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Perdendo la trebisonda

Ho letto questo articolo di Alessandro Speciale in rete: ne sono rimasto sconcertato e ho concluso con una brevissima riflessione. Gesù, quanto ci manchi!

“Germania: niente soldi, niente sacramenti.

Potrebbe sembrare un’esagerazione eppure è proprio questo il senso del decreto varato la settimana scorsa dalla Conferenza episcopale tedesca, con l’approvazione della Santa Sede. Il decreto prevede che i fedeli che dichiarano all’anagrafe civile di non appartenere più alla Chiesa cattolica non potranno più partecipare in modo attivo alla vita della comunità ecclesiale e quindi alla vita sacramentale. In pratica, quei tedeschi che hanno chiesto di veder cancellata dallo Stato la registrazione della loro appartenenza cattolica – e che quindi non pagano più la ‘tassa ecclesiastica’ in vigore in Germania , pari a un 8-9% annuo – non potranno più confessarsi, fare la comunione o la cresima e, al momento della morte, non potranno ricevere un funerale cattolico; non potranno nemmeno fare volontariato in un’associazione cattolica o cantare in un coro, né tanto meno lavorare in un’istituzione della Chiesa come una scuola o un ospedale. La decisione dei vescovi risponde all’esodo dalla Chiesa che si è registrato negli ultimi anni, soprattutto dopo l’esplosione dello scandalo pedofilia. Nel 2010, 181mila tedeschi hanno ufficialmente rinunciato alla loro affiliazione cattolica. Si tratta di un numero in forte crescita rispetto alla media di 120mila abbandoni che si era registrata dal 1990, quando in molti avevano cominciato a far cancellare la loro affiliazione per compensare l’aumento delle tasse federali deciso per finanziarie la riunificazione con la Germania Est. Il caso di coloro che continuano a vivere nella Chiesa pur essendo ufficialmente cancellati è stato sollevato dal canonista Hartmut Zapp, che aveva annunciato nel 2007 di non voler più pagare la tassa ecclesiastica.

Pater_Hans_Langendoerfer_KNA.jpgIl decreto ha provocato molte polemiche in Germania perché esclude in modo assoluto dalla vita della Chiesa milioni di battezzati. “È un decreto che, in questo momento, manda veramente il segnale sbagliato da parte dei vescovi tedeschi che sanno bene che la Chiesa è in crisi profonda”, ha detto Christian Weisner, portavoce del movimento di riforma Noi Siamo Chiesa. Ma per il segretario generale della Conferenza episcopale, il gesuita Hans Langendoerfer, non si può pretendere di separare la dimensione “spirituale” della fede e dell’appartenenza ecclesiale da quella “civile”. “Si tratta di una dichiarazione precisa – ha spiegato all’emittente tedesca Domradio –. Chi chiede all’anagrafe di cancellare la sua appartenenza alla Chiesa cattolica non farà più parte in nessun modo della comunità ecclesiale. Non si può fuoriuscire dalla dimensione ‘civile’ della Chiesa e definirsi al medesimo tempo cattolico”. Per Langendoerfer, quella dei vescovi è una posizione già nota che adesso viene formulata in “modo ufficiale”. La “differenza con il passato”, spiega, consiste nel fatto che ormai “il parroco dovrà occuparsi direttamente di chi intende abbandonare la Chiesa”. Chi chiede di essere cancellato come cattolico dall’anagrafe riceverà una lettera dal suo parroco e gli verrà offerta la possibilità di un colloquio: “Si cercherà di capire in questo dialogo le motivazioni che hanno indotto a una tale decisione. Si spiegherà anche quali saranno le conseguenze collegate alla fuoriuscita. Ovviamente – sottolinea il segretario dei vescovi tedeschi –, i sacerdoti cercheranno di far cambiare idea a queste persone, così da poter loro dare la possibilità di partecipare alla vita della Chiesa, con annessi i doveri”.”

Per chi vuole una riflessione dello stesso autore, ecco il link

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Alla ricerca dell’onda perfetta

Ci sono delle volte in cui la vita si incasina e fai fatica a trovare un filo rosso che leghi fra loro i vari eventi che ti capitano. Poi, all’improvviso, in un attimo di istantanea chiarezza, riesci a leggere tutto e ti ritrovi; magari devi leccarti alcune ferite, magari ti culli in alcuni rimpianti, o magari ti volti indietro a guardare con orgoglio quel che eri e quel che sei diventato. E ci sono delle volte che ti sembra di essere in attesa di qualcosa che deve accadere e non capisci se sei tu che non ce la fai a vederlo o se non sei riuscito a creare i presupposti per il suo verificarsi. La canzone Onda perfetta de The sun ne parla e porta, nel ritornello, alla constatazione che la vita (il viaggio) è l’onda perfetta dove i tasselli si mettono a posto, anche i più impensabili e che ogni giorno è una pagina da scrivere, un cammino da percorrere. E’ una strada costellata di dubbi, di colpi, ma che vale la pena affrontare per far sì che speranze e sogni non si trasformino in illusioni. Lo stile di viaggio che hanno trovato The sun è: “mi fido e lo seguo, con Fede lo vivo”.

Mi sento come se aspettassi qualcosa
Tu chiamala svolta
Mi faccio mille viaggi ma li tengo nascosti bene, che forse conviene
Ho desideri un po’ comuni e un po’ folli, si danno il cambio tra virtù e vizi
Ma questo è il mio viaggio: un’onda perfetta dove tutto combacia anche quando non sembra
dove ogni mattino è una pagina bianca
di un nuovo destino, di un nuovo cammino
Accolgo più dubbi di un tempo, punto in alto e li sfido
Nel caso le prendo ma almeno vivo
Cammino più svelto, voglio qualcosa che non vedo
Ma Dio, come lo sento
Ho tutto un mondo di speranze e di sogni
Sono illusioni solo se non ci credi
E questo è il mio viaggio: un’onda perfetta dove tutto combacia anche quando non sembra
dove ogni mattino è una pagina bianca
di un nuovo destino, di un nuovo cammino
E’ questo il mio viaggio: si, adesso lo sento
e il senso lo trovo in ogni momento
anche quando non voglio c’è sempre un motivo
mi fido e lo seguo con Fede lo vivo
Ho tutto un mondo di speranze e di sogni
Sono illusioni solo se non ci credi

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Loro stanno comunque bene

A breve nelle quinte parleremo di globalizzazione: per chi volesse portarsi avanti col lavoro consiglio questo articolo di Altreconomia sulle multinazionali e soprattutto il file qui sotto elaborato dal Centro Nuovo Modello Sviluppo.

Top200 2a edizione.pdf

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Se mi ci metto pure io a citare Quintiliano…

Scrive Gianluca Zappa su Il Sussidiario:

“Entro in una quinta linguistico. È una classe nuova, per me, mi è stata assegnata quest’anno. In programma ci sono due ore di latino, le ultime due, dalle 12 alle 14. Il fatto mi preoccupa: non può funzionare la solita oretta in cui si fa conoscenza della classe e si presenta brevemente il programma. Mi devo inventare qualcosa. E allora decido di dare ai ragazzi un assaggio di certi autori che faremo durante l’anno.

insegnanti, scuola, quintilianoPropongo due belle pagine: la prima dall’epistola a Lucilio in cui Seneca parla degli schiavi e se ne esce con quell’eccezionale e lapidario “nulla servitus turpior est quam voluntaria”. La seconda da Quintiliano, II libro dell’Institutio oratoria, dove si tratteggia la figura del bravo maestro. Leggo in latino e traduco. Mi guardano con interesse e seguono in silenzio: sono il quinto docente di latino in cinque anni di liceo (prodigi del sistema scolastico italiano)! Sono ragazzi che hanno subito una straordinaria discontinuità didattica. E io gli parlo del bravo maestro, perché sono i più titolati a dirmi se Quintiliano ha ragione o no, loro che hanno conosciuto un vero e proprio campionario di insegnanti. L’attacco è già di per sé eccezionale: “Sumat igitur ante omnia parentis erga discipulos suos animum, ac succedere se in eorum locum, a quibus liberi tradantur existimet”. Il maestro deve essere come un padre. Qui c’è già tutto: siamo molto di più che erogatori di nozioni, siamo educatori, punti di riferimento, e spessissimo andiamo a colmare vuoti che le famiglie da sole non riescono più a colmare. Spesso siamo rimasti solo noi a chiedere qualcosa a questi ragazzi, a metterli di fronte all’impegno, alla fatica, mentre tutti intorno si sono arresi alle scorciatoie, alla vita facile (che è solo una tragica illusione). A partire da questo presupposto fondamentale, da questa “paternità” del maestro, segue, a cascata, tutta una serie di suggerimenti. Alcuni mi sembrano di un’attualità inaudita, dopo quasi duemila anni: “Non austeritas eius tristis, non dissoluta sit comitas”. Sono i due estremi, negativi, che ancora fanno danni. Da una parte c’è il docente che è oppressivo nei suoi modi, che crea un distacco assoluto. Ma questo tipo è ormai in minoranza. Abbiamo avuto una sfornata di docenti (specie gli ex sessantottini) che invece hanno impostato tutta la loro relazione su una “dissoluta comitas”, una sregolata familiarità. Come c’è stata e c’è la moda del “padre-amico”, così c’è stata e c’è quella dell’“insegnante-amico” (in fin dei conti il celebre film L’attimo fuggente non faceva che riproporre questa immagine contrapposta all’altra). Quintiliano è di una lucidità incredibile: il primo atteggiamento è negativo perché genera “odium”; il secondo lo è altrettanto, perché genera “contemptus”, disprezzo. I ragazzi che ho davanti confermano tutto. Sì, ne hanno fatto esperienza, Quintiliano ha proprio ragione.

“Minime iracundus – dunque – nec tamen eorum quae emendanda erunt, dissimulator”: il fatto sacrosanto di non doversi abbandonare all’ira non comporta allo stesso tempo il “passar sopra” a quanto deve essere corretto nei ragazzi. Non comporta la pessima attitudine alla dissimulazione, al far finta di non vedere, per non affrontare il doloroso compito della correzione. Magari autoilludendosi che i ragazzi sono capaci di autocorreggersi (e che quindi, in fin dei conti, non ci è richiesto tanto).

Ci vogliono gli attributi, per insegnare, per essere un maestro. A volte bisogna alzare la voce quando non vorremmo, minacciare addirittura, essere “duri” quando invece ci piacerebbe che tutto andasse da solo per il verso giusto. La società che ci affida i figli (e che ci critica perché “lavoriamo poco”) è quella stessa società che non ha più il coraggio di dire “questo sì, questo no”. Noi non possiamo esimerci dal rischio e dalla fatica di prendere posizione. L’importante è che i ragazzi non percepiscano il nostro odio nei loro confronti. Quintiliano può sembrare qui esagerato, ma non lo è affatto: quale professore non ha mai provato un sentimento di odio verso quello dell’ultimo banco che non la smette di fare il cretino? Eppure nemmeno questo possiamo permetterci: siamo chiamati a superarci, a trascenderci, per non rischiare che quel ragazzo si chiuda e perda ogni residua motivazione.

C’è ancora tanto, nel brano di Quintiliano: la semplicità nell’insegnare; la disponibilità alla fatica (perché per essere semplici ed efficaci bisogna lavorare, prepararsi le lezioni); la disponibilità di rispondere volentieri a chi fa domande e, allo stesso tempo, quella di stimolare quelli che non domandano mai; il non essere né troppo stretto, né troppo largo dei voti, perché entrambi gli atteggiamenti fanno male ai ragazzi. E, soprattutto, proporre il bene e tendere al bene. Almeno provarci. Essere veri. Perché gli uomini ascoltano più volentieri quelli che ammirano. Uno studente mi chiede: “Ma lei si ritiene un bravo insegnante?”. Rispondo, con Seneca, che vorrei esserlo e che non finisco mai d’imparare ad esserlo. Una ragazza chiede: “Prof, ma i suoi colleghi non le hanno mai lette queste “Uno studente mi ha chiesto: lei si ritiene un bravo insegnante?”. Rispondo, con Seneca, che vorrei esserlo e che non finisco mai d’imparare ad esserlo. Una ragazza chiede: “Prof, ma i suoi colleghi non le hanno mai lette queste cose?”. E un’altra: “Ma questo brano lo sta leggendo per la prima volta?”. È perché ha visto che mi confrontavo con quelle parole, che mi entusiasmavo, che ero direttamente coinvolto, come se quelle parole fossero del tutto nuove per me. E in effetti era proprio così, perché non ci si può confrontare con la grandezza dell’animo umano senza provare un contraccolpo. L’ultima domanda, così ingenua, mi ha dato una grande soddisfazione. In fin dei conti m’interessava proprio questo: che delle parole antiche risuonassero come nuove e vere, adesso, per me e per i miei ragazzi.”

Pubblicato in: Etica, Filosofia e teologia, Religioni, Storia

Il pesce avvelenato

E ancora una volta sono qui a pubblicare un articolo che approfondisce una questione toccata nelle classi in questi giorni. E’ di Alessandro Zaccuri, tratta della presenza dell’umorismo nel mondo islamico: è preso da Avvenire.

“Ogni tanto una battuta non riesce a coglierla neppure lui, il che è tutto dire. «Ma non9788843059942.jpg perché l’umorismo arabo sia impenetrabile – si affretta ad aggiungere Paolo Branca, islamista alla Cattolica di Milano –. È che a volte, per scherzare, si ricorre al dialetto più stretto e lì qualcosa si perde, purtroppo». Studioso autorevole, Branca è un estimatore dichiarato di quello che, nel titolo di un saggio da lui curato lo scorso anno per Carocci con Barbara De Poli e Patrizia Zanelli, ha voluto definire Il sorriso della Mezzaluna. Da pochi giorni è fra l’altro in libreria il volumetto Islam (con Barbara De Poli; edizioni Emi, pagine 160, euro 12). Oggi Branca interverrà a Torino Spiritualità (Cavallerizza Reale, ore 18) per spiegare come e perché sia il caso di superare lo stereotipo del musulmano irriducibile al sense of humour. Compito impegnativo, specie di questi tempi. «In realtà, come dimostra il dibattito in corso, a essere in questione non è tanto il film blasfemo su Maometto, né la pubblicazione delle vignette da parte di Charlie Hebdo – ribatte il professore –, ma un principio che riguarda tutti, islamici e occidentali».

A che cosa si riferisce?

«Ai confini della libertà di espressione. Fino a che punto possiamo spingerci nel prendermi gioco della sensibilità altrui? Quando dobbiamo considerare l’eventualità di imporci un limite, di dirci: basta, più avanti di così non si può andare? Non sto invocando la censura, né tanto meno cercando di giustificare le reazioni violente e del tutto spropositate alle quali abbiamo assistito. Forse, però, è il momento di sottoporre a seria revisione il concetto, finora incontestabile, di autonomia assoluta dell’artista. Anche perché, alla fine, finisce per proteggere anche personaggi che artisti non sono e che probabilmente agiscono per fini tutt’altro che innocenti».

Stiamo parlando del famigerato film?

«Era in rete da tempo, ha iniziato a fare notizia proprio quando la campagna presidenziale negli Usa iniziava a entrare nel vivo. Non dimentichiamo che i Paesi del Golfo non hanno mai sostenuto Obama, nel 2008 il loro candidato era semmai McCain, portatore di un atteggiamento tradizionalmente più tollerante nei confronti dell’Iran. Oggi, nel clima di parziale delusione per l’esito delle Primavere arabe, che si parli d’altro, e non di politica in senso stretto, può fare comodo a molti».

D’accordo, ma il Corano ammette o non ammette l’umorismo?

«A differenza dell’Antico Testamento, nel quale convivono generi letterari diversi, il Corano è un testo esclusivamente ascetico, che quindi non riserva spazio al linguaggio del riso o anche solo dell’ironia. Ma questo non ha impedito che a fianco del Libro sacro fiorisse una letteratura in cui, se non Maometto, almeno i suoi primi compagni potessero fornire qualche spunto di umorismo».

Per esempio?

«Beh, si potrebbe ricordare l’aneddoto del musulmano scroccone, che non perde occasione per presentarsi, non invitato, a pranzo o a cena. “Che cosa c’è di buono oggi”, domanda sempre, fino a quando qualcuno non gli risponde: “Pesce avvelenato”. Quello, anziché scoraggiarsi, si siede e aspetta di essere servito. “Ma come, non hai paura di morire?”, gli chiedono. E lui: “Perché vivere se muoiono i compagni del Profeta?”».

Sembra una barzelletta.

«Ma la cultura araba è tutta percorsa da facezie e motti di spirito. Non dimentichiamoci che stiamo parlando di popoli mediterranei, estroversi e a volte perfino chiassosi. Gli egiziani, poi, vantano una tradizione ininterrotta di barzellette sul potere, lungo una linea che va da Nasser fino a Mubarak. L’Egitto, per chi lo conosce bene, è la terra della risata».

Vale solo per la satira politica?

«Anche qui vale la regola generale: in presenza di un regime oppressivo e occhiuto l’umorismo diventa una naturale valvola di sfogo. In questo le Primavere hanno fornito rappresentazione di una realtà che esisteva, ma in modo sotterraneo, nascosto. In precedenza, l’unica forma di presunta satira a godere di libera circolazione era quella di stampo antisemita, gradita ai regimi e adoperata in chiave anti-israeliana, con tutti gli odiosi stereotipi che purtroppo conosciamo».

Nel web circola molta comicità demenziale: vale anche per il mondo arabo?

«Solo per quanto riguarda gli arabi che vivono all’estero. Negli Stati Uniti, per esempio, opera un gruppo di cabaret che si chiama polemicamente (e ironicamente), Axe of Evil, e cioè l’Asse del male, l’espressione coniata da George W. Bush dopo l’11 settembre. In Francia, poi, c’è stato il caso di Allah Superstar di Yassir Benmiloud, un giornalista di origine algerina non nuovo a provocazioni di questo tipo. Ma nulla di simile, al momento, si trova nei Paesi arabi, che del resto vivono una condizione culturale molto diversa dalla nostra. A livello sociale lì sono ancora ben salde alcune gerarchie implicite che l’Occidente considera invece superate: i giovani devono rispetto agli adulti, le donne sono sottomesse agli uomini, il gruppo prevale sull’individuo».

Mi scusi se torno a chiederlo, ma in tutto questo l’islam non riveste alcun ruolo?

«Per il musulmano Dio non è soltanto clemente e misericordioso, due appellativi che tra l’altro rimandano etimologicamente all’utero, e dunque a una dimensione femminile, materna. Dio è anche “sottile” e perfino “simpatico”. Vede, il fondamentalismo sta cercando di imporre l’idea per cui tutto è proibito, tranne ciò che è permesso. Ma il lettore del Corano sa bene che, semmai, è vero il contrario: tutto è permesso, tranne ciò che è proibito. L’umorismo non è certo il cuore della predicazione di Maometto, però lo stesso Profeta esorta a vivere “in serenità”. Con il sorriso sulle labbra, potremmo dire».”

Pubblicato in: Etica, Storia

L’altra Istanbul

Ho già avuto modo di scrivere che mi piace molto questo genere di articoli, dove si raccontano storie, e tramite quelle storie si conoscono realtà. Sono gli articoli che ti fanno sentire parte di un viaggio che non hai fatto. Questo pezzo è di Lorenzo Posocco, appena comparso sul sito di Limes. Buona lettura.

DSC_7403.jpg“Gentrification, povertà, lavoro minorile, tre fenomeni strettamente connessi. Il legame certamente non è dei più espliciti ma la realtà è davanti agli occhi di tutti e ad Istanbul si manifesta nei dintorni di Şişli, nel centrale Beyoğlu e in altri quartieri, come tra i Rom di Sulukule. Questi fenomeni filano su tre binari che, come linee parallele in una geometria riemanniana, ovviamente s’incontrano. Percorro Tarlabaşı Boulevard, lungo viale che inizia in Taksim Square e si snoda tra immensi cartelloni-bugia raffiguranti donne e uomini al passo coi tempi, felici, sorridenti in un quartiere anch’esso moderno, tra architetture che anticipano una nuova realtà fatta di Starbucks e di McDonald’s. L’occidentalizzazione passa di qui, passa per la gentrificazione, la distruzione forzata d’interi quartieri storici della città. In previsione della crescita economica gli immobili di aree povere vengono acquistati dalla fascia benestante della popolazione, con le alterazioni socio-culturali che seguono in casi del genere. Le famiglie che risiedevano in queste zone non ce la fanno, non reggono i costi dei nuovi appartamenti, e sono costrette a emigrare o mandare i bambini a lavorare per le strade. Sono su Tarlabaşı Boulevard, a poche centinaia di metri dal centro città, tra il rumore assordante del traffico e il caldo che in questi giorni si mescola all’umidità autunnale. Avverto un forte odore di escrementi. Alla mia destra è la seconda guerra mondiale: case distrutte, immondizia all’interno, cani e gatti che s’aggirano su pavimenti di spazzatura, ma anche persone. Mi addentro in una delle arterie di Tarlabaşı Boulevard e la prima cosa che scorgo, tra la miseria delle abitazioni, sono i bambini. Alcuni giocano, si rincorrono, urlano, mentre le mamme li controllano da lontano rinchiuse nelle loro case, sbraitando dalle finestre sbarrate; altri lavorano sodo; alcuni non hanno famiglia. I bambini di strada sono lustrascarpe, vendono soğuk su (acqua fresca) per venticinque centesimi a bottiglia o lavano automobili in posti improvvisati, spesso proprio sul ciglio della strada. Vivono in una città congestionata dal traffico, esposti alle polveri sottili. Rischiano di essere travolti dagli autoveicoli. Possono essere volontariamente o involontariamente coinvolti in furti o abuso di droga, contrarre malattie come l’epatite A o B o l’HIV. Corrono il rischio di essere picchiati e abusati dalle gang o dai clienti cui vendono le loro merci. Il piccolo Bedrettin, cinque anni, picchiato per aver oltrepassato il territorio di altri bambini, è solo uno dei tanti. Durante il giorno i bambini lavorano, quindi non beneficiano dell’istruzione scolastica. Il lavoro minorile sembra essere autorizzato, a Istanbul: lavorare in strada è considerato una sorta di apprendistato per la vita adulta, un modo per imparare a superare le difficoltà che, si sa, si presenteranno sempre. È preferito all’elemosina ed è considerato una forma di solidarietà domestica in caso di necessità. Ho visto bambini di cinque anni suonare una pianola di plastica nel bel mezzo di un torrente di volti in Istiklal Caddesi, meravigliosa via di collegamento tra Galata, il vecchio quartiere genovese, e Taksim, quartiere multiculturale. Suonano piccoli strumenti fatti per piccoli bambini, ma con i piccoli strumenti si gioca, non si elemosina. Sono i figli di Istanbul e delle vicine aree rurali, come magistralmente ha dichiarato Imre Azem, direttore di quella magnifica opera d’arte che è il documentario Ekümenopolis. La nuova politica voluta dalla Toki (ente amministratore dello sviluppo urbano), arteria pulsante e onnipotente del governo turco, viene qui a mietere le sue vittime.

Terribile, spaventosa realtà in tanta bellezza. Com’è possibile? “Siamo ad Istanbul. Non lo dimenticare”, risponde l’anziano Ohran, che si guadagna da vivere suonando il saz e vendendo quel poco che possiede. Eppure dietro le parole di Ohran si cela una realtà difficile da accettare: sembra che la semplice equazione gentrificatione-povertà-bambini-di-strada non sia poi tanto semplice, e che tali dinamiche rientrino nello spettro di ciò che Gramsci definì con il termine egemonia. Non si può contrastare ciò che non si comprende. Anche i turisti, o soprattutto loro, trovano solo ciò che cercano. Racconteranno del Medio Oriente una volta tornati a casa; nel Bazar compreranno dei regali. I turisti spendono, così la Turchia sfrutta l’onda. Mostra strade principali pulite e moderne, nasconde quelle secondarie dietro immensi cartelloni-bugia. Sfoggia una storia limpida, attraente nei colori dei giannizzeri di Sultan Fatih, musicale nelle rotazioni dei dervisci, mette da parte quella sporca; nel frattempo si occidentalizza. Mentre cammino per Tarlabaşı Boulevard, l’immagine di un buffo conduttore di circo si fa largo nella mia mente. È un ometto basso dai baffi prussiani, doppiopetto rosso e bombetta. Esclama: “A voi il nuovo numero signori! Assistete all’ultimo ritrovato: la fusione funzionale di tecnologia e scienza dei media applicati alla speculazione edilizia! Non senza una piccola spruzzatina di cinismo, s’intende.” La magia è compiuta ed ecco che Istanbul diventa una metropoli europea in cui all’Occidente, diciamo, piace specchiarsi. In fondo a Istanbul ci si può andare. Così si dice: Istanbul è europea.

Poi accade che di domenica, nel quartiere di Harbyie, abbia sede un mercato pubblicizzato su diversi giornali. Al mercato delle pulci di Harbyie vanno i turisti che poi scappano via terrorizzati dalla povertà, dai volti di chi tenta di sopravvivere al caro immobili della politica straight-to-the-West. I turisti cambiano strada, non s’inoltrano tra le vie periferiche, scelgono quelle principali, ma se non cercassero ciò che cercano, vedrebbero i volti di Ali, Alpay, Koray, Aziz, tutti intenti a lucidare i cerchioni delle automobili o le loro scarpe. I turisti mostrano una sovrana insofferenza per realtà del genere: eppure, tutto fa credere che cose del genere siano accadute un tempo anche da loro. E che forse accadano ancora.”

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Vivere di passione 20 anni dopo la morte dell’Uomo Ragno

Hanno ucciso l' uomo ragno 2012 - Back.jpg

Ho appena finito il quarto anno di liceo. E’ il 1992, è estate e in radio c’è una canzone che domina le hit: Hanno ucciso l’uomo ragno degli 883. Dopo 20 anni Max Pezzali rifà l’album in collaborazione con alcuni rapper italiani. Lo sto ascoltando su grooveshark e, sinceramente, non sono molto convinto dell’operazione. In ogni caso, su Dimensioni Nuove ho trovato questo articolo di Claudio Facchetti.

“Il 2012 è l’anno dell’Uomo Ragno. Al cinema, dove è ritornato con il film The Amazing Spider-Man, ma anche nella musica, grazie a Max Pezzali che, in occasione del ventennale dalla sua pubblicazione, ha rispolverato Hanno ucciso l’Uomo Ragno, l’album con cui aveva esordito, siglato allora 883, ottenendo un clamoroso successo. All’epoca, era il 1992, gli 883, alias Max Pezzali e Mauro Repetto, si affacciavano sulla scena italiana portando grande scompiglio con le loro micidiali canzoni pop. Erano melodie che entravano subito in testa e fotografavano meglio di un reportage la vita della provincia di tanti ragazzi, tra discussioni al bar, ragazze da rimorchiare, giri su improbabili auto, tasche sempre vuote, amicizie, amori e delusioni. Il ritratto veritiero di un mondo che, trasformato in musica, vendette oltre 600 mila copie, aprendo la strada della grande popolarità agli 883. Il seguito è noto. Mauro Repetto lascerà presto il solo Max come titolare del “marchio”, che porterà avanti fino al 2000 senza perdere mai colpi. Dal nuovo millennio, Pezzali decide di mettere in soffitta la celebre “griffe” e firmare i cd con il suo nome e cognome. Un cambiamento che coincide anche con la crescita musicale dell’artista che prosegue mantenendosi sempre al top delle classifiche. Adesso è spuntato questo progetto, la riedizione di Hanno ucciso l’Uomo Ragno 2012, che segue il filo della nostalgia, ma solo per un po’. Pezzali, difatti, ha avuto l’idea di incidere nuovamente tutti i brani e riarrangiarli con i maggiori esponenti della scena rap nostrana. È scesa così in campo una squadra di rapper da Champions League formata da Entics, Ensi, Club Dogo, Two Fingerz, Emis Killa, Dargen D’Amico, Fedez, Baby K e J-Ax che ha dato vitalità e attualità ai brani. Un restyling che ha contagiato ovviamente anche il suono dei pezzi, che l’artista pavese ha colorato in buona parte con maggiore energia rock, pur rispettandone la contagiosa cantabilità. Prova ne sia l’unico brano inedito inciso per l’occasione insieme a J-Ax, Sempre noi, il singolo di lancio che ben rispecchia il mood del cd. Ed è interessante notare come da questo “viaggio nel passato”, dice Max, «sia emerso che i sogni, le paure, i bisogni e le emozioni dei ragazzi non sono poi così cambiati negli ultimi vent’anni». Non si sa se prenderla come una bella o cattiva notizia.

Quando è maturato questo progetto? È stato pianificato per i 20 anni o è scaturito per caso?

È nato in maniera estemporanea l’anno scorso a Torino, in occasione degli “MTV Days”. Nel giorno in cui era prevista la mia esibizione, partecipavano anche i Club Dogo e altri rapper della scena piemontese che, alla fine del mio concerto, mentre facevo un medley di vecchi brani, sono saliti sul palco. Ho visto, con sorpresa, che sapevano a menadito i miei pezzi e mi sono chiesto come mai artisti che provenivano da una realtà musicale così diversa dalla mia, conoscessero a memoria quei brani.

Cosa hai scoperto?

Che tutti erano cresciuti ascoltando i primi cd degli 883. Così, parlando con il produttore dei Club Dogo, ha preso corpo l’idea di rifare Hanno ucciso l’Uomo Ragno in occasione del ventennale dalla sua uscita coinvolgendo altri rapper. Lui ha contatto gli artisti della scena hip hop, nessuno si è tirato indietro e con mia soddisfazione ho iniziato a lavorare al progetto.

Ti sei sentito a tuo agio nel confrontarti con un mondo così lontano dal tuo?

Sì, senza dubbio. Ho trovato negli artisti grande professionalità, cosa che forse per qualcuno potrebbe sembrare sorprendente. L’ambiente dell’hip hop è spesso visto con dei pregiudizi, si pensa ci sia molta improvvisazione in ciò che fanno i rapper, invece producono brani di alto livello e lavorano con serietà, non a caso oggi dominano le classifiche e “parlano” ai giovani come pochi altri sanno fare.

Perché ci riescono così bene?

Sono persone dalla grande cultura, che sanno un sacco di cose e con le quali è divertente parlare. D’altra parte, se tu costruisci la tua professione sull’uso intelligente e sul gioco delle parole, devi avere per forza dei “contenuti” dentro di te, perché altrimenti rischi di dire delle banalità, se non addirittura nulla. Il rapper, dunque, è spesso più profondo e capace di leggere la realtà di un cantautore.

Nel “ridipingere” le canzoni ti sei sbilanciato verso sonorità rock abbastanza inconsuete per te. Come mai?

È un momento piuttosto strano per la musica italiana e tutto sembra assomigliarsi un po’. C’è un diffuso appiattimento, provocato anche dai talent. Intendiamoci, da questi programmi escono interpreti spesso di valore dal punto di vista tecnico, cresciuti nel giro dei tre mesi di durata dello show, capaci di fare un buon compitino, ma non può essere il tutto. Purtroppo, visto la crisi del mercato, per le case discografiche è una scorciatoia comoda che taglia tante spese, ma dispiace perché così si penalizza l’altra anima della musica, quella che ha sempre avuto un ruolo di rottura, di libertà, di slancio nell’uscire dagli schemi. Ecco perché ho sentito la necessità di avvicinarmi a un suono più grezzo e immediato nel cd, e di riappropriarmi dell’aspetto ludico della musica, di giocare con le note favorito dall’approccio con i miei ospiti.

Non hai avuto timore di cadere nell’effetto nostalgia?

Il pericolo c’era e per questo ho cercato di dare altra linfa al progetto. Il valore aggiunto doveva essere l’unione delle nuove realtà, senza scivolare da una parte nella retrospettiva e dall’altra nel tentativo sterile di riattualizzare le canzoni. Credo di essere riuscito a integrare bene le due anime, rendendo il lavoro moderno e contemporaneo.

Si è instaurato una sorta di confronto tra te e i tuoi ospiti?

È stato uno scambio quasi intergenerazionale. Mi spiego. La figlia di mia moglie, che ha 16 anni, è una fan dell’hip hop e quando ha ascoltato il cd ha visto in me qualcosa che si collegava al mondo dei rapper, quasi una specie di corto circuito. Questo mi ha fatto capire che sbagliavo nel criticare alcuni pensieri e atteggiamenti dei giovani di oggi. Non sono degli smidollati o dei viziati, come vogliono dipingerli certi sondaggi, ma vivono una crisi, come è accaduto a qualsiasi altra generazione. Ecco che allora torna utile osservarsi in uno specchio diverso dal solito per scoprire che, accanto alle istanze odierne, certe problematiche non tramontano mai. È stato quindi molto costruttivo per me lavorare con questi artisti.

Alcuni problemi, dunque, sono uguali a quelli di vent’anni fa, forse solo riverniciati.

Le grandi preoccupazioni di quando sei giovane sono sempre quelle: sentirsi incompresi dal mondo, soffrire la solitudine, la difficoltà nel confrontarsi con l’altro sesso e così via, tutta una serie di dinamiche che non sono poi tanto cambiate rispetto al passato. Piuttosto, registro una sorta di rassegnazione che un tempo non c’era nonostante le difficoltà.

In che senso?

Nel periodo in cui uscì l’album ricordo che la società non era messa bene: c’erano tangentopoli e le stragi di mafia, un’Europa in forte cambiamento dopo la caduta del muro di Berlino, oltre ad altri seri problemi. Eppure, si reagì con forza, scendendo per esempio in piazza in massa dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino, e trovando gli stimoli per guardare al domani con positività. Oggi la differenza con ieri è palpabile: per tanti giovani il clima è cupo, sembrano attendere una catastrofe imminente, il futuro non può cambiare… Questo atteggiamento mi spaventa, consapevole che non è semplice dare risposte al “momento” che si sta vivendo, ma rassegnarsi non è la soluzione.

Si è spenta forse la fiamma della passione, che citi nel ritornello del singolo Sempre noi,che alimenta tanti sogni?

Quando ero giovane, sono cresciuto con alcuni “dogmi” trasmessi dai genitori: la laurea, il posto fisso, un tetto sulla testa, ecc., argomenti importanti dettati dal comprensibile filo delle ragione. Ma tutte le cose, belle e brutte, che ho fatto nella vita mi sono arrivate dalla passione, dal seguire irrazionalmente un obiettivo, che era di comunicare e divertirmi con la musica. Oggi, che quel percorso a tappe obbligate del passato non esiste più, l’unica possibilità per salvarsi è la passione, dire a se stessi: “Mi butto in un mestiere che mi piacerebbe fare”, qualsiasi esso sia. Insomma, vivere di passione può portarti lontano o perlomeno renderti felice.”

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Un po’ qua, un po’ là

Dato che sono stato sul sito di Asianews vi segnalo qualche articolo.

Il primo è sulle proteste in Egitto sul lavoro dell’assemblea costituente che pare abbia inserito nell’articolo sulla parità dei diritti tra uomo e donna una postilla “scomoda”: “le donne hanno uguali diritti rispetto agli uomini, in accordo con i precetti della tradizione islamica”. Altri aspetti sono approfonditi nell’articolo.

Il secondo è sul Kashmir, dove più di cinquanta sarpanch (capo-villaggio) hanno annunciato le loro dimissioni, dopo le minacce di morte ricevute da gruppi fondamentalisti islamici.

Il terzo e ultimo, per cambiare argomento, è sulle parole del Dalai Lama in un recente discorso: “Anche se il mondo immaginato da Marx ha alcuni punti che possono essere condivisibili, il modo in cui i regimi controllano la vita e il pensiero degli esseri umani è inaccettabile”.

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Religioni

Sorridere

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Sono un po’ musone. Me lo dicono diversi colleghi, quando, la mattina, mi vedono in portineria. Non me lo dicono gli studenti; ma devo ammettere che la mia espressione in classe è diversa, più serena e spesso sorridente. Il fatto è che quando mi concentro sulle cose da fare e mi organizzo mentalmente assumo l’aria corrucciata. In fondo a questo pezzo Enzo Bianchi dice: “Per togliersi il muso, bisogna imparare a vivere senza strategie. Bisogna ritrovare lo stupore e l’ascolto, altrimenti ci si ammala.” Ci provo, anche perchè lui mi dà due anni di tempo…

Il pezzo è una simpatica intervista sul sorriso a Bianchi e a Moni Ovadia pubblicata da Maurizio Crosetti su La Repubblica.

In cosa consiste, secondo voi, “la sapienza del sorriso”?

M.O.: «All’inizio dell’avventura del monoteismo ebraico, c’è un’annunciazione che precede di 1.500 anni quella cristiana. Abramo, circonciso e centenario, è in comunicazione col divino e apprende che sua moglie Sara, novantenne e sterile, gli darà un figlio. Per tutta reazione, Abramo si scompiscia dalle risate, è ovvio che non ci crede, mentre il riso di Sara è più vergognoso ma non meno scettico. Nove mesi dopo, il Santo Benedetto si presenta per annunciare che il nascituro si chiamerà Isacco, nome che in italiano dice poco ma in ebraico è il futuro del verbo ridere. Eccolo, il figlio per quei due che tanto risero nel momento dell’annunciazione. L’identità ebraica è uno scoppio di risa, come l’aprirsi all’utopia, al cortocircuito tra senso e controsenso. Magari, la risata ebraica comincia con Caino che chiede “Sono forse io il custode di mio fratello?”, dopo averlo ucciso. Ma Dio raccoglie la provocazione, dicendo “nessuno tocchi Caino”».

E.B.: «Noi cristiani siamo sempre sorpresi per come gli ebrei, leggendo la Bibbia, siano capaci di humour e sorriso. Il Nuovo Testamento non dice mai che Gesù rise o sorrise, eppure ricordo che Pasolini nel “Vangelo secondo Matteo” fa aprire un gran sorriso sul volto di Gesù nel momento dell’entrata in Gerusalemme, al cospetto dei bambini. Quando vidi quell’immagine fu come una rivelazione. I cristiani, a differenza degli ebrei, non sono capaci di sorridere di Dio e neppure di litigarci. Gli unici a sorriderne sono i cosiddetti “santi folli”, soprattutto nella tradizione ortodossa, personaggi che oggi chiameremmo disturbati. Predicatori nudi, col fiasco in mano, capaci di sputare sulle candele per spegnerle o di abbracciare le mura dei postriboli: provocatori, dissacratori del potere. Alcuni, addirittura modelli di virtù. Meglio loro di un certo sorriso stereotipato da immaginetta, da paccottiglia religiosa».

Il Dio della Bibbia è spesso truce e vendicatore, altro che sorrisi. Perché?

M.O.: «Si tratta di un grosso equivoco, frutto di letture errate e traduzioni approssimative. La famosa vendicatività di Dio, altro non è che l’estremo tentativo di mettere l’uomo di fronte al suo destino. Non una minaccia, semmai un grido di richiamo. Qualche volta sembra addirittura che Dio alzi le mani e si arrenda davanti a certe beghe umane, quando lo tirano in mezzo come giudice e lui ride con misericordia, non certo con cattiveria. Può forse Dio essere cattivo?».

E.B.: «Nell’Antico Testamento esistono forti immagini di collera divina, la proverbiale ira di Dio. Non sappiamo sopportarla, però dovremmo capire che quel linguaggio rivela la passione di Dio, la sua emotività. Dio sa indignarsi, è un appassionato del bene. Ma quando promette a Noè che non manderà un altro diluvio, e anzi guarderà l’arcobaleno come un arco deposto tra le nubi, come non immaginare il suo sorriso? Chi, tra noi, può osservare la fine della tempesta e il ritorno del sereno senza sorridere? Finché l’uomo è qui, sulla Terra, Dio non può castigarlo, altrimenti gli toglierebbe la libertà. Siamo noi a sbagliare strada, quando accade. E nessuno viene spedito all’inferno con nome e cognome, mentre ci sono uomini che vengono mandati in paradiso, i santi».

Il sorriso è spesso scambiato per debolezza, quasi un pregiudizio riduttivo. Come se fosse una forma di carineria. Non è profondamente ingiusto, questo?

M.O.: «E’ come l’equivoco opposto, cioè confondere serietà e seriosità. Oppure, non sorridere ma irridere o deridere. Esistono fragili confini. C’è chi ride per offendere, per sottolineare un difetto fisico o una mancanza di carattere, c’è chi irride le donne o i poveri. E c’è il sorriso ipocrita, falso. Come non sorridere, invece, pieni di luce, di fronte a certi comportamenti geniali dei bambini? La risata ebraica è di altra natura, spesso nasce dalla tragedia, è un bagliore di luce che spiazza. Ma è sempre leggerezza e salute, non pesantezza e malattia. Non fa forse ridere che il popolo eletto fosse composto dagli ultimi tra gli ultimi, e guidato da un profeta balbuziente come Mosè? Per questo Dio gli mise accanto Aronne, che invece aveva la lingua sciolta: erano come i due carabinieri».

E.B.: «Il sorriso non è mai debole. Per sorridere occorre una grande padronanza di cuore, bisogna esercitarsi molto. E’ facile irridere o deridere, ha ragione il mio amico Moni, oppure sfoderare un mezzo sorrisino di superiorità. Ma il vero sorriso è accoglienza, è apertura del volto all’altro: si muovono tutti i muscoli del viso, e si aprono di più gli occhi. Il vero sorriso parla senza bisogno di parole, anzi le precede, altrimenti è solo egoismo e freddezza. Il linguaggio del sorriso è il più carnale, il più corporeo: nessuno può dire buongiorno facendo il muso. Purtroppo si è scambiata la bontà col buonismo, ed è diabolico, è come spogliare l’uomo delle sue più profonde capacità. Lo stesso trattamento riservato alla mitezza. Io penso che la vera crisi non sia la mancanza di fede in Dio, ma negli altri. Fede e fiducia sono la stessa parola, nella Bibbia. E gli altri si accolgono sorridendo».

Qual è il vostro personale rapporto con il sorriso?

M.O.: «Io, come autore e attore, ne faccio collezione. Ho il privilegio di incontrare tanta gente, e quando sorrido è come se aprissi loro la porta. Non mando indietro mai nessuno. Capisco com’è andato lo spettacolo dal sorriso del pubblico. Ricordo quando mi innamorai di mia moglie, tre anni prima di fidanzarmi: all’inizio, lei mi guardava come un carciofo. Poi la rividi, appunto tre anni dopo, a una festa, e la guardai sorridendo. Lei un giorno mi ha detto: nessuno, né prima né dopo quella volta, mi ha mai sorriso come te».

E.B.: «Io sorrido molto volentieri, e allo stesso modo mi piace ridere. Non di storielle o barzellette che non so raccontare, ma del piacere del ricordo con gli amici, della sorpresa del passato. Mi hanno educato così da piccolo. Rammento mia madre ormai morente, io avevo otto anni e lei mi ripeteva “Enzo, sorridi”. Non lo dimenticherò mai. Però devo ammettere di essere anche molto tentato dalla collera, specialmente di fronte alla menzogna e all’ingiustizia: in quel casi, la mia faccia può diventare assai dura. E se nella Bibbia non si parla mai del sorriso di Gesù, si dice invece che “indurì il suo volto” verso Gerusalemme, quando vide i nemici all’orizzonte ma decise ugualmente di proseguire».

Siamo sempre più musoni, viviamo di mugugni, insoddisfazioni e lamenti continui. Un sorriso può guarirci?

M.O.: «Gli ebrei sanno sorridere di se stessi anche sull’orlo dell’abisso. Qui, però, c’è poco da ridere, tutto è competizione, individualismo e mercato. Non viviamo, sopravviviamo. Si corre come criceti nella ruota, il sorriso è imploso in una smorfia oppure si è plastificato. Senza poi dimenticare quella perversione che è il lifting: c’è gente imbalsamata in vita, almeno i faraoni aspettavano di essere morti”.

E.B.: «Per togliersi il muso, bisogna imparare a vivere senza strategie. Bisogna ritrovare lo stupore e l’ascolto, altrimenti ci si ammala. La faccia si deforma, e dopo i quarant’anni non c’è più niente da fare, la bocca diventa una lamentosa U capovolta. E dopo i quarant’anni, come dicono i saggi, ognuno ha la faccia che si merita».

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Etica, Filosofia e teologia, Storia

Il puzzo della brillantina

Ha 15 anni e frequenta il liceo Gozzano. Scrive questo articolo, da cui promanano una passione travolgente e una rabbia contro noia, apatia e indifferenza: lo pubblica sul giornale della scuola. E’ il 1942. Domani, se mi ricordo, vi dico chi è 😉

“Un turbine caotico, vorticoso che si abbatte sulla terra tutto distruggendo nella sua furia irresistibile, istituzioni, ideali, posizioni di fortuna che vengono completamente sconvolte. Un succedersi continuo di avvenimenti, un perenne capovolgimento di situazioni. Ecco le caratteristiche del momento che viviamo.

chagall.jpgMomento storico paragonabile a pochi, forse a nessuno nella storia dell’umanità e destinato ad avere ripercussioni storiche, politiche e sociali non limitate a un breve spazio né per poco tempo. Questo è un aspetto del nostro tempo, ma ve n’è un altro non meno consolante, ed è precisamente l’abbozzolarsi di alcuni, purtroppo anche giovani, nel loro involucro meschino coperto di muffa e di polvere, degnando di uno sguardo supremamente passivo gli avvenimenti che stanno cambiando la faccia del mondo. È precisamente il rinchiudersi in una tana maleodorante di brillantina e tabacco. È precisamente l’osservare dalla finestra ciò che succede, pronti a rinchiuderla e a sbarrarla alla prima corrente d’aria un po’ forte. E non sanno questi tali che da un momento all’altro il bozzolo verrà schiacciato, che nella tana buia e profonda penetrerà accecante la folgore della realtà quotidiana.

Non mi venite a dire che voi sapete dov’è il Sangro, dove si trova Isernia, che sapete la distanza tra Krivoj Rog e il Bug e il vero accento dei nomi dei generali russi. Non mi venite a dire che conoscete il numero dei motori del nuovo apparecchio tedesco né pronunciatemi il nome esotico di un’isola del Pacifico. Tutto questo non basta, si può far così ed esser più morti che mai nel vivere questo momento storico, più inerti dell’operaio che non sa tante cose ma agisce sul serio per strappare la fabbrica al padrone, più inerti dell’uomo della strada che dice Reic ma si prepara a pescare dal torbido un posto che non sia tra gli ultimi della società futura. Perché il domani, nero e pauroso come una notte senza luna, sarà di chi saprà prenderselo, di chi si troverà con le armi in mano per lottare, anche duramente, contro tutto e contro tutti per il trionfo di una causa di giustizia. Domani emergeranno dalla massa quelli che avranno una base solida, una formazione intellettuale e morale sicura. Perché ognuno dovrà crearsi da sé il suo avvenire, faticosamente, pezzo per pezzo, con tenacia e sacrificio; riuscirà meglio chi sotto al lavoro e al sacrificio abbia già saputo piegare le spalle e incurvare le gambe. Noia, apatia, indifferenza, peggio che mai esasperazione contro il nostro dovere sono un delitto contro noi stessi. Ottimismo facilone e pessimismo astenico sono uno scavarci la fossa sotto i piedi. Esigenze anacronistiche sono un coprirci di ridicolo. Ho chiesto a un giovanotto impomatato perché leggesse tanti romanzi: «Evado – mi disse con sussiego – dalla realtà quotidiana». Allora ho avuto un fremito e ho rimpianto di non essere un violento, del resto il puzzo della brillantina mi faceva schifo.”

No, dai, scherzavo, chi vuol sapere di chi si tratta può andare qui.

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Provocazioni

In linea con l’articolo di ieri sulla complessità del mondo musulmano ecco un ulteriore elemento di complicazione: la questione nigeriana. Ne parla questo articolo de Il sussidiario.

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Un altro attentato in una chiesa nigeriana. Un kamikaze si è fatto esplodere nella città di Bauchi, nell’area di Wunti, mentre si celebrava una messa. Per la Croce rossa, l’obiettivo era la chiesa cattolica di San Giovanni. Il bilancio è di almeno tre morti e di 22 feriti. Lo Stato di Bauchi ha già subito ripetuti attacchi da parte della formazione fondamentalista Boko Haram. La polizia nigeriana ha circondato l’area dell’attentato. Ilsussidiario.net ha intervistato padre Alex Longs, priore dei Padri Bianchi del convento di Jos in Nigeria.

Padre Longs, qual è il clima nel Paese dopo questa ennesima domenica di sangue?

Le persone stanno incominciando a essere molto arrabbiate per questi attentati a ripetizione. Di recente avevamo attraversato un momento di pace, che è stato interrotto da questo attentato.

Qual è la posizione della Chiesa nigeriana di fronte alla situazione nel Paese?

Il nostro impegno è quello di cercare di mantenere la pace, evitando di accusare i musulmani. Non sappiamo chi ci sia veramente dietro gli attentati, tutto ciò che sappiamo è che nel Paese esistono dei fondamentalisti. Alcuni cristiani sono convinti che sia giusto vendicarsi per quanto è avvenuto oggi, ma la nostra religione non ce lo permette. Quindi continuiamo a camminare verso la pace.

La responsabilità degli attentati è dei musulmani in quanto tali?

Alcuni dei musulmani stanno lavorando per la riconciliazione, ma altri non sono pronti perché essa avvenga. Qualcuno afferma che la responsabilità sarebbe dei politici, qualcun altro che ci sarebbero delle influenze straniere, e quindi al momento è molto difficile saperlo. Sappiamo però che l’estremismo di altri Paesi sta giocando un ruolo, perché in Nigeria il fondamentalismo in passato non è mai stato particolarmente forte. Chi attacca i cristiani è stato addestrato all’estero.

C’è il rischio di scontri tra cristiani e musulmani?

Sì. Finora però ciò non è avvenuto, in parte perché le persone stanno divenendo più consapevoli, in parte perché le forze dell’ordine controllano l’area, impedendo qualsiasi ritorsione. La maggior parte dei nigeriani, inclusi alcuni musulmani, sono stanchi di questi attentati, ma c’è un nucleo di irriducibili che continua a prendere di mira i cristiani.

Qual è il vero obiettivo dei terroristi?

I terroristi vogliono provocare i cristiani a vendicarsi sui musulmani, scatenando degli scontri interconfessionali nel Paese. Al momento però i cristiani si rifiutano di lasciarsi provocare, e speriamo che continuino a mantenere i nervi saldi.

Quanto è avvenuto ieri ha anche a che fare con il film su Maometto?

E’ possibile, anche se è difficile dirlo con certezza. Tutto ciò che sappiamo è che per diverse settimane la situazione era rimasta tranquilla, e che all’improvviso ieri è esplosa di nuovo la violenza.

Chi c’è veramente dietro a Boko Haram?

Questo è molto difficile saperlo, perché gli attacchi provengono da diverse parti, quindi non sappiamo chi siano i responsabili, qual è la loro identità, da dove provengono.

I principali imam hanno preso posizione contro Boko Haram?

Sì, alcuni imam hanno dichiarato che dobbiamo sederci tutti insieme attorno a un tavolo e dialogare. Altri, come il Sultano di Sokoto, Sa’ad Abubakar, la massima autorità religiosa dei musulmani in Nigeria, ha dichiarato che è sbagliato che un fedele islamico attacchi delle altre persone. Quando si parla di Islam, è però molto difficile capire quale seguito possa avere una presa di posizione come questa, perché nel mondo musulmano ci sono sempre sette e approcci differenti.

 

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Ci facciamo del male da soli

L’altro giorno in classe ci siamo chiesti: e gli islamici moderati? Dove sono in tutte queste proteste? E ci siamo anche detti: i musulmani sono praticamente un miliardo, a scendere in piazza è una piccola percentuale… Ecco che oggi ho trovato su Asianews un articolo di ieri che ci dà una mano a guardare uno spaccato delle proteste più accese… e delle contrarietà alle proteste…

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Islamabad (AsiaNews) – “Stupida violenza”; “ci facciamo del male da soli”; “distruggiamo le nostre cose per criticare un film fatto negli Usa”; “Vergogna sul Pakistan: bruciare, saccheggiare, uccidere la nostra gente… in nome di Allah!”: sono questi alcuni dei commenti sul quotidiano “The Dawn”, dopo una giornata di ferro e di fuoco nella capitale e in altre città pakistane, che hanno causato la morte di 23 persone e il ferimento di oltre 200. Ieri il governo pakistano aveva lanciato la “giornata in amore del profeta”, per criticare il film anti-islam prodotto negli Stati Uniti, reputato blasfemo nei confronti di Maometto. Ma vari gruppi di decine di migliaia estremisti hanno sfruttato l’occasione per violenze, uccisioni, incendi, furti a Peshawar, Lahore, Islamabad, Karachi e in altre città. Il giorno precedente, personalità del governo e leader religiosi avevano esortato la popolazione a manifestare contro il film anti-Islam in modo pacifico. L’onda d’urto delle violenze è iniziata poco dopo la preghiera del venerdì. Le manifestazioni erano guidate da diversi gruppi religiosi come la Jamiat Ulema-i-Islam, Jamaat-i-Islami, Sunni Tehrik e la Majlis-i-Wahdatul Muslimeen. Questi avevano promesso di mantenere pacifiche le dimostrazioni. Ma in seguito sono giunti militanti e attivisti che hanno aizzato la fiumana di persone. Nella capitale, la folla furiosa ha bruciato quattro sale da cinema, sei banche, quattro camionette della polizia, due ristoranti, molte automobili. Per ore essa ha continuato a saccheggiare le banche e altri edifici lungo la strada del corteo. La polizia aveva messo container e posti di blocco per proteggere l’ambasciata americana, ma presto i gruppi di militanti, armati di pietre e bastoni, hanno cominciato ad attaccare i cordoni delle forze dell’ordine. I poliziotti hanno prima lanciato lacrimogeni, poi sparato in aria, infine hanno colpito con proiettili veri la folla. Fra le persone uccise vi sono anche tre poliziotti. In altre città come Lahore e Karachi i manifestanti hanno cercato di avvicinarsi ai consolati Usa, ma sono stati respinti dalla polizia. Secondo diversi analisti, lo scandalo verso il film anti-islam è stata solo un’occasione sfruttata da gruppi religiosi per accrescere la loro influenza e potere in vista delle elezioni. Insieme a questi, vi sono anche bande che hanno interesse a destabilizzare il governo ed emarginare gruppi rivali. In altre città, come al Cairo e a Kuala Lumpur, si sono svolte manifestazioni del tutto pacifiche.

Pubblicato in: Etica, Religioni, Storia

Da dove nasce tutto?

Prendo da Limes un bellissimo e interessante articolo di Bernard Selwan el Khoury, vicedirettore dell’Osservatorio Geopolitico Medio Orientale (Ogmo) e responsabile di Cosmo (Center for Oriental Strategic Monitoring) e docente di questioni arabe e mediorientali presso vari istituti.

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“Innocence of Muslims è il titolo del controverso film che lo scorso 11 settembre, undicesimo anniversario degli attacchi alle Torri Gemelle, ha fatto piombare l’Occidente – e assieme ad esso il mondo arabo-islamico – in un nuovo “autunno” che mette a repentaglio i già delicati rapporti fra i due mondi e soprattutto le rinate società arabe post-rivoluzioni. Può il trailer di un film aver scatenato tutto ciò? Cosa ha spinto milioni di musulmani in tutto il mondo, sunniti e sciiti, a condannare un video che probabilmente non avevano neanche visto? Infine, cosa è accaduto nei giorni precedenti l’11 settembre 2012 e cosa potrebbe accadere da domani?

Innocence of Muslims è un film indipendente statunitense della cui produzione e regia era stato inizialmente accreditato un certo Sam Bacile, qualificatosi come immobiliarista 56enne di fede ebraica. Per la produzione del film, Bacile avrebbe raccolto circa 5 milioni di dollari da oltre cento donatori; tra questi sembra ci fosse anche il discusso pastore americano Terry Jones, noto alle cronache per la sua proposta di incendiare il Corano. Successivamente è emerso che il vero nome di Sam Bacile sarebbe Nakoula Basseley Nakoula e che non si tratterebbe di un immobiliarista ebreo ma di un copto egiziano. Per comprendere cosa sia realmente accaduto, è bene partire dal primo luglio 2012. Quel giorno un estratto del film di 13 minuti fu pubblicato sul canale Youtube di “Sam Bacile”, che si era iscritto il 4 aprile 2012. Il video portava il titolo The Real Life of Muhammad. Il giorno successivo il presunto Bacile (probabilmente lo stesso Nakolua) ripubblica lo stesso filmato, intitolandolo stavolta Muhammad Movie Trailer. Fino al mese di settembre il filmato non aveva destato l’attenzione delle masse arabe e nessuno si era preoccupato di farlo notare. Nei primi giorni di settembre, tuttavia, inizia a circolare su Youtube lo stesso filmato doppiato stavolta in dialetto egiziano. Il link a questo video, oggi rimosso, è stato pubblicato il 5 settembre scorso sul sito della Naca (National American Coptic Assembly-Usa), un’associazione copta con base a Washington DC e presieduta dall’avvocato Morris Sadek. Nello stesso annuncio veniva lanciato un appello, per l’11 settembre 2012, al “giorno internazionale del giudizio di Muhammad” a Gainesville in Florida. Lì Terry Jones avrebbe dovuto presentare in anteprima il film. Questo non desta stupore in quanto già nel 2010, in occasione dell’anniversario dell’11 settembre, Jones aveva fatto appello al “giorno del rogo del Corano” scatenando polemiche nel mondo arabo-islamico. Da una parte, alcuni esponenti della corrente anti-islamica negli Stati Uniti (Jones, Sadek e Bacile) avevano premeditato il “giorno del giudizio” per l’11 settembre 2012. Dall’altra, i media egiziani – in particolare quelli vicini ai movimenti islamisti – nella prima settimana di settembre avevano posto all’attenzione dell’opinione pubblica il filmato doppiato in dialetto egiziano, condannandone il carattere blasfemo e accusando i “copti all’estero” di aver giocato un qualche ruolo nella vicenda. La miccia è stata accesa in Egitto il 10 settembre, quando diversi esponenti della corrente salafita nazionale – in primis Muhammad al-Zawahiri, fratello del leader di al Qaida Ayman e rilasciato lo scorso marzo – hanno invitato a prendere parte a una manifestazione di condanna del film, programmata per il giorno dopo davanti all’ambasciata americana. Qualche ora dopo alcuni manifestanti libici, fra cui numerosi salafiti, si sono radunati di fronte al consolato statunitense di Bengasi: il drammatico epilogo di quella giornata, conclusasi con la morte dell’ambasciatore statunitense Christopher Stevens, ci è noto.

A una settimana da questo nuovo undici settembre, è bene fare una riflessione serena e matura per comprendere cosa spinga le masse islamiche a rispondere con la violenza a un atto che buona parte degli occidentali percepisce come “libertà d’espressione”. Era già accaduto con le vignette satiriche sul profeta Maometto (Muhammad) nel 2005, e a seguito della lectio magistralis di papa Benedetto XVI nel 2006, a Ratisbona, per citare gli episodi più noti. Ma è bene ricordare che cose del genere avvengono ogni giorno, lontano dalle cronache, in tutti i paesi arabo-islamici. L’istinto profondamente intollerante, coltivato dal pensiero salafita-jihadista nei confronti di ogni ragionamento critico su questioni religiose, è costato la vita (e continua a farlo) a decine di fedeli musulmani. Se nella storia del Cristianesimo è stata già affrontata e superata, seppure a caro prezzo, la questione della revisione critica di alcuni concetti religiosi, l’Islam – una fede più giovane rispetto a quella cristiana – non ha invece ancora attraversato questa delicata fase. Perché? Innanzitutto per l’assenza di un’autorità quale può essere il Vaticano, che è in grado di esprimersi con autorevolezza e soprattutto di rappresentare un punto di riferimento per milioni di cattolici. Nell’Islam sunnita esiste al-Azhar, come per il mondo sciita ci sono Qom e Najaf, ma i tre istituti religiosi non sono comparabili al Vaticano sotto l’aspetto dell’incisività dottrinale. Può accadere dunque che un Bin Laden e un Al-Zawahiri, citando alla lettera alcuni versetti del Corano e soprattutto diversi passi della Sunna – la raccolta dei detti e dei comportamenti in vita di Maometto, il secondo testo sacro dell’Islam dopo il Corano – diventino a loro volta una sorta di al-Azhar per soggetti che si ispirano al salafismo, divenuto oggi e in particolare a seguito delle rivolte arabe l’ala politica e dottrinale dell’azione jihadista. Detto questo, se un Imam o un predicatore salafita di un certo carisma incitano le masse a scendere in strada e a dare alle fiamme le bandiere americane (avvalorando il loro discorso con citazioni religiose presenti nei testi sacri), istituzioni come Al-Azhar possono fare ben poco. Se non si comprende questa realtà del mondo islamico diventa difficile analizzare quanto è accaduto lo scorso 11 settembre al Cairo, e ciò che potrebbe accadere in futuro. Due sono i concetti chiave per esaminare la crisi del nuovo 11 settembre, partita dal Cairo e non ancora rientrata.

In primis, il rapporto fra Islam e idolatria. Fin dalla nascita della fede musulmana, il profeta Maometto aveva compreso che una delle principali minacce teologiche al monoteismo era rappresentata dall’idolatria. L’accusa di idolatria è più grave rispetto a quella di miscredenza, in quanto intacca il primo dei cinque pilastri dell’Islam, la professione di fede (shahada), che recita: “Non vi è altro dio all’infuori di Allah e Muhammad è il suo messaggero”. Da qui il divieto assoluto di rappresentare con immagini o statue non tanto Allah quanto il profeta Maometto, che è anche uomo. La distruzione da parte dei talebani delle due statue di Buddha di Bamiyan, in Afghanistan nel 2001, le violente manifestazioni contro le vignette satiriche nel 2005, la recente distruzione di tombe e mausolei in Libia e, da ultime, le proteste contro il film statunitense, sono solo alcuni fra i più celebri esempi di traduzione in pratica del divieto sopra accennato.

In secondo luogo, bisogna considerare le proteste in base alle circostanze geopolitiche e sociologiche in cui hanno avuto luogo. A oltre un anno dalla cosiddetta “primavera araba”, che per obbligo di correttezza dovremmo cominciare a chiamare “primavera islamista”, il risultato è stato che i vecchi regimi totalitari sono stati sostituiti da governi islamisti chiaramente ispirati alla Fratellanza musulmana. È infatti quest’organizzazione che è riuscita a raccogliere sistematicamente il frutto delle proteste giovanili. Ciò ha creato un terreno fertile per il proliferare delle correnti salafite che, pur esistendo già durante i regimi deposti, ancora non si vedevano. È probabilmente a questo che fa riferimento l’attuale leader di al Qaida nel suo recente messaggio dello scorso 11 settembre, diffuso apparentemente per confermare la morte, avvenuta a giugno, di Abu Yahya al-Libi (il libico), alto leader della storica organizzazione qaidista. “Al Qaida è divenuta oggi un messaggio per la Umma islamica affinché combatta contro l’oppressione crociato-sionista e la corruzione interna”, sostiene lo sceicco egiziano. “Più sangue viene versato tra gli esponenti di Al-Qa’ida, più i loro messaggi e le loro parole si ravvivano”. In quella che è già stata definita la quarta fase di al Qaida si evidenzia il trionfo del jihad della parola (in arabo jihad al-kalam): una lotta non più combattuta con la meticolosa pianificazione di azioni teatrali come quelle del World Trade Center, ma attraverso le parole e dunque con il web, i social media, le manifestazioni, i sit-in e gli slogan. È il modo di al Qaida per dire che ad aver trionfato in queste rivoluzioni non sono né le masse arabe né, tantomeno, gli americani, ma lo spirito del jihad – inteso come lotta dell’intera Umma, la comunità dei fedeli islamici, contro “l’oppressione, la tirannia e l’arroganza occidentale”, che ricorda quanto dichiarato dal profeta Maometto in risposta a una domanda di un suo Compagno su quale fosse la migliore forma di jihad: “Dire una parola di verità al cospetto di un tiranno”. Non a caso, prima di lanciare i loro slogan contro l’America, i salafiti che hanno assaltato le ambasciate al Cairo e a Bengasi dichiaravano all’unisono: “Non vi è altro dio all’infuori di Allah e Muhammad è il suo messaggero”, innalzando la bandiera nera su cui è riportata questa testimonianza di fede. Proprio tale bandiera è la stessa utilizzata da tutte le formazioni jihadiste per chiedere il ritorno del Califfato: un’unità islamica globale e solidale, in nome dell’Islam come religione e Stato.”

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Letteratura

Luce che penetra nell’anima

“A volte, nel buio, mi avvicino, passo a passo, verso l’orlo di un precipizio, ma se sbuco su una strada maestra tiro un respiro di sollievo. Anche quando penso di non farcela, conosco la bellezza della luce della luna, lassù. Una luce che penetra nell’anima” (Banana Yoshimoto, Kitchen)

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Pubblicato in: Etica, Religioni, Storia

La Francia ferma le proteste

Altro articolo interessante preso da Il sussidiario.

“Mentre nel resto del mondo le proteste per il film Innocence of Muslims pian piano sembrano placarsi,drapeau-france.jpg in Francia un’iniziativa del premier Jean-Marc Ayrault rischia di rinfocolare la tensione. E’ stato disposto il divieto, infatti, di protestare, a Parigi, contro il film ritenuto dai fedeli islamici blasfemo. «È stata presentata una richiesta di manifestazione, ma sarà seguita da un divieto», ha dichiarato Ayrault, facendo presente che la Repubblica non alcuna intenzione di lasciarsi intimidire. Così, mentre il settimanale satirico francese Charlie Hebdo ha pubblicato oggi diverse vignette su Maometto e per precauzione, venerdì, saranno chiuse decine di scuole e ambasciate in una ventina di paesi islamici, Ayrault ha ribadito che in Francia è «garantita la libertà d’espressione, compresa la libertà di satira». Chi si sente offeso dal film o dalle vignette, ha concluso, potrà rivolgersi ai tribunali. Khaled Fouad Allam, islamologo e profondo conoscitore dei recenti fenomeni relativi al mondo musulmano (ha appena pubblicato Avere vent’anni a Tunisi e al Cairo. Letture delle rivolte arabe, Marsilio), ci spiega come interpretare la decisione francese.

Che idea si è fatto, anzitutto, della vicenda legata al film e alle successive sommosse?

Da una parte, non possiamo non registrare come il film rappresenti un’offesa per popoli musulmani e per l’Islam, che reputano Maometto persona sacra e inviolabile; d’altro canto, le manifestazioni non sono nient’altro che il frutto di una strategia politica di alcuni movimenti e gruppi radicali che, nel contesto delle primavere arabe, cercano di sfruttare l’occasione per esacerbare i rapporti tra le parti. E’ la prima volta, del resto, che i gruppi in causa si trovano al potere. E sono costretti a confrontarsi con la democrazia, con minoranze, diritti, e diverse religioni.

Chi, in particolare, trae vantaggio dalla situazione?

Siamo in una fase di incognite rispetto al futuro dei Paesi islamici che devono decidere la forma di governo e le istituzioni che assumeranno nei prossimi anni; in un tale scenario di incertezza, i salafiti cercano di creare scompiglio per contare, nel futuro delle società islamiche, il più possibile.

Che impressione le suscita la decisione della Francia?

Forse, sarebbe l’ora che si iniziasse a distinguere, a livello concettuale, la sana laicità dall’esasperazione degli effetti della secolarizzazione. D’altro canto, è pur vero che la Francia moderna si è costituita contro la sua stessa identità religiosa. Sta di fatto che Parigi, fino a pochi decenni fa una delle “capitali” del mondo arabo in occidente, non è più in grado di governare il rapporto tra identità e religione dei suoi abitanti, perché intrappolata in una visione ideologica del concetto di laicità tipicamente francese; tale visione afferma, in sostanza, che la religione deve essere relegata unicamente nella sfera privata. Ovvero, a casa propria. Se questo concetto, di per sé sbagliato, era tuttavia sostenibile a livello pratico fino a trent’anni fa, oggi non lo è più.

Perché?

Il mondo è cambiato, e sotto impulso della globalizzazione la Francia ha al suo interno diverse popolazioni che, ormai, fanno integralmente parte del Paese. Ci sono milioni di persone con la cittadinanza francese che si professano islamici, ma anche buddisti, animisti, indù e via dicendo.

Tornando alla manifestazione: cosa si sarebbe dovuto fare?

La satira è nata nel periodo della Rivoluzione francese, proprio in Francia, dove nessuno mette in discussione la libertà d’espressione. I suoi contenuti possono rattristare un’intera popolazione, ma questo fa parte della stessa democrazia. Ora, se viene accettato un tale principio, coerenza vorrebbe che si accettasse anche il risvolto della medaglia. Che si consentisse, cioè, a chi è contrario, di poter manifestare il proprio pensiero.

Quindi?

Si doveva permettere a chi voleva protestare di farlo. Ovviamente, mettendo in piedi le dovute misure di sicurezza, e consentendo di manifestare unicamente a chi intendeva farlo pacificamente. Vietare la manifestazione, oltretutto, fa il gioco dei salafiti; consente loro di giustificare, in seno alla comunità islamica, l’odio contro l’occidente. Questi episodi, infine, creano sacche di emarginazione e incomunicabilità dentro la nazione.”

Pubblicato in: Etica, Religioni, Scuola

Campi del sapere non adatti alla natura femminile

Stamattina, in una quinta stavamo leggendo alcuni articoli di approfondimento sulle proteste nel mondo islamico e abbiamo dato un’occhiata ad alcuni siti per controllare se ci fossero aggiornamenti. Ci siamo imbattuti in questo articolo preso da Linkiesta. A me sono venute in mente le emozioni provate durante la lettura di Persepolis…

donne_iran.jpg“Alcuni studenti hanno già ricominciato, altri inizieranno nelle prossime settimane. Le università di tutto il mondo stanno riaprendo le proprie aule, salutando l’inizio di un nuovo anno accademico. Per moltissime ragazze iraniane, però, l’istruzione universitaria rischia di rimanere un sogno irrealizzato. Sono ben trentasei, infatti, gli atenei che, nella Repubblica Islamica, hanno vietato l’accesso alle donne. Una brutta “novità” che limita ancora di più i diritti riservati agli individui di sesso femminile nel Paese di Mahmoud Ahmadinejad. Settantatasette i corsi di laurea interessati dal divieto, spiega l’agenzia di stampa nazionale Mehr News Agency. Tra le materie accessibili soltanto agli uomini, specifica il sito Rooz Online, ci saranno contabilità, ingegneria e chimica. Tra gli atenei che vieteranno l’accesso alle donne ci sarà anche l’Università di Teheran, la più grande del Paese. Anche qui saranno affette soprattutto materie scientifiche, come la matematica, la selvicoltura e la biologia, e i corsi di laurea dedicati all’insegnamento della gestione del petrolio. Continua l’emarginazione sistematica delle donne da parte del governo retto dal Presidente Mahmoud Ahmadinjad, che soltanto un anno fa aveva imposto la separazione di maschi e femmine all’interno degli atenei. Secondo Abolfazl Hasani, dell’Istituto iraniano di Educazione, “alcuni campi del sapere non sono adatti alla natura femminile”. Una situazione resa ancora più paradossale da un dato, pubblicato dal New York Times, secondo cui le donne rappresenterebbero il 60 per cento degli studenti totali iscritti alle università del Paese medio-orientale. Una situazione, quella della donna in Iran, sempre più difficile: le repressioni degli ultimi anni, infatti, hanno fatto svanire anche le pochissime conquiste ottenute all’inizio del decennio scorso. Chi non indossa “propriamente” il velo, in Iran, rischia fino a 100 frustate in pubblico. E secondo il leader spirituale del Paese, Ali Khameini, le donne non hanno nemmeno diritto a compiere attività politica, né a partecipare ad attività sociali. Troppo fragili per assumersi qualsiasi tipo di responsabilità al di fuori di quelle legate all’educazione dei figli ed all’impegno casalingo. Una vita segnata, senza possibilità di svolta: e la chiusura degli accessi universitari è un ulteriore passo in questa direzione.”

Pubblicato in: Scuola

Ci devo tornare?

Se qualcuno ce l’ha fatta a starmi dietro oggi, si merita un sorriso :-)))

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