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Europa e nucleare

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Un po’ di notizie sul nucleare europeo, preso da Presseurop.

“I test di resistenza effettuati sulle centrali europee rilevano numerose falle nella sicurezza degli impianti. Già contestati dagli stati europei, i risultati pongono l’accento sulle competenze dell’Ue e saranno presentati ai capi di stato e di governo in occasione del Consiglio europeo del 18 e 19 ottobre. Il commissario europeo per l’energia Günther Oettinger presenterà il 4 ottobre i risultati dei “test di resistenza” sulla sicurezza dei 134 reattori nucleari presenti sul territorio dell’Unione europea, realizzati in seguito alla catastrofe di Fukushima del marzo 2011. I test hanno evidenziato numerose mancanze e quantificato tra i 10 e i 25 miliardi il costo dei lavori necessari alla messa in regola delle centrali del vecchio continente. Le conclusioni hanno già infiammato il dibattito all’interno degli stati Ue.

Le Monde parla di “tensione tra Parigi e Bruxelles”, dato che la Francia, primo produttore europeo di elettricità di derivazione atomica con 19 centrali e 58 reattori, è particolarmente criticata nel rapporto della Commissione: “[Il documento sottolinea che] i dispositivi di sicurezza come i gruppi elettrogeni non sono abbastanza protetti dagli elementi in caso di catastrofe naturale. […] Inoltre le centrali francesi mancano di strumenti per la misurazione sismica. […] Le autorità francesi hanno cercato di attenuare la portata delle conclusioni. […] A Parigi si guarda con sospetto al tentativo di centralizzazione del settore nucleare da parte dell’Europa, e […] le autorità temono che le conclusioni di questo lavoro riaccendano il dibattito sull’abbandono del nucleare.”

L’olandese Trouw sottolinea che la centrale di Borssele “ha fallito il test di sicurezza”: “La centrale nucleare di Borssele […] non è conforme agli standard internazionali di sicurezza per quanto riguarda il pericolo di inondazione. […] Inoltre la centrale non è sufficientemente sicura contro i terremoti.” Tuttavia “il risultato di Borssele non è così malvagio se comparato a quelli di altre centrali europee”, scrive il quotidiano riferendosi non soltanto a “una superpotenza nucleare come la Francia” ma anche alle centrali in Europa dell’est e alle quattro centrali di Finlandia e Svezia, dove il sistema di raffreddamento non è a norma e presenta “il rischio di uno scenario simile a quello di Fukushima”.

Il Belgio riceve invece i complimenti della Commissione per come ha “comunicato i problemi delle centrali di Doel e Tihange”, spiega in un’intervista a Trouw un docente universitario che ha collaborato con la Commissione. Le due centrali sono state chiuse in estate a causa delle crepe nelle cisterne di due reattori, ma il rapporto della Commissione non menzione questo problema perché “non riguarda i test”.

Il tedesco Die Welt sottolinea che “il vero scandalo è l’impotenza dell’Ue”. Il quotidiano si rammarica che l’Unione abbia impiegato per mesi un gruppo di esperti per controllare una a una le centrali del continente, quando “i fatti sono conosciuti ormai da tempo. Sarebbe stato sufficiente un’appello all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea)”. Inoltre “il fatto che le persone incaricate dei test si siano scontrate in più occasioni con le resistenze dei governi e delle compagnie energetiche dà l’idea della reale volontà di trasparenza di alcuni stati a proposito del nucleare. In questo modo un test di resistenza si trasforma inevitabilmente in un lavoro di rabberciamento. […] Bruxelles regolamenta le banalità quotidiane fino a rasentare il ridicolo, ma non dispone delle competenze necessarie su questioni di fondamentale importanza che legano tutti gli europei, come la sicurezza delle centrali e lo smaltimento delle scorie”.”

 

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Facebook e consumi

Per curiosi della rete, per chi usa fb e si chiede come mai stiano crescendo sempre più gli spot pubblicitari… Preso da Wired

facebook, pubblicià, consumi, privacyFacebook ci osserva quando facciamo acquisti. Perché? Semplicemente per sapere se le pubblicità che abbiamo visto hanno avuto effetto anche se non abbiamo cliccato sui banner. Lo ha rivelato proprio una nota del social network di Mark Zuckerberg. Per questo abbiamo raggiunto Datalogix, partner di Facebook in questa operazione, per capire come facciano ad associare i nostri acquisti al nostro profilo. Non è stato possibile intervistare un dirigente dell’azienda, ma l’ufficio stampa ci ha spiegato nei dettagli il funzionamento. Una volta tanto, dal punto di vista della privacy non c’è molto da protestare.

Datalogix è un’azienda che traccia il comportamento degli utenti analizzando i dati raccolti dalle carte fedeltà e vanta di possedere già le schede di oltre 70 milioni di famiglie americane, acquisite tramite un migliaio di rivenditori. Oltre a nome, numero di telefono e dati personali infatti buona parte di queste sono in grado di registrare quello che compriamo. Datalogix e Facebook utilizzano entrambe un metodo di hashing che codifica i dati degli utenti senza utilizzare una chiave di cifratura. Praticamente un possibile “silvio@yahoo.com” diventa ” 123456789″ per entrambi, ma non c’è modo di decodificare i dati. A quel punto Facebook prende uno alla volta i propri 123456789 e verifica se sono presenti nel campione di utenti, fornito da Datalogix, che hanno acquistato il prodotto X. Se c’è, l’utente è statisticamente buono e viene selezionato, viceversa scartato. Poi Facebook divide gli utenti selezionati in due gruppi, a seconda che questi siano stati o meno esposti alla pubblicità di X. E può quindi verificare le percentuali di quelli che poi quel prodotto l’hanno realmente acquistato, così da misurare il return on investment (Roi) per l’inserzionista. Al contempo Facebook determina il profilo delle persone che hanno acquistato X dopo essere state esposte alla sua pubblicità per n volte. L’utente ha sempre e comunque la possibilità di rifiutarsi di essere sottoposto a questo trattamento, ma per farlo deve passare dalla pagina della privacy di Datalogix e non può farlo su Facebook.

L’obiettivo del social network è affermare il principio secondo cui non contano tanto i click che gli utenti fanno sulle inserzioni pubblicitarie quanto se davvero comprano o meno i prodotti reclamizzati quando entrano in un negozio. È da qualche settimana che se ne parla, ma solo l’altro giorno nel corso di un evento durante l’ Advertising Week di New York Facebook ne ha discusso pubblicamente. Durante l’appuntamento newyorkese è stato inoltre presentato uno studio compiuto su cinquanta campagne pubblicitarie: il risultato a cui si è giunti è che il 99 per cento degli acquisti riconducibili a campagne su Facebook sono stati effettuati da persone esposte alla pubblicità, ma che non avevano cliccato sugli ad. Il privacy engineer di Facebook Joey Tyson ha spiegato in un post che grazie al sistema messo a punto l’azienda non è in grado di sapere quale utente ha realmente acquistato un prodotto perché quello che Facebook riceve da Datalogix sono solo informazioni aggregate relative a grossi gruppi di persone. E la Electronic Frontier Foundation, al solito attenta ai temi legati all’uso dei dati e alla privacy, per una volta è parsa pacatamente soddisfatta dell’approccio scelto. Ovviamente un sistema in grado di offrire all’inserzionista metriche per valutare su che tipo di target il proprio messaggio ha un miglior risultato, su quale occorre insistere e su quale basta un semplice passaggio rende Facebook una piattaforma ancora più interessante per veicolare la propria pubblicità. Secondo Brad Smallwood, responsabile misurazioni di Facebook, l’ottimizzazione delle frequenze di esposizione del messaggio pubblicitario potrebbe incrementare il Roi del 40%.