In principio erano le dee


Attraverso questo articolo di Djénane Kareh Tager, comparso su “Le monde des religions”, n. 28, mars-avril 2008, pp. 24-25 e che ho trovato su Dimensione Speranza, propongo un viaggio nel passato, a circa 15.000 anni fa, alla fine dell’era glaciale. Si scoprono cose molto interessanti…
khiamQuando è uscito dalle grotte per costruire le sue prime case, l’uomo ha sostituito gli spiriti della natura con entità create a propria immagine: gli dei.
Si tratta di 15.000 anni fa: il Vicino Oriente è uno delle prime zone che abbiano beneficiato di quel riscaldamento che mette fine all’era glaciale nella quale era entrato il pianeta 100.000 anni prima. Il clima è umido ma mite, i cereali selvatici abbondano e gli animali feroci sembrano all’uomo meno feroci di quelli che era finora abituato a cacciare in bande. Il nostro antenato esce pian piano dalle grotte del paleolitico per cominciare ad addomesticare una natura che non aveva mai conosciuto così poco nemica. Si apre allora l’era neolitica. L’uomo raccoglie i cereali, impara a macinarli e a immagazzinarli, e ben presto a coltivarli. Nello stesso tempo costruisce le sue prime case – le cui tracce più arcaiche sono state ritrovate a Khiam, un paese sulle rive del Mar morto, che ha dato il suo nome alla civiltà detta khiamiana. Inventa insieme dei nuovi utensili, familiarizza con gli animali, diventa allevatore. Rimane certamente sottoposto ai capricci di una natura di cui non comprende i meccanismi, ma è meno sprovveduto nei suoi confronti. I suoi animali e le sue provviste gli consentono di non conoscere più i tormenti della fame che tanto spesso lo tormentava durante il paleolitico, per poco che il disgelo si facesse attendere, che tempesta o siccità devastassero il paese, dove non c’è altra scelta che cercare di sopravvivere. Egli “esce” in qualche modo da una natura alla quale era completamente integrato, in seno alla quale si considerava come un elemento fra altri. Si sente ormai superiore a essa, poiché è capace di padroneggiarla, di sottomettere alla sua volontà le rocce, le piante, gli animali, costruendo, piantando, allevando. Le sue condizioni di vita cambiano radicalmente e lo sconvolgimento sul piano religioso non è meno importante: ce lo raccontano le pitture, gli affreschi e le sculture, che sono altrettanti libri nei quali si legge la storia dell’umanità.
Torniamo un poco indietro. Trenta o quaranta mila anni prima. Un passato attestato da milioni di pitture scoperte in grotte sparse nei cinque continenti, che il paleologo Emmanuel Anati qualifica come “cattedrali”, nel senso religioso del termine. I nostri lontani antenati dipingevano e disegnavano. Non abbiamo la prova assoluta del significato che davano alle loro opere, ma le somiglianze con le pratiche delle ultime popolazioni di cacciatori-raccoglitori permettono di affermare che esse erano il modo di comunicazione con gli spiriti: quelli degli alberi, del vento, della tempesta, delle montagne, degli animali. Con quegli spiriti l’uomo aveva stabilito degli scambi, secondo un principio di dare-avere, compensando i prelievi di nutrimento che gli erano necessari con doni di forze vitali – doni da cui derivavano la malattia e la morte. Non si trattava allora di preghiere né di sacrifici, e neppure di una superiorità di un elemento dell’universo sugli altri: la scala del vivente, visibile e invisibile, rimaneva orizzontale, ma ogni entità era dotata delle proprie capacità e competenze.
Ma quando comincia a dominare la natura, l’uomo subito raddrizza questa scala. In questa verticalità tutta nuova è normale, pensa, che la gerarchia si prolunghi al di sopra di lui, che lui stesso a sua volta sia dominato da tutto quello di cui non ha la padronanza. Continua probabilmente a frequentare gli spiriti con cui ha imparato a trattare da millenni, ma essi si rivelano presto insufficienti per rispondere ai suoi bisogni di sacro e a quello che è per lui un nuovo imperativo: conservare l’ordine del mondo, impedirgli di ricadere nel caos. Poiché egli vive ormai al centro dell’universo, la nuova religione di cui costruisce l’ambito si fa a sua immagine: È una religione antropomorfica, in cui gli spiriti cedono il passo a entità che assomigliano all’uomo, che hanno il suo fisico, ma che hanno anche le sue voglie, i suoi desideri, le sue violenze, il suo ego. Sono gli dei.
A dir vero, i primi dei sono delle dee, come è attestato dalle innumerevoli statue ritrovate nel vicino Oriente fino in Anatolia dal IX millennio in poi e nella khiam2valle dell’Indo o nella Creta del III millennio. Dato che vegliano sulla fecondità dei campi, degli uomini e dei greggi, esse sono le probabili eredi delle Veneri rudimentali, vecchie in certi casi di una trentina di migliaia di anni, scoperte in Europa e in Siberia. Ma a differenza di queste, la dea del neolitico, dai tratti sessuali fortemente affermati (poiché è prima di tutto donatrice di vita), è oggetto di un vero culto, preludio del rituale delle prime religioni stabilite, che nascono prima della nostra era, dapprima in Mesopotamia poi in Egitto e nel resto del mondo. Quasi sistematicamente è associata a una figura bovina che incarna la forza maschile, essa “porta in germe tutte le costruzioni ulteriori del pensiero mitico dell’Oriente e del Mediterraneo”, scrive il preistorico Jacques Cauvin (Naissance des divinités, naissance de l’agriculture, Flammarion, 1997).
Ormai la divinità è una risorsa per gli uomini: essi possono supplicarla, pregarla come farebbero con un superiore gerarchico. Possono propiziarla con offerte: fiori, frutti, e ben presto con quello che hanno di più prezioso, un animale preso dal loro gregge. Nelle prime borgate che si costituiscono, la costruzione più ampia, probabilmente anche la più bella, è il tempio, dove si viene in comunità a pregare la dea e a chiederle protezione.
Passano i secoli, le borgate si trasformano in città. Erido, la prima grande città conosciuta, costruita nella bassa Mesopotamia, conta circa quattromila abitanti verso il 4000 a.C. Lo sviluppo delle tecniche agrarie produce i primi guadagni , preludio agli inizi del commercio; si formano classi sociali; si stabiliscono gerarchie; gli uomini gestiscono al vita esteriore, le donne si occupano della casa. Il patriarcato si consolida. Ai maschi che gestiscono la vita della società diviene sempre più difficile adattarsi a divinità che non siano a loro immagine, virile e protettrice. Venere rientra in casa, per istallarsi nel cuore del culto domestico. Nei grandi templi di Erido, Enki l’ha detronizzata per erigersi a protettore della città e dei suoi abitanti. Nelle altre città che fioriscono, altri dei maschi nascono e comandano. Essi sono ricchi e forti. Vi sono individui che si mettono pienamente al loro servizio. Si costituisce una classe di “professionisti del sacro”, che stabilisce i rituali più adatti per compiacere gli dei: sono i primi sacerdoti.”

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