Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Scienze e tecnologia

Quanto siamo piccoli

Una riflessione di Marina Corradi sull’impresa di Felix Baumgartner. Da Avvenire.

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“L’immagine di quell’uomo in tuta da astronauta che dalla soglia di una fragile capsula metallica si getta nel vuoto da 39 mila metri di altezza – la Terra, sotto, così terribilmente lontana – dà a chi guarda il video dell’impresa di Felix Baumgartner un attimo di vertigine. È siderale, in quel momento, il nulla attorno; e quell’uomo è così ridicolmente piccolo, e solo, nella immensità del cielo. L’austriaco che a Roswell, New Mexico, ha superato in caduta libera la velocità del suono precipitando a 1.342 km all’ora, ha battuto molti record e – forse – fornito elementi nuovi alla ricerca aerospaziale. Ma dubitiamo che sia per la ricerca che ha fatto ciò che ha fatto; e nemmeno per i soldi dello sponsor. Perché quest’uomo ha voluto tentare un’impresa da cui aveva buone probabilità di non tornare? È la domanda che chi guardi l’attimo del suo tuffo non può non farsi. (Eppure, benché tolga il fiato quell’abisso, ci avverti dentro anche qualcosa che oscuramente ti affascina, a che non ti è del tutto estraneo). Dopo il salto, per quattro lunghi minuti Baumgartner è, nei monitor che dal New Mexico seguono l’impresa, solo un piccolo punto che precipita nel cielo, ruotando vorticosamente su se stesso come un sasso lanciato da un bambino. La forza dell’attrito è terribile, il respiro è colmato dalla bombola di ossigeno. Non è nuovo a imprese estreme, il tuffatore: a 16 anni ha iniziato a lanciarsi da dirupi e grattacieli. Ma mai era salito tanto in alto. Nella sala di controllo, in quei minuti c’è silenzio. Solo i monitor, muti, indicano la velocità di caduta, e l’ossigeno restante, che rapidamente decresce. Poi, dopo quattro minuti e sedici secondi, il paracadute si apre. Un urlo di sollievo a Roswell. Più lentamente ora il piccolo punto si abbassa. Se ne distingono le gambe, le braccia. Si muove, è vivo. Baumgartner tocca il suolo riarso del New Mexico. Per un istante resta in piedi; poi cade in ginocchio, per lo sfinimento, o forse anche nell’istinto di riabbracciare quella Terra che gli era sembrata perduta. E ci si può chiedere a cosa serva, una impresa come questa. Si può pensare che sia inutile, e inaccettabile, rischiare la vita così. Cos’è, Superman, quest’uomo sempre in cerca di vertigine? A guardarlo su Facebook appena dopo il ritorno a casa, Baumgartner non sembra Superman. È molto stanco, e si vede; sorride, e dice che ora vuole soltanto andare a dormire. A chi gli ha chiesto cosa ha provato, lassù, sospeso su un trampolino sull’Universo, ha risposto: «Quando sei lì in piedi in cima al mondo, diventi così umile che non pensi più a battere record. L’unica cosa che vuoi, è di tornare vivo». Non è Superman, uno così – o almeno, non lo è più. Gli hanno chiesto, ma che cosa allora la spinge? Lui ha citato Jean Piccard, esploratore di abissi oceanici, che diceva: «In tutti noi c’è una forza che ci spinge a non riposarci mai, fino a quando non possiamo andare un po’ più in là». C’è allora una inquietudine da Ulisse in un uomo che si getta da un’altezza a cui già la Terra è una sfera, blu gli oceani, uguali le foreste e i deserti, e indistinguibili le città degli uomini? C’è Ulisse, insieme anche alla ‘ubris’ della sfida (sul suo sito Baumgartner aveva scritto: «Tutti gli uomini hanno dei limiti, alcuni non li accettano»). Eppure lo stesso uomo, dopo quell’attimo in cui lo si è visto fermo, in bilico sul buio e sul nulla, si è lasciato andare queste parole: «A volte bisogna andare veramente in alto, per capire quanto siamo piccoli». L’ansia di andare oltre, di violare l’ignoto è stata ed è degli esploratori, e degli uomini di scienza. E qualcosa di forte, scritto nel fondo dell’uomo. Ma a chi lambisce l’ultimo limite può accadere di tornare e testimoniare: bisogna andare veramente in alto, per capire quanto siamo piccoli. Che è, dopo tante sfide, aver saputo, in fondo, l’essenziale.”

Pubblicato in: Etica, Scuola

Studenti di seconda classe

Un genitore viene a colloquio a scuola, si siede davanti a me e tra le prime cose emerge la timidezza della figlia. “E’ dalla prima elementare che tutti me lo dicono, ma che ci posso fare? Io le dico di buttarsi, di aprirsi, di provare, ma faccio solo peggio”. Così, da un po’ di anni non lo dico più e cerco di valorizzare in altro modo la partecipazione alla lezione di una persona introversa. Oggi ho letto questo interessante articolo di Alessandra Farkas.

bambino-timido.jpgNEW YORK — «Sono stata ispirata dalla stessa passione e dalla stessa indignazione che nel 1963 spinsero Betty Friedan a pubblicare The Feminine Mystique», spiega alla «Lettura» Susan Cain. «Un estroverso guarda all’introverso — continua — proprio come gli uomini hanno guardato alle donne fino agli anni Sessanta: cittadine di seconda classe. Una discriminazione che produce una colossale perdita di talento, energia e felicità». Una tesi forte, condivisa dai tanti critici che hanno acclamato il suo Quiet. Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare, il libro già cult in America («una esplorazione affascinante della psiche umana — scrive “Kirkus” — capace di cambiare delle vite») che dopo essere stato un caso dell’editoria Usa, sta per essere tradotto in 17 Paesi (in Italia da Bompiani).

Il libro si scaglia contro un’America «terra degli urlatori e patria dei logorroici» dove tutto, dalla scuola al lavoro, dai media alle mega-chiese, dalla politica allo showbiz, privilegia chi strilla più forte. «Il problema non è certo solo americano», spiega Cain, che dopo le lauree a Princeton e all’Harvard Law School, ha lavorato come consulente per molte aziende e multinazionali, nonostante la timidezza cronica. In Quiet la 44enne autrice sostiene che agli introversi — almeno un terzo della popolazione — dobbiamo alcuni dei più grandi progressi dell’umanità: dalla teoria della relatività (Albert Einstein) all’invenzione del personal computer (Steve Wozniak), da Harry Potter (J. K. Rowling) a Google (Larry Page) e Microsoft (Bill Gates). «Picasso aveva ragione quando affermava che, senza totale isolamento, non è possibile realizzare grandi opere», teorizza Cain. «La solitudine è il catalizzatore dell’innovazione e ciò spiega il potere di Internet: un luogo dove si può essere da soli ma insieme. Proprio come la lettura, che Marcel Proust definì “quel fruttuoso miracolo di una comunicazione nel mezzo della solitudine” ». Eppure il mondo continua a credere che Apple sia stata creata da Steve Jobs invece che da Wozniak. «Jobs era un genio del marketing, che è per definizione un dominio pubblico. Wozniak ha inventato il primo pc, ma l’ha fatto in maniera riservata, senza cercare allori, perché i riflettori non gli interessavano».

Qual è il debito che arte e letteratura hanno nei confronti degli introversi? «Gli artisti possono anche essere estroversi, come lo sono stati Caravaggio, Raffaello, Norman Mailer. Eppure la maggior parte dei grandi maestri della storia — da Chopin a Van Gogh, da Orwell a Salinger, da Spielberg a Dr. Seuss — erano e sono introversi. Senza di loro, ci sarebbe una falla colossale nel tessuto della nostra storia culturale».

La politica è forse diversa? È possibile essere un leader efficace se non si possiede il magnetismo soprannaturale degli estroversi? «Hitler, Mussolini e gran parte dei dittatori della storia erano estroversi estremi. Eppure una delle rivelazioni più sorprendenti della mia ricerca è stata scoprire che molti grandi leader — Gandhi, Rosa Parks, Eleanor Roosevelt, Lincoln, Jfk — erano introversi. Adam Grant, docente alla Wharton School, di recente ha pubblicato uno studio pionieristico secondo cui, nel gestire i dipendenti di talento, i leader introversi danno risultati migliori perché più aperti al loro contributo creativo».

Il settimanale «Time» si è chiesto se il Sexgate, la guerra in Iraq e la crisi di Wall Street del 2008 siano state il risultato di leadership eccessivamente estroverse. «Il risvolto della medaglia nella vita degli estroversi è la loro propensione a correre rischi ingiustificati. Gli studi mostrano che essi hanno più incidenti d’auto e tendono a rischiare di più in Borsa».

Il prossimo presidente degli Stati Uniti sarà un estroverso o un introverso? «Stiamo assistendo alla prima campagna presidenziale della storia americana in cui entrambi i contendenti sono introversi. L’elettorato ammira lo stile cerebrale e riflessivo di Obama. Ma l’America è un Paese estroverso e la gente brama la cordialità e la socievolezza di Bill Clinton».

Nel libro lei cita due proverbi confuciani — «Il vento ulula, ma la montagna resta immobile» e «Colui che sa, non ne parla» — per dimostrare quanto in Oriente gli introversi siano rispettati e ammirati. «In Asia gli individui si considerano parte di un insieme più grande — la famiglia, l’azienda, la comunità — e danno grandissimo valore all’armonia del gruppo. Spesso subordinano i propri desideri agli interessi del gruppo, accettando di buon grado il posto che occupano nella scala gerarchica. La cultura occidentale, al contrario, è organizzata attorno all’individuo. Ci vediamo come singole entità e riteniamo che il nostro destino sia di esprimere noi stessi, perseguire la nostra felicità, esseri liberi da vincoli indebiti».

Dove nasce il diverso atteggiamento della cultura occidentale? «Ne La montagna incantata il grande Thomas Mann scrive che “La parola è civiltà. La parola, anche quella più contraddittoria, mantiene il contatto. È il silenzio che isola”. Un atteggiamento identico a quello contenuto nelle massime di Ptah-Hotep del 2400 a.C.: “Per poter essere forte, diventa un artista della parola; perché la forza dell’uomo è nella lingua e la parola è più potente di qualsiasi arma”».

Lei sostiene che le culture latine, come quella italiana, tendono a privilegiare l’estroversione. «L’ammirazione per gli estroversi si ritrova già fra gli antichi greci, per i quali l’oratoria era una virtù degna del massimo apprezzamento, e fra i romani, per i quali la peggiore punizione immaginabile era l’esilio dalla città e dalla sua vivace vita sociale. Il vero spartiacque in Usa è arrivato all’inizio del XX secolo, con l’ascesa del big business e della sua filosofia del “parlare è vendere e vendere comporta sempre parlare”. Non è un caso che negli anni Venti e Trenta gli americani perdano la testa per le stelle del cinema. Chi meglio di un idolo della celluloide poteva rappresentare un modello di carisma e magnetismo?».

Pensa che il suo libro possa contribuire a indebolire l’egemonia del fenomeno contemporaneo che lei chiama New Groupthink, «nuovo pensiero di gruppo»? «Credo che l’impatto del mio libro, almeno negli Stati Uniti, sia già enorme. So che diverse scuole, pubbliche e private, stanno rivedendo i loro curricula per meglio valorizzare il talento degli studenti più timidi. Lo stesso sta succedendo nelle università e in compagnie come Steel Case e Vanguard, dove si sta ripensando l’efficacia dell’open space, che secondo tutti gli studi è dannoso e controproducente».

Pubblicato in: Filosofia e teologia, Storia

Battersi il petto

7-28 ottobre 2012: a Roma si sta tenendo il Sinodo dei Vescovi sul tema della nuova evangelizzazione. Riporto alcuni “mea culpa” emersi in questi giorni:

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Padre Adolfo Nicolas, superiore dei gesuiti. «La nuova evangelizzazione deve imparare dagli aspetti buoni e meno buoni della prima evangelizzazione. Mi sembra che noi missionari non l’abbiamo fatto con la profondità richiesta. Abbiamo cercato le manifestazioni occidentali della fede, e non abbiamo scoperto in che maniera Dio ha operato presso altri popoli. E tutti ne siamo impoveriti».

Monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione: «Ci siamo rinchiusi in noi stessi. Mostriamo un’autosufficienza che impedisce di accostarci come una comunità viva e feconda che genera vocazioni, tanto abbiamo burocratizzato la vita di fede e sacramentale».

Socrates Villegas, arcivescovo filippino: «Perché in alcune parti del mondo c’è una forte ondata di secolarizzazione, una tempesta di antipatia o pura e semplice indifferenza verso la Chiesa? La nuova evangelizzazione richiede nuova umiltà. Il Vangelo non può prosperare nell’orgoglio. L’evangelizzazione è stata ferita e continua ad essere ostacolata dall’arroganza dei suoi agenti. La gerarchia deve evitare l’arroganza, l’ipocrisia e il settarismo. Dobbiamo punire quanti tra noi sbagliano, invece di nascondere gli errori».

Timothy Dolan, presidente della Conferenza episcopale Usa: «La risposta alla domanda “cosa c’è di sbagliato nel mondo?” non è la politica, l’economia, il secolarismo, l’inquinamento, il riscaldamento globale… No. Come scrisse Chesterton, “la risposta alla domanda cosa c’è di sbagliato nel mondo sono due parole: sono io».