Un credente filosofo di 85 anni

Scrive Jacopo Tondelli, direttore de Linkiesta:

“Una scelta che sta chiusa nel segreto di una coscienza. Di credente, di prete, di papa, bendetto xvi, dimissioni papa, chiesa, fedevescovo e di pontefice. Oltre il banalismo imperante e il vaticanismo dell’era di Twitter. Oltre la tentazione facile di trasfigurare la rinuncia di Benedetto XVI dentro categorie terrestri e mondane. Oltre il bisogno, anche il dovere se volete, di cercare il dettaglio decisivo nello scandalo insabbiato dello Ior. C’è un “oltre” che prende per mano l’uomo laico, e lo porta lungo l’abisso della fede, crinale incomprensibile e scandaloso e che interroga le coscienze di tutti, credenti e non. Perché provare a entrare nel cuore del credente Joseph Ratzinger è impresa titanica anche per chi sia dotato di grande fede, figuriamoci per tutti gli altri, per gli atei appesi a un “filo di fede” e per quanti questo filo lo hanno perduto o non l’hanno mai trovato. Eppure questa immedesimazione impossibile è l’unica via per provare a illuminare, magari fraintendolo, il percorso umano e la scelta di Joseph Ratzinger. Un credente filosofo di ottantacinque anni che da quando ne aveva venti si è dedicato a una missione intellettuale e di fede, alla comprensione e alla teoresi, allo studio di chi cerca di capire e sostenere con la ragione, fino a dove si può, i misteri della fede. Sapendo il limite dell’intelletto, dell’uomo, e la necessità e il bisogno di affidarsi e credere a quello scandalo della storia che è la morte e resurrezione di Gesù Cristo, e credendo – profondamente, coerentemente – alla Chiesa come incarnazione imperfetta eppure ineludibile del popolo di fedeli nella storia.

Capire, credere, essere Chiesa. Potremmo dunque definire così, in tre concetti rapidi e convenzionali, certo incapaci di restituire decenni di percorso che vivono per definizione l’eredità di millenni, il dna di quest’uomo che ieri ha scosso la storia come fosse un grande albero che pareva inamovibile. Con la forza del simbolo, alla faccia di chi credeva che la forza evocativa della Chiesa di oggi potesse darsi solo nelle adunate oceaniche del suo predecessore. È in questo percorso che dobbiamo provare a entrare se vogliamo guardare con le lenti giuste la rivoluzione di Ratzinger. Un uomo che è arrivato a guardare fin nelle viscere più profonde la fragilità della Chiesa cattolica, del suo esempio, della sua storia, del suo pensiero teologico e delle sue più profonde e radicali contraddizioni. Un uomo che per ventiquattro anni ha custodito, dai vertici della Congregazione per la Fede, l’ortodossia della dogmatica e poi, dal soglio Pontificio, ha guidato la Chiesa, la diocesi di Roma, il potere vaticano. Lo ha guidato, combattendone le incrostazioni, chiamando col loro nome le perversioni e i delitti (come la pedofilia e la corruzione) che sembravano un contagio virale dentro la sua Chiesa. Quella Chiesa senza la quale – il magistero di Ratzinger è rigorosissimo e fortemente tradizionale, in questo senso – non si dà la pienezza della fede in Cristo. E proprio qui – perdonerete queste congetture, fallibili certo, ma attente a non sfiorare l’empietà – stanno i nodi dell’abisso che ha portato Benedetto XVI decidere di essere il primo “ex Papa” della modernità. In questa indispensabilità della Chiesa, di quella Chiesa che Ratzinger sentiva il bisogno di rivoluzionare per riportarla alla pienezza della rivelazione, sta la vertigine di un cortocircuito che spaventa. Proprio nel suo frugare con il rigore dell’intellettuale e con il fervore di chi aveva dedicato un’esistenza intera a sostenere con l’intelletto il percorso della fede in Cristo e nella Chiesa, Benedetto XVI è arrivato sull’orlo di un baratro: e se i vertici della Chiesa, vera incarnazione di Cristo, fossero invece diventati una calcificazione troppo spessa, quasi un diaframma che tiene lontana la fede? Avrà pensato con tormento – su questo ha senso scommettere – alla sua sconfitta più grande: la bonifica dello Ior che aveva affidato a Ettore Gotti Tedeschi, espulso con infamie, come fosse un corpo estraneo, dal blocco vaticano che risponde alla segreteria di stato del cardinale Tarcisio Bertone. Avrà pensato all’umiliazione di uno scandalo senza confini, all’orrore della pedofilia, dentro alla Chiesa fondata da chi ammoniva: «Chi dà scandalo ai bambini, meglio per lui sarebbe che fosse gettato con una pietra al collo nel mare». Avrà pensato al limite, umanissimo, di chi per primo ha visto la realtà e l’ha nei limiti del possibile resa pubblica, invece di nasconderla dietro a un patto del silenzio che era solo ipocrisia, per poi ammettere che ciò che di cattivo e demoniaco c’era, nella sua Chiesa, era più forte della volontà di un Papa retto. Tanto che, commentando pochi mesi fa la guerra giusta di Joseph Ratzinger, un vecchio cardinale della Curia romana, uno che le ha viste tutte, sintetizzava così il quadro: «Qui dentro, il 30% sono corruttori, il 30% corrotti, il 30% impiegati in carriera, il 10% credenti. Ma solo il 2% sono santi».

E si è trovato così, Joseph Ratzinger, nudo e vecchio di fronte a un Crocifisso che taceva, ricordando ogni giorno alla sua Chiesa quell’atto fondativo, quella morte umiliante e tanto stridente con l’immagine di un ceto ecclesiale egemone che combatteva – tra l’altro – per non portare lo Ior a standard di trasparenza internazionali, arrivando in ritardo perfino sui più noti paradisi fiscali. Si è ritrovato, mentre il giorno ultimo si avvicinava a grandi passi, di fronte ai dilemmi di ogni vita, anche di quelle sostenute dalla fede più profonda, e fino all’abisso del dubbio, quello stesso dubbio di fede che assalì – perfino – Gesù Cristo inchiodato alla croce.

Lo immaginiamo, adesso, che conta i giorni che lo separano da quel silenzio, dai suoi libri, dalle messe celebrate in solitudine interrogando il buio delle chiese vaticane, ora illuminato dal sorriso pieno della fede, ora intorbidito dalla tentazione del dubbio e della memoria di nomi, volti, facce, empietà vestite di porpora. Lo vediamo immerso nella Parola, e ci piace sentirlo che ripete, tra sé e sé, quelle parole che San Paolo scrisse quando il martirio era già l’orizzonte, e che Benedetto XVI ha meditate diecimila volte nella sua lunga vita di cristiano: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione». In quell’ultimo giorno – il fedele Joseph lo sa – il Signore separerà i giusti dai traditori, i caldi dai tiepidi, i fedeli dagli empi. E la fede delle cose ultime, quelle che per il cattolico stanno dopo il transito terreno, sarà anche la sua pacificazione più profonda: dove ha fallito lui, grande uomo conscio di un’ancor più grande debolezza e irredimibile finitudine, non fallirà Lui. A quell’incontro di giustizia definitiva, di fede non riproducibile con le parole, si preparerà Joseph Ratzinger, ex Papa, e uomo giusto.

Lunga vita, Sua Santità.”

Tutto chiaro

Scrive Vittorio Messori sul Corriere:

“Ci sarà tutto il tempo per analisi, bilanci, previsioni. Oggi, ancora sconcertati, cercheremo solo di dare una possibile risposta a tre domande che ci sono subito sorte. Innanzitutto: perché, un simile annuncio, proprio in questo giorno di febbraio? Poi: perché in una riunione di cardinali annunciata come di routine? Infine: perché il luogo scelto per il ritiro da Papa emerito?

papa, bendetto xvi, dimissioni papa, chiesaRiflettendoci, dopo la sorpresa quasi brutale tanto è stata imprevista (e per tutti, nella Gerarchia stessa), mi pare si possano azzardare delle possibili spiegazioni. L’11 febbraio, ricorrenza della prima apparizione della Vergine a Lourdes, è stata dichiarata dall’«amato e venerato predecessore», come sempre lo ha chiamato, Giornata mondiale del malato. Ha detto Ratzinger, nel latino della breve e sconvolgente dichiarazione: «Sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino». Terenzio, e poi Seneca, Cicerone e tanti altri avevano ricordato mestamente: senectus ipsa est morbus, la vecchiaia stessa è una malattia. Dunque, è infermo comunque chi, come lui, il prossimo 16 aprile compirà 86 anni. Ha aggiunto, infatti: «Il vigore del corpo e dell’animo negli ultimi mesi in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato». Quale giorno più adeguato, dunque, per prendere atto davanti al mondo della propria infirmitas di vegliardo di quello dedicato alla Madonna di Lourdes, protettrice dei malati? In fondo, anche in questo vi è un segno di solidarietà fraterna per tutti coloro che, per morbi o per anni, non possono più contare sulle proprie forze.

Ma perché (è la seconda domanda) dare l’annuncio, ex abrupto , proprio in un concistoro di cardinali per decidere la glorificazione dei martiri di Otranto, massacrati dalla furia dei turchi musulmani? Non crediamo che vi sia qui un qualche richiamo alla violenza di un certo islamismo, attuale ora come nel XV secolo della strage in Puglia. Crediamo, piuttosto, che in questi mesi Benedetto XVI abbia meditato sul primo e solo caso di abdicazione formale di un Pontefice nella storia della Chiesa, quello del 13 dicembre 1294, da parte di Celestino V. Vi erano stati, nei «secoli bui» dell’Alto Medioevo alcuni casi di rinuncia papale, ma in circostanze oscure e sotto la pressione di minacce e di violenze. Ma solo Pietro da Morrone, l’eremita strappato a forza alla sua cella ed elevato al soglio pontificio, abdicò liberamente ed ufficialmente, adducendo anch’egli soprattutto l’età più che ottuagenaria e la debolezza che ne conseguiva. Prima di compiere l’inedito passo, aveva consultato discretamente i maggiori canonisti che gli confermarono che la rinuncia era possibile, ma andava fatta «davanti ad alcuni cardinali». È proprio quanto ha deciso di fare Benedetto XVI, che non aveva che quel precedente cui rifarsi: precedente del resto, spiritualmente sicuro, in quanto il buon Pietro fu dichiarato santo dalla Chiesa e non meritava davvero l’accusa di viltade lanciatagli contro dal ghibellino Dante per sue ragioni politiche. Insomma, in mancanza di altre regole, papa Ratzinger, sempre rispettoso della tradizione, si è rifatto a quelle stabilite otto secoli fa dal confratello di cui voleva condividere il destino. Probabilmente, non è casuale anche il fatto che l’imprevisto annuncio sia stato letto solo in latino, quasi per richiamarsi anche in questo a quel precedente lontano.

Ma, per venire alla terza domanda, per quale ragione, dopo un breve soggiorno a Castel Gandolfo (deserto, e dunque disponibile, durante la sede vacante) il già Benedetto XVI si ritirerà in quello che è stato un monastero di clausura, all’interno delle Mura Vaticane? Questo, almeno, il programma annunciato dal portavoce, padre Lombardi. Non sappiamo se quella sistemazione sarà definitiva ma, in ogni caso, neppure questa è una scelta casuale. Dicono le ultime parole dell’annuncio di ieri: «Anche in futuro vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio». Negli anni di pontificato ha ripetuto spesso: «Il cuore della Chiesa non è dove si progetta, si amministra, si governa, ma è dove si prega». Dunque, il suo servizio alla Catholica non solo continua ma, nella prospettiva di fede, diventa ancor più rilevante: se non ha scelto un eremo lontano – magari nella sua Baviera o in quella Montecassino cui aveva pensato papa Wojtyla come estremo rifugio – è forse per testimoniare, anche con la vicinanza fisica alla tomba di Pietro, quanto voglia restare accanto a quella Chiesa cui vuole donarsi sino all’ultimo. Né è casuale, ovviamente, l’aver privilegiato mura impregnate di preghiera come quelle di un monastero di clausura. Comunque, se la sistemazione in Vaticano sarà stabile, la discrezione proverbiale di Joseph Ratzinger assicura che non vi sarà alcuna interferenza col governo del successore. Siamo del tutto certi che rifiuterà pure il ruolo di un «consigliere» carico di anni ma anche di esperienza e di sapienza, pure se ci dovessero essere richieste esplicite del nuovo Papa regnante. Nella sua prospettiva di fede, il solo vero «consigliere» del Pontefice è quello Spirito Santo che, sotto le volte della Sistina, ha puntato su di lui il dito.

Ed è proprio in questa prospettiva religiosa che vi è, forse, risposta a un altro interrogativo: non era più «cristiano» seguire l’esempio del beato Wojtyla, cioè la resistenza eroica sino alla fine, piuttosto che quello del pur santo Celestino V? Grazie a Dio, molte sono le storie personali, molti i temperamenti, i destini, i carismi, i modi per interpretare e vivere il Vangelo. Grande, checché ne pensi chi non la conosce dall’interno, grande è la libertà cattolica. Molte volte, l’allora cardinale mi ripeté, nei colloqui che avemmo negli anni, che chi si preoccupa troppo della situazione difficile della Chiesa (e quando mai non lo è stata?) mostra di non avere capito che essa è di Cristo, è il corpo stesso di Cristo. A Lui, dunque, tocca dirigerla e, se necessario, salvarla. «Noi – mi diceva – siamo soltanto, parola di Vangelo, dei servi, per giunta inutili. Non prendiamoci troppo sul serio, siamo unicamente strumenti e, in più, spesso inefficaci. Non arrovelliamoci, dunque, per le sorti della Chiesa: facciamo fino in fondo il nostro dovere, al resto deve pensare Lui». C’è anche, forse soprattutto, questa umiltà, nella decisione di passare la mano: lo strumento sta per esaurirsi, il Padrone della messe (come ama chiamarlo, con termine evangelico) ha bisogno di nuovi operai, che vengano dunque, purché consapevoli essi pure di essere solo dei sottoposti. Quanto ai vecchi ormai estenuati, diano il lavoro più prezioso: l’offerta della sofferenza e l’impegno più efficace. Quello della preghiera inesausta, attendendo la chiamata alla Casa definitiva.”

Una trasparenza non sufficiente

Scrive Piero Schiavazzi su L’Huffington Post.

“Ci sono due notti romane, illuminate di fiaccole e dense di presagi, all’inizio e alla fine del Pontificato di Joseph Ratzinger. La prima lo precede come un antefatto, la seconda lo sigilla come un testamento.

La candidatura del cardinale tedesco affonda le radici nella predilezione del Papa polacco e germoglia in una primavera ancora fredda, sotto lo sguardo già immobile di Wojtyla, che gli affida come un’investitura la redazione dell’ultima Via Crucis, a pochi giorni dalla morte e all’acme del proprio Calvario. L’epilogo ha per teatro Piazza San Pietro, l’11 ottobre scorso, in una sera calda d’autunno e nel ricordo avvolgente di Papa Giovanni, a cinquant’anni dal Concilio e dal discorso della luna. “Quel giorno c’ero anch’io. Eravamo felici e pieni di entusiasmo”, ha esordito Ratzinger, guardando in basso dalla finestra e rivedendosi giovane tra la gente, nell’abbraccio del colonnato e di una stagione generosa di attese. “Oggi la nostra gioia è più sobria”, ha proseguito, scandendo un bilancio problematico, di retrogusto amaro e sapore montiniano. Il Papa professore, che il 19 aprile 2005 si era presentato al mondo con l’immagine solare della vigna, ha “imparato ed esperito” che in essa cresce “sempre anche la zizzania” e che i peccati personali possono organizzarsi, e stratificarsi, in vere e proprie “strutture”, utilizzando un concetto che Giovanni Paolo II, con il supporto del Cardinale Ratzinger, aveva elaborato mediante una chirurgia audace, astraendolo dall’analisi marxiana e depurandolo del nucleo materialista, in una sorta di battesimo culturale.

trasparenza.jpgContro le “strutture di peccato” Benedetto XVI ha combattuto senza riserve, avviando un’azione sistematica, irreversibile di trasparenza e portandone a tratti solitario il peso, fedele al dettato della Via Crucis al Colosseo, quando nelle meditazioni da lui redatte denunciò “la sporcizia” presente nella Chiesa. Alla glasnost di Joseph Ratzinger sono mancati però la forza, il tempo e forse il progetto per attuare una necessaria, consequenziale perestrojka. E, come già era accaduto a Gorbaciov, la glasnost senza perestrojka ci consegna un’istituzione più fragile, che per rigenerarsi ha bisogno di una leadership più forte. La “ristrutturazione”, o conversione, poiché la parola, come sottolineava Wojtyla, possiede un profilo spirituale, esige quello slancio, fisico e anagrafico, in definitiva quell’azione e concentrazione a tempo pieno, che il Pontefice sente di non potere offrire.

Ma il gesto che ha compiuto ieri, anche e soltanto in termini di forza, sprigiona una spinta di governo ed esprime un’autonomia di indirizzo con cui chi verrà dopo non potrà non raffrontarsi, già nel primo discorso della Sistina, davanti ai Cardinali che lo avranno eletto.”

Quella consapevolezza del limite

Scrive Salvatore Natoli su Avvenire.

“In un film recente e controverso – Habemus papam – il regista Nanni Moretti ci raccontava di un cardinale restio a diventare Papa perché non si sentiva idoneo a prendere su di sé il grande peso di governare la Chiesa, schivato peraltro anche dagli altri; oggi Papa Benedetto XVI che si dimette dal pontificato perché non si sente più nelle condizioni fisiche o spirituali – o spirituali e fisiche insieme – per potere stare ancora alla guida della Chiesa. Nella storia della Chiesa ci sono state dimissioni celebri – tutti ricordano quella di Celestino V – tanto che il diritto canonico le prevede, anche se non appartiene alla prassi ordinaria. Da laico non voglio entrare nel merito della teologia – e visto che si parla di papato neppure della teologia politica – ma mi limito a notare come in genere e per lo più si tenda a identificare la Chiesa con il Papa, anche se il papato è un servizio alla Chiesa nella Chiesa. Non voglio neppure affrontare la questione circa il rapporto tra persona e funzione in questo caso direi meglio mandato, ma mi pare che nelle dimissioni del papa motivo di riflessione siano le ragioni da lui avanzate.

Nel momento in cui per motivi diversi non ci si sente all’altezza del proprio compito è giusto riconsegnarlo a coloro da cui lo si è ricevuto; e in questo caso alla Chiesa. Una decisione degna di grande apprezzamento perché indica come non bisogna mai confondere il compito con il potere e perciò sulla necessità di intendere il potere come servizio. In una società in cui si tende ad identificare sé con il potere – tanto che nessuno si dimette se non sconfitto – le dimissioni del Papa mostrano un senso alto di responsabilità nei confronti del proprio compito e perciò anche di dedizione alla Chiesa. L’erogazione di un servizio presuppone la consapevolezza del limite e perciò il dovere di ritirarsi quando si ritiene di non essere più in grado di espletarlo al meglio.

Dimettersi in questo caso oltre ad essere indice di una grande qualità morale, è anche un atto razionale, consapevole di quello che si è in grado di fare o meno. D’altra parte Benedetto XVI, nel corso del suo pontificato si è sempre appellato alla ragione fino al punto da impegnarsi, da teologo, a mostrare la ragionevolezza della fede senza nulla togliere al suo mistero. Certo quel che seguirà a queste dimissioni non è facile da prevedere: quanto una presenza così importante come quella dell’ex Papa influirà sul conclave e, ancorché silente, condizionerà l’elezione del nuovo Papa? Come è noto certe conseguenze insorgono anche quando non si vogliono. Ma ciò nulla toglie al valore etico di chi declina un mandato e si mette a disposizione per altro servizio che può meglio sostenere. Certo il peso che il Papa lascia in eredità al suo successore non è lieve: la Chiesa si trova oggi per la prima volta ad operare in un ambiente totalmente secolarizzato; possiamo dire di ‘atei nativi’, come nei processi cognitivi si parla di ‘nativi digitali’. Non più contro Dio, ma senza Dio, almeno secondo il modo tradizionale di concepirlo.

Di questo il Papa stesso se ne era reso perfettamente conto quando ha lanciato l’idea di una nuova evangelizzazione, consapevole che il regime di cristianità sia definitivamente consumato e i cristiani sono divenuti minoranza. Per questo o tornano ad essere lievito o periscono. Per questo quel che Benedetto XVI non farà più da Papa continuerà a farlo nella forma in cui lo ha sempre fatto, educando all’ intelligentia fidei , da teologo. E su questo piano i non credenti restano ancora interlocutori possibili.”

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Nello spogliatoio della propria coscienza

Scrive Piero Schiavazzi su L’Huffington Post

“Sebbene il nome di Celestino V appaia in queste ore il più evocato nelle cronache e spogliatoio uomini 1.JPGcliccato sulla rete, il paragone storico delinea per contrapposizione non una fuga, bensì un atto di governo. Per la precisione una riforma: forse la più grande nella Chiesa del post-concilio. Il “gran rifiuto” di Benedetto, a differenza di Celestino, modifica la consuetudine, non la consolida. Non si presenta come l’eccezione da non riproporre, o l’incidente da evitare, ma in prospettiva potrebbe configurarsi come l’esempio da seguire, modificando nei fatti la costituzione materiale della Chiesa e introducendo un precedente con cui qualunque successore, da oggi in poi, dovrà confrontarsi, senza il rifugio della tradizione. Dopo questo 11 febbraio sarà difficile per ciascun Papa “anziano”, nell’era della leadership globale, prescindere da una valutazione di congruità fra il suo orizzonte anagrafico e l’esercizio di una responsabilità globalizzata ventiquattro ore su ventiquattro, di fronte all’avanzare degli anni. Una scelta di portata sicuramente riformatrice rivela dunque, in definitiva, un risvolto e un animo conservatore. Proprio perché assoluta, per rimanere tale, la monarchia spirituale di un Papa non può misurarsi con un tempo biologico altrettanto assoluto. Era questa l’unica, autentica e comunque sorprendente riforma del Pontificato che ci si potesse attendere da un Papa sinceramente conservatore. Per lui, del resto, la cornice storica di un Papato che si chiude a sette anni dall’elezione non è mai stata quella del decennio, ma semmai del millennio. Altrimenti non si spiegherebbe che un Papa ottuagenario, sapendo di non avere molto tempo davanti a sé, abbia dedicato la metà delle proprie giornate alla scrittura, dunque al futuro, invece che ai viaggi, alle visite, alla gente, al presente. Come Sant’Agostino, sulla soglia di un nuovo mondo dagli esiti e contorni indecifrabili, più che ai contemporanei ha rivolto lo sguardo ai posteri, convinto che il secolarismo non si affronta nell’arco di una generazione e la riconquista delle terre perdute non esige condottieri, ma nuove semine. La semina però, questa sì, oltre alla scrittura, impone freschezza e vitalità. Benedetto XVI, meditando la sua decisione, deve avere avuto negli occhi l’adunata planetaria di Rio. Non a caso, in questi mesi di ormai immediata vigilia, molti si erano meravigliati che non si parlasse del viaggio del Pontefice in Brasile per la Giornata Mondiale della Gioventù, nel continente dove vivono la metà dei cattolici del mondo e per la Chiesa è d’obbligo dimostrare, e ancor più mostrare, la propria vitalità. Il Papa che in estate scenderà in campo al Maracanà sa che dopo la scelta di Benedetto XVI niente è più come prima e che alla fine del tempo regolamentare anche per lui verrà il momento, nello spogliatoio della propria coscienza, di decidere se giocare o meno i supplementari.”

Uno sguardo geopolitico

Scrive Germano Dottori su Limes.

ratzinger_solo_460.jpg“Con un gesto a sorpresa, Benedetto XVI ha annunciato l’11 febbraio di fronte ad un Concistoro sgomento la propria abdicazione al Soglio Pontificio: un gesto senza precedenti nella storia moderna della Santa Sede che, se appare comprensibile alla luce della crescente fatica fisica dell’uomo, solleva nondimeno molti interrogativi e problemi circa il futuro immediato della Chiesa Cattolica. Diversi giornalisti ascoltati nei mesi scorsi pronosticavano una fine imminente per il regno di Joseph Ratzinger, perché c’erano dei dubbi circa le sue capacità fisiche di assorbire il forte stress collegato all’imminente visita pastorale in Brasile. Ma nessuno si aspettava un esito del genere. Benedetto XVI ha chiesto la convocazione di un conclave, che non dovrebbe vederlo protagonista diretto, dal momento che valgono anche nei suoi confronti le previsioni del diritto canonico che non consentono la partecipazione di alcun cardinale ultraottantenne alla scelta del futuro papa. Pare però difficile che un pontefice vivente, ancorché dimissionario, si estranei completamente dal processo che porterà alla selezione del suo successore. Non è anzi da escludere che una delle ragioni dietro questo passo inconsueto possa proprio essere proprio la volontà di influirvi. Benedetto XVI ha avuto un regno difficile, contrassegnato da aspre lotte intestine probabilmente generate dalle stesse modalità in cui avvenne la sua elezione, e forse desidera sbarrare la strada ai suoi nemici. La circostanza potrebbe pesare. È quindi probabile che gli avversari personali del pontefice abbiano vita difficile il prossimo marzo nella Cappella Sistina e che molte strategie già poste in essere dai cardinali più ambiziosi risultino pregiudicate da questa improvvisa rinuncia, che diventerà esecutiva alle ore 20 del prossimo 28 febbraio.

L’esistenza in vita di Joseph Ratzinger, tuttavia, non necessariamente favorirà coloro che si considerano nel Sacro Collegio più vicini alle sue posizioni, come l’attuale arcivescovo di Vienna. Fare previsioni risulta quindi difficile, come e più che in passato. È spesso ai candidati battuti nel precedente conclave che occorre guardare per ipotizzare la figura del successore. Il cardinal Martini, che alla prima votazione prese più voti del papa ora dimissionario, è scomparso ed è quindi fuori gioco. Ma in campo c’è ancora il gesuita argentino Bergoglio, che giunse vicino all’ottenimento di quella minoranza di blocco che avrebbe costretto i cardinali a cercare comunque una figura di mediazione tra gli opposti partiti in cui si dividono da anni i principi della Chiesa: quello dei sostenitori dell’eredità del Concilio e l’altro di coloro che invece ne vorrebbero l’archiviazione.

La conclusione repentina del pontificato di Benedetto XVI chiude un’esperienza purtroppo contrassegnata da incidenti e sconfitte più che da successi. Ratzinger ha polarizzato i giudizi, spesso spiazzando l’ala più conservatrice della cattolicità senza acquisire consensi tra i riformatori. È quindi rimasto solo, forse insopportabilmente solo, vittima delle ambiguità della sua complessa figura di intellettuale ed ecclesiastico. Questa abdicazione produrrà inevitabilmente anche dei riflessi geopolitici significativi. Si allontana dai vertici della Chiesa, infatti, un forte propugnatore della riconciliazione con il Patriarcato ortodosso di Mosca e al contempo un deciso avversario della politica mediorientale di attivo sostegno all’Islam politico perseguita dall’amministrazione Obama. Difficile che non ne risenta anche l’Italia, ancorché Roma sia stata già in altro modo indotta nel 2011 a distanziarsi dal progetto euro-russo per allinearsi agli orientamenti degli Stati Uniti.”

Una trama che non sappiamo

Scrive Marina Corradi su Avvenire

“Non accadeva da secoli. E si pensava non potesse accadere. Il mondo, da un capo all’altro, sbalordito. «Ad cognitionem certam perveni vires meas ingravescente aetate non iam aptas esse ad munus Petrinum aeque administrandum». L’austerità del latino rende appieno la drammaticità e l’essere già storia di quelle poche righe: «Sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino…».

Le parole a lungo ponderate in silenzio, maturate in un confronto serrato fra la coscienza di un uomo e Dio, erompono, inattese. Il web impazzisce. I potenti dichiarano. Ma noi credenti, noi che amiamo Benedetto XVI, che ne ascoltiamo da anni le parole e ne conosciamo il profondo amore per la Chiesa, siamo rimasti, ieri, profondamente smarriti. Tu, te ne vai? In quanti conventi e cattedrali e chiese e missioni e case e favelas in tutto il mondo questa domanda è risuonata ieri, dolorosa. Tu, Pietro, rinunci. E noi nelle nostre fatiche e sofferenze ci siamo sentiti più soli, come un esercito il cui generale, gravato dagli anni, lasci il campo. Semplicemente, dolore: un dolore filiale è ciò che milioni di fedeli hanno sentito addosso, ieri. Noi, non sappiamo. Non conosciamo in che modo la «ingravescens aetas» abbia incalzato il Papa, sempre più da vicino, e come, rodendone le energie, abbia avuto la meglio sulle forze dell’uomo.

Nemmeno possiamo immaginare quale carico di responsabilità e sfide gravi oggi sul Papa. Se sapessimo, forse capiremmo. Ciò di cui non dubitiamo è che questo gesto sia ancora e sempre di amore per la Chiesa; che Benedetto abbia pensato al bene Chiesa, prima che a sé, nel decidere. Ci sono, fra le righe degli ultimi discorsi, parole che lette oggi sembrano quasi voler consolare quelli come noi, gli smarriti. «Essendo cristiani – aveva detto il Papa nella lectio divina al Pontificio seminario romano maggiore, venerdì scorso – noi sappiamo che nostro è il futuro, e che l’albero della Chiesa non è un albero morente, ma albero che cresce sempre di nuovo». Pensava già anche a noi Benedetto XVI, quando scriveva queste parole? Come un padre che avverta il declino, e al dolore dei figli risponda facendo memoria che, in Cristo, nulla muore per sempre; e che se qualcosa sembra finire, è per rinascere ancora. Dentro una immensa storia che continua possiamo farci una ragione, nel nostro smarrimento, dell’andarsene di un padre. Non lo ameremo, per questo, di meno; anzi forse di più, come quando sulla faccia di tuo padre un giorno d’improvviso vedi quanto pesano gli anni, e i dolori.

E vengono in mente le ultime due pagine di ‘La mia vita’, autobiografia di Ratzinger prima del pontificato, in cui spiegava perché, nel suo stemma di arcivescovo di Monaco e Frisinga, avesse messo un orso. Secondo la leggenda, Corbiniano, fondatore della diocesi di Frisinga, stava recandosi a Roma quando un orso aggredì e sbranò il suo cavallo. Allora il santo ordinò all’orso di caricarsi il fardello del cavallo, fino a Roma. Alla leggenda il futuro pontefice associava un commento di Agostino al Salmo 72, in cui il santo scriveva: «Sono divenuto per Te come una bestia da soma, e proprio così io sono in tutto e per sempre vicino a Te». Che non sia questa, di domandava Ratzinger, un’immagine del mio personale destino? Come già avvertendo sulle spalle il giogo incombente. Il libro finiva così: «Quando sarà lasciato libero l’orso, non lo so, ma so che anche per me vale: “Sono divenuto la Tua bestia da soma, e proprio così sono vicino a Te”». L’orso ha portato un carico grande. Ora cede agli anni, e al gran peso; per ciò che ritiene il bene della Chiesa, umilmente cede. Ci resta, luminosa, quella parola sull’albero che non muore, ma germoglia sempre e di nuovo. Sotto al cielo di piazza San Pietro, grigio in una mattina di febbraio, la Chiesa continua. E invisibili si incrociano promesse e vocazioni e destini, come fili di una trama che non sappiamo; ma che attende noi, e i nostri figli, e il Papa che verrà, in un disegno buono.”

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Nella società del carrierismo

Riporto la prima parte dell’articolo del giornalista austriaco Gerhard Mumelter per Internazionale. La seconda parte tocca la politica italiana e non mi interessava riportarla qui.

“Trovo tranquillizzante quello che è successo l’11 febbraio a Roma. Che una delle personalità più potenti del mondo possa congedarsi senza emozione visibile con una breve dichiarazione in latino, cogliendo di sorpresa tutta la stampa mondiale, è un fatto singolare e simpatico.

Il fatto che in una società in cui fingere efficienza è un’abitudine diffusa, qualcuno riconosca di non avere più le forze necessarie per guidare un’istituzione affidatagli è un avvenimento raro e di forte valore simbolico. Un gesto innovativo e nobile che cancella molte perplessità dell’opinione pubblica sul pontificato di Benedetto XVI. Immaginarsi un papa in pensione finora era un assoluto tabù. Il brevissimo discorso del papa ci ha fatto tornare in mente la famosissima scena del film Habemus papam di Nanni Moretti. Ma non c’erano espressioni esterrefatte, nessuna ombra di panico o disperazione nelle facce dei cardinali. Si sapeva che Joseph Ratzinger non avrebbe mai voluto fare il papa e sognava ritirarsi per dedicarsi ai suoi libri. Si è piegato alla volontà del conclave per spirito di servizio. E ha chiuso il suo pontificato con uno dei gesti più forti e inattesi nella lunga storia della chiesa. Perché riconoscere la propria debolezza e stanchezza è un fatto proibito e anticonvenzionale nella società del carrierismo, in cui fingersi forti, efficienti e invincibili è una moda dilagante.”

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Che sensazione strana

Scrive Luca Bortoli su Vinonuovo

“Che sensazione strana, santo padre, saperti lì ancora per pochi giorni, avere un limite inesorabile oltre il quale non sarai più… così come sei. Che strano saperti a tempo, come se poi non fosse sempre stato così, come se la vita stessa non fosse a tempo, per tutti noi.

Che cosa così particolare iniziare con te questa quaresima nell’Anno della fede e sapere che la termineremo nel triduo con il tuo successore. Il tutto evocando su questo momento di passaggio categorie, fatti, gesti che da sempre per noi prendono forma quando arriva la morte. Ma questa non è la tua morte, tu sei qui con noi, continui a pregare con e per noi, in un presente che guardandoti non riusciremo mai a spogliare del tuo passato: tu sei stato papa, ma sei ancora qui con noi.

Chi sarai, il vescovo emerito di Roma? Mons. Ratzinger? O chissà, forse semplicemente don Josef, quel giovane don Josef che ha coltivato instancabilmente la vigna del Signore, crescendo senza misura nella fede e mantenendo intatta la passione per la Chiesa. Già, la stessa passione che ti ha fatto rinunciare. Così ti fai da parte, e ci mostri la grandezza della vita in Dio, che va oltre le missioni, le nomine e le elezioni, scorre continuamente cara ai Suoi occhi, al di là della forma contingente e del passato. E rimetti ancora una volta davanti a tutto il bene della Chiesa. Mi chiedo che cos’hai provato in questi mesi e che cosa stai provando ora. Mi sembra perfino che continuare sarebbe stato più facile per te, perché aprire nuove vie, fare la rivoluzione, è comunque sempre più faticoso che seguire un solco già tracciato, ma così, avrai forse pensato, avresti imposto la tua presenza, più debole, e molti avrebbero creduto che ti volessi arrampicare sulle vette di Giovanni Paolo. No, quella non era la tua via, la via giusta per una Chiesa di cui tu hai indicato tutte le sporcizie e le debolezze. “Quando sono debole, allora sono forte perché sei Tu la mia forza”. Hai dato sostanza a queste parole di san Paolo, santo padre, hai rimesso ancora una volta la Chiesa di fronte alla debolezza che le è congenita, poiché fa parte dell’uomo, e hai composto un inno alla stessa vita umana, degna creatura, e hai raggiunto vette alte quanto quelle dell'”amato predecessore”.

Che strano saperti lì, in quelle stanze da cui presto traslocherai, tra i tuoi libri e i rosari, mentre fuori il mondo parla della tua rivoluzione e vorrebbe farti mille mille domande: perché, quando hai deciso, con chi ne hai parlato… e chissà, forse anche come stai… È così strano sapere che tra poco la tua vita cambierà, che tornerai a vedere in tv il papa affacciarsi da quel balcone, e che cosa gli dirai quando lo incrocerai nei viali dei giardini vaticani? Scomparirai, lo sento. Non farai mai nulla che possa sollevare il dubbio che tu voglia ancora influire sulla vita della Chiesa. Ma è così rassicurante saperti tra noi, nella tua dimensione, come se in quell’appartamento che fu un monastero ti fossi accostato alla strada e ora ci guardassi continuare quel cammino che finora abbiamo fatto dietro a te, per essere e fare Chiesa. Ogni giorno.”

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Quando la storia ti passa accanto

602-408-20130211_153107_B1B11D8D.jpgSono seduto davanti al pc e guardo fuori la campagna coperta di bianco; ripenso a ieri, quando la storia ha fatto un’altra delle sue curve. Capita, nella vita, di assistere a queste svolte che poi si ritrovano sui libri di testo: penso al 1989 di piazza Tienanmen e del muro o al 2001 delle torri, ai crolli dei regimi dell’est o al 1990 della liberazione di Mandela. Ieri è stata una di quelle. Molti su fb scrivono che non gliene frega niente: a livello personale sarà sicuramente vero, l’importante è essere consapevoli che questa è storia che ti scorre accanto. E per la storia non è così indifferente quel che è successo e quel che può succedere (il 1989 o la questione dei paesi dell’est europeo con un papa diverso da Wojtyla sarebbero stati così?). Scrivo senza aver letto ancora nulla, nessun articolo, nessun editoriale. Lo farò: la mia professione me lo richiede, e pure il mio interesse. Metterò qui il materiale che giudicherò utile a suscitare riflessioni, materiale non per forza “ortodosso”. Ma questo, per me, è il momento in cui molte sono le domande che mi affollano la mente.

Perché? Nel senso: il vero perché? non sono un complottista, né uno che vuole vedere segreti là dove magari non ci sono, certo mi hanno colpito reazioni opposte: l’Osservatore Romano che parla di decisione presa da molto tempo e cardinali e collaboratori che parlano di sorpresa, di fulmine a ciel sereno, di sconcerto. Quello che dovrebbe essere l’entourage stretto del papa è sembrato cascare dalle nuvole.

Perché tanta urgenza? L’11 ottobre era iniziato l’anno della fede… Si era in attesa di una nuova enciclica… Erano in programma viaggi importanti…

E’ poi così strano che una persona di 86 anni non ce la faccia più a sostenere un tale peso? Dovrebbe essere normale, decisamente prima di quell’età…

Quali difficoltà per un fine teologo e filosofo ad essere pastore di un gregge così vasto, eterogeneo, variegato? Quali i pensieri intimi?

Si può fare un bilancio onesto di questi quasi 8 anni?

E ora? come si sposteranno gli equilibri all’interno della Chiesa? Che rotta prenderà la barca?

E’ il momento degli interrogativi: verrà, poi, anche il momento delle risposte.

In coscienza davanti a Dio

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Non voglio aggiungere parole mie al fiume che si sta versando in queste ore: ci sarà tempo per commentare questo 11 febbraio 2013 che entrerà nei libri di storia. Pubblico qui sotto alcuni siti per chi voglia seguire o approfondire le cose:

http://www.avvenire.it/Pagine/default.aspx

http://www.famigliacristiana.it/

http://www.rainews24.rai.it/it/

http://chiesa.espresso.repubblica.it/?ref=hpsbdx

http://www.internazionale.it/

http://www.osservatoreromano.va/portal/dt?JSPTabContainer.setSelected=JSPTabContainer%252FHome

http://www.zenit.org/it/index

http://www.agensir.it/

http://temi.repubblica.it/limes/

http://www.culturacattolica.it/

http://www.cyberteologia.it/

http://www.olir.it/

http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it

http://www.luigiaccattoli.it/blog/

Ovviamente a questi si aggiungono tutti i siti dei quotidiani…

Sto ancora male

Conoscere, conoscere, conoscere. E ascoltare, tutti. Il 10 febbraio 2006, al Politeama Rossetti di Trieste Annamaria Muiesan parlava così:

“Ora non sarà più consentito alla Storia di smarrire l’altra metà della Memoria. I nostri deportati, infoibati, fucilati, annegati o lasciati morire di stenti e malattie nei campi di concentramento jugoslavi, non sono più morti di serie B.

Ieri l’altro, 8 febbraio, al Quirinale, nel corso di una cerimonia vibrante e commovente, il8feb06_Quir_MuiesanA.gif Presidente della Repubblica ha conferito a noi familiari delle vittime una decorazione alla loro memoria . “La Repubblica Italiana ricorda Domenico Muiesan/1945” è inciso sulla mia medaglia, piccola nella forma, grande nel significato. La Patria comincia a prendere coscienza di una realtà che per oltre sessant’anni è stata dimenticata, stravolta o silenziata. Manca ancora uno sforzo condiviso per stabilire le responsabilità di quel dramma dovuto certo alla ferocia dei titini jugoslavi, ma nel quale i comunisti italiani locali hanno svolto una parte non marginale. Oggi, in occasione della “Giornata del Ricordo” ci viene chiesta una testimonianza per non dimenticare. Vivessi cent’anni non potrei mai liberarmi da quei ricordi dolorosi.

Sto ancora male al ricordo della notte del sequestro di mio padre, delle accuse tremende che gli gridano in faccia i gappisti piranesi, fazzoletto rosso e mitra spianato.

Sto male al ricordo del breve ritorno con mia madre a Pirano nell’inutile tentativo d’incontrarlo , dei manifesti infamanti affissi per le strade, delle parole del parroco Don Malusà: “No signora xe mejo che no la lo veda”, a sottolineare, lui che i prigionieri li può visitare, Dio sa quali conseguenze per i maltrattamenti subiti.

Sto male al pensiero del fabbro che forza la porta del nostro appartamento, a Pirano; degli uomini armati che profanano quelle amate stanze, quelle amate vecchie cose razziate e caricate su un carro già in attesa in contrada.

Sto male al ricordo delle lunghe notti insonni di Trieste nell’alloggio di via Guido Reni devastato dalle bombe nelle brande fradice dell’ECA, della pioggia che gocciola nei barattoli sistemati qua e là.

Sto male al pensiero di mamma che incurante del pericolo , testardamente percorre con altre la sterminata Jugoslavia nella speranza, nascosta nell’erba alta o fra le stoppie, di riconoscere tra i tanti volti emaciati e barbuti dei prigionieri dei campi, quello del suo caro.

44 furono i cittadini di Pirano e dintorni fatti scomparire dalla faccia della terra. La maggior parte fra il maggio e il giugno ’45. E questo quando a Pirano comandavano non i titini, come ancora oggi si vorrebbe fare credere, ma i comunisti del posto che alla fine delle ostilità s’erano insediati al Comune e s’imponevano sul C.L.N. E comunisti italiani erano i gappisti che non aveva riconsegnato le armi per continuare la loro rivoluzione, mandati di notte di casa in casa a sequestrare i “nemici del popolo”. Comunisti italiani quelli che dileggiavano i prigionieri in piazza, quelli che sorvegliavano le carceri, quelli che sovrintendevano agli interrogatori, finché finirono nelle mani dei titini che ne fecero scempio.

Di mio padre, dunque, quasi tutto si sa sul sequestro, sulla prigionia, sulle sevizie, sui dileggi diurni e sugli interrogatori notturni, e sono anche noti i nomi degli aguzzini. Ma a quasi sessantun anni da quei dolorosi eventi, sul come e dove egli abbia immolato la sua vita, nonostante le tante ipotesi e congetture sollevate, ancora nulla si sa di preciso. Ed è d’altra parte inutile che in tanti si affannino a correre a Lubiana a spulciare negli archivi aperti da poco: tutti sanno che negli archivi si trova quello che si vuol far trovare.

Mio padre dunque resterà per sempre senza sepolcro. E senza un fiore.

Esiste una sola, unica e incontrovertibile certezza: se nei nostri paesi non ci fossero stati quei piccoli comunisti italiani assetati di potere e animati di odio ideologico e di spirito di vendetta, e non avessero messo in atto una caccia spietata ai loro nemici storici, indifferente se buoni o cattivi, oggi noi tutti piangeremmo un numero assai meno elevato di scomparsi.

Ed è questo che nella Giornata del Ricordo si deve dire a chi ancora non sa.”

(fonte: www.lefoibe.it)

Il riassunto dell’intelligenza

Ieri sera, verso le 22.30 ho iniziato a leggere “Il peso della farfalla” di Erri De Luca, verso l’1.00 l’ho terminato. Intanto in tv stava passando il film su Alessandro Magno. A pag. 25 De Luca scrive:

“Sono scarsi i sensi in dotazione alla specie dell’uomo. Li migliora con il riassunto della intelligenza. Il cervello dell’uomo è ruminante, rimastica le informazioni dei sensi, le combina in probabilità. L’uomo così è capace di premeditare il tempo, progettarlo. E’ pure la sua dannazione, perché dà la certezza di morire”.

A fagiuolo…alessandro-magno-Battaglia-di-Isso.jpg

Una chiave da sola non significa niente

A inizio della quarta trattiamo l’argomento della morte e dell’aldilà e in quinta affrontiamownUuRT22G1hf_s4.jpg in questi giorni il problema del male: entrambi i temi sono toccati in questa intervista apparsa su Avvenire. Fabrice Hadjadj è un giovane pensatore francese (42 anni), da poco tempo direttore dell’Istituto Philanthropos di Friburgo, in Svizzera, già vincitore del prestigioso Grand Prix Catholique de Littérature con Farcela con la morte (Cittadella); torna da oggi in libreria con Il Paradiso alla porta. Saggio su una gioia scomoda (Lindau, pp. 480, euro 29). L’erudizione dell’autore (che spazia da Kafka a Dante, da Yves Bonnefoy a Marcel Proust, fino a Dante e all’amato Nietzsche) si sposa con la passione dell’intellettuale che fa della propria fede cattolica (scoperta in età adulta: si fece battezzare a Solesmes) una feritoia per pensare il reale in maniera ancora più spregiudicata, e non un muro che impedisce l’avanzare del ragionamento. L’intervista è di Lorenzo Fazzini.

«Il paradiso è un orizzonte di fecondità traboccante, e non un sogno sterilizzatore. Perché la nostra vita sarebbe sonnolenta senza questo accidenti di bisogno di Eden». È quanto scrive nel suo libro. Come far sì che il paradiso non «sterilizzi» le aspirazioni umane?

«Marx pretendeva di sbarazzarsi del paradiso celeste, per tornare all’idea di un paradiso terrestre, dove però l’oppio viene immesso nelle vene delle persone in dosi mortali. Lo diceva già Paul Claudel: “Quando l’uomo tenta di realizzare il paradiso in terra, il risultato immediato è un molto rispettabile inferno”. Perché avviene ciò? Perché si pretende di agire da un’ideologia del bene totale, realizzabile con le nostre mani. La speranza dei paradiso celeste impedisce questa follia totalitaria».

La fede nel paradiso però non ci ha risparmiato Auschwitz o i gulag…

«Però essa ci ricorda che noi non abbiamo l’ultima parola e che il viso di qualunque altro nostro prossimo è chiamato a risplendere di una gloria divina. Da ciò consegue che, se noi agiamo per il bene, questo non avviene secondo una proiezione ideale o un piano quinquennale, ma perché riconosciamo il primato dei volti sulle idee e perché crediamo che sul più antipatico tra i volti di chi incontriamo si posa uno sguardo di infinita tenerezza. Di conseguenza, a noi tocca un rapporto personale, concreto e attento con chiunque si fa a noi incontro».

«Nietzsche è salvato». Lei ha un passato nietzschiano e anche oggi considera il filosofo de «La gaia scienza» un interlocutore fondamentale. In che senso Nietzsche si è “guadagnato” la salvezza?

«Certamente non pretendo di sondare il mistero delle anime né anticipare il giudizio di Dio. Se dico che Nietzsche è salvo, lo faccio come fece Dante, che decideva di mettere certe persone in paradiso e altre all’inferno. Vedrei bene Nietzsche nel cielo di Marte. Ma questo augurio ha un fondamento ragionevole. Nietzsche voleva combattere contro il nichilismo e il fondo del suo impegno era di tipo “eucaristico”».

Perché tira in ballo l’eucaristia?

«Mi spiego meglio. Se Nietzsche criticava il cristianesimo (ma anche il platonismo, la metafisica e il buddismo …), lo faceva perché pensava che tutti questi sistemi, senza distinzioni, rifiutano quel che ci è chiesto qui e ora. A suo dire essi inventavano un al di là di apparenze, un “dietro-mondo”, con lo scopo di disprezzare e calunniare questo mondo. Nietzsche voleva che si dicesse “sì” al mondo e che ci si mettesse dentro una sorta di azione di grazie davanti a tutto quel che ci veniva presentato. Ancor oggi egli propone un’obiezione eccellente a quanti propongono un paradiso di evasione, di fuga davanti al nostro stupore e alla nostra responsabilità sulla Terra. Ci permette di ritrovare il verso senso del paradiso cristiano, che non è un “altrove”, ma un “in mezzo a voi”, come disse Gesù, il quale ci comandava di stupirci davanti a un fiore di campo e all’incontro dei più poveri e piccoli tra noi».

Pur trattando del paradiso, il suo saggio parla anche dell’inferno come «luogo della tolleranza divina». Con esso, lei scrive, «Dio si inchina dinanzi a chi rifiuta liberamente e volontariamente la sua grazia, tollera per sempre questa dissidenza, perché se può rapire un’anima, non vuole sequestrarla». Oggi però dai pulpiti si sente parlare poco di quelli che i nostri padri chiamavano i «novissimi»…

«Se non si parla dei novissimi non si parla di noi stessi. Aristotele sosteneva che la causa finale è la causa delle cause. È la finalità che dice il perché ultimo di un essere. Faccio un esempio: se si trova per caso una chiave, essa non significa niente da sola. Sono la porta e la serratura che essa apre che ci dicono la natura vera di quella chiave. Possiamo dunque affermare che la meditazione sulle cose ultime ci illumina sulla natura dell’uomo. Ad esempio: per avvicinare con verità il corpo umano, bisogna conoscerne la vocazione ultima, ovvero riflettere sul corpo glorioso».

Perché si tace sui «novissimi»?

«A mio giudizio per due ragioni: vogliamo far apparire la Chiesa come una forza alleata del progresso. E quindi rischiamo di ridurla a una super-assistente sociale, un’esperta psicologa o una grande moralizzatrice. Secondo: la predicazione sui fini ultimi è indebolita da un immaginario datato, evasivo e che non risponde più alla sensibilità moderna: non ha saputo rinnovarsi né attraversare la critica nietzschiana, ben più forte di quella marxista».

Suo figlio partecipa poco

Colloquio genitore-insegnante.

Insegnante: E’ bravo, solo che interviene poco, dovrebbe proporsi un po’ di più, partecipare maggiormente alla lezione, buttarsi ogni tanto.

Genitore: Eh, sapesse quante volte glielo dico…

Pensiero dello studente:

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Duro come la vita, bello come la vita: il rugby

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Sto attraversando un periodo di disamore per il calcio: da curvaiolo convinto per qualche anno a persona che ogni tanto guarda qualche partita. E così ho aumentato la frequentazione televisiva con altri sport che comunque ho sempre, bene o male, seguito: baseball, football americano, soprattutto rugby. Ed ecco che trovo su Avvenire un bell’articolo di Vittorio E. Parsi, un inno al rugby, alla vita, alla speranza.

“Chi domenica ha avuto il privilegio di essere allo stadio Olimpico di Roma sa bene di essere stato partecipe di un evento il cui significato va oltre il pure importante ambito sportivo (con la storica vittoria italiana). Sessantamila persone, assiepate spalla a spalla, senza alcuna distinzione tra francesi e italiani, convenute sulle rive del Tevere per sostenere i propri colori: tutti insieme, senza reti, gabbie e schieramenti di polizia a separarli, perché accomunati innanzitutto dall’amore per uno sport senza tempo, che neppure la tv e il professionismo hanno saputo rovinare. E in campo 30 uomini che si sono battuti letteralmente fino all’ultimo secondo per sopraffarsi a vicenda, dandosele di santa ragione, eppure pronti a riconoscersi fratelli, gli uni per gli altri. Bisogna forse averlo giocato, il rugby, per capire fino in fondo come la lotta e il rispetto formino le due facce inscindibili di un’unica medaglia. Perché è dall’asprezza della lotta, dal sudore e dal dolore per i colpi subiti, per la vera fatica che si fa a conquistare e a difendere ogni singolo metro del campo di gioco che scaturisce il rispetto per l’avversario il quale, come te, sta dando il massimo (e anche di più) per avanzare. Si corre, si placca e ci si affronta per portare la palla avanti di qualche metro, e per proteggerla: tutti insieme, perché questo è il rugby, uno sport in cui nessuno è così “fenomeno” da poter vincere da solo e dove il contributo di ognuno è decisivo per portare la palla oltre la linea di meta. È uno sport serio, in cui si parla poco, e in cui le “moine” e le “simulazioni” non trovano spazio. Duro come la vita, bello come la vita e leale come la vita dovrebbe sempre essere, anche se a volte non lo è. Il rugby è pura educazione sentimentale, perché costringe a fare del coraggio, del sacrificio, della lealtà, dell’umiltà e dell’altruismo una pratica quotidiana: senza tante parole, senza troppi discorsi, ma semplicemente correndo, spingendo e placcando perché, come amano ricordare i rugbysti, «noi mettiamo la faccia in posti dove molti altri non metterebbero neppure un piede». Eppure, non c’è nessuna spocchia in queste frasi, ma semplicemente il monito rivolto innanzitutto a noi stessi che tutto questo è possibile solo perché hai la certezza di poter contare sul sostegno di un compagno – sempre – disposto a sacrificarsi per te come tu faresti per lui. Credo sia proprio questo tipo di messaggio che sta avvicinando al rugby tanti neofiti e lo sta trasformando in uno degli sport più seguiti e amati, ampliandone il numero dei praticanti. Al di là di ogni retorica, basta fare un giro per i campi in cui tanti giovanissimi giocano ogni week-end, vedere che cosa sono le rugby moms, per capire di che cosa stiamo parlando. Il rispetto che impari sul campo, con l’ovale stretto al petto, non ti abbandonerà mai anche fuori dal rettangolo di gioco, e saprai praticarlo anche nei confronti di chi nella vita ha commesso errori magari gravi. Perché se è vero che il rispetto te lo devi conquistare con il coraggio, è altrettanto vero che a chi mostra coraggio il rispetto è dovuto. E cosa c’è di più coraggioso che provare a cambiare una vita sbagliata? È proprio questo spirito che lega la partita di domenica a un’altra storia di rugby, che avrà luogo domani, quando, il “Grande Brianza Rugby” e il “Rugby Monza” terranno a battesimo la squadra dei detenuti del carcere di Monza, che da settembre hanno contribuito a far nascere ed allenare. Una storia di rugby, come tante altre, nata dalla circostanza che il campo di allenamento brianzolo confina con la casa circondariale: un luogo di dolore e uno di gioia, due mondi diversi, incapaci di ignorarsi, uniti dai valori che la palla ovale incarna e rappresenta, perché il rugby non è solo il nostro sport, ma è anche uno stile di vita e dare sostegno a chi ha bisogno di aiuto non è solo un aspetto del nostro gioco, ma è un modo di essere.”

Occhi aperti sul confine sud

Pubblico un articolo di Lorenzo Declich sulla Tunisia. E’ utile perché riassume un po’ i fatti, chiarisce la dubbia questione integralisti-laici, propone possibili sviluppi degli eventi. Dal sito di Limes, nella sezione dedicata alla Tunisia. Da leggere con un occhio aperto sulla giornata di domani.

“Da mercoledì 6 febbraio la Tunisia è in rivolta, anche se rispetto alle manifestazioni di Chokri-Belaid.jpgdue anni fa ci sono importanti differenze. La mattina del 6 febbraio è stato assassinato in un agguato di fronte alla sua abitazione Chokri Belaid, segretario generale del Movimento patriottico democratico e membro di spicco del Fronte popolare, che raggruppa 15 movimenti della sinistra d’opposizione tunisina. Le circostanze dell’agguato sono tutt’altro che chiare. Nadia Deoud, giornalista free lance che abita nello stesso palazzo di Belaid, ne è stata testimone oculare: “Ero affacciata dal balcone quando ho visto l’autista, in attesa dell’arrivo di Belaid, parlare con qualcuno. L’agguato è avvenuto verso le 7:50 del mattino. Una volta che Belaid ha raggiunto l’automobile due persone a bordo di un motorino si sono avvicinate sparando prima un colpo e dopo altri tre in rapida successione. La cosa che mi ha più sconvolta è stata la mancata reazione dell’autista di fronte all’imminente assassinio del dottor Belaid”.

Chokri viene portato in ospedale ma non c’è nulla fare. All’uscita, l’ambulanza che trasporta le sue spoglie viene accolta da una folla commossa. Urlano slogan rivoluzionari, fanno il takbir, intonano l’inno nazionale. Poi su Avenue Bourghiba la polizia disperde quel corteo spontaneo coi lacrimogeni. Nel giro di poche ore la Tunisia è in fiamme. Tunisi, prima di tutto. Scontri, arresti di attivisti, la polizia entra nei locali del sindacato, l’Ugtt, per “inseguire” alcuni manifestanti che vi si erano rifugiati. Muore un poliziotto. Poi Monastir, Nabeul, Sus, Biserta, Beja, el-Kef, Qayrouan, Kasserine, Mahdia, Gafsa e così via. I manifestanti occupano le sedi di Ennahda, in alcuni casi danno loro fuoco, altrove le saccheggiano. Chiedono le dimissioni del governo. Tutto al contrario rispetto a due anni fa. La protesta parte dal centro e si diffonde verso la periferia, come l’onda di una sasso lanciata in uno stagno. Tutti i portavoce dei partiti si affrettano a condannare l’attentato, una catena di dichiarazioni tanto lunga quanto scontata. Il Parlamento europeo osserva un minuto di silenzio, e condanna. Il presidente tunisino, Moncef Marzouki, in quel contesto, si unisce al coro. Ma non si dimetterà.

Per capire quanto sia depistante il distinguo che definisce “laiche” le forze scese in piazza basta ascoltare le invocazioni a Dio di quelle folle in lutto e leggere i messaggi di cordoglio della cittadinanza. Non si parla, qui, di “laici” contro “religiosi”. Si parla di un blocco di potere (indulgente nei confronti delle ali estremiste dell’islam politico, quelle stesse formazioni che oggi festeggiano la morte di Belaid) al quale partecipano anche partiti “laici” – la sinistra moderata di Ettakatol e il Congresso per la repubblica. Un blocco che in poco più di un anno ha proceduto all’occupazione delle sedie lasciate vuote dai sodali di Ben Ali, venendo a patti con i poteri forti, vecchi e nuovi, tunisini e non. E che si è dimostrato incapace di affrontare i problemi dei cittadini, mentre il paese correva a grandi passi verso il baratro economico e lo scontro sociale. Che la situazione sia esplosiva è chiaro guardando i dati economici. Bilancia commerciale in deficit, industria ferma, turismo in crollo verticale, investitori in fuga, agricoltura in ginocchio. Il ministro delle Finanze, Elyes Fakhfakh annuncia ulteriori aumenti del prezzo dei carburanti, dell’energia elettrica, del tabacco. Il Fondo Monetario Internazionale va in pressing sul governo, chiedendo riforme strutturali: l’ennesimo “richiamo” è del 4 febbraio scorso, quando il governatore della Banca centrale della Tunisia, Chedly Ayari, appare in conferenza stampa congiunta con i rappresentanti del Fondo. In serata arriva l’annuncio delle dimissioni di Karima Souid, la deputata di Ettakatol eletta nella Francia meridionale (una delle circoscrizioni estere del voto tunisino). È troppo poco per un partito che le opposizioni riunite attorno al Fronte popolare, una formazione in grande crescita nel paese formatasi nell’ottobre scorso dalla federazione di diverse sigle della sinistra anche radicale, accusano di accondiscendenza nei confronti del premier Hamadi Jebali e del suo partito, Ennahda. La soluzione, secondo Jebali, è un “governo tecnico”: pochi ministri di comprovato valore, specie nei comparti economici. Qualcosa che va incontro, appunto, alle richieste dell’Fmi e che incassa il placet di Ettakatol e del Congresso per la repubblica, ma che trova l’opposizione proprio di Ennahda, un partito nel quale già da tempo sono in corso lotte fra “clan” per l’egemonia. Secondo uno dei suoi esponenti, Abdelhamid Jelassi, la soluzione sarebbe da trovare in un governo autorevole dal punto di vista politico, il che significa probabilmente l’entrata in campo del leader del partito Rachid Ghannouchi o di qualche esponente della sua cordata. Difficilmente l’una o l’altra soluzione soddisferanno le opposizioni sociali e politiche. Domani, 8 febbraio, Chokri Belaid sarà inumato. Sarà il “venerdì della sfida totale” secondo gli attivisti. Il forte sindacato tunisino si unirà alla protesta, chiamando i suoi iscritti – mezzo milione di persone – allo sciopero generale nazionale, il primo dal 1978.”

Il canto di Ofir

Prendo questo articolo di Davide Frattini dal Corriere. Suggerisco di leggere anche alcuni degli oltre 80 commenti presenti sul giornale: c’è chi si lamenta di Israele, c’è chi informa che Israele è anche e soprattutto altro, c’è chi si meraviglia che gli articoli su questioni ben più importanti non abbiano che pochi commenti… Buona lettura.

b-sisterhood-thevoice-012713.jpg.jpg“Ofir porta l’abito nero e giallo con la gonna che copre le ginocchia e le maniche che nascondono i gomiti. Osserva le regole della sua famiglia e del villaggio religioso dove vive, il moshav Nir Galim sulla costa verso sud. Non è bastato ai rabbini che dirigono la sua scuola: Ofir ha cantato da sola in pubblico – davanti a milioni di israeliani – perché ha voluto partecipare al concorso televisivo The Voice , versione locale dello show americano. È stata punita, sospesa per due settimane, i genitori hanno accettato il castigo, non l’hanno tenuta a casa. Ofir Ben-Shetreet è andata avanti, si è presentata ai giudici dello spettacolo che definiscono la sua voce «angelica» e tra loro ha scelto come mentore il «diavolo»: Aviv Geffen, il simbolo della Tel Aviv libertaria e trasgressiva. La rockstar l’ha sfidata a lasciarsi guidare da lui, lei ha intuito che può aiutarla a sviluppare il suo talento di diciassettenne.

Zvi Arnon, il rabbino del villaggio, giustifica la decisione della scuola (che sta ad Ashdod, metropoli portuale poco lontana), la sospensione è arrivata dopo le proteste dei genitori di altri allievi. «Per me Ofir resta – ha commentato in un’intervista al Canale 7 – una giovane con una forte moralità, molti nel villaggio la difendono. Ma nessun leader religioso può permettere che una donna canti davanti agli uomini». La regola del kol isha è tra le più contestate dai laici, viene applicata alle cerimonie di Stato o militari, dove spesso i soldati ortodossi lasciano la sala per non ascoltare le donne cantare. Un anno fa la Giornata della Gioventù aveva spaccato la cittadina di Kfar Sava, quando i movimenti religiosi avevano preteso che nessuna ragazza si esibisse.

«Io canto fin da quando sono bambina – racconta Ofir – e sento il bisogno di realizzare il mio talento. La Torah vuole che siamo felici e invita ad ascoltare la musica per esserlo. Credo sia possibile conciliare le regole con questi insegnamenti, per questo ho scelto di partecipare allo show». Rabbini moderati come Aaron Leibowitz sentono in lei «la voce di una generazione che sta cambiando. Non ha rinunciato alla religione, sta cercando la sua strada attraverso le definizioni classiche di giudaismo. Questi giovani – uso una metafora musicale – stanno attuando un remix». Lo psicanalista Carlo Strenger invita sul quotidiano Haaretz il presidente americano Barack Obama a seguire l’accoppiata Ofir-Aviv Geffen per scoprire «un’Israele normale»: «Le elezioni di fine gennaio sono state presentate come una guerra tra tribù, gli ultraortodossi contro i laici. Dobbiamo capire che siamo una società multiculturale di immigrati che deve imparare la tolleranza per sopravvivere».

Inginocchiarsi

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“Non si può amare un bosco, se lo si vede solo come una fabbrica di ossigeno. L’amore nasce da un rapporto diretto e c’è un solo modo per conoscere la foresta: inginocchiarsi e guardarla da vicino” (Ermanno Olmi)

L’Europa di Morin

Un’intervista molto agile presa da un blog del Corriere della Sera che si occupa di Francia. Ma si parla anche di Europa, di Mediterraneo, di Germania, di Mali. L’intervistato è Edgar Morin.

“A vent’anni Edgar Nahoum entrò nella Resistenza contro i nazisti e il regime di Vichy allora trionfanti, con il nome di battaglia di «Morin». Oggi che di anni ne ha 91, Edgar Morin esorta di nuovo alla lotta e ad avere il coraggio di perseguire l’improbabile: cioè, ai giorni nostri, battersi per una Europa unita. Con Mauro Ceruti, Morin ha scritto «La nostra Europa» (Raffaello Cortina Editore), un libro che ha l’ambizione di rispondere alle domande: «Cosa possiamo sperare? Cosa dobbiamo fare?». Nel suo studio di direttore di ricerca emerito del Cnrs a Parigi, il grande sociologo e filosofo della sinistra francese offre uno sguardo autorevole — e paradossalmente ottimista — sull’Europa di oggi.

Nel 1942 lei voleva sconfiggere Hitler. Oggi vuole una federazione europea. Stesso grado g1220978204_g1207957988_g1207594221_morin2.jpgdi improbabilità?

«Abbastanza. Ma tutta la storia umana ci indica che l’evoluzione accade quando gli eventi non seguono la traiettoria probabile. Il caso più clamoroso è quello della Grecia».

Cioè?

«L’impero persiano provò per due volte a schiacciare le piccole città greche, Atene in testa. Nella Prima guerra persiana gli ateniesi sconfissero l’esercito invasore a Maratona. E nella Seconda ci fu la sorpresa di Salamina, dove la flotta greca distrusse quella persiana. Chi l’avrebbe mai detto?».

L’improbabile ha prevalso anche nella Seconda guerra mondiale?

«Senza dubbio. Quando ho fatto la scelta di combattere nella Resistenza (nel 1942 Morin entrò come luogotenente nelle forze della Francia libera, ndr), i nazisti dominavano l’Europa ed erano sul punto di sconfiggere l’Urss. Niente indicava che potessero essere battuti. Fu una scommessa, per fortuna ci andò bene. Già l’Europa metanazionale del 1945 è figlia dell’improbabile».

Per questo lei e Ceruti avete scelto proprio questo momento per scrivere un libro europeista?

«Sono i giorni della crisi profonda ma, come diceva Hölderlin, “là dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva”. Bisogna credere in un nuovo, improbabile sussulto, perché le ragioni non mancano».

Non c’è leader europeo, a parte David Cameron, che a parole non sostenga la prospettiva di un’unione politica.

«I fatti non seguono perché nessuno ha il coraggio di accettare una cessione di sovranità a beneficio di tutti. Tutto è più difficile perché ci sono molte forze centrifughe. Guardate l’intervento in Mali, dove la Francia di fatto è sola a difendere interessi di tutta l’Europa».

Ma è proprio la Francia a essere accusata di frenare sull’integrazione politica. Berlino parla spesso di federazione, e Parigi non risponde.

«Angela Merkel evoca l’unione ma non vuole una politica di rilancio dell’economia. È la Francia a preoccuparsi di una politica economica comune, che non serva solo gli interessi di Berlino. L’impressione mia e di molti qui in Francia è che la Germania proponga un’unione ma a condizione di controllarla, perché nel frattempo la cancelliera Merkel impone ovunque il suo rigore».

L’avvento di Hollande all’Eliseo ha suscitato non poche speranze nell’Europa del Sud. Oggi quello slancio sembra essersi fermato, la Francia appare impegnata soprattutto ad affrontare i suoi notevoli problemi interni.

«Il rapporto della Francia con l’Europa del Sud è interessante e controverso. Negli anni Ottanta i premier socialisti di Portogallo, Spagna e Italia chiedevano al presidente Mitterrand di volgersi verso il Mediterraneo, di guardare di più a Sud. Lui a mio avviso non capì l’importanza di quella offerta di alleanza, era ossessionato dall’asse franco-tedesco, dal suo rapporto privilegiato con Helmut Kohl. Quello fu il primo errore».

E poi?

«Nicolas Sarkozy appena diventato presidente propose un’Unione del Mediterraneo. Un’idea priva di contenuto, davvero troppo campata per aria».

Perché per rinascere l’Europa deve guardare a Sud?

«Perché nel Mediterraneo stanno i problemi e le opportunità. A cominciare dal conflitto israelo-palestinese, sorta di cancro che estende le sue metastasi ovunque, che fortifica in Europa tutto quel che è antislamico e antiarabo e rafforza nei Paesi arabi i sentimenti contrari all’Occidente e alla civiltà giudaico-cristiana. Siamo davanti a un processo infernale, e senza svalutare ciò che è europeo, bisogna rigenerare quel che è mediterraneo».

Il Mediterraneo oggi è il luogo delle minacce, della guerra in Siria, delle Primavere arabe che sembrano tradire le speranze.

«Appunto, è qui che si gioca il futuro. Non parlo di misure concrete, ma il nostro ruolo è di rafforzare una sensibilità. Possiamo almeno provare a riportare in vita quel sentimento affettivo di una identità comune legata a un mare che mi piace definire “materno”».

Non è una visione sentimentale ma poco realistica?

«Al contrario. Anni fa ho scritto un testo che si intitolava appunto Togliere e ridare mito al Mediterraneo. Il nostro mare non è solo armonia, Apollo e Partenone; è un luogo di conflitti. Ma è comunque qui che sono nati i monoteismi e il pensiero laico. È il luogo di una costruzione storica inaudita».

Guardando a Sud, François Hollande ha mandato l’esercito francese in Mali. Lei è d’accordo con questo intervento?

«Sì, lo approvo. Anche se arriva troppo tardi e troppo presto. Tardi, perché si è lasciato che gli islamisti si impadronissero del Nord. Presto, perché gli alleati europei hanno seguito la Francia in modo solo simbolico, e anche perché adesso i tuareg e gli islamisti sono esposti alla vendetta dei maliani. È un’avventura storica e, come sempre in questi casi, i rischi sono molto alti, le conseguenze negative secondarie possono essere più importanti dei successi nel raggiungere gli obiettivi principali. Guardiamo la Libia: la decisione di intervenire era comprensibile, viste le minacce su Bengasi e considerato il regime di Gheddafi; ma adesso ci troviamo con un’enorme quantità di armi che sono finite ai jihadisti di tutta la regione, Mali compreso. Siamo nel vortice delle scommesse storiche, molto pericolose, è vero. Ma io penso che, a un certo punto, dei rischi vadano presi».

Prima delle elezioni presidenziali francesi lei ha firmato, con Michel Rocard e altri, il manifesto «Roosevelt 2012» per spronare la sinistra alle riforme, e ha sostenuto la candidatura di François Hollande. Che cosa pensa delle sue difficoltà attuali, tra tasse, fughe dei capitali all’estero e caso Depardieu?

«La Francia nemica dei ricchi, degli imprenditori e del mercato è un’immagine caricaturale, alimentata dall’opposizione sconfitta. Al contrario, molti a sinistra criticano Hollande perché non conduce una politica abbastanza di sinistra. Io non ero d’accordo con la tassa del 75%, perché la ritenevo inutile e controproducente: i ricchi possono benissimo evitarla espatriando. Soprattutto, Hollande non ha ancora fatto quel che ci aspettiamo da lui, una politica rooseveltiana basata sul rilancio delle energie rinnovabili e sull’ecologia intesa in senso largo. Invece l’energia e l’ecologia potrebbero essere il cuore della nuova integrazione europea».

È deluso da Hollande?

«No, lo critico ma ha un grande merito: Hollande ha combattuto e fermato il dogma politico del rigore che stava massacrando i greci e gli spagnoli. L’Europa può ripartire da qui».”