troppo avranno lo stesso crollo di Wall Street. Avranno la stessa capacità di risollevarsi?

Twittermania

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La mia opinione su @pontifex (che in questi attimi sta per sfondare quota 500.000 follower) è molto semplice, elementare. Ho sempre pensato che sui social, su twitter… se ci si sta, ci si sta, altrimenti è meglio non starci. Aprire un account su fb per fare i guardoni o per andarci due volte all’anno non ha molto senso; certo lo puoi fare, ma non dire che sei su fb. Aprire un account su twitter e usarlo solo per fare pubblicità alle tue attività di personaggio famoso dopo un po’ diventa stucchevole: è la differenza tra chi fa stare qualcuno in rete al posto suo e chi,invece, ci sta direttamente; è la differenza tra Ligabue (748.000 follower, 960 tweet) o Vasco (260.000 follower e 163 tweet), e Jovanotti (1.277.000 e oltre 5.000 tweet). Sono mezzi di cui ti devi appropriare se vuoi esserne protagonista, se vuoi utilizzarli per le loro potenzialità, e non semplicemente perché vanno di moda. Se i follower percepiscono che dietro ci sei tu, allora ne scoprono un senso, altrimenti nel giro di poco tempo cliccheranno su “smetti di seguire” le parole di un portavoce… Ovviamente sono pronto a essere smentito dai fatti.

Dalla primavera di Praga a quella araba

Condivido questo bell’articolo di Nello Scavo preso da Avvenire.

praga_ponte_carlo.jpg“Con gli occhi appiccicati allo schermo del suo smartphone, il ragazzo birmano sosta ai piedi del Museo Nazionale. Laddove nel ’69 Jan Palach si diede fuoco in segno di protesta antisovietica, Aung Zaw risponde ai messaggi degli altri “cospiratori” della dissidenza globale. Chi avrebbe immaginato che la bisbetica capitale dell’allora Cecoslovacchia sarebbe diventata la casa comune dei “signor no” di ogni dove. Dai protagonisti delle primavere arabe agli attivisti russi. Dai blogger cinesi alla nuova generazione di intellettuali birmani. Si ritrovano nella città che fu di Kafka e Kundera, nel nome del loro capostipite: Václav Havel. Sono arrivati al Forum2000 che per la prima volta si è svolto senza il suo fondatore, morto un anno fa. «I nostri sogni si spengono quando voi accendete il riscaldamento». Con le sue provocazioni Yuri Zhibladze, presidente del Centro per lo sviluppo della democrazia e dei diritti umani di Mosca, si è cacciato in un sacco di guai. «Parlate di libertà, di regimi antidemocratici, ma poi – domanda – sareste disposti a restare al freddo per mettere in crisi il potere di Putin? Lui lo sa. E lascia che d’estate vi scaldiate con le buone intenzioni. Tanto l’inverno arriva sempre». Alle prime gelate la storia si ripete. Il Cremlino gioca al gatto con i topi freddolosi del Vecchio Continente. «La dipendenza energetica dal gas russo è una questione che pregiudica ogni vostra buona intenzione». La bruma che dall’alba galleggia sulle anse della Moldava annuncia la proverbiale inversione termica. Quando la nebbia e i camini della Parigi boema trasformano il tramonto sulla città magica e romantica in uno scenario mistico, dalla cui caligine sbucano i campanili e i trenta santi sul Ponte Carlo, protetti dalla spada scintillante di Bruncvík, il leggendario “cavaliere buono” che sconfisse il drago a nove teste.

Tarik Nesh Nash, noto cyberattivista marocchino, non ha dubbi. Oggi Bruncvík impugnerebbe un tablet: «Internet è un mezzo per coinvolgere i cittadini nella costruzione della democrazia, e i media ne sono uno dei pilastri». Dalle primavere arabe Tarik ha imparato che non bisogna solo combattere “il drago a nove teste” del potere incontrollato, «ma sconfiggere l’analfabetismo tecnologico e il divario digitale grazie al quale i regimi limitano la circolazione delle informazioni». Come in Birmania, dove secondo il cyberdissidente Min Yan Naing è ancora troppo presto per tirare il fiato. Le aperture concesse dalla giunta militare e la leadership indiscussa di una grande amica di Havel, l’indomita Aung San Suu Kyi, «devono fare i conti – spiega Naing – con un ritardo tecnologico voluto dai militari per isolare il Paese». Nei villaggi sperduti a ridosso delle risaie come nelle città più popolose «l’accesso al web è un miraggio. Crediamo – sostengono i giornalisti e attivisti Aung Zaw e Kyaw Thu – che in certe aree la gente neanche sappia dell’esistenza di internet». A Praga i dissidenti sono di casa. Alcuni vi trascorrono lunghi periodi grazie a finanziatori internazionali e programmi di scambio culturale. Soprattutto tra i vicoli della Città Vecchia possono fare due passi senza doversi guardare le spalle. Lo raccontano esorcizzando la paura sorseggiando una cioccolata calda nella sala da tè del Na Zábradlí, quel “teatro ringhiera” dal quale Vaclav Havel ha animato la “Rivoluzione di velluto” e nel quale è tornato dopo ogni carcerazione. Un luogo che non ha ancora perso quell’atmosfera da covo di sovversivi.

«Chi ha detto che in Russia non c’è libertà di parola? – gioca ancora con le parole Yuri Zhibladze –. Non è affatto vero. Noi a Mosca abbiamo libertà di parola. Il problema è che non c’è libertà “dopo” aver parlato». La prassi è la medesima dai tempi dell’Unione Sovietica. «Le intimidazioni, le minacce ai familiari, gli avvertimenti e i pedinamenti sono la nostra quotidianità», riferisce Yuri con l’espressione spersa di chi, almeno al chiuso di un albergo ben sorvegliato, è riuscito finalmente a trascorrere una notte tranquilla. Il sistema Putin è collaudato, «ma non reggerà molto a lungo», preconizza. I giovanotti “ovunque connessi” a volte ostentano fin troppa fiducia nelle proprie armi tecnologiche. Ci pensa un vecchio filosofo a mettere in discussione la «religione mediatica». Con i suoi 87 anni Zygmunt Bauman non ci sta a recitare il ruolo del vecchio arnese tagliato fuori dalla scarsa confidenza con i post i tweet né i blog. «I social media? Vengono usati regolarmente dai governi per stroncare le rivolte popolari sul nascere. Sapete cosa penso? Che invece – sottolinea l’intellettuale di origine polacca – stiamo abusando dei media». I ragazzi terribili delle primavere arabe o i “guerriglieri virtuali” delle periferie asiatiche, alla fine devono ammetterlo: «Applicazioni come Facebook e Twitter – ricorda Jaroslav Valuch, che nell’Est Europa guida una campagna contro i crimini basati sull’odio – non sono stati progettati per gli attivisti, e sarebbe sciocco pensare che possano essere utilizzati in modo totalmente sicuro».

Internet e i social network stanno mettendo a nudo i potenti ovunque essi siano. «I servizi segreti si sono dovuti specializzare nella guerra informatica. Ma strumenti come twitter sono difficili da filtrare», assicura l’americano David Keyes, trentenne cofondatore di cyberdissident.org. Sarà, ma per dirla con il blogger cinese Michael Anti, il limite è che «internet può liberare le menti delle persone, ma non fare della Cina una democrazia». Ma cos’è che davvero fa scendere in piazza per mostrare il petto ai fucili degli eserciti? L’attivista egiziano Abu Bakr Shawky ha una sua chiave di lettura. E l’ha trovata in una piccola libreria di Mala Strana, il “quartiere piccolo” che sale verso il Castello. Sul suo iPad indica il testo appena messo in rete. È di un giovane Havel: «Ho letto molti libri arguti sul socialismo. Mi sono reso conto che tutti quei grandi concetti sull’ordine più perfetto che esista sono solo ridicole costruzioni di carta, se per i loro araldi non è naturale cedere il posto in tram a una signora anziana o aiutare una vecchina a raccogliere le mele cadute lungo il marciapiede».”