Pubblicato in: Storia

Il destino su un pianerottolo

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È il 16 ottobre del 1943. E’ il terzo giorno della festa delle Capanne, Succòt, del 5730 secondo il calendario ebraico. E’ una festa che ricorda agli ebrei i quarant’anni di deserto dopo la liberazione dalla schiavitù in Egitto. Alle 5.15 del mattino le SS invadono le strade del Portico d’Ottavia e rastrellano 1024 persone, tra cui oltre 200 bambini nel ghetto di Roma. Due giorni dopo, alle 14.05 del 18 ottobre, diciotto vagoni piombati partiranno dalla stazione Tiburtina. Dopo sei giorni arriveranno al campo di concentramento di Auschwitz in territorio polacco. Solo quindici uomini e una donna (Settimia Spizzichino) ritorneranno a casa dalla Polonia. Racconta l’ingegnere Nando Tagliacozzo: “A volte il destino si ferma su un pianerottolo, a due metri da te. Sceglie, il destino. Non bussa alla tua porta, ma a quella di fianco, dove ci sono tua sorella di otto anni e tua nonna: e le porta via, per sempre. Tu sei ad un soffio da loro, la porta accanto è quella che ti sta risparmiando l’oblio. E la parabola della tua vita si staglia in quel metro che ti separa da quella porta sullo stesso pianerottolo. E ti lascia vivere, il destino. Forse ha scelto te, in memoria di milioni di morti. Dovrai testimoniare, fino a quando avrai fiato in gola.”

Per chi vuole approfondire ecco un sito.

Pubblicato in: Filosofia e teologia

Una grammatica umana

“La domanda cruciale diventa: come ridire la fede nel quadro di una rottura e di un inceppamento della memoria tradizionale? Da questo punto di vista, sarebbe utile imparare dagli ebrei, che hanno saputo custodire la memoria dei padri, di generazione in generazione. Penso sia indispensabile educare a una grammatica umana, in cui si innesti la fede: un’operazione che tenga presente come i contenuti, nel messaggio cristiano, sono importanti quanto lo stile con cui vengono proposti. Ecco, dunque, la necessità di un esame di coscienza sulla nostra creatività ecclesiale, sullo stile, appunto. La Chiesa, in effetti, vive troppo su posizioni difensive, da “cittadella assediata”, e non possiede l’audacia del dialogo con l’uomo d’oggi! Occorre elaborare un’istanza narrativa, prima di una proposta morale…, perché la Chiesa deve avere maggiore fiducia nell’uomo, che è sempre immagine di Dio, anche se è non cristiano… Con un’immagine biblica, vorrei dire che noi cristiani facciamo parte di Sodoma, non siamo posizionati su di un’altura che guarda in basso la città di Sodoma!” (Enzo Bianchi)

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Pubblicato in: Etica, Scienze e tecnologia

Alla ricerca di staminali

Un articolo preso da Sette di venerdì scorso. E’ scritto da Margherita De Bac.

“Robert Hariri era al pronto soccorso al Jamaica Hospital Cornell Trauma Center quandoplacenta_sacco_amniotico-small.jpg prese coscienza di un limite al momento invalicabile della medicina. Malgrado gli incredibili successi nel campo della riparazione dei tessuti, l’uomo era ancora lontano dal traguardo finale: poter restaurare il cervello umano lesionato da gravi traumi cerebrali. Il dottor Hariri quel giorno, di fronte all’ennesimo dramma di una giovane vittima di un incidente stradale giunto in ospedale in condizioni disperate, probabilmente destinato a un coma perpetuo, tornò a casa col morale a terra. Qualche settimana dopo, il destino lo pose di fronte a un’immagine che gli indicò chiaramente la “via”, come oggi racconta: la figurina stondata del suo nipotino nella pancia della figlia, visto attraverso un’ecografia. Sì, lui sapeva fare anche questo, il radiologo. E fu proprio mentre eseguiva quell’esame che ebbe un’illuminazione: sarebbe stata la placenta, il morbido involucro che avvolgeva il piccolo, la candidata ideale per sperare che un giorno i ragazzi caduti dalla moto o le persone colpite da ictus potessero avere una prospettiva di cura. Eccola, forse, una miniera di cellule staminali da cui trarre materiale di ricerca. Da quell’intuizione è nato un progetto scientifico culminato 15 anni fa nella creazione di una società finalizzata alla scoperta e alla produzione di cellule derivate dalla placenta. Sede a Warren, tra i boschi e le colline del New Jersey: assorbita tre anni fa dall’azienda Celgene Corporation, la multinazionale che opera nel campo delle biotecnologie con investimenti poderosi, oggi la Celgene Cellular Therapeutics è fra i maggiori centri al mondo del settore da cui si attende la risposta a molte malattie non curabili, legate alla degenerazione e alla morte dei tessuti. L’obiettivo è arrivare alla ricostruzione in laboratorio di organi da trapiantare al posto di quelli danneggiati. Un sogno, da sempre accarezzato nei laboratori, ancora lontano. Ma ci sono altre applicazioni, più vicine al malato. Già è possibile ottenere dalle staminali della placenta, ricca di proteine come il collagene e l’elastina, porzioni di pelle con cui rivestire parti del corpo ustionate e, in una fase successiva, far ricrescere il derma direttamente sul corpo dei pazienti. Non basta. Sono in fase di sperimentatone farmaci per la cura di certi tumori rari e malattie degenerative. Per la felicità di donne che aspirano a prolungare la giovinezza, arriveranno poi creme, gocce e impacchi antinvecchiamento: una linea di sviluppo che i responsabili di Celgene tendono a non enfatizzare, ritenendola marginale rispetto ai grandi progetti negli altri settori. Nella visita all’azienda, i laboratori dedicati alla cosmesi vengono mostrati quasi solo per completezza perché potrebbero sembrare niente rispetto a quello che i bioingegneri tentano nelle stanze accanto. Biomateriali rivestiti di staminali, sistemi di rivascolarizzazione e il futuristico bioprinter, la possibilità di “stampare” parti del corpo umano. Le staminali della placenta vengono ricavate con una tecnologia che consente di ottenerne di buona qualità e in quantità sufficiente per la sperimentazione clinica. Recente l’autorizzazione da parte dell’agenzia Fda (agenzia americana del farmaco) di un preparato chiamato con una sigla, Pda-001. Significa che le applicazioni delle staminali placentari potranno essere provate sull’uomo. Sono in corso sperimentazioni in fase avanzata per il trattamento di malattie immunologiche: morbo di Crohn e sclerosi multipla sono in cima alla lista delle priorità, ma c’è anche l’ischemia, nel mirino.

Abbiamo incontrato Hariri, amministratore delegato del centro, nel suo ufficio di Warren dove coordina una squadra di 200 ricercatori. Amichevole, abbronzato, sorridente e pratico grazie, probabilmente, alle sue esperienze avventurose. Origini mediorientali, un’ascendenza italiana, ex marine, pilota di jet, patologo clinico. «La placenta è il più naturale sistema di produzione di staminali» esordisce. «È un organo capace di controllare il sistema di nutrimento del feto; perché non sfruttare le sue potenzialità? Parliamo di una miniera di cellule: da una sola placenta riusciremo a ricavare 100mila dosi di farmaco. Oltretutto è un materiale inesauribile. Subito dopo il parto verrebbe gettato via. Invece noi lo raccogliamo dopo aver chiesto il consenso alle donne». Ogni anno nel New Jersey vengono utilizzate tremila placente, a costo zero. Hariri continua: «Le staminali dell’embrione sono instabili, dunque rendono difficile la produzione di farmaci. Dall’embrione si ricavano poche staminali e oltretutto in parte di scarsa qualità. Dunque dal punto di vista tecnico non sono utili. I ricercatori se ne sono resi conto. Le prime aziende che hanno investito su questo fronte hanno chiuso. La placenta è una fonte superiore che ci ha permesso di superare questi problemi». Secondo lei bisogna rinunciare agli studi sull’embrione? «È un campo interessante per la ricerca di base, ma non sul piano delle applicazioni cliniche». Dal punto di vista etico qual è il suo pensiero? «Sono cattolico, ma ragiono da uomo di scienza. Se l’embrione si fosse rivelato utile, credo che non avremmo dovuto precluderci la possibilità di sperimentare. Ma ci sono alternative più efficaci, e la placenta è uno degli esempi. Se è più facile estrarre petrolio in Texas perché andarlo a cercare in Oceania?». Una delle caratteristiche del centro è la giovane età del personale. Due edifici. Il primo per la ricerca vera e propria, il secondo per la produzione di staminali. Periodicamente vengono eseguiti test per verificare il rendimento delle squadre di ciascun reparto. Se uno solo dei “giocatori” ottiene un punteggio inferiore a quello dei compagni, l’intera équipe deve seguire un corso di addestramento. In Italia il cammino degli studi sulle cellule placentari viene seguito con interesse crescente. Il sogno è di creare un centro in stile americano anche da noi. L’azienda di Warren avrebbe identificato come sede il Policlinico Gemelli ma le parole non sono state trasformate in fatti. Stefano Portolano, nuovo vicepresidente di Celgene Europa: «Il nostro Paese deve dare segnali politici incoraggianti sia sul fronte della ricerca sia del premio all’innovazione. Dobbiamo essere competitivi, altrimenti le multinazionali si dirigeranno altrove. Si parla tanto di crescita ma è soprattutto in questo settore che bisognerebbe insistere tanto più che il nostro Paese possiede le competenze per giocarsela a livello internazionale». Da noi di cellule placentari si occupa un discreto numero di gruppi. Giulio Cossu, professore di biologia di staminali umane all’University College di Londra, non esprime giudizi: «Non ho mai lavorato su questo materiale. I ricercatori si dividono. Una parte della comunità è entusiasta. Lo scetticismo deriva dall’assenza di risultati definitivi e dal dubbio che si tratti effettivamente di cellule privilegiate dal punto di vista immunologico e dunque non esposte al rigetto. A mio parere il futuro è nelle cellule riprogrammate, cioè quelle adulte che vengono riportate a uno stato di totipotenza, alla capacità di essere progenitrici di tutti i tessuti, come le embrionali. Non dimentichiamo però che dietro allo scetticismo nei riguardi delle placentari potrebbero celarsi l’interesse di spingere verso altri campi di ricerca». Il gruppo all’avanguardia è quello coordinato da Omelia Parolini, al Centro Menni della Fondazione Poliambulanza di Brescia: «Abbiamo cominciato 10 anni fa, sperimentiamo su modelli animali le cellule della membrana amniotica, quella più interna. Abbiamo capito che queste staminali hanno una funzione rigenerativa non in quanto riparano direttamente i tessuti ma perché con un’attività antinfiammatoria e protettiva creano un ambiente favorevole alla rigenerazione. Sono dei serbatoi molto preziosi di sostanze benefiche». Ogni anno il centro bresciano raccoglie circa 400 placente donate dalle donne che partoriscono in ospedale.”

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Un punto fermo

Amo le storie delle persone. Sull’inserto Letture del Corriere della Sera di ieri c’era la vicenda di Rosa Parks raccontata da Paola Capriolo: merita di essere conosciuta.

rosa parks, discriminazione, stati uniti, martin luther king“Esiste, io credo, una semplicità del bene, che è l’esatto opposto di quella «banalità del male» della quale Hannah Arendt si è servita come di una chiave di lettura per comprendere la possibilità degli orrori nazisti; e forse nessuno ha incarnato questa semplicità in modo così esemplare come Rosa Parks. Semplice, Rosa lo era di origini e di condizione: una donna «di colore», cresciuta poveramente tra i campi di cotone dell’Alabama, che si guadagnava da vivere cucendo vestiti per un grande magazzino e, dopo il lavoro, militava nelle file della Naacp, l’associazione sorta per rivendicare i diritti dei neri americani, svolgendovi con modestia la «femminile» funzione di segretaria. Una modestia connaturata, che faceva tutt’uno con la sua fierezza indomabile e che l’avrebbe portata a subire quasi controvoglia la celebrità e il ruolo di eroina nazionale. Ma semplice soprattutto, di quell’ardua eppure disarmante semplicità che è il sigillo delle vere rivoluzioni, è il gesto con cui quella signora fragile e minuta arrivò a cambiare la storia del suo Paese.

Siamo negli Stati Uniti d’America, negli anni Cinquanta del Novecento. La schiavitù è stata abolita da quasi un secolo, eppure nel Sud della nazione domina ancora la discriminazione razziale. I neri sono cittadini come tutti gli altri e hanno il diritto di voto, ma per esercitarlo devono sottoporsi a un umiliante esame o trovare un bianco disposto a «garantire» per loro; la Costituzione li proclama uguali agli altri di fronte alla legge, ma in una terra dove il linciaggio è all’ordine del giorno nessun tribunale si è mai sognato di condannare un bianco per l’assassinio di un nero; da soldati, hanno combattuto come gli altri nella Seconda guerra mondiale, ma ai caduti di colore toccavano funerali, sepolture, persino colonne dei necrologi sui giornali, rigorosamente separati da quelli dei loro commilitoni bianchi, mentre quanti riuscivano a tornare a casa venivano aggrediti e malmenati dai fanatici razzisti se osavano mostrarsi in pubblico con la divisa dell’esercito americano. Nella vita di tutti i giorni, poi, la discriminazione si traduce in un minuzioso sistema di segregazione razziale, molto simile all’apartheid sudafricano: scuole, fontane pubbliche, ospedali sono rigidamente divisi tra quelli per i bianchi e quelli per i coloured; un nero non può entrare liberamente in qualsiasi bar e farsi servire una tazza di caffè, e la legge, per evitare ogni «contaminazione», gli proibisce addirittura di provarsi un vestito in un negozio. Ma la forma di segregazione più invisa agli afroamericani è quella in vigore sui mezzi pubblici, dove le prime file sono a uso esclusivo dei bianchi, mentre i neri possono occupare le ultime file, a loro riservate, oppure quelle intermedie, ma con l’obbligo di alzarsi su ordine del conducente per cedere il posto a un membro della «razza superiore» che non trovi da sedersi altrove.

Così andavano le cose negli Stati del Sud, questo era il trattamento al quale la gente di colore doveva assoggettarsi, finché, nel pomeriggio del 1° dicembre 1955, accadde qualcosa di inaspettato. Accadde che a Montgomery, capitale dell’Alabama, una sarta quarantaduenne di nome Rosa Parks, che come ogni giorno aveva preso l’autobus per rincasare dal lavoro, alla richiesta dell’autista di lasciare a un bianco il suo posto rispondesse: «No». Una parola semplice, addirittura un monosillabo; ma fu come se dietro quel «no» si radunassero a battaglia tutte le schiere degli angeli.

L’autista, sbalordito, ripete il suo ordine, ma lei rimane seduta. «Guarda», minaccia l’uomo, «che se non ti alzi ti faccio arrestare»; e Rosa risponde tranquillamente: «Sì, lei può farlo». Molti tra coloro che la conobbero affermano che quell’umile sarta aveva qualcosa di «regale», e proprio così, con la dignità di una regina, la immagino attendere l’arrivo della polizia e compiere il penoso tragitto verso il carcere. Non poteva aspettarsi niente di diverso, dato che il suo rifiuto di alzarsi equivale a un reato per la legge dell’Alabama. Rosa però è stanca: non, come dichiarerà in seguito, per la giornata faticosa, non per i piedi gonfi e la schiena indolenzita. È stanca di arrendersi, di chinare il capo di fronte all’ingiustizia, e nei giorni successivi, proprio grazie al suo caso, tutta la popolazione nera di Montgomery scopre di essere altrettanto stanca.

Per iniziativa di un gruppo di persone coraggiose, tra le quali un pastore battista ventiseienne di nome Martin Luther King, i neri decidono dunque di organizzare un boicottaggio: sugli autobus li si tratta in quel modo? Bene, allora andranno tutti a piedi. Ha inizio così una lotta che presto richiamerà l’attenzione dell’America, anzi, del mondo, suscitando intorno alla cittadina di Montgomery una straordinaria ondata di solidarietà: una lotta alla quale Rosa, rilasciata su cauzione, partecipa in prima fila, sia nei giorni che precedono il processo, sia dopo la sentenza di condanna che, «macchiandole» la fedina, la consacra per sempre al ruolo di «madre dei diritti civili». Nonostante gli espedienti più o meno legali escogitati dalle autorità per farlo cessare, nonostante intimidazioni e violenze di ogni specie, il boicottaggio si prolunga per tredici mesi, mandando quasi in fallimento la compagnia dei trasporti, e si conclude con una vittoria clamorosa: il 13 novembre 1956, dopo un lungo e travagliato iter legale, la Corte suprema degli Stati Uniti dichiara incostituzionale la segregazione sugli autobus, primo passo di un cammino che condurrà, sia pure a prezzo di molto sangue e di molte sofferenze, alla piena integrazione razziale e che forse non sarebbe stato possibile senza il coraggio e la fermezza di una donna. Come scrisse in seguito Martin Luther King, il gesto di Rosa è «un’espressione individuale di un anelito eterno alla dignità e alle libertà umane»; a inchiodarla a quel sedile furono «il cumulo di iniquità dei giorni passati e le sconfinate aspirazioni di generazioni non ancora nate»: aspirazioni tra le quali (perché no?) poteva esserci anche quella di vedere un nero insediarsi alla Casa Bianca come presidente degli Stati Uniti d’America.

Rosa Parks non fece in tempo ad assistere a questo trionfale «lieto fine»: morì il 24 ottobre del 2005, tre anni prima dell’elezione di Obama, che da parlamentare tenne per lei un discorso commemorativo al Senato. Nel frattempo le toccò pagare caro il suo gesto, in conseguenza del quale perse il lavoro e fu bersagliata a tal punto da telefonate anonime e minacce di morte da essere costretta con il marito a cambiare città. Una vita difficile, quella dei giusti: una vita semplice in un mondo che, della semplicità, spesso non ne vuole sapere. Non credo che Rosa abbia mai pensato di aver compiuto un atto di eroismo; solo di aver fatto ciò che, in quelle circostanze, avrebbe dovuto fare chiunque. O per dirla con le sue parole: «Doveva esserci un punto d’arresto, e sembra che quello sia stato per me il punto in cui smettere di lasciarmi bistrattare e scoprire quali fossero, se mai ne avevo, i miei diritti di essere umano».”