Ditemi che non avete dormito!

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Ditemi che non avete dormito! Mi rivolgo ai genitori delle ragazze e dei ragazzi che ieri sera sono saliti sul palco del Palamostre di Udine per la rappresentazione “Lo stato d’assedio” di Albert Camus. Sono tornato a casa con la gioia pura nel cuore. È vero, sono di parte perché molti di loro li conosco. Ho dormito poco e niente: ero travolto dall’emozione, dal fatto di vederli muovere sul palco, di guardarli trepidare, fremere, concentrarsi, esultare. Hanno imparato parti non da poco su di un testo di spessore altissimo, hanno lavorato tanto e si sono autogestiti. Li vedevo fermarsi a scuola per pranzare insieme e poi iniziare le prove guidati da Alessandra, Elisabetta e Valentina, tre studentesse dell’ultimo anno.
Stanotte, mentre ero a letto con gli occhi velati di emozionate lacrime e con cuore e cervello galoppanti, mi è venuto spontaneo pensare ai loro genitori: quanto orgoglio, quanta trepidazione, quanto trasporto dovete aver provato in quell’ora abbondante di intenso spettacolo? Se in noi insegnanti presenti c’era quel gran subbuglio, cosa mai poteva esserci in voi? Ditemi che avete condiviso la mia felice insonnia!

Incontri

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Piumino in mano, spolverino appoggiato sulle spalle, soprabito portato con malcelato imbarazzo, gilet a fantasia su una camicia bianca, giubbetto chiuso e pashmina al collo, ombrello nell’incavo del braccio, felpa con swoosh in evidenza, occhiali da sole alzati sulla fronte a trattenere radi capelli ribelli. Sguardi che si aprono in un sorriso, occhi velati da lacrime di preoccupazione, palpebre agitate da un tic nervoso, labbra morse da denti bianchi, sopracciglia arcuate in cerca di ragioni di speranza, lingue frenetiche ad articolare frasi impetuose, rughe tremolanti righe del tempo, montature di occhiali che sottolineano i lineamenti del volto, rossetti leggeri a marcare bocche socchiuse, barbe lunghe a coprire tardive invidiate acni. Mani protese in strette robuste, rapide, spalancate, rigide, morbide, chiuse, trattenute, salde, prolungate, fredde, umide, calde, rugose, lisce o talmente fugaci che il termine stretta non si addice al gesto. Parole: cascata di orgoglio, preoccupazione, frenesia, premura, rabbia, sollievo, coraggio, impotenza, intuito, fiducia, scoramento, timore, sicurezza, sfiducia, rassegnazione, comprensione. “Prof, ma lui, ce disial?”. “Prof, ma lei, cosa dice?”. Amore, comune denominatore di un pomeriggio passato a parlare di mattine.

Andirivieni tra bellezze

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Faticosetta la mattina di oggi: prima ora in succursale, seconda in centrale, terza in succursale, quarta in centrale, quinta in succursale. Potrei anche evitare l’amichevole di stasera, per oggi mi sono allenato…
Poi ripenso un attimo: una studentessa racconta la sua passione per un cantante che non ti aspetti, Mario Tessuto; un’altra dopo un’unica visione ti riporta per filo e per segno il videoclip “Jesus walks” di Kanye West; altri si meravigliano davanti al genio di Jesus Christ Superstar; una classe quinta segue con attenzione la quarta delle sette brevi lezioni di fisica di Rovelli e riflette sull’importanza della ricerca della verità anche quando significa riconoscere di aver buttato 40 anni di ricerca; poco dopo si emoziona davanti alla storia di una bimba affetta da hiv raccontata da Spike Lee; con una prima emerge il tema dell’identità e dell’importanza delle relazioni, con tutte le conseguneti contraddizioni; un’altra seconda, dopo che una studentessa ha raccontato l’emozione di “Collateral Beauty”, si cimenta con la lentezza cinematografica di Decalogo 1 di Kieslowski e si interroga sulla frase “Dio esiste, è molto semplice, se ci si crede”. Infine una quarta si appassiona ai riti quotidiani dell’induismo e ammira la bellezza e la colorata precisione di alcuni mandala, dopo che uno studente ha proposto una riflessione sulla possibilità di cercare la fortuna anche là dove sembra che non ci sia.
Ecco allora che quell’andirivieni tra succursale e centrale acquisisce un senso e mi fa capire che senza di esso mi sarei perso tutta questa bellezza. Un po’ di meraviglia in meno sarebbe entrata nella mia vita.

Un nuovo primo giorno

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Mi piace arrivare in anticipo sul lavoro, non siamo in tanti a farlo. Quest’anno saremo anche di meno perché Marina è andata in pensione. Lei spesso arrivava anche prima di me, in bicicletta e col Messaggero: mi mancherà. Voce tonante, la sua, fin dal primo mattino: quella non mi mancherà.
Mi piace arrivare in anticipo sul lavoro, soprattutto il primo vero giorno di scuola, quello in cui tornano tutti. Mi diverte guardare i modi diversissimi in cui viene vissuta la medesima esperienza. L’emozione di chi è lì per la prima volta (primini che sono stati padroni della scuola per il breve lasso dei due giorni dell’accoglienza e che ora la vedono stravolta e travolta da una masnada). Gli occhi indagatori di secondini e terzini che tentano di capire le sorti delle corse affannose alla ricerca del loro posto. Lo sguardo esperto di chi è lì per la penultima volta (quartini saggi che hanno già studiato la dislocazione delle aule e vanno a colpo sicuro a cercare di occupare quella benedetta ultima fila). La pacatezza alle 9.00 che si trasforma già nell’ansia delle 12.00 di chi è lì per l’ultima volta ma sa che a giugno lo attende l’abisso orrido immenso ov’ei precipitando il tutto spera di non obliare. Colleghi già sul pezzo che chiedono lumi sulle password del registro elettronico e quelli che si muovono alla ricerca di un caffè, alcuni già in servizio da settimane a lavorare su incastri impossibili di orari precari (vi stimo), altri che programmano attività e incontri, segretarie che iniziano il loro ultimo giorno di scuola, collaboratori alle prese con insegnanti che già chiedono di prenotare laboratori (sì questo sono io), aule che sembrano forni in questo settembre che sa di agosto, ore buche da coprire, circolari da preparare per corsi da organizzare in giorni da stabilire in luoghi da definire (se leggendo ‘sta cosa ti sei perso, amen, non è così importante, non ti sei perso niente, vai avanti in tranquillità), due tramezzini al volo per pranzo, un incontro al volo con Francesca (ex studentessa… “Ciao, come stai?” “Tutto bene, prof, mi laureo mercoledì a Milano, poi inizio un master, poi … chissà!”… che bello Francesca, in bocca al lupo!!!), un saluto al volo con Vale che ha trovato un altro lavoro e con Asia che ha trovato un’altra scuola, tante cose sono state al volo oggi.
Mi piace arrivare in anticipo sul lavoro, per soffermarmi su tutto questo e non lasciare che mi scivoli addosso, come gli sguardi che ogni giorno incroceranno il mio. Quelli di studentesse e studenti che mi guarderanno con la punteggiatura pitturata in faccia: chi un punto di domanda, chi un punto esclamativo, chi dei punti di sospensione, chi un punto, chi una virgola, chi un punto a capo… E cercheremo di mettere insieme parole e punteggiatura per trovare sensi e significati, per scrivere e leggere vita, per esistere.

Gemma n° 381

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Ho appena passato tre mesi di studio in Francia, un’esperienza significativa che mi ha segnata sotto vari aspetti. Ho deciso di portare questa gemma perché è quello che sento veramente importante in questo momento.” Così A. (classe quarta) ha presentato la propria gemma, che è consistita in un montaggio video di alcune foto della sua esperienza.
La prima canzone scelta da A. come colonna sonora del video è stata “Buon viaggio” di Cesare Cremonini. “Coraggio, lasciare tutto indietro e andare, partire per ricominciare…”. Non avrei fatto la stessa scelta di A. durante il mio quarto anno di liceo; da un lato sarei stato un ufo in quegli anni (non si usava), dall’altro non sarebbe proprio stato nelle mie corde. Ma ho visto l’entusiasmo di A. al ritorno e ho letto la sua contentezza nelle mail inviate durante la sua esperienza in Francia… “per quanta strada ancora c’è da fare amerai il finale”.

Studiare è ancora inevitabile

passioCome spesso mi capita, sono solo in parte d’accordo con quello che pensa Paola Mastrocola. E pubblico queste sue parole, tratte dal sito della Laterza, subito dopo il predente post non perché vi trovo delle contraddizioni, ma per pura casualità.
Oggi non si studia più. È da predestinati alla sconfitta. Lo studio evoca Leopardi che perde la giovinezza, si rovina la salute e rimane solo come un cane. È Pinocchio che vende i libri per andare a vedere le marionette. È la scuola, l’adolescenza coi brufoli, la fatica, la noia, il dovere. È un’ombra che oscura il mondo, è una crepa sul muro: incrina e abbuia la nostra gaudente e affollata voglia di vivere nel presente.
Lo studio è sparito dalle nostre vite. E con lui è sparito il piacere per le cose che si fanno senza pensare a cosa servono.
La cosa più incredibile è che non importa a nessuno.
Di fatto, noi non intendiamo mai lo studio nella sua accezione più profonda; non entriamo nello specifico della sua sostanza immaginando l’atto di studiare in sé, fino alle sue naturali ed estreme conseguenze. Lo dico meglio: quando diciamo che i nostri ragazzi devono studiare, non vogliamo dire che debbano passare gran parte del loro tempo chini sui libri, pomeriggio e sera, soli e concentrati. Non vogliamo dire questo perché questo non ci piace per niente, e mai augureremmo loro una vita del genere. Eppure, quando speriamo che studino e che proseguano fino all’università, noi li indirizziamo a un siffatto stile di vita, giacché è ancora vero (non so per quanto) che per avere un’istruzione bisogna stare tanto, sui libri. E cartacei o digitali che siano, nulla cambia.
Lo studio è, ancora, inevitabile. Per quanto gli insegnanti si producano in performance sempre più accattivanti; i saperi si esternalizzino; le scuole si dotino di LIM, DVD, app, wi-fi e bluetooth; per quanto limiamo asperità e livelliamo strade azzerando ogni sorta di difficoltà; per quanto puntiamo al saper fare e alle competenze e al problem solving, e non più al sapere; ebbene, c’è sempre un momento in cui lo studente deve mettersi a studiare: piazzarsi seduto, aprire un benedettissimo libro, e starci sopra parecchio, e anche parecchio concentrato e attento. Che sia una semplice verifica, un’interrogazione virtuale, un esonero all’università, un test di ammissione per la Normale di Pisa o l’assunzione presso una ditta di surgelati, a un certo punto della vita i ragazzi dovranno dimostrare di sapere qualcosa. Quindi dovranno, bene o male, poco o tanto, studiare.
Non abbiamo ancora inventato sistemi alternativi, grazie ai quali evitare lo studio, questo spiacevole disagio, questo disturbo, percorso a ostacoli, noiosissimo impiccio che intralcia, deprime, sporca leggermente il meraviglioso luna park che pensiamo debba essere la vita. A un certo punto dobbiamo scendere dalla giostra dei cavallini e studiare: intollerabile! Non ci piace per niente.
E infatti stiamo lavorando per trovarli, questi sistemi alternativi. Nell’ultimo decennio direi che non facciamo altro: ministri, funzionari, professori, burocrati, intellettuali di grido e scrittori si danno un gran da fare a smantellare l’idea di un’istruzione fondata sullo studio e sui libri, cioè sull’universo logico-verbale (il modo “simbolico-ricostruttivo” dell’apprendimento, come dicono gli psicologi). L’ultima trovata è dire che tutto ciò è vecchio, screditarlo come retaggio arcaico e dinosaurico di un mondo che non c’è più. Insomma, è la solita solfa del mondo che è cambiato, dunque perché noi ci attardiamo su macerie invece di proiettarci dritti dentro il futuro? Siamo gli ultimi in Europa, siamo decrepiti, meritiamo di morire eccetera eccetera. E, dulcis in fundo, i giovani hanno ben ragione a non studiare, questo sistema non fa più per loro e se non ci sbrigheremo a trovarne un altro li perderemo tutti.
L’abbiamo risolta in questo modo: siccome nessuno ha più voglia di studiare, noi smantelliamo l’universo dello studio. L’idea geniale è che si tratti di adeguarci al cambiamento, assecondarlo invece di arroccarci.
Personalmente, più sento dir così, più mi arrocco. Mi viene uno spasmodico amore per tutte le rocche, il più inerpicate e sole possibile. Inaccessibili e lontane, con la nuvoletta in cima. Da lassù contempleremo le magnifiche sorti e progressive. Tanto, di una cosa sola siamo molto consci: che nulla possa arrestare la marea. Quindi, tanto vale godersela dall’alto, noi arroccati.
Chiusa la parentesi rocciosa, dicevo che ci piace molto che i ragazzi vadano a scuola, ma non che studino. È un controsenso, lo so. Una specie di dissociazione, un’autocontraddizione in cui ci siamo imbrogliati come in un groviglio e di cui non sembriamo per nulla consapevoli. Magie della mente umana. Un fraintendimento. Un equivoco, gigante. Una incomprensione granitica reciproca fatta a forma di montagna. Potessi disegnarla, sarebbe la catena dell’Himalaya.
Forse potremmo dir così, che la parola “studio” ha oggi come per miracolo due significati. Si è divaricata. Spaccata. Si è creata un’ambiguità terminologica, che ha prodotto tra noi tutti una confusione. Un intrico di rami. Detto in breve, quando diciamo “studiare” intendiamo andare a scuola, avere un’istruzione, procurarsi un titolo, possibilmente una laurea (quel che oggi si chiama percorso formativo); non intendiamo invece quasi mai l’altro significato del verbo: l’atto in sé, stare sui libri, passare ore chiusi da qualche parte, isolati, concentrati, fermi.
Studio 1 e studio 2. Per quanto possa sembrare strano i due significati oggi, nella nostra testa, non vanno insieme. Fino a pochi decenni fa erano, ovviamente, inscindibili; oggi invece possono dissociarsi, andare ognuno per conto proprio. Così che si crea il seguente paradosso: da una parte siamo tutti d’accordo che si debba studiare, dall’altra non ci piace per niente studiare.
E può succedere che le famiglie tengano moltissimo allo studio 1 dei loro figli: si dedicano con grande cura alla scelta della scuola, e seguono i figli molto più di una volta. Arrivano a fare i compiti con loro, e si prodigano a offrir loro tutti i supporti possibili, libri, computer, lezioni private a iosa. E può succedere, allo stesso tempo, che queste stesse famiglie, che tengono così tanto allo studio 1 dei loro figli, non si preoccupino molto dello studio 2. Può succedere addirittura che questo studio 2 dia loro fastidio: in qualche modo peggiora la vita quotidiana di tutti, è un problema e tendono quindi a ostacolarlo, o relegarlo in qualche zona buia e ristretta della vita.
Insomma, se noi genitori tenessimo davvero allo studio 2 dei nostri figli, non faremmo le vite che facciamo e non avremmo la scuola che abbiamo. E se noi insegnanti tenessimo davvero allo studio 2 dei nostri allievi, non chiuderemmo un occhio: saremmo più esigenti, fin dalle elementari; ci preoccuperemmo meno di divertirli, distrarli, ammaliarli con effetti speciali, gite, teatri, balletti in maschera. Insegneremmo loro, molto umilmente, le materie di base, dando loro gli strumenti di base per possedere le nozioni di base. E non penseremmo, così facendo, di offrire cose troppo banali e povere né ci preoccuperemmo di annoiare i bambini: avremmo ben chiaro in mente di fare la cosa migliore per loro.
Perché è dalla base che si parte per costruire qualsiasi edificio. Se no, crolla.”

La stessa musica

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Ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che suona la stessa sinfonia. E se hai ereditato il piccolo triangolo che sa fare solo tin tin, o lo scacciapensieri che fa soltanto bloing bloing, la cosa importante è che lo facciano al momento giusto, il meglio possibile, che diventino un ottimo triangolo, un impeccabile scacciapensieri, e che siano fieri della qualità che il loro contributo conferisce all’insieme. Siccome il piacere dell’armonia li fa progredire tutti, alla fine anche il piccolo triangolo conoscerà la musica, forse non in maniera brillante come il primo violino, ma conoscerà la stessa musica”.
(D. Pennac, Diario di scuola, 2007)
Far conoscere la stessa musica, questa è la sfida.

2015, vi auguro lo stesso

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E’ la prima mattina di questo 2015, il sole fa capolino tra nubi sottili e cerca di scaldare prati e alberi che stanotte hanno tremato di freddo non poco. La casa è in ordine dopo una serata passata nel calore della compagnia di cari amici. Sara sta dormendo sul divano abbracciata a Mou che, grazie alla barriera sonora che ho eretto, quest’anno non ha sentito i fuochi e i botti che tanto lo terrorizzano. Non voglio fare un bilancio dell’anno appena terminato. Sento che la vita che sto vivendo ha un senso che mi piace e tanto mi basta. Desidero solo rivolgere il mio pensiero in due direzioni. Una è quella di una strada percorsa praticamente da sempre, ed è quella della presenza amorevole delle persone amate, amanti ed amiche che mi piace ricordare con affetto, riconoscenza e calore. Alcune sono figure presenti da più di 40 anni, altre sono arrivate dopo, altre ancora da poco, ma sono tutti mondi significativi ai quali la mente si rivolge col sorriso; il cuore si riscalda nel pensarli o nel vederli. L’altra direzione è connessa al mio lavoro, ed è quella che mi ha portato a incontrare in questi 17 anni centinaia di ragazze e ragazzi. Oggi diversi di loro hanno intrapreso percorsi professionali, accademici, esistenziali lunghi, altri ancora li hanno appena iniziati, altri ancora devono ancora capire cosa sperano e desiderano per se stessi. Anche loro contribuiscono a far balzare il mio cuore di gioia, a nutrirmi di emozioni belle. Sono una persona felice, serena, grata. Lo devo anche a voi. Vi auguro lo stesso.

Prof, le mancheremo?

Torino_042 fbCi sono classi che, tra vacanze pasquali e ponti vari, rivedrò tra un mese. In una di queste mi è stato chiesto: “Prof, le mancheremo?”. Mi sono chiesto da dove nasca questa domanda. Mi sono risposto che probabilmente emerge dalla speranza di sentirsi rispondere “Sì, certo che mi mancherete”, da un bisogno di sentirsi apprezzati, riconosciuti, amati. Chi di noi non lo prova? Ci stacchiamo da qualcuno a cui teniamo e siamo felici se, dopo poco che ci siamo allontanati, ci chiama o ci manda un whatsapp per dirci “Mi manchi già”. Ci sono ore che funzionano perfettamente e nel momento in cui finiscono se ne ha già nostalgia perché si sente sulla pelle un brivido del volo appena fatto. Ce ne sono altre che funzionano meno, almeno apparentemente, ma che magari hanno lavorato nel profondo. A volte i sentieri della mente sono imperscrutabili. La mancanza degli studenti è una cosa a cui ci si deve abituare facendo questo mestiere, soprattutto quando il saluto è definitivo, all’ultima lezione del quinto anno; e c’è una sola cosa che allevia la malinconia di quegli ultimi sessanta minuti: il vedere gli studenti come speranze, come possibilità a cui si sono cercati di dare gli strumenti per il domani. Per cui, sì, nel momento stesso in cui suona la campanella di fine ora sento la mancanza di quegli alunni, sostituita subito dal desiderio di un nuovo incontro che poi diventa voglia di vederli volare con le proprie ali. Ed è allora che la mancanza si volge in gratitudine e commozione, felice, per una volta, di guardare le loro spalle e i loro talloni che vanno per mille strade.

Elogio del secchione

secchioneSabato pomeriggio ho comprato tre libri. Uno di questi è “Centomila giornate di preghiera”, che ho iniziato stamattina. E’ un fumetto: ultimamente mi sto appassionando molto a questa forma letterario-artistica, soprattutto quando ha a che fare con la storia. Questo è sulla Cambogia, ma non mi soffermo su tale argomento. A pag. 13 ci sono queste parole: “Prendere dei bei voti è come stare assenti. Se non fai storie e te ne stai zitto e buono nessuno ha da ridire”. Quant’è vero, quant’è triste. Purtroppo ci sono classi in cui si instaura un regime di mediocrità scolastica: che cerca di tirarsi fuori è emarginato, isolato, preso in giro, messo in disparte. Per un gioco di parole chi pensa all’emersione è destinato all’emarginazione. La scorsa settimana in due classi ho fatto l’elogio del secchione. Sul vocabolario Treccani ho trovato: “alunno (e, nel femm. secchiona, alunna) che, anche senza avere capacità eccezionali, raggiunge tuttavia risultati discreti o addirittura buoni applicandosi allo studio con ostinata diligenza”. Ricordo che, quando frequentavo il liceo, nella mia classe c’era una ragazza dotatissima per la filosofia e un ragazzo dotatissimo per la matematica e la fisica. A loro non servivano tanti esercizi, non occorreva passare ore sulle pagine e sui quaderni: “Mi basta ascoltare il prof, poi vado a casa, leggo e sono pronta”. Che rabbia, che invidia! Io non ero così: a me servivano le ore, gli esercizi, la costanza, la perseveranza. Dovevo ricorrere a quella “ostinata diligenza”, certo con strappi e “trasgressioni”, ma quella era comunque la mia via. E lo è stata anche dopo, quando quei due compagni di liceo mi hanno detto che non bastava più quanto facevano al liceo per raggiungere le mete che si erano prefissati, quando ho visto mia moglie fare l’università, e il tirocinio, e la scuola di specializzazione, e il dottorato per arrivare là dove voleva arrivare. Determinazione, perseveranza, coraggio, ostinazione, sacrifici, forza d’animo, orgoglio (perché no?), caparbietà, resistenza… “Ostinata diligenza” non è una brutta cosa. E si può applicare in tutti i campi della vita.
E se volete farvi una risata andate qui.

Come?

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Vi segnalo l’ultimo post del prof. D’Avenia, di cui riporto questo estratto: “Come si fa, ragazzo, ragazza, a raggiungerti dove te ne stai rintanato? Come si fa a metterti sotto gli occhi quella bellezza unica e in costruzione che cerchi a tutti i costi di nascondere tanto fa male non esserle all’altezza? Come si fa a spiegarti che tra gli 80 miliardi di esseri umani che hanno calpestato il suolo non ce n’è uno o una come te? Come si fa a farti credere che sei la tua biografia, ma che sei sopratutto la tua autobiografia? Come posso io insegnante mostrarti sulla mappa geografica del desiderio che le terre di tua conquista sono ancora da scoprire? Come posso aiutarti a costruire il mezzo migliore per raggiungerle? Come faccio a sapere se sei fatto o fatta per una nave, per una bicicletta o per andare a piedi?”

Cosa si fa laggiù?

Sto leggendo “Margherita Dolcevita” di Stefano Benni e mi sono imbattuto in una pagina che mi ha fatto sorridere dolcemente, pensando al mio passato da studente e al mio presente da insegnante. Durante una lezione di matematica la prof. si accorge che in fondo alla classe ci sono chiacchiere e risate. Parte da qui la citazione di quella pagina:

“- Cosa si fa laggiù all’ultimo banco, si ride?

ridere scuola.jpgHa pronunciato “si ride” con un tono come se dicesse “si spaccia droga”, “si fabbricano bombe”.

Allora mi sono alzata e ho detto:

– Effettivamente, signora professoressa, stavamo ridendo in quanto ritenevamo buffo ciò di cui parlavamo, ma non c’era niente di oggettivamente malsano o criminoso nel nostro atteggiamento, io capisco bene che se ridessimo ininterrottamente per tutto l’orario scolastico ciò farebbe sospettare una nostra disattenzione, o spregio, o beata cretinaggine, ma ritengo che un po’ di umorismo anche in questa austera sede faccia bene allo spirito e, di riflesso, alla gioia dell’apprendimento. In quanto al rapporto fra riso e matematica….

Non mi ha fatto finire. Ha ringhiato: ”smetti-o-ti-do-due”, e per fortuna è suonata la campanella.

Ma insomma, ho pensato, quasi tutti i film e la tivù e i giochi per ragazzi ci invitano a ridere e stare allegri, così poi vediamo le puntate successive e compriamo i gadget. Però a scuola non possiamo ridere un minuto.

La morale è: non dobbiamo ridere quando siamo contenti noi, ma quando sono contenti loro.”

Un’anima che si sta ancora cercando

artista-del-giorno-il-talento-italiano-alessa-L-pDpq5b.jpegC’è un insegnante italiano diventato famoso per i libri che ha scritto. Molti studenti lo conoscono: è Alessandro D’Avenia. Sul suo blog sta trattando del talento presente all’interno di ciascuna persona, in particolare degli studenti che incontra. Spesso il talento è visto come qualcosa di nascosto che va fatto emergere e portato alla luce. In riferimento ai ragazzi che stanno terminando il percorso liceale e che quindi sono pronti a spiccare il volo verso nuovi lidi, afferma:

“Molti di loro sono più preoccupati di fallire che pieni di entusiasmo per l’inizio di qualcosa di nuovo. Tali sono le pressioni dell’ideologia stritolante del successo come riconoscimento della folla, che la paura finisce con l’offuscare la chiarezza della loro vocazione professionale che si è mostrata almeno parzialmente nel corso di 13 anni di scuola, dei quali ho assistito agli ultimi, i più importanti in questo senso. Devo sempre ricordare loro che il successo non è negli occhi degli altri, ma nell’essere se stessi. La scuola spesso allena a superare prove e non alla vita, a cui ci si allena solo con una progressiva conoscenza di se stessi (limiti e talenti) e scelte conseguenti. Shakespeare scriveva che “quando l’anima è pronta, allora le cose sono pronte”. La paura di ragazzi che non riescono a scegliere è frutto di un’anima che si sta ancora cercando, molti invece sono più sicuri della scelta e ne hanno sì paura, ma proprio perché è la sfida nuova della loro vita: riuscirò a realizzare il mio talento? L’anima è pronta, le cose a poco a poco, con sacrificio e passione, lo diventeranno.”

A questo punto, D’Avenia si rivolge ai colleghi insegnanti: “Potremmo provare a impostare il lavoro educativo in chiave di talenti invece che di pratiche di addestramento, necessarie sì, ma non sufficienti. Che me ne faccio di un ragazzo che sa affrontare un test e non sa neanche se quel test è quello che gli serve per realizzare la sua vocazione professionale e portare a compimento i germi di destino che ha intravisto negli anni di scuola?”

Una speciale normalità

Una mattinata di scuola. Studenti di prima che per dire cos’è l’amore fanno ascoltare ai compagni La cura di Battiato. Studenti di quinta che parlando di bene, male, Dio, destino e caso citano Schelling. Studenti di terza che ascoltano in silenzio assoluto il monologo finale di Novecento e il brano de Il grande inquisitore di Dostoevskij. Studenti di prima che propongono ai compagni una poesia di Prévert. Studenti di quarta curiosi delle quattro nobili verità… E dalle 8.00 alle 13.00 sento di fare uno dei mestieri più belli che ci siano… E non è un’eccezione, è la speciale normalità.

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Quell’aula semivuota…

Oggi, in una quinta, erano presenti, in tutto quattro alunni. La prima domanda che ho fatto a chi c’era è stata “Cosa avevate oggi? Compito? Interrogazione?”. Risposta: “No, oggi niente, ce li abbiamo i prossimi giorni”. La cosa era diversa da come mi ero immaginato: pensavo avessero voluto saltare qualche verifica, invece no. Oggi pomeriggio ci ho riflettuto sopra e i miei pensieri sono andati da A a Z. Sono partito da A, le parole di mio padre quando ero al liceo: “Te lo scordi di stare a casa per evitare una prova o per studiare. Andare a scuola è un po’ il tuo lavoro, resti a casa solo se stai male”. E’ con questo che sono cresciuto, col fatto di avere rispetto verso gli altri, che a scuola ci stavano andando, e verso me stesso: “è una questione di dignità” diceva scuola, insegnanti, insegnare, studenti, studiare, d'avenia, votosempre il papi. Poi i miei pensieri hanno fatto un ampio giro e sono finiti in Z: per tutto il periodo della scuola noi insegnanti diciamo continuamente “dovete studiare per voi stessi, non per il voto, ma per la vostra crescita, per la vostra cultura, per formarvi”. Peccato che poi, nei fatti, la maggior parte di noi disattenda queste parole. E il fatto che quasi un’intera classe preferisca stare a casa a studiare piuttosto che essere presente a una lezione la dice tutta. Il protagonista di “Bianca come il latte, rossa come il sangue” di D’Avenia, a un certo punto dice: “Io non studiavo molto lo stesso, perché le cose le fai se ci credi. E mai un professore è riuscito a farmi credere che ne valeva la pena. E se non ci riesce uno che ci dedica la vita perché lo dovrei fare io?”.

E tra la A e la Z ci siamo in mezzo noi, studenti, insegnanti, famiglie e tutti coloro che fanno parte del nostro mondo, con i nostri piccoli desideri da crescere, custodire e magari realizzare. Ve ne svelo uno mio. Smentire un’altra frase di D’Avenia: “Tanto i compiti di religione non li fa nessuno. Nella vita serve solo ciò per cui ti danno un voto”. Ovviamente, voi che mi conoscete sapete che la frase che mi interessa è la seconda visto che di compiti non ve ne ho mai dati…