Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Etica, Filosofia e teologia, Letteratura

Dalla parte del cuore

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Quasi in tempo reale prendo dal profilo di Marcella su fb questo branetto:

“Oggi, un bimbo mi ha chiesto: “Ma il cuore sta sempre nello stesso posto, oppure, ogni tanto, si sposta? Va a destra e a sinistra?”.

Io: “No, il cuore resta sempre nello stesso posto. A sinistra .. “

Ed intanto penso…

..Poi, un giorno, crescerai. Ed allora capirai che il cuore vive in mille posti diversi, senza abitare, davvero, nessun… luogo. Ti sale in gola, quando sei emozionato…. O precipita… nello stomaco, quando hai paura, o sei ferito. Ci sono volte in cui accellera i suoi battiti, e sembra volerti uscire dal petto. Altre volte, invece, fa cambio col cervello. Crescendo, imparerai a prendere il tuo cuore per posarlo in altre mani. E, il più delle volte, ti tornerà indietro un po’ ammaccato. Ma tu non preoccupartene. Sarà bello uguale. O, forse, sarà più bello ancora. Questo, però, lo capirai solo dopo molto, molto tempo. Ci saranno giorni in cui crederai di non averlo più, un cuore. Di averlo perso. E ti affannerai a cercarlo in un ricordo, in un profumo, nello sguardo di un passante, nelle vecchie tasche di un cappotto malandato….non importa quando e come…l’importante è aver vissuto sempre con lui la cui unica funzione è stata quella di amare!”

[P.Mascitti]

Pubblicato in: Etica, musica

A cavallo di un fulmine

Electric chair, old sparky, gruesome gertie, yellow mama, death chair, old smokey: sono modi di dire la condanna a morte su sedia elettrica negli Stati Uniti. C’è un gruppo musicale famoso in tutto il mondo, i Metallica, che hanno usato l’immagine di cavalcare un fulmine. Il brano è “Ride the lightning”. Si parte da un condannato che, in base alle accuse, è colpevole ed è già legato alla sedia elettrica: nell’aria aleggia la morte e non si capacita che la cosa stia succedendo a lui. Se la prende col boia o con lo stato, chiedendogli chi lo abbia reso Dio per permettergli di togliere una vita. La morte si sta avvicinando e le sensazioni sono forti e fugaci, come i pensieri, in questo percorso che segna l’inizio della fine. Il sudore è freddo, gelato, le mani fanno chiudere le dita, la morte di dipana e il condannato si trova da solo insieme alla propria coscienza. Il tempo, inesorabile, scorre in modo molto lento e il condannato naviga tra il rifiuto di morire e il desiderio che tutto si compia per essere liberato dallo spaventoso incubo. Un lampo davanti agli occhi, le fiamme nel cervello. Ride the lightning.

Colpevole secondo le accuse, ma dannazione, non è giusto

C’è qualcun altro che mi controlla

La morte nell’aria, legato alla sedia elettrica

Non è possibile che stia succedendo a me

Chi ti ha reso Dio per farti dire “Ti toglierò la vita!”?

Un lampo da vanti agli occhi è ora di morire

Bruciando nel cervello posso sentire le fiamme

Aspetto il segnale per girare l’interruttore mortale

E’ l’inizio della fine, sudore, freddo e gelato

Mentre osservo la morte spiegarsi

La coscienza la mia sola amicaTXHUNechair08.jpg

Le mie dita si stringono per la paura

Che cosa ci faccio qui?

Qualcuno mi aiuti, Oh per piacere Dio aiutami

Stanno cercando di portarsi via tutto

Non voglio morire

Il tempo scorre lento, i minuti sembrano ore

Vedo l’ultima chiamata di scena

Quanto è vero tutto ciò? Finiamola

Se è vero, facciamola finita

Svegliato dall’orrido urlo, liberato dal sogno spaventoso

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Religioni

Un clic sul buddhismo

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Amo fotografare. Ho trovato su Style Magazine un articolo (non molto approfondito, per la verità) su Nicholas Vreeland: in una sola persona l’amore per il buddhismo e per la fotografia. Sul sito di Vogue ho recuperato queste notizie, un po’ scarne, ma sufficienti per dare un’idea del personaggio. “Ha ereditato dalla nonna Diana Vreeland la passione per l’immagine, ma anziché rimanere nella moda, ha preferito un percorso di vita diverso: Nicholas Vreeland, nipote della celebre direttrice di Vogue America, a quindici anni muove i primi passi nel mondo della fotografia per non lasciarlo mai più. Assistente di Irving Penn e Richard Avedon, assimila dai maestri i segreti della tecnica e sviluppa una sensibilità che lo porterà nell’arco di trent’anni a realizzare alcune delle immagini più significative del misticismo orientale. Già, perché in questo arco di tempo si avvicina al buddhismo diventando prima monaco e in seguito dottore in filosofia buddista, entrando nel Monastero di Rato. Le sue immagini in bianco e nero che raccontano un mondo fatto di dedizione, silenzio e pace sono una delle testimonianze più sofisticate della sua religione”.

Qui metto uno stralcio della bella intervista rilasciata a Marie Claire.

Come fotografa un monaco?

n.-vreeland-201820_0x440.jpgA volte cerco di cogliere un istante in una fotografia, mentre altre volte aspetto che le cose si calmino. La mente si evolve molto, molto lentamente, ma penso che il mio senso di armonia si sia evoluto nel tempo. In generale dobbiamo lavorare a diventare più pazienti, tolleranti e generosi, ma non dobbiamo aspettarci immediati cambiamenti fondamentali.

I tuoi luoghi preferiti a New York e in Tibet.

A New York mi piace stare seduto sotto l’albero di Krishna in Tompkins Square Park. Lì recito le preghiere e leggo. È l’albero intorno al quale nacque, negli anni Sessanta, il movimento Hare Krishna. Anche se non sono induista e non credo in Dio questo luogo mi rende felice. In Tibet, il Jokhang, il tempio principale nel centro di Lhasa che ospita Jowo Rinpoche, la statua di Buddha più preziosa in Tibet. Nel 2003 vi accompagnai il mio maestro quando fece ridorare la statua. Ci sedemmo di fronte al Buddha e recitammo le preghiere mentre i guardiani del tempio pregando svestivano la statua e un pittore applicava l’oro. Si dice che questo Buddha giovane fu realizzato da uno scultore celeste quando il Bhudda era ancora in vita.

Come ti sei avvicinato alla moda?

Il mio rapporto con la moda è iniziato quando ho iniziato a lavorare per Irvin Penn. Avevo 15 anni. Dovevo accendere il riflettore quando Penn aveva bisogno di mettere a fuoco. Dovevo anche contare quante fotografie esattamente aveva scattato in modo da potergli dire quando il rullino era da cambiare. Poi ho lavorato anche per Richard Avedon. Caricavo le pellicole sulle macchine fotografiche, le sviluppavo, facevo i provini e lo assistevo mentre fotografava. Non ho mai lavorato come fotografo di moda. Mi interessava la fotografia in senso lato.

La fotografia può essere considerata un mezzo per elevarsi?

Tutto può essere un mezzo per elevarsi. L’importante è coltivare la nostra motivazione per ciò che facciamo e mantenerla. Lo stesso vale per il lavoro: si può essere un cameriere o lavorare in banca e avere un desiderio vero di servire gli altri e quindi di sviluppare la propria qualità interiore di amore e di altruismo verso gli altri. Al contrario si può svolgere lo stesso lavoro con orgoglio e avidità.

Qual era il tuo abbigliamento abituale prima di vestire l’abito di monaco?

Mi è sempre piaciuta l’idea di una divisa, un codice di abbigliamento che non ti costringe a pensare. Le mie scarpe sono sempre lucide e ho molto cura dei miei vestiti e dei miei oggetti in generale. Non credo sia necessariamente un riflesso dell’attaccamento alla vita terrena, ma semplicemente rispetto verso gli strumenti che ci permettono di vivere le nostre vite. Se ci prendiamo cura delle nostre scarpe dureranno più a lungo, lo stesso vale per una macchina fotografica.

Tre consigli per diventare migliori.

Lavorare per sviluppare la nostra preoccupazione per gli altri piuttosto che per noi stessi, lavorare per sviluppare l’umiltà piuttosto che l’orgoglio o l’arroganza e lavorare per sviluppare la generosità piuttosto che l’egoismo sono tre consigli spirituali che mi sento di raccomandare. Io continuo a lavorare su me stesso. Non è facile, ma i nostri sforzi porteranno felicità a coloro che ci stanno intorno così come a noi stessi.

Pubblicato in: Etica, Religioni, Storia

L’erba schiacciata

Pubblico un articolo interessante di Andrea de Georgio trovato sul blog sui diritti umani gestito insieme da Corriere della Sera e Amnesty. Tratta del Mali, in particolare della zona settentrionale, e racconta la preoccupante storia di Alhader Ag Almahmoud.

“Ad Alhader Ag Almahmoud, tuareg di Ansongo, poche settimane fa è stata amputata la mali_small_map.jpgmano destra in nome della sharia. Lo ha raccontato lui stesso a Bamako il 20 settembre scorso durante un’affollata conferenza stampa di Amnesty International sulle amputazioni e le violenze che negli ultimi mesi stanno sfiancando la popolazione del nord del paese. Vestito con un’ampia tunica celeste, il volto coperto dal tradizionale turbante tuareg che normalmente lo protegge dalla sabbia e dal vento del deserto, l’uomo ha descritto nei dettagli la sua terribile disavventura mostrando, con riluttanza, il moncherino. Accusato di furto di bestiame, Alhader non è potuto scampare alla sorte che i gruppi terroristi di integralisti islamici del nord riservano ai presunti ladri. Nulla importa se, prima che la punizione fosse perpetrata, gli animali “rubati” erano stati ritrovati. Nulla importa se, con il loro ritrovamento nella foresta, l’accusa fosse decaduta.

“La sentenza era già stata emessa. Con un coltello da carne di quelli che si comprano al mercato il capo del Mujao (Movimento per la jhiad nell’Africa occidentale, ndr) mi ha tagliato la mano destra, dopo avermi avvolto il braccio in un sacchetto di plastica, per il sangue. Ci ha messo circa dieci minuti. Non ho urlato e, sebbene non mi abbiano fatto nessun tipo di anestesia, non sono svenuto. La cosa che più mi ha ferito è che prima di calare la lama sulla mia mano abbiano gridato: Allah akbar!”.

Il Mali e l’intero Sahel, nel quasi totale disinteresse dei media italiani, stanno attraversando la peggiore crisi della propria storia. Da mesi il paese è spezzato in due non più solo dall’enorme fiume Niger che ne divide da sempre la geografia. Nel gennaio scorso combattenti tuareg di ritorno dalla Libia post-gheddafi sconfitti e pesantemente armati hanno deciso di riprendere la lotta per l’indipendenza dell’Azawad (“terra del pascolo” in lingua tamashek, ossia l’ampia regione nord del Mali). Per anni abbandonati a se stessi da uno stato centrale onnivoro di fondi internazionali e per niente interessato alle dune settentrionali – e memori delle passate ribellioni finite male – i tuareg in un primo momento si sono alleati con la galassia di sigle jhiadiste e qaediste della zona (Mujao e Aqmi, Al Qaeda nel Maghreb islamico) trasformando le sabbie del Sahara nel santuario del terrorismo internazionale. L’Mnla (gruppo armato di tuareg per l’indipendenza dell’Azawad) insieme ai “barbuti” venuti da paesi limitrofi nel marzo scorso hanno conquistato le tre città-simbolo del nord, Timbouktou, Gao e Kidal, causando una vera e propria crisi politica nel paese. Amadou Toumani Touré, presidente democraticamente eletto ed emblema della stabilità nazionale è stato investito da durissime critiche per la mala gestione della questione settentrionale. Cavalcando l’onda del malcontento, il capitano Amadou Haya Sanogo nella notte fra il 21 e il 22 marzo 2012 ha preso il potere nel più classico dei colpi di stato militari africani. In poco tempo, nonostante la condanna unanime dell’atto di forza da parte della comunità internazionale, la sua giunta ha epurato le autorità e si è insediata nei posti di comando. Al nord la situazione invece che migliorare è degenerata fino alla dichiarazione da parte del Mujao e di Aqmi, sbarazzatisi nel frattempo degli scomodi e laici alleati tuareg, della sharia. Come racconta Amnesty International nel suo rapporto e Human Rights Watch : alle violenze arbitrarie contro militari e civili commesse dalla giunta al potere si sono sommate, negli ultimi mesi, quelle del nord. La lista che recita Saloum D. Traorè, direttore esecutivo di Amnesty Mali, è lunga: “Distruzioni di luoghi di culto cristiani e sufi, fra cui siti protetti dall’Unesco, divieto di ogni forma di musica, imposizione del velo integrale a tutte le donne, chiusura di scuole miste, ospedali e altri servizi sociali, arresti e omicidi sommari, bambini soldato, stupri di massa, lapidazioni. Sono almeno sette i casi accertati di amputazioni di mani e piedi, senza processo né testimoni, come invece prevedrebbe la legge coranica.”

Il Dottor Traorè è vestito con un grand bubu marrone, abito tradizionale maschile dell’Africa occidentale. Siede nel suo piccolo ufficio in una palazzina di Kalaban Kourà, quartiere periferico di Bamako che si affaccia sulla strada dell’aeroporto. Sul soffitto le pale di un vecchio e polveroso ventilatore cigolano svogliate, senza spostare né l’aria né le alte pile di scartoffie che affollano la sua scrivania. Il racconto continua. “Più di 350 mila persone dall’inizio della crisi sono scappate dai territori del nord cercando rifugio nella capitale o in paesi vicini come Niger, Burkina Faso, Mauritania e Senegal. La gente scappa anche dalla grave crisi alimentare che quest’anno sta decimando il Sahel.”

L’opinione pubblica della capitale, pur essendo un paese al 95% musulmano, condanna fermamente l’interpretazione anacronistica e radicale dei gruppi salafiti, rigettando la sharia e aspettando che l’esercito nazionale e la Cedeao (la Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale) intervengano militarmente per liberare il nord e ristabilire l’integrità nazionale. Un intervento che, però, nasconde anche grandi interessi geopolitici e petroliferi di potenze mondiali quali Francia, Usa, Qatar e Algeria. Nell’attesa è la popolazione civile, come sempre, a soffrire. Come dice un proverbio africano: “quando gli elefanti combattono è sempre l’erba a rimanere schiacciata” .”