Pena di morte e USA


In queste settimane in diverse classi abbiamo parlato di pena di morte, l’ultima proprio stamattina. Pubblico un’intervista a sister Helen Prejean, dal cui racconto di vita è stato tratto Dead Man Walking. E’ tratta da Avvenire. Qui sopra, invece, il video della canzone di Johnny Cash proposta da Martina: lei ha fatto conoscere la canzone e il film d’animazione non è affatto male. Grazie

A novembre, insieme alle presidenziali, in uno Stato-faro come la California si voterà per la pena di morte. Come vi state avvicinando a questo appuntamento?

«In California stiamo lavorando molto con diverse forze sociali, prima di tutte la Chiesa cattolica che detiene realmente una leadership nel movimento abolizionista. Del resto negli Stati Uniti abbiamo visto, negli ultimi dieci anni, una forte diminuzione dell’appoggio alla pena capitale. Questo sta avvenendo anche in quegli Stati che vengono chiamati la Death Belt, cioè la “cintura della morte”, ovvero Texas, Oklahoma, Alabama, Mississippi, South Carolina, Missouri e Georgia. Il sostegno alla pena capitale sta scemando anche in questi Stati. E negli ultimi cinque anni sono stati 5 i governi locali che l’hanno definitivamente abolita: nel 2007 lo stato di New York, nel 2008 il New Jersey, nel 2009 il New Mexico, 2010 l’Illinois e di recente il Connecticut: in totale, 17 Stati a oggi hanno detto no al boia. E altri quattro o cinque, tra i quali il Kansas e il New Hampshire, sono vicini alla cancellazione di questa pratica».

Dunque, anche la politica si associa al cambiamento voluto dalla gente?

«Il sostegno popolare alla pena di morte sta decisamente diminuendo. Attualmente in California ci sono 720 persone (di cui 19 donne) che aspettano la condanna nel braccio della morte. Finora la pena di morte negli Stati Uniti è costata la cifra pazzesca di 4 miliardi di dollari, 185 milioni all’anno: è la denuncia di Don Heller, un magistrato repubblicano pentitosi del suo appoggio alla morte di Stato. La gente si sta chiedendo perché così tanti soldi vengono investiti nel sopprimere la vita di molte persone invece che devoluti a programmi di educazione e di prevenzione del crimine. Il popolo americano ha capito che la pena di morte non è una soluzione».

Dal 2000 sono stati 31 gli Stati che hanno cambiato direzione rispetto alle esecuzioni capitali; l’ultima, la Mongolia. Globalmente siamo sulla strada giusta?

«A livello mondiale assistiamo a un trend abolizionistico. Cinquant’anni fa solo pochi Paesi al mondo non prevedevano nel loro codice la pena di morte, oggi la situazione si è rovesciata: la maggioranza degli Stati non ha più questa odiosa pratica. Ricordiamo anche quel che papa Benedetto XVI ha detto di recente, quando ha invitato i cattolici a impegnarsi a livello legislativo per abolire la pena di morte. Tale partecipazione dei credenti è molto forte negli Stati Uniti e altrove: basti pensare al lavoro della Comunità di Sant’Egidio! La gente nota che sono proprio i cattolici i più attivi su questo fronte: i 65 milioni di cattolici americani, soprattutto i giovani, stanno in prima linea nel movimento anti-pena di morte. Ricordiamo che fu Giovanni Paolo II, durante una visita a St. Louis, nel Missouri (era il 1999), a inserire tra gli argomenti pro life la questione della pena capitale».

La prossima partita per la Casa Bianca tra il presidente Barack Obama e lo sfidante repubblicano Mitt Romney riguarderà anche le uccisioni di Stato?

«No, assolutamente. I due candidati non toccheranno la questione, che sta molto in fondo alla loro agenda politica. Obama non l’ha mai citata e non lo farà. Tutto ciò nonostante sia incontrovertibile il cambiamento popolare su questo argomento. È proprio la gente che sta spingendo, con i referendum, la politica e l’ambiente legislativo a rivedere le leggi. Questo è un motivo di speranza: significa che è la gente e non la politica, a far cambiare in meglio le cose».

Dove cresce il pianto dei salici

Di Mrs Macabrette ne ho incontrate nella mia vita da insegnante. Non molte per la verità: alcune, solo alcune, perché molte si credono nere, mentre sono bianche sporche. Le ho riviste tutte oggi ascoltando questo brano breve ma dalle immagini efficacissime (le lampade nere, i crisantemi come passi, le piume nere, i cipressi, l’edera, i salici, le labbra) degli A toys orchestra; e le ho salutate tutte questa anime nere, comunque belle ai miei occhi e dalle labbra non ancora del tutto cucite.

“Lei è la signora Macabrette. Dipinge le lampade di nero, sparge crisantemi sui suoi passi, tre piume nere sul suo cappello, bottoni di vetro sul suo petto. I cipressi si inchinano al suo passaggio.

Lei è la signora Macabrette. Fa l’amore con i gatti e parla unicamente con se stessa. Foglie morte rattoppano il suo vestito. L’edera si arrampica su per le sue gambe …anche il canto degli uccelli sembra così triste!

Brucia le foto del suo matrimonio per accendere un’altra sigaretta. Dove le sue lacrime caddero un giorno ora cresce il pianto dei salici. Cuce le sue labbra cosicché nessuno sarà capace di strapparle un altro sorriso.”


La solitudine di Eleanor

Una canzone vecchia. E’ dei Beatles. L’ho cantata spesso senza sapere di cosa parlasse (l’inglese ho bisogno di leggerlo, oppure mi si deve parlare lentamente, di certo non cantarlo…). Mi sono trovato davanti a un testo semplice che parla di una grande solitudine: una donna, Eleanor, che raccoglie i resti del riso lanciato a un matrimonio e che è vissuta cullando l’attesa vana di un suo uomo. La sua solitudine si somma a quella di un parroco piuttosto disinteressato, padre McKenzie, che sta componendo un sermone inutile perché non ci sarà nessuno ad ascoltarlo nella sua chiesa vuota, come da solo è quando si rammenda i calzini. I due si incontreranno alla morte di Eleanor, anch’essa solitaria, con il parroco a celebrarne il funerale. Si pulisce le mani dalla terra e non c’è neppure speranza di salvezza (il suo pulirsi le mani sembra ricordare il gesto di Pilato?).

Ah, guarda tutta la gente sola; Ah, guarda tutta la gente sola

Eleanor Rigby raccoglie il riso nella chiesa dove è avvenuto un matrimonio

Vive in un sogno, aspetta alla finestra indossando la faccia che tiene in un vaso vicino alla porta.

Per chi è?

Tutta la gente sola, da dove viene? Tutta la gente sola, di dov’è?

Padre McKenzie scrive le parole di un sermone che nessuno ascolterà, nessuno si avvicina

Guardalo lavorare, rammendarsi i calzini di notte quando lì non c’è nessuno. Di cosa gli importa?

Tutta la gente sola, da dove viene? Tutta la gente sola, di dov’è?

Ah, guarda tutta la gente sola; Ah, guarda tutta la gente sola

Eleanor Rigby morì nella chiesa e fu sepolta insieme al suo nome, non venne nessuno

Padre McKenzie si pulisce la mani dalla terra mentre si allontana dalla tomba. Nessuno fu salvato.

Tutta la gente sola, da dove viene? Tutta la gente sola, di dov’è?

Pensieri inconsapevoli

Ci sono delle volte in cui la nostra mente si arrovella in mille rivoli, tante ipotesi, molti pensieri. A volte si tratta di pensieri consapevoli, altre volte no e ti ritrovi a conclusioni senza sapere il percorso fatto. Provi a ricostruire, ma non c’è possibilità. Le preoccupazioni pesano e l’amore sembra essere soffocato. I Pearl Jam invitano invece ad altro: “Respira forte prendi il meglio: questa è la vita. Cerca l’amore e la prova che ritieni valga, ingoia tutta la negatività, è così triste e disgustosa… Riempi l’aria d’amore, il buio con la luce delle stelle.”

Una delle libere associazioni che a me piacciono tanto, un po’ alla “Into the wild” 😉

“E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.” (Mt 6,28-34)

 

Inconsapevole pensiero

Tutti i pensieri che non consideri mai che fai in continuazione

Il cervello è ramificato, la mente è profonda, oh stai affondando?

Pensa al percorso di ogni giorno, quale strada stai per prendere?

Respira forte prendi il meglio: questa è la vita.

Cerca l’amore e la prova che ritieni valga,

ingoia tutta la negatività, è così triste e disgustosa.

Senti l’aria sopra di te, una piscina di cielo blu.

Riempi l’aria d’amore, il buio con la luce delle stelle.

Senti il cielo come una coperta fatta di pietre preziose e diamanti falsi.

Guarda il sentiero disegnato dalla luna perché tu lo possa percorrere.

Niente è rimasto, non è rimasto niente

Niente lì, niente qui

Guarda il sentiero disegnato dalla luna perché tu lo possa percorrere.

Guarda le onde sulle rive lontane: non aspettano altro che te.

Sogna i sogni di altri uomini, non sarai il rivale di nessuno

Un tempo lontano, uno spazio lontano, è lì che viviamo,

un tempo lontano, un posto lontano, allora tu cosa stai dando?

Le nostre ombre più lunghe delle nostre anime

Andare su google, scrivere Stairway to heaven, e trovare tutto e il contrario di tutto: “è una canzone di speranza”, “è un brano di disperazione”, “il pifferaio è Dio”, “il pifferaio è Satana, c’è anche un messaggio subliminale”… Questo è il testo, sotto c’è il video.

C’è una signora che è sicura che sia oro tutto quel che luccica e sta comprando una scala per il paradiso: quando vi arriverà sa che se tutti i negozi sono chiusi con una parola può ottenere ciò per cui è venuta e sta comprando una scala per il paradiso.

C’è una scritta sul muro ma lei vuole essere sicura perché, come tu sai, talvolta le parole hanno due significati. Su un albero vicino al ruscello c’è un uccello che canta, talvolta tutti i nostri pensieri sono sospetti e questo mi stupisce, e questo mi stupisce.

C’è una sensazione che provo quando guardo a Ovest e il mio spirito grida di andarsene. Nei miei pensieri ho visto anelli di fumo attraverso gli alberi e le voci di coloro che stanno in piedi a osservare.

Oooh e questo mi stupisce, ooooh e questo mi stupisce davvero.

E si mormora che presto, se tutti noi intoniamo la melodia, il pifferaio ci condurrà alla ragione e albeggerà un nuovo giorno per coloro che aspettavano da lungo tempo, e le foreste risponderanno con una risata.

E questo mi stupisce.

Se c’è trambusto nella tua siepe non ti allarmare, è solo la pulizia di primavera per la festa di Maggio.

Sì, ci sono due strade che puoi percorrere ma a lungo andare c’è sempre tempo per cambiare strada e ciò mi stupisce.

La tua testa ti ronza e il ronzio non se ne andrà nel caso tu non lo sapessi. Il pifferaio ti sta chiamando per unirti a lui. Signora cara, può sentire il vento soffiare? che la sua scala è costruita sul vento mormorante?

E scendiamo in strada, le nostre ombre più lunghe delle nostre anime, là cammina una donna che noi tutti conosciamo, che risplende di luce bianca e vuole dimostrare come qualsiasi cosa si tramuti in oro. E se ascolti molto attentamente alla fine la melodia verrà da te quando tutti sono uno e uno è tutti per essere una roccia e per non rotolare via.

E sta comprando una scala per il paradiso.


Una vita da uragano

E’ il mio compleanno. Compio 75 anni. Sono stato un pugile, a un soffio dal diventare campione del mondo dei medi; anzi, per 15 riprese lo sono stato, la durata della sfida contro Joey Giardiello nel 1964. E come me la pensavano anche gli spettatori e i giornalisti presenti all’incontro. Ma non i giudici che con verdetto unanime mi diedero sconfitto. Mi chiamo Rubin Carter, mi chiamavano Hurricane. Da lì è iniziata la discesa della china, ma non sapevo ancora quanto sarebbe stata profonda. Due anni dopo, il 14 giugno, verso le 2.30 nel bar Lafayette bar and grill di Paterson, nel New Jersey, entrano due uomini di colore e fanno fuoco sui presenti. Due persone muoiono all’istante, una donna viene ferita e dopo un mese perde la vita, un altro uomo è ferito a un occhio e viene portato all’ospedale. I due assassini scappano. Ma vengono visti. Una donna, Patricia Graham, che abita sopra il Lafayette, li scorge alla guida di un auto bianca identica alla mia. Un uomo, Alfred Bello, incallito criminale che era lì per fare un colpo da un’altra parte, vede e chiama la polizia. Ronald Ruggiero vede entrambe le cose, sia la fuga dei due assassini sull’auto bianca, sia Alfred Bello. Io a quell’ora sono da un’altra parte della città e vengo fermato insieme a John Artis. Veniamo portati al Lafayette, ma nessuno dei presenti ci riconosce. Veniamo portati in ospedale dall’uomo ferito all’occhio: “Perché avete portato qui queste due persone? Non sono loro”. Nella mia auto vengono trovati una pistola calibro 32 e dei proiettili calibro 12, gli stessi usati dagli assassini. Dopo varie vicende mi hanno condannato a tre ergastoli. Dopo quasi vent’anni, nel 1985, sono stato liberato per non aver avuto un processo equo e perché la sentenza era figlia di motivazioni razziali.

Denzel Washington mi ha interpretato in un film, Bob Dylan mi ha dedicato questa canzone.

 

La pistola spara nel locale notturno, entra Patty Valentine da una camera soprastante la sala e vede il barista in una pozza di sangue. Piange: “Mio Dio, li hanno uccisi tutti”. Qui inizia la storia di Uragano, l’uomo che le autorità hanno accusato per qualcosa che lui non ha mai fatto. L’hanno messo in prigione, ma un tempo lui sarebbe potuto diventare il campione del mondo.

Patty vede tre corpi stesi a terra e un altro uomo chiamato Bello, che si muove furtivamente. “Io non l’ho fatto – disse lui agitando le mani – stavo solo rubando l’incasso, spero che capisci. Li ho visti uscire” disse, e si fermò. “Meglio se uno di noi chiama la polizia” e così Patty chiamò la polizia, arrivarono sulla scena con le sirene lampeggianti in quella calda notte nel New Jersey.

Nel frattempo, lontano in un’altra parte della città, Rubin Carter e un paio di amici girano in auto. Il primo contendente della corona per i pesi medi non ha idea di che merda stava per succedere quando un poliziotto lo fece accostare sulla strada come tempo prima e tempo prima ancora. A Paterson questo è come le cose possono accadere: se sei nero non devi farti vedere per strada a meno che non vuoi accettare la sfida.

Alfred Bello aveva un complice che aveva un conto in sospeso con la polizia. Lui ed Arthur Dexter Bradley, si aggiravano nella zona. Disse: “Ho visto due uomini correre fuori, sembravano pesi medi, sono saltati in un’auto bianca con targa di fuori”. E Miss Patty Valentine semplicemente accennò con il capo. Il poliziotto disse “aspettate un minuto, ragazzi, questo qui non è morto”, così lo portarono al pronto soccorso e sebbene quest’uomo ci vedesse a fatica, loro gli dissero che lui poteva identificare il colpevole.

Alle 4 del mattino fermarono Rubin, lo portarono in ospedale e su per le scale. L’uomo ferito lo guardò attraverso il suo occhio morente, disse “Perché l’avete portato qui? non è lui!” Sì, ecco la storia di Hurricane, l’uomo che le autorità hanno accusato per qualcosa che lui non ha mai fatto, l’hanno messo in prigione, ma un tempo lui sarebbe potuto diventare il campione del mondo.

Quattro mesi dopo i ghetti erano in fiamme, Rubin è in Sud America che combatte per il suo nome mentre Arthur Dexter Bradley é ancora nel giro di furti e i poliziotti lo stanno torchiando cercando qualcuno da incolpare. “Ricordi l’assassinio che successe in un bar? ricordi tu dicesti che hai visto l’auto in fuga? pensi di voler collaborare con la legge? pensi possa essere stato quel pugile che hai visto correre fuori quella notte? Non dimenticare che tu sei bianco”.

Arthur Dexter Bradley disse “davvero non sono sicuro”, il poliziotto disse “un povero ragazzo come te deve darsi una possibilità, ti abbiamo preso per il colpo al motel e stiamo parlando con il tuo amico Bello, ora tu non vuoi tornare in cella vero? Fai il bravo, faresti un favore alla società. Quel figlio di puttana è coraggioso e diventa sempre più coraggioso, vogliamo rompergli il culo, vogliamo addossargli questo triplo omicidio, lui non è Gentleman Jim”

Rubin può stendere un uomo solo con un pugno ma non gli ha mai fatto piacere parlarne: “E’ il mio lavoro, disse, lo faccio perché mi pagano e quando è finito l’incontro voglio solo al più presto tornare per la mia strada, lassù in qualche paradiso, dove nei fiumi ci sono trote e l’aria è dolce e cavalchi nel verde”. Ma poi loro lo misero in prigione dove cercarono di trasformare un uomo in un topo.

Tutte le carte di Rubin erano state segnate in anticipo. Il processo fu una farsa, non aveva possibilità. Il giudice fece passare per alcolizzati e inaffidabili i testimoni di Rubin, per la gente bianca che stava a guardare lui era un fannullone rivoluzionario e per la gente nera lui era solo un pazzo negro. Nessuno dubitò che fu lui a premere il grilletto, sebbene loro non avessero trovato l’arma. Il Pubblico Ministero disse che fu lui a compiere l’atto e la giuria composta tutta di bianchi fu d’accordo.

Rubin Carter fu ingiustamente condannato. L’accusa fu omicidio, indovina chi ha testimoniato? Bello e Bradley ed entrambi mentirono e i tutti i giornali ci mangiarono sopra. Come può la vita di un uomo essere nelle mani di qualche pazzo? Vederlo palesemente incastrato non può aiutare ma mi fa vergognare di vivere in un paese dove la giustizia è un gioco.

Ora tutti quei criminali in giacca e cravatta sono liberi di bere Martini e guardare l’alba, mentre Rubin siede come Budda in una piccola cella, un innocente in un inferno vivente. Questa è la storia di Hurricane, ma non sarà finita finché non riabiliteranno il suo nome e gli ridaranno indietro il tempo perso. Lo misero in una prigione, ma un tempo lui sarebbe potuto diventare il campione del mondo.

Il quadro e i puntini

giovanni-lindo-ferretti.jpg“Non sono mai caduto da cavallo. Il mio approccio alla vita non è mai cambiato. Nel mio profondo sono un vecchio punkettone, anche in chiesa. Oggi il pensiero è più complesso, vede cose che prima non aveva visto, è come un grande quadro di cui hai una visione d’insieme e poi metti insieme migliaia di particolari, che essendo tutti illuminati della propria luce, non cambiano l’insieme, anzi lo fanno risaltare e danno la capacità di cogliere le valenze prima inimmaginabili. Il quadro non cambia se metti a fuoco i puntini”. (Giovanni Lindo Ferretti su XL)


La scintilla dentro

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Due bambini che guardano fuori dalla finestra mentre alle loro spalle i genitori litigano, una ragazza formosetta che partecipa a una festa in piscina e rifiuta l’invito di un’amica a fare un tuffo, una ragazzina malata senza capelli che in una stanza d’ospedale guarda la tv, un ragazzo che in discoteca si macera di dolore un bacio non ancora dato al suo lui, un giovane mago che per strada viene assalito da tre sbandati. A queste persone la cantante (che nomino solo più tardi per dispetto ai prevenuti) si rivolge:

Ti sei mai sentito come un sacchetto di plastica trasportato dal vento, che vuole ripartire da capo?

Ti senti mai, così sottile, come un foglio di carta, come un castello di carte ad un soffio dal cadere?

Ti sei mai sentito già sepolto sei piedi sotto terra urlando, senza nessuno che senta?

Sai che c’è ancora una possibilità per te, perché c’è ancora una scintilla in te.

Devi solo accendere la luce e lasciarla brillare,

allora impadronisciti della notte come se fosse il quattro luglio.

Perché, tesoro, tu sei un fuoco d’artificio, dai, mostragli il tuo valore

Fagli dire “Oh, oh, oh!” mentre colpisci il cielo.

Baby sei un fuoco d’artificio, dai lascia che i tuoi colori scoppino

Fagli dire “Oh, oh, oh!”, li lascerai cadere già giù giù

Non ti devi sentire come se non valessi niente, sei originale, non puoi essere sostituito.

Se solo sapessi cosa ti riserva il futuro, dopo un uragano arriva un arcobaleno.

Forse tu sei la ragione per la quale tutte le porte sono chiuse,

quindi potresti aprire quella che porta alla strada perfetta.

Come un fulmine, il tuo cuore esploderà e quando sarà il momento, lo saprai.

Devi solo accendere la luce e lasciarla brillare,

allora impadronisciti della notte come se fosse il quattro luglio.

Perché, tesoro, tu sei un fuoco d’artificio, dai, mostragli il tuo valore

Fagli dire “Oh, oh, oh!” mentre colpisci il cielo.

Baby sei un fuoco d’artificio, dai lascia che i tuoi colori scoppino

Fagli dire “Oh, oh, oh!”, li lascerai cadere già giù giù

Boom, boom, boom anche più luminoso della luna, la luna, la luna.

E’ sempre stato dentro di te, te, te, ed ora è il momento di lasciarlo andare.

Perché, tesoro, tu sei un fuoco d’artificio, dai, mostragli il tuo valore

Fagli dire “Oh, oh, oh!” mentre colpisci il cielo.

Baby sei un fuoco d’artificio, dai lascia che i tuoi colori scoppino

Fagli dire “Oh, oh, oh!”, li lascerai cadere già giù giù

Boom, boom, boom anche più luminoso della luna, la luna, la luna

Boom, boom, boom anche più luminoso della luna, la luna, la luna

Eccola qua. Passi giorni a chiederti che scelta fare, quali conseguenze, se è il caso oppure no, se è il momento giusto oppure no, se dire sì oppure no. Poi arriva un segno, o meglio, ti succede quella cosa che tu cogli come un segno. Non sono un fan di Katy Parry e questa canzone l’avevo già sentita. Ma il mio inglese mi chiede di essere letto, non solo sentito cantare… mi ci vuole tempo… Ma mi basta un lampo per cogliere i segni inattesi e nascosti…

Tanto insisitito dolore

Lascio stare tutti i riferimenti biblici che mi sono venuti in mente ascoltando stamattina questa canzone. Penso invece a tutte quelle volte in cui ci capita di chiederci “Perché” davanti a “tanto insistito dolore”…

Dice Pacifico a Il Sussidiario: “Sono stati giorni in cui si son inseguiti tanti fatti. Alla televisione vedevo queste immagini della tragedia di Fukushima, con una vallata in cui rifluivano nella melma animali, automobili, baracche, corpi ed elicotteri, tutti trasportati dall’acqua annerita. Erano giorni in cui vivevo anche personalmente insieme momenti di grande gioia e di profondo dolore. Erano giorni in cui chiedersi in cosa si può credere e sperare era la cosa più urgente, più impellente, più umana…”

“Le domande ti costringono sempre a entrare in una sfera che potremmo dire di preghiera. A volte sacra, a volte religiosa, a volte inconsapevole. Credo che tutti quanti si rivolgano a un ignoto oppure a una presenza nota, perché è quasi impossibile farne a meno. Inutile mentire: siamo tutti fatti con questa ansia dentro, questa voglia di parlare sperando che qualcuno possa ascoltare”

“Ma, forse il senso della potenza che c’è in quell’infinito mistero che chiamiamo vita…”

In una valle a due passi dal mare

ora galleggia un paese

in una minestra scura di ruote di corda di navi elicotteri e case.

Lo vedi che non c’è preghiera,

che non c’è muro forte abbastanza,

e non c’è altezza né distanza che basti.

E allora in cosa credi? Non hai una frase, una parola chiave,

Un altare per inginocchiarti, una statua antica da baciare?

Credo alla stranezza del tutto,

all’ingegnosa perversione

che ci ha messo al mondo certi

ad imparare questa confusione

Non credi che ci sia un momento di sfuocata comprensione

al primo suono emesso da tuo figlio,

alla perdita di un genitore?

Credo alla stranezza del tutto,

all’istante fatale in cui tutto si compie,

che sia nascita, amore, morte o incontro

E le parole, tutte questa parole?

Questi libri di avventura e amore?

Sono tetti di paglia,

rifugi, trincee per resistere a tanto insistito dolore.

E gli abbracci, i sorrisi, e le candele accese,

i pochi mezzi di cui disponiamo, le nostre piccole armi.

E allora in cosa credi?

Non hai una frase mandata a memoria più duratura di qualsiasi legge?

Credo che scivola e sfugge,

e quanto è breve lo capisci alla fine.

E’ una sfuriata e non resiste appiglio,

e ricomincia tutte le mattine.

Si vive, è solo questo,

si vive e non c’è altro da fare.

E dai forza a chi cade in salita

e dolcezza a chi vuol farla finita.

Ogni giorno è inaspettato

e tutto arriva senza spiegazioni

e ti confonde con le emozioni

e ti commuove e non dà soluzioni.

E le parole, tutte queste parole?

Questi libri di avventura e amore sono tetti di paglia,

rifugi, trincee per resistere a tanto insistito dolore.

E gli abbracci, i sorrisi, e le candele accese

i pochi mezzi di cui disponiamo, le nostro piccole armi.

E le parole, tutte queste parole,

queste nuvole di nebbia e fumo sono prati di neve,

torrenti di pioggia, momenti di ombra e respiro.

E i sogni, le carezze ai figli addormentati,

le poche cose di cui disponiamo,

le nostro piccole armi.

In cosa credi…

In cosa credi…

Il mare che hai davanti

Navigare o galleggiare? Dedico ai miei studenti la canzone Controvento di Lucio Dalla, che ha pure un riferimento cristologico esplicito. La appoggio lì, così, riflettendo che non è necessario essere potenti, ma autentici, soprattutto con se stessi. Notte

Navigando controvento non sai cosa troverai,

ma se hai qualcosa dentro capirai.

Certo se vuoi stare in pace, cosa serve navigare?0.jpg

Se vuoi solo star tranquillo, basta galleggiare,

e se poi davvero parti e getti le tue cime in mare

chiudi gli occhi non le orecchie e sta ad ascoltare:

puoi capire quali venti spingeranno la tua barca

e puntare i più potenti per non farla rovesciare.

Conosciti controllati ricordati:

non lasciare mai il timone,

vai dove vuoi tu.

Il vento non sarà mai il tuo padrone,

la vita è come il mare, sì, il mare che hai davanti.

Acceleriamo.

Ma se la barca tocca il porto e le vele abbasserai,

stai attento quando scendi quali venti incontrerai

e ai potenti della terra tra banditi e tra sciacalli

che neanche un briciolo di pane lasceranno lì per te.

Gesù Cristo era un pezzente, tutto meno che potente,

nudo e sporco e sulla croce per non diventare re

non aveva in tasca niente

per camminare sopra il mare

non seguiva la corrente ed i venti da sfruttare.

Conosciti controllati ricordati:

non lasciare mai il timone,

vai solo dove vuoi tu.

Il vento non sarà mai il tuo padrone,

la vita è un grande mare, sì, il mare che hai davanti a te.

Il vento non sarà mai il tuo padrone,

la vita è come il mare, sì, il mare che hai davanti a te.

 

Sono Giuda

Scaccia. Gesù e Giuda.jpg

Non c’è niente da fare. Il giovedì santo spesso e volentieri penso a Giuda. Canta Venditti:

“Signore sono Giuda, il tuo vecchio amico, parlo dall’inferno non dal paradiso. Scusa se disturbo, se ti cerco ancora, io ti sto…io ti sto aspettando. Oggi come allora ero solo un uomo, ora un uomo solo. E mi grido dentro tutto il mio dolore, l’ho pagata cara la mia presunzione, io volevo solo, io volevo solo essere il migliore. Ora sono qui, ultimo tra gli uomini, a portare ancora tutte le spine della tua corona. Perdonando me liberi anche te dalla solitudine, scusa se ti cerco, se ti invoco ancora, io ti sto aspettando oggi come allora. Ora devo andare nel buco nero spaziotemporale, nella certezza della dannazione, nel buio freddo dell’umiliazione. Che sarà di me? Che sarà di te? Dimmi mio Signore, dimmi mio Signore: l’ho pagata cara la mia presunzione. Io volevo solo essere il migliore, io volevo solo essere il migliore”.


Tra i cani zoppi

Il post precedente prende spunto da Pilato. Ed ecco che arrivo a casa e mi cade l’occhio su un articolo su Lucio Dalla. Non l’ho letto, ma mi è venuta in mente una sua canzone dal titolo I.N.R.I. E’ a Pilato che si deve quella iscrizione che fa di un uomo il re dei Giudei e che ci racconta la motivazione romana della sua condanna. La condanna religiosa invece accusa Gesù di essersi voluto fare figlio di Dio. Qui sotto riporto alcune delle parole della canzone di Lucio Dalla che ci descrivono un Gesù che fa splendere la sua presenza in mezzo alle realtà più povere, in mezzo a barboni e clandestini.

“Tra miglia e mondi te ne vai e splendi o appeso in croce in un garage […]

con quel viso da ragazzo con la barba senza età […]

Tra i cani zoppi ti confondi e splendi nei cartoni che son case per chi non le ha […]

Su una nave colma tu ti stringi ma splendi nei dipinti insieme ai diavoli e a Maria”

Se poi qualcuno è curioso di sapere di cosa tratti la canzone, sappia che I.N.R.I. parla di un angelo che ha tamponato un jumbo ed è rotolato sulla 47ª strada. La sua preghiera implora lo sguardo di Dio e si incrocia con quella di un diavolo che affida a lui le sue richieste come a un intermediario.

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Mi solleverò

Ci sono dei momenti nelle nostre vite o nelle nostre giornate in cui fa piacere che qualcuno ci dia una pacca sulle spalle, una spinta di incoraggiamento, un sussurrato “non mollare”. Così, semplicemente, per chi ne ha bisogno, da “Into the wild” la canzone “Rise” di Eddie Vedder:

Questo è il modo in cui va il mondo, non puoi mai sapere

dove mettere tutta la tua fede e come crescerà.

Mi solleverò bruciando dei buchi neri nei ricordi bui,

mi solleverò trasformando gli errori in oro.

Questo è il modo in cui passa il tempo troppo veloce da domare,

improvvisamente ingoiato dai segni, guarda!

Mi solleverò troverò la mia direzione magneticamente,

mi solleverò giocherò il mio asso nella manica.

Ne “Il coperchio del mare” Banana Yoshimoto scrive: “A differenza che nelle grandi difficoltà della vita, nelle piccole cose, nei momenti che passano in un lampo, risplende quella luce misteriosa che si vede quando si realizza un sogno.”


Eremiti e silenzi

Oggi propongo due articoli su un argomento tostarello: il silenzio, la contemplazione, la meditazione, la riflessione, la preghiera. Il primo è un po’ più leggero con delle proposte di lettura e delle testimonianze, il secondo è un articolo di Carlo Maria Martini un po’ più complesso. Una delle frasi che più mi hanno colpito? “Mi pare venuto il momento di ricordare che l’abitudine alla contemplazione e al silenzio feconda e arricchisce, che non si ha azione o impegno che non sgorghi dalla verità dell’essere profondo”. Canta Franco Battiato:

Quanta pace trova l’anima dentro aaa.jpg
scorre lento il tempo di altre leggi
di un’altra dimensione
e scendo dentro un Oceano di Silenzio
sempre in calma.

Buona lettura.

La prima impressione non è sempre quella che conta

Ci sono delle volte in cui le apparenze ingannano e la prima impressione non è quella che conta. E’ bellissimo vedere come cambia lo sguardo di Mélanie, ed è anche bello sentirla mormorare “La prego si scusarmi”. Tra l’altro, un film memorabile

Ci sarà qualcosa

Amare oltre ogni evidenza. Questo mi sembra uno dei significati di “Sogno” di Gianna Nannini. La notte è il luogo del rifugio, il posto in cui vivere il sogno di ciò che non si ha e non si può avere (inconsistente come la neve a ciuffi del primo verso). La canzone parla di un amore che non può essere vissuto (“A te che te ne vai”) e infatti è descritto con immagini lontane dalla serenità: baci allontanati, urlo di bambino intrappolato, gioco cominciato e già finito, bosco di frattaglie, fondi. Resta la possibilità di coltivare il rapporto solo in sogno, un sogno che illuda, stordisca e comunque faccia cogliere qualcosa per cui valga la pena vivere. Viene accettata l’idea che l’amore non ci sia, che se ne sia andato, ma non si rinuncia alla possibilità, magari autolesionistica, di viverlo nel sogno di una notte che a quel punto è illusione e ossessione.

Niente da cui scappare

Piove, l’acqua scende dal cielo, finisce sulla terra, scorre verso il mare, evapora, torna in cielo, piove… C’è un disegnino su tutti i libri delle elementari (io le continuo a chiamare così, sorry). Dentro una casetta ci sono quattro ragazzi in cucina: uno affetta, uno stira, due cucinano. Dal soffitto escono dei tubi con dell’acqua. L’immagine si allarga e si scopre che la cucina è l’unica stanza della casa ancora non allagata. Dura poco, presto l’acqua irrompe. Tutta la terra è invasa dall’acqua e i nostri quattro ci galleggiano dentro insieme agli oggetti della casa.

Uno stacco di scena ci porta a un paesaggio strano fatto di colline sormontantesi le une sulle altre, ciminiere, fabbriche e auto: il tutto si muove in modo simile a una catena di montaggio. Ma tutto è destinato a crollare: i camion finiscono in un dirupo, le fabbriche cadono in rovina, ci sono esplosioni e corto circuiti, l’acqua sale…

I nostri quattro ricompaiono: sono su una barchetta, uno suona una chitarra e canta, uno pesca, uno cucina e uno rema. Sembrano gli unici sopravvissuti a un moderno diluvio che ha coperto di acqua la terra. In cielo brillano le stelle.

Questo è il video piacevole di Don’t panic una veloce e leggera canzone pop dei Coldplay. Il testo? Beh, essenzialmente è questo: “Siamo ossa che stanno affondando come pietre, tutto ciò per il quale abbiamo lottato, tutti i posti in cui siamo cresciuti, tutto di noi è stato rovinato. Viviamo in un mondo magnifico… Tutto quello che so, è che non c’è niente qui da cui scappare, perché, sì, tutti hanno qualcuno su cui possono contare”. Dai, una spintina di ottimismo

Se la strada non è dritta

Stamattina in classe ancora un suggerimento per una breve canzone sull’amicizia con le immagini di Toy Story.

Conta su di me

Stamattina in I una ragazza ha proposto questo video per dire cosa significa per lei l’amicizia. Che bello! L’ho trovato significativo e molto delicato. Grazie per avercelo fatto scoprire 🙂

La maggiore

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Eugenio Finardi presenterà al prossimo Festival di Sanremo una canzone dal titolo “E tu lo chiami Dio”. Ecco l’intervista di Gigio Rancilio presa dalla rete.

Appena finisce l’ascolto di E tu lo chiami Dio, il brano che Finardi porterà a Sanremo, volto la testa verso Eugenio e lo trovo in lacrime. Se non lo conoscessi da oltre vent’anni, penserei a un colpo di teatro o a un gesto di vanità dell’artista che si commuove davanti alla propria bravura. Ma siccome lo conosco, so che la sua commozione è sincera. E non autoreferenziale. «Adoro il modo in cui Boccadoro l’ha orchestrato. C’è quel passaggio di oboe che mi commuove». Il brano è molto intenso e Finardi lo canta in maniera splendida. «Se l’avessi cantato in Sol avrebbe fatto ancor più effetto. Ma sarebbe suonato deprimente. Ho scelto il La maggiore perché è la tonalità di apertura verso gli altri». Ecco: E tu lo chiami Dio è un abbraccio in musica. E un invito a chi crede a usare la fede per unire e migliorare il mondo e non per dividerlo.
Provoco Eugenio: è un bel paradosso dei nostri tempi che a cantare a Sanremo il valore delle fedi sia un’artista non credente. «No, perché tanti non credenti come me, si interrogano molto spesso su Dio. Noi musicisti abbiamo da sempre un rapporto speciale con la trascendenza. Io, poi, è da quando sono bambino che frequento il repertorio sacro».
D’accordo, ma chi te l’ha fatto fare di affrontare un tema così delicato? «Il merito è di Roberta Di Lorenzo, una cantautrice di origini molisane. Tempo fa mi si era proposta come corista. Non mi convinceva, ma quando ho sentito le cose che scriveva ho deciso di produrre il suo primo album. È lei l’autrice del pezzo».
Vuoi dire che non è nato come una «furbata» Sanremese? «Io furbate non ne faccio. Da anni vado avanti per la mia strada. Da indipendente. Faccio dischi dedicati al fado, concerti con brani sacri, album di blues, uno spettacolo su Vysotsky, la voce narrante in un opera per la Scala, concerti per non udenti. Faccio solo cose di valore e che mi piacciono. Non inseguo più il successo. Uso l’arte per stare bene e far star bene. Ci hai fatto caso a quali sono le parole più importanti della musica?»
No, quali sono? «Accordo, armonia, concerto. Tutti termini che indicano l’unione, la concordia, lo stare insieme. Tutti termini che sono legati profondamente anche alle fedi. Perché Dio, il vero Dio, è come l’amore. E senza l’amore si vive male. E si vive soli. Ma la fede, come l’amore, è un dono. Per questo anche se non credi non puoi non provare un senso di afflato con l’assoluto. Pensa che prima di accettare la proposta di Morandi di portare questo brano a Sanremo mi sono chiesto: non è che sto nominando il nome di Dio invano?».
E cosa ti sei risposto? «Che questo brano è esattamente contro chi nomina invano Dio e chi usa la fede, qualunque fede, come un’arma».
Di questi tempi anche la laicità viene spesso brandita come un arma contro la fede. «È vero. Ed è assurdo. Viviamo tempi così difficili che dobbiamo fare tutti uno sforzo per guardare in alto. Per alzare il livello dei nostri pensieri e dei nostri dibattiti. Questa canzone potrà piacere o meno, ma punta in alto. È un invito a trovare punti di unione invece che di divisione».
A luglio compirai 60 anni: che effetto ti fa questo traguardo? «Da tempo accetto l’età che ho. Non mi tingo i capelli, non nascondo le rughe e non mi vesto in modo strano. Non cambio ciò che sono. E non ho paura dei 60 anni. Diciamo che, arrivato a questo punto, mi affido. Come un credente».
Cosa ti aspetti da Sanremo: non vorrai vincere come Vecchioni l’anno scorso? Non ci penso nemmeno a vincere. E non era nei miei programmi andare a Sanremo. È successo per caso. Dal Festival mi aspetto una cosa molto semplice. Forse, piccola. Ma non banale. Oggi mi sono fermato in un bar e la barista dopo avermi riconosciuto mi ha chiesto se mi ero ritirato. Sai, a furia di album di fado, concerti sacri e album blues, il grande pubblico ha perso i contatti con me. Ecco: vorrei che Sanremo dicesse al grande pubblico che Finardi è vivo, fa ancora musica e sta molto bene.