Pubblicato in: Etica, Filosofia e teologia, opinioni

Mumble mumble

Nel libro “Tenebre su tenebre” di Ferdinando Camon a pag. 9 si leggono queste parole che mi sono tornate alla mente in questi giorni in cui si è riparlato di Eluana Englaro:38551527.jpg

“Di fronte ai casi di giovani o vecchi tenuti in vita in condizioni dì enorme sofferenza (sepolti in polmoni d’acciaio, in camere di rianimazione, intubati, con assistenza ininterrotta, diurna e notturna, tra strumenti e medicinali di ogni tipo), esseri umani che non possono né lavorare né godere ma soltanto soffrire, e che comunicano solo con uno sguardo, un sospiro, il silenzio, noi sentiamo che i medici curanti conducono una lotta meritoria, anche se si dovesse tradurre, come spesso succede, non nella guarigione, ma in un semplice prolungamento dell’esistenza per qualche settimana, qualche giorno, qualche ora, un minuto: in quel minuto è possibile che colui che è ancora vivo senta qualcosa che non aveva mai sentito, un pensiero, un’emozione, che scopra una novità: fosse pure che tutti vogliono salvarlo pur sapendo già che non ce la faranno che nessuno si arrende pur sapendo già che lui si è arreso: se egli se ne va con la sensazione che tutti vogliono trattenerlo mentre precipita, la sua vita è profondamente diversa da quella di chi precipita sentendo che tutti lo mollano e lo spingono.

Un mondo in cui gli altri ti aiutano anche quando non ce la fai più, è migliore del mondo in cui, se vuoi un’iniezione mortale, c’è il medico pronto con la siringa in mano.

Ma questo vale finché un filo, magari sottile, congiunge la corteccia cerebrale al sistema nervoso. Tagliato quel filo, è tagliata la vita. Il malato non è più tra noi, e non potrà tornare.

Il credente non vuole che al malato in stadio vegetativo da quindici anni si stacchi la macchina che lo nutre, perché la vita del malato è legata a un principio che la supera. Ma questa è fede, non è amore.

Il medico lascia che il malato muoia di fame e di sete, anche se ci mette settimane, perché non vuole infrangere la legge.

L’amico va al malato e gli da una morte dolce, istantanea e indolore.

Il credente ama Dio, il medico ama la scienza, solo l’amico ama l’amico.

Ma l’amico ama l’uomo e ama Dio: Dio ha deciso che quell’uomo deve finire, l’amico rispetta questa decisione e vi collabora.

Il credente che fa vivere il malato nell’incoscienza all’infinito non ha pietà del malato né dei famigliari né degli uomini in generale. Il medico che lascia morire il malato di morte naturale, per giorni e giorni, non ha pietà del malato né dei suoi parenti né di chiunque venga a conoscere quella morte. L’amico che uccide il malato dolcemente ha pietà dell’amico, e avendo pietà dell’amico ha pietà di sé stesso e della condizione umana.”