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Gemme n° 108

Un video semplice che mostra una catena di gesti di amore e di attenzione verso gli altri è quello mostrato da L. (classe quarta) ai compagni: “Ho visto questo video qualche tempo fa. E’ basato su un piccolo brano del vangelo di Matteo: «Amerai il prossimo tuo come te stesso». Sembra un’indicazione impossibile da seguire, eppure qui si mostra che i gesti d’amore possono essere racchiusi anche nel quotidiano.”

Sull’onda dei dieci comandamenti commentati da Benigni su Raiuno, riporto una breve frase del Talmud sull’importanza dell’amore e della gentilezza: “Gli atti di gentilezza pesano quanto tutti i comandamenti”.

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Tra redenzione e libertà

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Ci sono canzoni che mettono i brividi. Certo, è soggettivo. Mi sono imbattuto in uno di quei video che girano in rete per un po’ e poi finiscono nel dimenticatoio: più di un anno fa, nell’edizione olandese di The Voice, un concorrente ha proposto “Redemption song” di Bob Marley.

E’ una canzone del 1979, molto acustica e folk e poco reggae, passata alla storia come il testamento spirituale di Bob Marley (mentre scrive le canzoni dell’album “Uprising”, il cantante sa già di essere malato di cancro).

Si parte con il racconto di una vicenda che ricorda quella di Giuseppe, venduto a dei mercanti dai fratelli gelosi che lo avevano buttato in un pozzo e che poi, negli anni, trova la strada del proprio riscatto grazie a Dio: “Vecchi pirati, sì, mi hanno fregato, venduto alle navi di mercanti, qualche minuto dopo avermi tolto dall’inferno senza fondo. Ma la mia mano venne fortificata dalla mano dell’onnipotente”.
Nel ritornello vengono uniti due concetti: quello di redenzione e quello di libertà. “Tutto quel che ho avuto sono canti di libertà. Vuoi aiutare a cantare questi canti di libertà? Perché tutto quel che ho mai avuto sono canti di redenzione, canti di redenzione”. Il legame tra la liberazione dal peccato e libertà è un tema centrale del racconto biblico e dell’esperienza di fede. Per il popolo ebraico la liberazione dalla schiavitù dall’Egitto (argomento caro al popolo giamaicano e a tutti i popoli che hanno vissuto l’esperienza dello schiavismo) è alla radice del rinnovato rapporto con Dio, della “Alleanza”.
Bob Marley sposta la sua attenzione sul presente e su nuove schiavitù, prima di tutto quelle mentali, e invita a non restare con le mani in mano, ma a liberarsi dalle paure legate alla terra (l’energia atomica) che sono ben poca cosa in confronto all’eternità (il tempo che non può essere fermato) e a darsi da fare per “adempiere al Libro”: “Emancipatevi dalla schiavitù mentale. Nessun altro all’infuori di noi stessi può liberare le nostre menti. Non temete l’energia atomica poiché nessuno di loro può fermare il tempo. Per quanto ancora uccideranno i nostri profeti mentre noi ce ne stiamo da parte a guardare? Alcuni dicono che è solo una parte del tutto. Siamo noi che dobbiamo adempiere al Libro.”
Qui sotto alcune cover…

Joe Strummer:

Chris Cornell:

La Casa del Vento:

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Un bellissimo libro

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Aggiungo ai libri letti quest’estate “Habibi” di Craig Thompson, consigliatomi e imprestatomi da una collega. Andrò a comprarlo: uno dei più bei fumetti che abbia mai letto, un capolavoro assoluto! Splendidi disegni, ricchissimo racconto (oltre 650 facciate). L’ho iniziato stamattina e non sono riuscito a smettere; ho interrotto malvolentieri la lettura per prepararmi il pranzo. Vi sono contenuti riferimenti a racconti spirituali e mitologici delle tradizioni monoteiste, coranica e biblica, a filosofi, alla calligrafia, all’etimologia e alla semantica, all’ecologia e all’inquinamento, al problema della risorsa dell’acqua, alla numerologia, alla simbologia. Fantasia enorme e splendida creatività!

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3+1 Giuda

Tre canzoni, tre Giuda. E Massimo Troisi. Senza Lady Gaga.

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Diluvi

HicksIn alcune classi abbia dato un’occhiata al racconto del Diluvio Universale presente nel libro della Genesi. Carolina Orsini mostra velocemente come la radice del racconto appartenga a diverse tradizioni:

“Nella storia dell’umanità, di diluvi ce ne sono stati a centinaia. E ogni cultura racconta il suo «Diluvio universale» come quella ebraica fa nella Genesi. Ne abbiamo scelti alcuni che raccontano come diversi popoli abbiano dato ragione di un fenomeno naturale.

SIOUX (Iowa). Unktehi, un mostro acquatico, provocò un grande diluvio per distruggere l’umanità. La gente si ritirò su una montagna, ma l’acqua uccise tutti. Le anime degli uomini si pietrificarono e divennero pipe di pietra.

NAVAJO (Arizona e Nuovo Messico). Gli Uomini-Insetto vennero mandati via dal mondo a causa dei loro peccati: gli dei li inondarono con un grande muro d’acqua.

ESKIMO (Canada). Un diluvio uccise uomini e animali, tranne due sciamani. Essi dormirono insieme ed ebbero dei figli, tra cui la prima donna del mondo.

MAYA (Messico). Gli dei mandarono un diluvio per uccidere gli uomini di legno, una versione imperfetta che abitava il mondo prima dell’umanità attuale.

AZTECHI (Messico). Il dio Tezcatlipoca rivelò a un uomo e una donna che sarebbe giunto un diluvio. Loro si costruirono una imbarcazione con un tronco d’albero e si salvarono. Ma gli venne fame e pensarono di cucinare del pesce. Gli dei, sentendo l’odore del fuoco mandarono Tezcatlipoca a punire i sopravvissuti. Il dio scese sulla terra e li trasformò in cani.

IPURINA (Amazzonia). Mayuruberu, capo delle cicogne, provocò un’inondazione facendo scaldare un paiolo d’acqua vicino al sole e facendolo poi traboccare. L’umanità sopravvisse, ma tutte le piante vennero distrutte.

INCA (Perù). L’acqua crebbe fino a sormontare le montagne più alte. Tutto il creato perì, tranne un uomo e una donna che galleggiarono in un guscio.

PIGMEI (Africa). Un giorno un camaleonte, sentendo un rumore dentro un albero, riuscì ad aprirne il tronco. Ma dal tronco uscì una tale massa d’acqua da inondare tutta la terra.

YORUBA (Africa). Il dio Ifa, stanco di vivere sulla terra, andò ad abitare in cielo. Senza il suo aiuto, l’umanità fece arrabbiare gli dei, finché uno di questi, adirato, la distrusse con un grande diluvio.

KIKUYU (Kenya). Gli spiriti anziani distrussero una città inondandola di birra. Gli abitanti si rifugiarono nelle caverne.

HINDU (India). Manu, il primo essere umano, trovò un piccolo pesce nell’acqua in cui si bagnava. L’animale lo pregò di proteggerlo dai pesci più grandi, e in cambio consigliò a Manu di costruire una barca per proteggersi dall’imminente diluvio.

MAORI (Nuova Zelanda). Ci fu un tempo in cui il culto della divinità Tane era trascurato. Due maestri pregarono perché venisse un diluvio, che convincesse gli uomini della sua potenza.

KOOTENAY (Canada). Una piccola femmina di uccello, incurante degli avvertimenti del marito, bevve da un lago proibito. Dalle acque uscì un mostro che la rapì. Il marito la salvò, ma il mostro sollevò una grande mole d’acqua che invase la terra.

PIMA(Arizona). Un grande muro d’acqua verde venne e distrusse tutto. Szeuka, il figlio della terra, si salvò galleggiando su di una imbarcazione a sfera.”

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Quando Gesù tace

Bruno Maggioni è uno dei maggiori biblisti italiani. Ieri Francis, un’amica di fb, ha segnalato questo articolo di Avvenire: è piuttosto lungo ma ricchissimo di spunti di riflessione e approfondimento. L’argomento centrale è il rapporto tra Gesù e il silenzio. Mi sono permesso di evidenziare con il colore rosso due passi, il primo utile per le quinte, il secondo (brevissimo) per le seconde.
Gauguin. Getsemani“Quando si accenna al silenzio di Gesù, subito il pensiero corre al silenzio della passione. E difatti è qui che il silenzio ha raggiunto il punto più alto della sua forza espressiva. A volte il silenzio dice più della parola.
Ma i Vangeli non parlano soltanto del silenzio della passione. C’è anche il silenzio dell’uomo che resta ammutolito di fronte a Gesù, o perché la sua parola lo riempie di meraviglia, o perché la sua verità lo infastidisce. E c’è il silenzio di Gesù di fronte alle domande pretestuose, o inutili, di chi finge di interrogarlo. E c’è il silenzio che Gesù impone a chi vorrebbe parlare di Lui prima di averne intravisto la novità, che è la Croce.
Alla domanda posta da Gesù nella sinagoga di Cafarnao (Mc. 2,1-6), se fosse meglio di sabato, salvare una vita o perderla, i farisei, che lo stavano ad osservare, non risposero: «Ma essi tacevano». Non è il silenzio di chi non sa e si pone in ascolto, ma è il silenzio di chi osserva per accusare. È il silenzio dell’uomo il quale, non avendo ragioni da opporre a una verità che lo infastidisce, ricorre alla violenza per zittire il profeta che la pronuncia. E difatti l’episodio si conclude dicendo che «I farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio per farlo morire» (3,6). È questo un silenzio ostinato, immobile, consapevole, frutto di un cuore indurito, che non intende per nessuna ragione lasciarsi inquietare dalla domanda che lo pone in questione. Un silenzio irritante, uno di quei pochi casi in cui gli evangelisti annotano l’indignazione di Gesù: «Guardandoli tutti attorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori». Indignato e rattristato: la rabbia e la compassione. Dietro l’ostinazione che suscita lo sdegno, Gesù scopre il vuoto di quelle persone, e ne prova pena. Un uomo che si chiude all’ascolto, si chiude alla vita.
Di fronte alle domande insincere Gesù oppone il silenzio. Così di fronte ai farisei che gli chiedono “un segno dall’alto”: «E lasciatili, risalì sulla barca e si avviò all’altra sponda» (Mc. 8,13).
Dopo la purificazione del tempio (Mc. 11,27-33), pongono a Gesù una domanda importante («con quale autorità fai queste cose?»), ma insincera; ed egli non risponde. È inutile rispondere se non c’è la sincerità della ricerca. Gesù non sta al gioco di un dialogo per finta.
Commovente e maestoso è poi il silenzio di Gesù di fronte a Erode (Lc. 23,8-11), che lo interroga “con molte domande”. Ma sono domande curiose, superficiali, perché non sorgono dal desiderio della verità, ma dalla speranza di vedere qualche prodigio. E Gesù non risponde.
Più degli altri Vangeli, quello di Marco ricorda in più occasioni che Gesù imponeva il silenzio a chi voleva divulgare la sua messianità. Non permetteva ai demoni di parlare, «perché lo conoscevano» (Mc. 1,25.34). Ordina al lebbroso di non dire niente a nessuno (1,44). Raccomanda con insistenza che nessuno venga a sapere della risurrezione della figlia di Giairo (5,43). Anche ai discepoli comanda severamente di non parlare a nessuno della sua messianità (8,30). Ma poi, di fronte al sommo sacerdote e al sinedrio, sarà Lui stesso a proclamarla apertamente (14,61). Il fatto è che sono mutate le circostanze: prima la sua messianità correva il rischio di essere fraintesa, durante la passione non più. Il Messia non corre più il rischio di essere separato dalla Croce. Al contrario, è chiaro a tutti che la sua messianità va letta proprio a partire dalla Croce, sia per riconoscerla (15,39) come per rifiutarla (15,29-32). Non basta il coraggio dell’annuncio a fare un vero discepolo. Occorre anche lo spazio del silenzio necessario per cogliere la novità di Gesù. Altrimenti si parla di Lui senza comunicare quella novità che sorprende, di fronte alla quale non trova posto l’indifferenza (come sempre, invece, di fronte a ciò che è scontato), ma solo il sì e il no.
Stupisce il silenzio di Gesù di fronte alla morte di Lazzaro (Gv. 11). Gesù lascia cadere nel silenzio la domanda delle sorelle: «Signore, ecco, il tuo amico è malato» (11,2). Gesù tace di fronte a una domanda che nasce dall’angoscia, a una domanda posta da una persona amata. Questo comportamento può sembrare sconcertante. In realtà è lo specchio del silenzio di Dio, un silenzio che lo stesso Gesù incontra nella sua preghiera nel Getsemani e nella sua domanda sulla Croce.
Il racconto del Getsemani (Mc. 14,32-42) è apparentemente un dialogo. Gesù parla cinque volte, sempre rivolgendosi a qualcuno: ai discepoli o al Padre. Ma nessuno gli risponde, quasi fosse un monologo. Le cinque parole di Gesù cadono nel vuoto, persino la sua preghiera al Padre.
Ma vogliamo commentare questo testo con una poesia di padre Davide Turoldo. Le sue ultime poesie sono state raccolte in un volume dal titolo Canti ultimi (Garzanti, Milano 1991). Ultimi perché sono gli ultimi canti della sua vita, ma ultimi anche perché dicono l’esperienza ultima dell’uomo, la più profonda, la più rivelatrice: l’uomo davanti alla morte, l’uomo nella sua nuda verità. Padre David ha vissuto la sua lunga esperienza di dolore con lo sguardo fisso alla Croce di Gesù. Nella sua poesia l’esperienza di Gesù e la propria si sovrappongono, vicendevolmente rischiarandosi. Fra le sue poesie più belle è forse da annoverare questa rilettura del Getsemani: «Ti invocava con tenerissimo nome:/ la faccia a terra/ e sassi a terra bagnati/ da gocce di sangue:/ le mani stringevano zolle/ di erba e fango:/ ripeteva la preghiera del mondo:/ “Padre, Abba, se possibile”…/ solo un ramoscello d’olivo/ dondolava sopra il suo capo/ un silenzioso vento…».
Il motivo del silenzio di Dio è ricorrente nella poesia di Turoldo: lo scorge nella passione di Gesù e lo ritrova in se stesso: «Ma non una spina Tu/ gli levasti dalla corona… e non una mano/ gli schiodasti dal legno…». L’esperienza del silenzio di Dio non dice la debolezza della fede, ma la profondità e l’umanità della fede, e porta al centro dell’uomo e della storia, là dove Dio e l’uomo sembrano contraddirsi, dove Dio sembra assente o distratto, dove la morte sembra avere l’ultima parola sulla vita e la menzogna sulla verità. Ma se compreso nel mistero di Cristo, allora il silenzio di Dio appare nella sua realtà, cioè come un diverso modo di parlare.
Difatti nel Getsemani il Padre ha parlato: non con il miracolo che libera dalla morte, ma con il coraggio di affrontare la morte, attraversandola. Se all’inizio Gesù è angosciato e impietrito, alla fine, dopo aver pregato, Egli è tornato sereno e pronto: «Alzatevi, andiamo! Colui che mi tradisce è vicino» (14,42).
Il momento più espressivo del silenzio di Gesù è la passione. Qui il silenzio è veramente più denso delle parole. Nella passione Gesù parla poche volte, mai per difendersi, ma soltanto per spiegare la sua identità. Il silenzio è una parola importante per spiegare chi Egli è.
Sollecitato dal sommo sacerdote a rispondere alle molte accuse, Gesù tace (Mc. 14,60). È il silenzio di chi anche nell’umiliazione conserva intatta la sua dignità. È il silenzio di chi è lucidamente consapevole dell’insincerità dei giudici, che fingono un interrogatorio, in realtà avendo già deciso la condanna: inutile difendersi. La verità tace di fronte alla violenza, non perché non abbia nulla da dire, ma perché ha già detto tutto ed è inutile ridire. Soprattutto è il silenzio del giusto, che di fronte alle accuse non si difende, perché ha posto interamente la sua fiducia nel Signore, che non abbandona.
Questo silenzio di Gesù suggerisce diverse allusioni anticotestamentarie. La più nota è Isaia 53,7: «Maltrattato accettò l’umiliazione e non aprì la sua bocca». Di fronte agli uomini che lo condannano a motivo della sua giustizia, il silenzio del servo del Signore esprime dignità; e di fronte a Dio esprime accettazione e fiducia: «Sto in silenzio, non apro bocca, perché sei tu che agisci» (Sl 39,10). Questo silenzio di Gesù è stato poi ripreso e interpretato in un inno della prima comunità cristiana: «Oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a Colui che giudica con giustizia» (1 Pt 2,23).
Nei racconti della passione, accanto ai personaggi espressamente nominati, è sempre presente – apparentemente in ombra, ma in realtà luminosissima – la figura del Giusto sofferente, che Gesù rivive e ingigantisce. È una figura senza tempo, presente in ogni momento della storia e in ogni luogo. Gesù ne è la gigantografia. È la figura dell’uomo che annuncia la verità e proprio per questo è colpito. Come già notato, un tratto importante di questa figura è il silenzio. Non esprime indifferenza, ma dignità. Ed è un silenzio che parla più di molte parole.
La scena degli oltraggi (Mc. 14,65) è di sorprendente densità. Non c’è una parola di troppo, né un aggettivo, né una ridondanza, né una qualche parvenza di retorica. Ma proprio per questo la figura di Gesù insultato e percosso è scolpita al vivo, come su una pietra. In una specie di gioco a mosca cieca, col volto coperto, schiaffeggiato, Gesù deve indovinare chi lo colpisce. Ha preteso di essere Messia e profeta, lo dimostri! Ma Gesù sta in silenzio e non indovina. E così da una parte, la pretesa di essere il Messia che siede alla destra di Dio e viene sulle nubi del cielo; dall’altra il silenzio di un pover’uomo che neppure (sembra) sa indovinare chi lo percuote. L’evidenza contro la pretesa, qui sta il contrasto che tanto fa ridere. Ma qui sta anche la ragione che fa credere. Il silenzio di Gesù può infatti essere letto in due modi: come la prova della totale infondatezza della sua pretesa messianica, o come la rivelazione della sorprendente e affascinante novità del suo essere Messia. Un Messia che sta al gioco e indovina chi lo percuote è una assoluta ovvietà. Un Messia, invece, che sta al gioco a modo suo e non indovina chi lo percuote, ma rimane nel silenzio, svela tutta la sua differenza, una differenza teologica, la differenza che corre tra il modo con cui l’uomo immagina Dio e il modo in cui Dio è veramente.
Anche nel racconto giovanneo del processo romano si fa menzione del silenzio di Gesù (19,9). Egli ha risposto alla domanda sulla sua regalità, persino indugiandovi per metterne in chiaro la diversità. La novità di Gesù non può fare a meno della parola che la spiega. Ma ha anche bisogno del silenzio. Gesù rimane in silenzio nei due momenti culminanti: quando la sua regalità è derisa (19,1-3), e quando essa è mostrata in pubblico (19,5). Proprio quando la sua regalità, derisa e rifiutata, aveva maggior bisogno di una parola o di un segno, Gesù non dice una parola, né compie un gesto.
Ma l’annotazione esplicita del silenzio di Gesù Giovanni la riserva per la domanda più importante (19,6): «Di dove sei?». Qui non è più in discussione semplicemente la sua regalità, ma il mistero più profondo della sua origine. E su questo Gesù tace. Non collabora, lasciando Pilato solo di fronte alla domanda che lo turba: o perché è inutile dire dal momento che tutto è già stato detto; o perché la risposta va cercata nei fatti che Pilato vede e non nelle parole che potrebbe sentire; o perché è una domanda alla quale può rispondere soltanto chi la pone. Di fronte al mistero che lo interpella e lo inquieta, ogni uomo deve trovare personalmente la risposta. È una decisione personale che non si può delegare a nessuno, una risposta che neppure Dio può dare al tuo posto.
Nei racconti di Marco (15,24-39) e Matteo (27,32-50) attorno al Crocifisso sono in molti a parlare: i passanti, i sacerdoti, le guardie, i due ladroni. Tutti parlano di Gesù e contro Gesù, ma Lui tace. Rivolge una domanda al suo Dio (‹‹Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?››) che cade nel silenzio. Muore con un grido senza parole: ‹‹Ma Gesù, dato un forte grido, spirò››. E sullo sfondo, più nitida che mai, la grande figura del Giusto sofferente, evocata dal Salmo 22.
Il Padre parlerà, ma dopo, con la risurrezione. La Croce è il momento in cui tocca al Figlio manifestare tutta la sua fiducia nel Padre. Tocca al Crocifisso manifestare fino a che punto un Figlio di Dio condivide l’esperienza del silenzio che l’uomo incontra davanti al suo Dio. Tocca al Crocifisso rivelare fino a che punto giunge l’amore di Dio. Tutta questa sorprendente rivelazione è racchiusa nel silenzio di Gesù sulla Croce.”

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La speranza di Bruce

Nell’ultimo album di Bruce Springsteen “High Hopes”, uscito a metà gennaio, c’è un brano difficile da comprendere senza un minimo di coordinate bibliche: “Heaven’s wall”. C’è un costante riferimento ad alzare le mani, ma ben diverso dal “discotecaro” o “concertaro” “Su le mani!”. Lo si evince dal senso complessivo del brano: è un alzare le mani al cielo, al trascendente, al Dio della Bibbia. Emergono diversi protagonisti: si inizia dalla donna samaritana che al pozzo di Sicàr accoglie da Gesù la richiesta di essere dissetato e ricorda la promessa di salvezza ricevuta da lui (“C’era una donna che attendeva al pozzo tirando su l’acqua sotto uno sgombro cielo blu. Ha detto, guarirà i ciechi, resusciterà i morti, curerà le malattie”). Vengono poi nominati in breve successione altri personaggi dell’Antico Testamento: “Venite uomini di Gedeone, venite uomini di Saul, venite figli di Abramo”. Gedeone è un uomo che da contadino diventa uno dei condottieri di Israele e giudice. Saul è il primo grande re di Israele. Abramo è il grande patriarca della famiglia israelitica. L’invito di Bruce Springsteen è rivolto per tanto a tutto Israele, che va inteso, secondo l’esegesi biblica, rivolto a tutta l’umanità: “Attendiamo fuori dal muro del paradiso”. L’ultimo personaggio a comparire è uno dei più famosi e citati della Bibbia: Giona. Egli, chiamato e inviato da Dio a Ninive, si rifiuta e si imbarca su una nave. In mezzo alla tempesta si rende conto di essere il responsabile dell’ira divina e racconta tutto ai compagni di viaggio invitandoli a gettarlo in mare. Qui viene inghiottito da un pesce (Bruce cede al racconto tradizionale in quanto nella Bibbia non si parla di una balena) e si salva. Giunge poi a Ninive ottenendo la conversione degli abitanti ma rammaricandosi per il mancato castigo divino. E’ un racconto sulla fede e sul perdono, sulla misericordia. Ecco i versi di Bruce: “Vide un sorvegliante alle porte della città. Giona nel ventre della balena ti sta osservando mentre percorri il tuo logoro miglio, la sua misericordia non fallì”.
E nel ritornello, oltre alle mani alzate, c’è un forte versetto di speranza: “E insieme cammineremo nella terra di Canaan”. E’ la promessa di Dio al suo popolo, il luogo dei sogni, delle aspettative, delle speranze (non dimentichiamoci il titolo del cd “High hopes”). E non è la prima volta che Bruce canta di una terra promessa: ne avevo già scritto qui.

Alzate le vostre mani, alzate le vostre mani, alzate le vostre mani

Uno, due, tre, quattro
Alzate le vostre mani, alzate le vostre mani, alzate le vostre mani

C’era una donna che attendeva al pozzo
Tirando su l’acqua sotto uno sgombro cielo blu
Ha detto, guarirà i ciechi, resusciterà i morti
Curerà le malattie
Venite uomini di Gedeone
Venite uomini di Saul
Venite figli di Abramo
Attendiamo fuori dal muro del paradiso
Alzate le vostre mani, alzate le vostre mani, alzate le vostre mani

E insieme cammineremo nella terra di Canaan

Vide un sorvegliante alle porte della città
Giona nel ventre della balena
Ti sta osservando mentre percorri il tuo logoro miglio
La sua misericordia non fallì
Alzate le vostre mani, alzate le vostre mani, alzate le vostre mani

E insieme cammineremo nella terra di Canaan

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La scalatrice e il teologo

sinai
Pubblico un articolo interessante di Federico Pace, in cui presenta un libro che a breve leggerò, frutto della collaborazione della conterranea scalatrice Nives Meroi e il teologo “scomodo” Vito Mancuso. La fonte è La Repubblica.
«Ci sono luoghi al mondo che non si esauriscono nelle loro sembianze geografiche. Luoghi che contengono gli antichi semi che hanno dato vita alla nostra cultura, ai nostri pensieri e ai nostri più profondi aneliti. Il Sinai è di certo tra questi. Circondato dalla silenziosa maestosità del deserto e indelebilmente caratterizzato dall’aspetto trascendente e religioso del Dio che consegnò a Mosè le tavole con il Decalogo, il monte ora viene raccontato in un libro, in uscita in questi giorni, da Nives Meroi e Vito Mancuso. La prima, grande scalatrice che ha raggiunto undici delle quattordici vette sopra gli Ottomila metri senza utilizzare ossigeno supplementare, portatori d’alta quota e campi fissi. Il secondo, teologo, docente di storia delle dottrine teologiche presso l’università di Padova e protagonista quotidiano del discorso tra religione e società civile.
Il libro dal titolo Sinai, che inaugura la collana Wild della Fabbri, è un cahier de voyage originale come forse solo i diari di viaggio scritti da più persone riescono a essere. Nives Meroi descrive la partenza, con il suo compagno di cordata e marito Romano Benet, dalle nevi del Friuli Venezia Giulia per quel deserto spesso territorio di scontri e conflitti, racconta l’atterraggio in Egitto a Sharm El-Sheikh, senza nascondere il fastidio per i metri cubi di cemento delle costruzioni alberghiere e lasciando trasparire la gioia per l’incontro con l’accompagnatore Mustafa. Dal canto suo, Mancuso percorre un’altra strada, più rarefatta e astratta e porta per mano il lettore tra le parole dei testi sacri. I monti, scrive nelle sue prime pagine, sono “un luogo privilegiato per l’incontro con il divino” dove si riscopre “un’origine dimenticata, ma tuttavia radicata dentro di sé”.
sinai meroi mancusoL’alpinista, che per scrivere usa carta e penna, entra in contatto con la natura, sale sui dromedari e partecipa alla cena beduina. Assaggia il pane, il tè che profuma di salvia, il riso, il kebap e le verdure. Arriva al monastero di Santa Caterina e alle 2 e 45 di notte si avvia verso la salita al monte mentre si leva “un rumore sordo di tribù che si mette in cammino”. In vetta, al sorgere del sole, scopre di essere in compagnia di cinquecento giovani, molti dei quali probabilmente sono tra quelli che qualche anno fa erano scesi in piazza Taqrir pieni di speranze poi andate deluse. Dall’altro canto, Mancuso si inerpica tra le parole dei sacri testi, mette a confronto le narrazioni dell’Esodo con quelle del Deuteronomio, scompone ogni singola parola per capire, in che modo e a chi, sia davvero apparso Dio, quel Dio che sul Sinai, tra lampi e fulmini, “interviene direttamente nella storia degli uomini come mai aveva fatto prima e come mai farà dopo”.
L’aspetto trascendente e quello naturale. Il deserto, il vento, il silenzio. Il rapporto fisico con la montagna. Nel libro Nives Meroi, che intercala il suo racconto con memorie delle scalate degli Ottomila, pone al centro il suo rapporto con la natura. “Generatrice di sublime – scrive – e allo stesso tempo capace di indifferenza assoluta”. Percepita alle volte come forza potentissima, di fronte al quale l’essere umano non può nulla, e altre come entità fragilissima aggredita spietatamente dalla nostra moderna sete di crescita spesso priva di equilibrio. La natura, ci racconta al telefono Meroi, “è quello di cui noi siamo parte. Penso che la cosa più importante e semplice che ho imparato anche da questo viaggio, è proprio questo. Nelle spedizioni che ho fatto, in questo viaggio in Sinai, il delirio di onnipotenza viene subito ridimensionato. Noi siamo elementi della natura, e dobbiamo imparare a rimanere in contatto con lei”. Traspare forte anche il legame tra lo scalare una montagna e la necessità di narrare una storia. “So di non essere né una studiosa, né una scrittrice – ci confessa candidamente – ma per me è importante narrare delle storie perché, quello che conta dal mio punto di vista, non è tanto raggiungere la cima, quanto tornare giù e raccontare quello che ho visto, quello che ho vissuto e condividere in qualche modo quello che ho compreso”.
Mancuso sottolinea come gli studi e le indagini archeologiche testimoniano la difficoltà a stabilire che il Sinai di cui noi oggi parliamo, sia effettivamente il Sinai di cui parla la Bibbia. Eppure il fascino per questo monte non si esaurisce. Perché? Mancuso risponde alla domanda che gli poniamo spiegando come esista “un Sinai interiore che significa una dimensione di altezza e di trascendenza verso cui ogni civiltà si sente attratta”. Ma non solo, c’è un altro aspetto per il teologo che alimenta l’attrazione verso questo luogo, un aspetto “che riguarda la dimensione della sollecitazione e della provocazione che la libertà umana riceve di fronte alle dieci parole, al decalogo, a un imperativo etico. La tua libertà esiste, ma è fatta per aderire alla giustizia, al bene, a tutte quelle cose che i comandamenti del Sinai ci presentano”.
Il Sinai ancora oggi così provoca incanto e spaesamento. Il monte è stato cercato e inseguito nel tempo da un numero infinito di artisti. Dipinto da El Greco, raccontato da Alexandre Dumas e terra di rifugio per Antonio Tabucchi. Forse è nelle parole che Mancuso ci rivolge prima di chiudere la chiacchierata che ci ha concesso, la chiave di tutto il libro: “Scrivere del Sinai mi ha insegnato di nuovo che l’ultima parola riguardo al problema di Dio, a questa attrazione, a questa ricerca, non è la razionalità, non è un pensiero, ma la nube della non conoscenza, è un misto di timore per i lampi e le teofanie (ndr. apparizioni della divinità), questa dimensione quasi vulcanica, la scrittura di questo libro mi ha richiamato profondamente a questa dimensione che chiamerei “apofatica”: c’è qualcosa di più importante delle parole, c’è la vita nuda che si pone di fronte alla misteriosità dell’esistenza”.»

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Sculture di vento

Ho letto e riletto questo passaggio di Buon sangue in cui Jovanotti presenta il nono antenato della serie. E dopo un po’ ha cominciato a farsi strada un pensiero, una liberissima interpretazione. Mi son chiesto: in cosa è impegnato il matto? Sta cercando di scolpire delle sculture con il vento, è cioè impegnato in un atto creativo, generativo. Immediatamente ho pensato all’atto creaturale che ho studiato maggiormente. Nel mito cosmogonico raccontato in Genesi è proprio il soffio vitale di Dio a generare! E nell’induismo è fondamentale il concetto di atman; e nello yoga i momenti chiave sono quelli delle due apnee (kumbhaka) perché in essi il respiro è stabile e quindi è stabile anche la mente. Il respiro va poi emesso come se si lasciasse andare via la vita: più lo si trattiene, più si vive un anticipo di immortalità (piccolo ripassino per i ragazzi di quarta ;-). E proprio il riferimento all’induismo mi ha portato alla memoria che uno dei miti cosmogonici più diffusi è quello della danza cosmica. Per gli induisti la danza è più antica del mondo stesso, perché è proprio danzando sul monte Kailāsa che Shiva creò il cosmo e l’epoca attuale. Il Dio creatore pose il piede destro sul capo del demone primordiale, simbolo di ignoranza e cecità, uccidendolo (Eva col suo calcagno sul serpente?); poi sollevò il piede sinistro, a simboleggiare la conoscenza che conduce alla salvezza; nella mano destra levata in alto teneva il tamburo a clessidra (damaru), per scandire il ritmo del mondo, creando, un battito dopo l’altro, l’aria, il fuoco, l’acqua, la terra. Ma dalla stessa danza che risveglia la vita, scaturisce la scintilla che distruggerà la terra (la lingua di fuoco nella mano sinistra). Tamburo e fiamma sono i due elementi del gioco creazione-distruzione. (dalla Garzantina delle religioni). Sarei ora curioso di sapere se il buon Lorenzo l’ha fatto apposta o è solo fantasia mia… (potremmo metterci pure la danza dei dervisci…)

C’era un matto che faceva sculture di vento,Shiva.jpg

si fermavano a guardarlo quando in movimento

modellava ogni dettaglio della sua opera d’arte

dopo un po’ la fissava seduto in disparte,

quasi sempre scontento del suo risultato

con un soffio distruggeva quel che aveva creato.

E la sera la gente a casa ritornava,

con scolpito negli occhi il matto che danzava.

Mentre lui andava a letto sempre insoddisfatto,

proprio come un uomo, proprio come un matto.