Pubblicato in: Etica, Scienze e tecnologia

Una medicina dal volto umano

Gianni Bonadonna è un oncologo a cui un ictus ha fermato la possibilità di operare ma non di pensare. In un’intervista di Sara Gandolfi, su Sette, afferma:

Cosa significa essere un buon medico?

bonadonna07.jpg«La medicina è nettamente cambiata nel corso degli ultimi decenni grazie alle nuove tecnologie. Oggi il medico ha a disposizione un vasto campo di trattamenti farmacologici e quelli chirurgici si fanno più audaci. Avanzamenti tecnologici che però hanno creato miti e illusioni: al medico il mito di essere diventato onnipotente, al pubblico l’illusione che per ogni malattia ci sia un rimedio per guarire, subito. La medicina deve tornare a essere umana. È tempo di iniziare a insegnare sin dall’università a entrare nel mondo delle malattie come sono vissute dai pazienti. L’obiettivo principale della professione medica rimane quello di rendere un servizio all’umanità. Facendo tesoro degli errori passati e presenti, dovremo riconsiderare che abbiamo a che vedere con esseri umani e non soltanto con molecole.

Cosa ha il diritto di chiedere un paziente?

«Il malato ha il diritto di conoscere e decidere, di autodeterminare le proprie scelte. Il medico deve rispettare i diritti del paziente senza atteggiamenti autoritari e paternalistici, fornire con tatto e sincerità gli elementi necessari perché il malato partecipi con maggior consapevolezza alle procedure di diagnosi e cura e, quando richiesto, a uno studio terapeutico. La medicina per i clinici come per i pazienti deve restare un’arte, un modo d’incontrarsi e dialogare tra persone, non un contatto accidentale e frettoloso».

Per “mettersi nei panni” di un paziente, un medico deve ammalarsi?

«Non necessariamente. Ci sono medici più sensibili. Il medico deve saper infondere al malato fiducia per le cure che gli somministra, speranza di guarigione e soprattutto fargli sentire che non lo considera solo un numero ma una persona a tutto tondo. Un bravo medico non fa sentire abbandonato il malato, l’attenzione e l’ascolto sono una grande cura. Alcuni medici lo sanno: dai pazienti imparano il significato della vita, capiscono il peso della sofferenza».

È il medico o il paziente che deve decidere “quando fermarsi”?

«Il medico deve informare con tatto il paziente quando non vi è più possibilità di alcun trattamento efficace. In questo caso farlo vivere nel modo più dignitoso possibile è un atto di umanità, evitandogli l’accanimento terapeutico, cure inutili, le sofferenze evitabili. È l’alleanza medico-paziente che farà prendere la decisione corretta».

Pubblicato in: Etica, Storia

L’inferno in terra

Quello che posto è un articolo di Ettore Mo, scritto per Sette. E’ un pezzo duro e crudo che parla di prostituzione infantile, di ricatti, di donne colpite dall’acido…

infanzia,india,prostituzione“”L’India è uno dei quattro Paesi più pericolosi del mondo per le donne”. Questa è la conclusione cui è giunto un team di scienziati ed esperti al termine di un’ampia e meticolosa inchiesta sulle condizioni socio-economiche del Paese. Affermazione che non manca di sorprendere, se si tiene conto che le tre più alte cariche dello Stato (presidente, primo ministro e speaker della Camera) fino a poco tempo fa erano in mani femminili, mentre è una donna il capo dell’opposizione. Ma esiste veramente un “campo” dove il fatto di essere donne e, come tale, esercitare la professione “più vecchia del mondo” comporta paure, rischi e pericoli che qui appaiono ancor più gravi che altrove: per cui non esiterei a includere il Bangladesh tra i quattro Paesi che costituiscono una perenne minaccia per il gentil sesso. E per conoscerlo meglio ho fatto un pellegrinaggio dal quartiere a luci rosse di Faridpur ai luoghi d’incontro della città di Daulatdia fino a quell’incantevole eremo che è l’isola di Bania Shanta, interamente popolata da prostitute. Non è quindi fuori luogo sostenere che il mercato del sesso è una delle fonti più cospicue dell’economia nazionale.

Tanto intensa è l’attività dei bordelli di Faridpur che, un giorno, il flusso dell’acqua nelle fogne cittadine è stato bloccato da una massiccia staccionata di preservativi. Ogni giorno a Daulatdia – il casino numero uno del Paese e uno dei più grandi del mondo – 1.600 “sex workers” – ovvero operaie del sesso – “smaltiscono” 3.000 clienti. La pressione esercitata sulle autorità di Dhaka per far chiudere i postriboli è finita nel nulla. Così come è fallito anche l’ultimo tentativo quando 10mila persone, istigate dagli integralisti islamici, si sono ammassate attorno al più grande bordello di Maridpur, che è anche il più longevo, coi suoi 150 anni, e dà lavoro a 500 ragazze. Per molte delle quali, il “mestiere” è una tradizione di famiglia, trasmesso in illo tempore dall’antenato alla bisnonna, quindi alla nonna e alla madre e giù giù sulle stesse ataviche lenzuola, fino alle nipoti e nipotine. Oggi, una mamma vende la propria figlia ai trafficanti del sesso (se il dato risponde a verità) per circa 20mila taka – circa 250 dollari – e questi provvedono a rivenderla, col dovuto compenso, al lupanare che ha bisogno di “carne fresca”, da dove non uscirà mai più. Chi rimane incinta – ciò che avviene spesso – spera di dare alla luce una bambina : che le resterà accanto fino all’ultimo giorno della sua vita e potrà così continuare la tradizione di famiglia. Non sembra esserci alternativa alla prostituzione, in Bangladesh: dove una bambina di neanche undici anni confessa di essere stata violentata da uno zio grosso e malvagio; o dove – da come riportano le cronache – le giovani e “maritalmente inappagate” signore dei postriboli, nascondono i piccoli sotto il letto affinché non sentano le urla e i gemiti del connubio con lo spasimante o col cliente di turno, che alla fine lascerà sul cuscino un bel mucchietto di taka. Nonostante le veementi proteste del clero e degli integralisti islamici, non sarebbero meno di 100mila le donne che nel Bangladesh offrono sesso a pagamento: che in media possono contare su una ventina di clienti per settimana. In pieno sviluppo l’industria dei preservativi, che avrebbe ridotto al minimo gli “incidenti sul lavoro” delle ragazze, il cui ingresso nelle “case chiuse” non sarebbe consentito prima dei 14 anni, anche se una legge del 1982 lo posticipa ai diciotto.

Ma quello dei 300 bambini che vivono tuttora nei bordelli accanto alle loro mamme, completamente ignari delle ragioni che li hanno costretti a trascorrere la propria infanzia in uno spazio tanto limitato e triste, è il dramma che più intenerisce e allo stesso tempo ti sconvolge: anche perché molti di loro sono vittime non solo della vicenda della prostituzione ma anche della guerra scatenata da mariti, amanti e fidanzati respinti che hanno deturpato per sempre il volto delle loro donne, alterandone orribilmente i lineamenti con spruzzate di acido solforico. Un gioco diabolico e crudele che produce un’infinità di mostri. Si raccontano storie incredibili: come quella di Durjoy, un bimbo di appena un mese nutrito con acido nel biberon e costretto a respirare attraverso un buco che gli era stato aperto in gola. Ma nessuno – ha ammesso la madre, Etie Rani – è stato assicurato alla giustizia e punito per un simile reato, per cui è prevista, dal 2002, la condanna a morte, anche se ogni anno vengono segnalati non meno di cinquecento attacchi contro minori. Il ricorso all’acido è un fenomeno in continua espansione fra i criminali del Bangladesh che cercano le loro vittime soprattutto fra i bambini e le donne. E non di rado i delitti vengono commessi fra le pareti domestiche: come è accaduto a una donna di 21 anni, Hawa Akther, sposata, cui il marito – Rafiqui Islam – ha tranciato di netto le dita della mano destra perché s’era iscritta a un corso di studi senza il suo permesso ed era evidentemente geloso del suo successo scolastico. Aveva preparato e compiuto con calma e precisione la sua operazione punitiva: legata e imbavagliata la moglie, si è servito di una scure da macellaio e ha buttato nel bidone della spazzatura quanto restava delle dita recise sotto le nocche, in modo che non potesse mai più dilettarsi con la scrittura. L’accusa che siano talvolta le donne stesse a provocare gli attacchi con un comportamento frivolo e disinibito come insegnano certi manuali sull’arte della seduzione, francamente non regge. «La nostra faccia è il nostro destino», commenta Monira Rahman, dello Asf (Acid Survivors Foundation) in funzione dal 2004. «Quando la si cambia, anche il nostro destino cambia. Le donne e le ragazze sono spesso così cheap (di poco valore) che gli uomini hanno la sensazione di poterle manipolare e distruggere come vogliono». Nei 17 bordelli del Bangladesh, tutti legalmente autorizzati a svolgere la propria attività, le ragazze più giovani, generalmente mingherline, prendono una pillola per dare maggiore consistenza e rotondità al proprio fisico, la stessa pillola che si dà alle mucche, appunto “cow pill”, pillola delle vacche, o meglio ancora, per rispettare il linguaggio scientifico, Oradexon. La sensazione che ho avuto, credo condivisa dal fotografo Luigi Baldelli, in questo esotico (ma non in senso estetico) pellegrinaggio tra bordelli urbani e rurali, è di una umanità sofferente e quieta, rassegnata al proprio destino. Il primo bordello in cui approdiamo è in realtà un villaggio molto esteso, di case basse a un solo piano con tetti di lamiera arroventati dal sole e lacere tende invece della porta e senza neanche una finestruola che faccia entrare un po’ di luce. Alcune abitazioni hanno i piedi in acqua, e lungo il selciato vedi donne che lavano energicamente i propri indumenti mentre altre indugiano in chiacchiere sui pontili e sulle barche.

Dalla capitale Dhaka sono sufficienti cinque ore di macchina per raggiungere Shatkira, città del Meridione che qualcuno ha definito «museo delle sfigurate poiché nelle sue strade passeggiano non poche donne sul cui volto l’acido degli integralisti fanatici ha lasciato tracce. Alcune sono rimaste completamente cieche, altre totalmente sorde ed è molto difficile», commenta amaramente il Dr. Samanta Lal Sen, primario del Dhaka Medical College Hospital, «che si riesca a restituire la fisionomia originale a una donna o a un uomo i cui volti abbiano subito oltraggi e alterazioni davvero spaventose». È comunque molto amara la constatazione di Amiruzzaman, funzionario di ActionAid, la grande organizzazione non governativa, quando affronta il problema della condizione delle donne nel Bangladesh, «ritenute fra le più disperate del mondo», e aggiunge che gran parte della responsabilità «debba essere attribuita all’immobilismo di un governo e di istituzioni che non hanno alcuna intenzione di ridimensionare il ruolo del maschio, che qui non ha una moglie ma una schiava, come sono schiave le sue figlie e come lo saranno le sue nipoti». Sarebbe tuttavia scorretto ignorare che ci sia stato qualche non lieve cambiamento: solo qualche anno fa sembrava impossibile che in queste remote regioni asiatiche la donna potesse accedere all’università o che il suo salario fosse equiparato a quello del marito fino all’ultimo centesimo. Tuttavia ancora sopravvive il maschio che taglia le dita alla moglie perché non gli ha chiesto il permesso di frequentare l’università.

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Libertà e democrazia

In classe abbiamo parlato a lungo proprio di quello di cui scrive su Sette Stefano Jesurum. L’argomento è ancora il video Innocence of Muslims. Ecco un interessante estratto dell’articolo.

“… l’involontario cortocircuito credo imponga di ragionare su un tema vitale per le nostreislam, democrazia, tolleranza, laicità (e le loro) società: il rapporto tra sensibilità cultural-religiosa e democrazia come libertà di espressione. Perché la reazione dei fondamentalisti che hanno devastato e ucciso non ha affatto per bersaglio stupide vignette o pellicole blasfeme bensì la natura stessa degli Stati che ne permettono la diffusione e non esercitano la censura: le democrazie appunto. Ciò che sarebbe necessaria, dunque, è una profonda primavera araba delle idee. Tuttavia è pur vero che, lo ha ricordato Branca (Paolo, docente di Islamistica all’Università Cattolica di Milano), la libertà va sempre coniugata con la responsabilità. O ci serve forse una legge che dica fino a che punto è legittimo insultare gli altri? O vogliamo educare i giovani a fare ciò che passa loro per la testa ignorandone le conseguenze? Sono interrogativi non più rimandabili, che tornano a riproporsi ciclicamente attraverso fatwe come la condanna a morte di Salman Rushdie per i suoi Versi satanici, insurrezioni e sgozzamenti per vignette danesi o francesi che siano, pellicole e altro materiale più o meno volgarmente in contrasto con l’aniconismo, che non è prerogativa unicamente dell’Islam. Non si tratta affatto di scusare chi considera la laicità un peccato da punire con la morte né tanto meno di tacere di fronte alle farneticazioni criminali di sedicenti guardiani di non si sa quali ortodossie. Si tratta però di non cadere negli stereotipi, evitando l’insensata paura, evitando di vivere l’arabo come popolo truce che brandisce la scimitarra contro il mono esterno. Anche perché, constata il professor Branca, loro sono un miliardo e mezzo, e se fossero tutti come quelli che hanno infiammato le piazze noi non saremmo qui a parlarne.”

Pubblicato in: Etica, Religioni, Scienze e tecnologia

Prosecco halal

“Cosa si perde chi non l’ha mai provato” mi ha detto poco tempo fa, a una cena, un amico che stava sorseggiando un prosecco. Devono averlo pensato anche i fratelli Polegato, che si sono inventati lo spumante halal. Questo qui sotto è un estratto dell’articolo intero.

zerotondo.jpg“Metti una sera un gruppo di extracomunitari a degustare vino insieme a un produttore trevigiano, e nasce lo spumante ‘Halal’. Non un vero e proprio vino, in realtà, ma un succo d’uva spumante rigorosamente biologico. Un prodotto capace quindi di andare incontro alle esigenze religiose degli islamici, ma anche di aprire nuovi mercati per il Prosecco trevigiano. E’ la nuova idea di Astoria Vini, azienda di Refrontolo (Treviso) guidata dai fratelli Paolo e Giorgio Polegato, che lanciano in questi giorni ‘Zerotondo’, spumante che può fregiarsi del marchio ‘Halal’, l’ente che certifica i prodotti conformi alle regole islamiche di liceità (halal). Idea che nasce da una serata, ma soprattutto dal rapporto particolare che da sempre lega l’azienda con le varie realtà etniche presenti sul suo territorio e che negli anni l’ha vista protagonista di numerose campagne sociali e iniziative con le comunità multiculturali. “Abbiamo sempre avuto -racconta a Labitalia Paolo Polegato- un approccio multiculturale con il territorio. E un giorno abbiamo organizzato con un ristorante arabo di Treviso un corso per sommelier dedicato ad extracomunitari, ma tra i partecipanti ovviamente c’è stato chi si è rifiutato di assaggiare i vini in degustazione. Così, abbiamo pensato di realizzare uno spumante analcolico che potesse essere bevuto anche da loro. Da qui abbiamo sviluppato un progetto anche commerciale, destinato al consumo da parte dei musulmani presenti sul nostro territorio, ma anche all’esportazione nei paesi arabi”. E lo spumante ha già dato vita a un nuovo aperivito, ‘Tondospritz’, dove ‘Zerotondo’ viene miscelato con un bitter concentrato analcolico: uno spritz analcolico, insomma, destinato soprattutto ai giovani.”