Pubblicato in: musica

Sulle montagne russe con loro…

Un testamento spirituale, un saluto ai fans: così è stato spesso definito il videoclip di “These are the days of our lives”, l’ultimo girato dai Queen in compagnia di un Freddie Mercury già visibilmente indebolito dall’Aids, che lo porterà alla morte da lì a sei mesi. Freddie canta di un tempo passato, quello della spensieratezza, della gioventù e della pazzia, del sole e del divertimento, con poche cose negative di cui preoccuparsi: quei giorni sono finiti, ma il ricordo vi ritorna con piacere e vorrebbe “mettere indietro le lancette dell’orologio… fermare la marea del tempo” per fare, magari, anche un semplice giro sulle montagne russe. I giorni della vita stanno finendo, ma “alcune cose restano”: le relazioni significative, i rapporti costruiti, l’amore. Quando ascolto questa canzone mi sembra di mandare indietro quelle lancette, fermare la marea, salire su un vagoncino delle montagne russe in compagnia di tutti gli amori che ho incontrato e che non sono più davanti agli occhi ma dentro il cuore.

A volte mi sento come se

fossi tornato ai vecchi tempi, molto tempo fa,

quando eravamo ragazzi, quando eravamo giovani:

tutto sembrava così perfetto, sai?

Quei giorni erano senza fine, eravamo pazzi, eravamo giovani,

il sole splendeva sempre, vivevamo solo per divertirci

A volte sembra che dopo, come dire,

il resto della mia vita sia stato solo uno spettacolo.

Quelli erano i giorni della nostra vita,

le cose negative della vita erano poche

Quei giorni sono tutti finiti ora, ma una cosa è certa:

quando ci penso e ti rivedo ti amo ancora

Non si possono mettere indietro le lancette dell’orologio,

non si può fermare la marea del tempo

Non è un peccato?

Mi piacerebbe tornare indietro almeno una volta

per fare una corsa sulle montagne russe

Quando la vita era solo un gioco

è inutile sedersi e pensare a ciò che si è fatto

quando puoi distenderti e vederlo attraverso i tuoi bambini

A volte sembra che dopo, come dire,

sia meglio sedersi e lasciarsi portare dalla corrente

Perché questi sono i giorni della nostra vita

Scivolati velocemente via col tempo

Questi giorni sono tutti finiti adesso, ma alcune cose restano

Quando ci penso e trovo che niente è cambiato

Quelli erano i giorni della nostra vita, yeah

Le cose negative della vita erano poche

Quei giorni sono tutti finiti ora, ma una cosa è ancora certa

Quando ci penso e ti rivedo, ti amo ancora

Ti amo ancora

Pubblicato in: cinema e tv, Filosofia e teologia, Letteratura

Il capitano della mia anima

Ieri sera mi sono abbattuto sul divano e mi sono goduto il passaggio in tv del film di Clint Eastwood “Invictus”. Ne avevo sentito parlare, ma non lo avevo ancora potuto apprezzare. Lo consiglio e pubblico la poesia di William Ernest Henley che il protagonista del film, Nelson Mandela, usava per alleviare le pene e i dolori degli anni di incarcerazione dell’apartheid. E’ preferibile la traduzione di Invictus con imbattuto piuttosto che con invincibile. Nel video la sequenza della poesia in una traduzione diversa dalla sottostante.

Dal profondo della notte che mi avvolge,

Buio come il pozzo più profondo,

Ringrazio qualsiasi dio esista

Per la mia anima indomabile.

 

Nella feroce stretta delle circostanze

Non ho sussultato né ho gridato forte

Sotto i colpi d’ascia della sorte

Il mio capo è sanguinante, ma indomito.

 

Oltre questo luogo d’ira e di lacrime

Si profila il solo Orrore delle ombre

E ancora la minaccia degli anni

Mi trova, e mi troverà, senza paura.

 

Non importa quanto stretto è il passaggio,

Quanti castighi dovrò ancora sopportare,

Io sono il padrone del mio destino:

Io sono il capitano della mia anima.

Pubblicato in: cinema e tv

Il mondo di Tim Burton

Il mondo di Tim Burton mi ha sempre affascinato e ieri ho letto questo articolo che ho salvato col proposito di metterlo sul blog. Eccolo, arriva da Avvenire e ne è autrice Alessandra De Luca.

frankenweenie-Sparky.jpg

“E pensare che la Disney nel 1984 lo licenziò perché il suo cortometraggio live action Frankenweenie, che in 35 minuti anticipava personaggi e ambienti di tutto il suo cinema a venire, era considerato troppo dark. Sostanzialmente inadatto ai bambini. «Walt non avrebbe mai approvato…» era la tipica frase con cui bocciavano le sue idee nella Major di Topolino. Eppure i cartoon gotici di Tim Burton, da Nightmare Before Christmas a La sposa cadavere, che pure non sono adatti ai più piccoli, ai bambini piacciono per la struggente, malinconica poesia di cui sono intrisi fino all’ultimo fotogramma. Diciotto anni dopo il 54enne Burton, che nel frattempo ha abbandonato California, troppo assolata, per trasferirsi nella piovosa Londra, dove vive con la moglie Elena Bonham Carter, madre dei suoi figli, ha ripreso in mano quel ragazzino, Victor, capace di riportare in vita il cagnolino Sparky investito da una macchina per realizzare questa volta un lungometraggio di animazione a passo uno, vale a dire a pupazzi animati, in bianco e nero e in 3D. Prodotto, ironia della sorte, proprio dalla Disney e realizzato negli studi londinesi di 3 Mill da noi visitati, dove straordinari artigiani hanno ricostruito in tre teatri di posa settantacinque set in miniatura, zeppi di piccoli arredi e oggetti che danno forma alle visioni del regista, il nuovo Frankenweenie può contare su un centinaio di pupazzi, piccoli gioielli di ingegneria meccanica nati da minuziosi disegni dello stesso Burton e formati da uno scheletro di metallo che consentono anche i più piccoli movimenti. Vengono poi ricoperti da morbida gommapiuma, dipinta e rivestita di piccoli abiti e parrucche. Un secondo di film richiede anche tre giorni di lavorazione. La storia del film è ormai piuttosto nota: nel suo laboratorio in soffitta Victor ha appena scoperto come resuscitare il suo amico a quattro zampe e vorrebbe che questo rimanesse un segreto. Ma i suoi amici finiscono per scoprirlo e ognuno di loro ricrea il proprio mostriciattolo domestico che diventa però lo specchio della mostruosità dei rispettivi creatori. All’origine di tutto c’è naturalmente uno dei classici della letteratura e del cinema horror, ovvero Frankenstein. «Ero un bambino quando ho visto il film – dice Burton divertito – e i mie genitori erano molto preoccupati perché non ero affatto spaventato. Mi stava a cuore riflettere sull’idea che quello che crei può essere buono o cattivo, perché è l’emanazione della tua personalità. Sparky è l’unica creatura rinata dall’amore». E Sparky, il cui scheletro comprende una cinquantina di giunture, è stato senza dubbio il personaggio più difficile da animare.

Tra gli ambienti più affascinanti invece il cimitero degli animali e la tipica casa dei sobborghi americani con prato, piscina e barbecue. «Nella mia cittadina che ho battezzato New Holland -–spiega il regista – abbiamo ricostruito gli oppressivi sobborghi californiani degli anni Sessanta e Settanta, quelli che ho vissuto da bambino e adolescente e che continuano a ricorrere nei miei incubi, non solo cinematografici. Ambienti tutti uguali e senza stagioni, apparentemente tranquilli, ma tra quelle serene mura domestiche, tra l’erba di giardini perfetti trovano spazio emozioni violente. Ad inquietarmi sin da bambino, ed io ero un bambino piuttosto solitario, alieno e incompreso, è sempre stato il contrasto tra i luoghi e le persone, il fatto che spesso è proprio l’impeccabile tranquillità a generare mostri. Vi assicuro che a guardare la scuola di New Holland, che tanto assomiglia a quella che frequentavo a Burbank, mi vengono i brividi». Non sfugge poi una delle grande sfide del film: abbinare il modernissimo 3D a una tecnica vintage come quella della stop motion proporre al pubblico dei più giovani un film in bianco e nero. «Può sembrare una follia – ammette Burton – ma la tecnica e lo stile del film devono essere coerenti con la sua storia e questa storia non poteva che essere realizzata con i pupazzi animati. E il 3D aiuterà il pubblico a entrare con più facilità nel nostro mondo. Il bianco e nero inoltre potrebbe essere per i bambini una nuova, fantastica scoperta».”

Pubblicato in: Filosofia e teologia, Scienze e tecnologia

Alla fine tornerai indietro

In alcune quarte abbiamo parlato delle NDE, le Near Death Experiences. Ho trovato un interessante articolo di Emanuela Di Pasqua sul Corriere.

“Il professor Eben Alexander era sempre stato scettico a proposito di vita ultraterrena e3407624192_5fe7e998fd.jpg dei racconti di esperienze extracorporee che gli venivano fatti dai suoi pazienti. Ma da quando nel 2008 rimase in coma sette giorni a causa di una rara forma di meningite la sua opinione è parecchio cambiata. La sua storia è finita sulla copertina di Newsweek, ma anche in un libro intitolato significativamente “Proof of Heaven” (“La prova del paradiso”, che uscirà il 23 ottobre), e racconta di un’esperienza durante la quale il medico cinquantottenne ha visitato quello che lui stesso definisce un luogo «incommensurabilmente più in alto delle nuvole, popolato di esseri trasparenti e scintillanti».

Una mattina dell’autunno del 2008 Alexander si svegliò con un feroce mal di testa e di lì a poco venne ricoverato d’urgenza in uno degli ospedali dove aveva lavorato, il Lynchburg General Hospital in Virginia. Qui gli venne diagnosticata una meningite batterica da Escherichia Coli, una patologia tipica dei neonati, che in poche ore lo condusse al coma. Per sette giorni il neurochirurgo statunitense rimase tra la vita e la morte e le frequenti TAC cerebrali e le accurate visite neurologiche dimostrarono una totale inattività della sua neocorteccia (nell’uomo rappresenta circa il 90 per cento della superficie cerebrale e viene considerata la sede delle funzioni di apprendimento, linguaggio e memoria). Ma mentre Eben Alexander giaceva immobile e privo di conoscenza, sperimentava anche un vivido e incredibile viaggio destinato a cambiare la sua esistenza. Tutto ha avuto inizio «in un mondo di nuvole bianche e rosa stagliate contro un cielo blu scuro come la notte e stormi di esseri luminosi che lasciavano dietro di sé una scia altrettanto lucente». Secondo Alexander catalogarli come uccelli o addirittura angeli non renderebbe giustizia a questi esseri che definisce forme di vita superiore. In questa dimensione, arricchita da un canto glorioso, l’udito e la vista sono diventate un tutt’uno. Come ha raccontato a Newsweek il medico americano: «potevo ascoltare la bellezza di questi esseri straordinari e contemporaneamente vedere la gioia e la perfezione di ciò che stavano cantando». Per buona parte del suo viaggio Alexander è stato accompagnato da una misteriosa ragazza bionda dagli occhi blu, che l’uomo racconta di avere incontrato per la prima volta camminando su un tappeto costituito da milioni di farfalle dai colori sgargianti. Nella memoria del neurochirurgo la giovane aveva uno sguardo che esprimeva amore assoluto, ben al di sopra di quello sperimentabile nella vita reale, e parlava con lui senza usare le parole, inviando messaggi «che gli entravano dentro come un dolce vento». Eben Alexander ne ricorda tre in particolare. Il primo era «tu sei amato e accudito», poi «non c’è niente di cui avere paura» e infine «non c’è niente che tu possa sbagliare». Ma l’accompagnatrice del medico aggiungeva anche: «Ti faremo vedere molte cose qui. Ma alla fine tornerai indietro».

Proseguendo il cammino l’autore di Proof of Heaven è infine giunto in un vuoto immenso, completamente buio, infinitamente esteso e confortevole, illuminato solo da una sfera brillante, «una sorta di interprete tra me e l’enorme presenza che mi circondava. È stato come nascere in un mondo più grande e come se l’universo stesso fosse un gigantesco utero cosmico. La sfera mi guidava attraverso questo spazio sterminato». Non si tratta certamente del primo caso di quello che gli anglosassoni chiamano Near Death Experience (esperienze ai confini della morte), ma di certo turba il fatto che a raccontarla sia un affermato docente di neurochirurgia, da sempre dichiaratosi scettico al proposito. «Mi rendo conto di quanto il mio racconto suoni straordinario, e francamente incredibile – ha dichiarato Eben Alexander -; se qualcuno, persino un medico, avesse raccontato questa storia al vecchio me stesso, sarei stato sicuro che fosse preda di illusioni. Ma quanto mi è capitato è reale quanto e più dei fatti più importanti della mia vita, come il mio matrimonio o la nascita dei miei due figli».