Pubblicato in: Letteratura

Potete camminare su di noi

Un piccolo ricordo a tre anni dalla scomparsa.

 

A tutti i giovani raccomando:poesia.jpg

aprite i libri con religione,

non guardateli superficialmente,

perché in essi è racchiuso

il coraggio dei nostri padri.

E richiudeteli con dignità

quando dovete occuparvi di altre cose.

Ma soprattutto amate i poeti.

Essi hanno vangato per voi la terra

per tanti anni, non per costruivi tombe,

o simulacri, ma altari.

Pensate che potete camminare su di noi

come su dei grandi tappeti

e volare oltre questa triste realtà

quotidiana.

(Alda Merini, da “La vita facile”)

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia

Ortodossia

“La preoccupazione di fondo del mondo cristiano è l’ortodossia, cioè la coincidenza di quello che dico e quello che dice l’autorità e non la coincidenza fra quello che dico e quello che vivo. E allora il cristianesimo si è trasformato. Visto che non si poteva rinnegare il messaggio delle origini lo abbiamo trasformato in un grande sistema di parole che stanno a sé, sospese sul reale” (padre Ernesto Balducci).

ortodossia, cristianesimo, chiesa, autorità


Pubblicato in: Filosofia e teologia, Religioni

Di Ghoul in Ghoul…

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Sul numero di ottobre di XL, nella sezione “mondo”, Anna Lombardi scrive dello spettacolo organizzato dalla diocesi della Cattedrale di New York: una processione di mostri emerge dalla cripta di una chiesa neogotica e avanza lungo le navate sottolineata da ululati e musica sinistra e grida di orrore del pubblico. L’orchestra è composta da scheletri e anche il pubblico dà il suo contributo: streghe, vampiri, zombie, fantasmi. Il climax si ha con l’arrivo dei Ghouls, demoni infernali che aggrediscono il pubblico con urla e gestacci. Infine uno scheletro-papa con il piviale minaccia i presenti dal pulpito con un forcone. Dove siamo? St John Divine, nel cuore di Harlem.

Mi sposto di parecchi chilometri, molto lontano da Harlem, molto vicino a casa nostra. L’esorcista don Ermes Macchioni di Sassuolo afferma a Martina Castigliani: “Venite all’oratorio e portate i vostri bambini vestiti di bianco, o meglio ancora travestiti da santi. Proteggete i vostri figli quella notte, perché, anche senza volerlo e a loro insaputa, gioirebbero e danzerebbero per quello che viene chiamato “il Grande Cornuto” e che non può salvarli. Portateli in Chiesa l’indomani, giorno dei Santi e custoditeli da queste frottole spirituali e di moda che purtroppo non sono mai innocue… Alla fine dell’800, gli spiriti hanno confessato. Anche se i riti vengono fatti con superficialità, ogni volta che li evochiamo, loro si sentono chiamati in causa e legittimati a tornare. Per questo, io dico, ognuno può fare quello che vuole, però la sera del 31 ottobre se i battezzati non vogliono essere ipocriti vengano a festeggiare la festa della luce vestiti di bianco. Anche lì si balla e si danza, solo rievochiamo la luce e non le tenebre.”

That’s all folks…

Pubblicato in: Etica

Senza sapere, senza capire

apparenze

“Sono in treno, il vagone è affollato. Ma il posto vicino al mio, lato finestrino, è vuoto, almeno fino a un minuto prima della partenza, quando si presenta, ansimante, un uomo. Ha una barba lunga e bianca, un corpo imponente, sulle spalle uno zaino che, da come lo scarica a terra, non deve essere leggero. Con una voce sottile, acuta, che contrasta con la sua mole, mi chiede se il posto è libero, poi fa passare pericolosamente lo zaino sopra la mia testa e lo sistema sul sedile. «Dia un occhio, per favore» mi dice allontanandosi traballante lungo il corridoio mentre il treno parte. Armeggia qui e là per sistemare una valigia, altrettanto pesante, e poi deposita anche se stesso sul sedile di fianco, travolgendomi in mille operazioni, alcune funzionali, altre incomprensibili. Tra i vari ammennicoli che ha appesi al collo, c’è un astuccio rettangolare che a un certo punto mi finisce addosso. Glielo passo, lui mi dice un grazie frettoloso e mi dà una gomitata. Mi sposto, seccata. L’uomo apre l’astuccio, tira fuori una scatoletta nera e si mette a sfiorarla da sinistra a destra con le dita. Che cosa starà facendo? Di colpo intuisco che legge con il metodo Braille. La sua irruenza, i suoi gesti maldestri in un attimo per me cambiano di segno. Mi chiedo a quante cose reagiamo con fastidio senza sapere, senza capire.” (Laura Bosio, su Avvenire)

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Religioni, Testimoni

Femminile plurale

A volte qualche studente mi chiede: “Prof, ma come si fa a scegliere di essere una suora di clausura? Che vita è?”. La mia mente va subito a un incontro che ho avuto in quarta liceo: gita di classe in Umbria, giornata ad Assisi, monastero di S. Chiara. Lì ho potuto ascoltare il racconto di vita di una clarissa e ho potuto respirare la pace che arrivava dalle sue parole. Oggi, sul Corriere ho trovato due articoli. Il primo riporta gli esiti dell’incontro tra la giornalista Laura Ballio con la clarissa Nella Letizia (lo ammetto, il nome fa sorridere…), il secondo è una testimonianza diretta della stessa monaca.

2957040519_2ec871e392_m.jpg“Quando ci pensavo immaginavo mura spesse, grate, buio, silenzio, isolamento, la ruota dove venivano lasciati i neonati abbandonati, il “di qua” e il “di là”, la separazione, l’oblio. Come il Manzoni descriveva il monastero di Gertrude, la monaca di Monza. E come mi ricordo da qualche vecchio reportage televisivo, con ombre di veli dietro reti fitte e voci deformate per renderle irriconoscibili. Invece, no. A Rimini, qualche settimana fa, ho conosciuto suor Nella Letizia, 45 anni, viso aperto al sorriso, velo beige su tonaca marrone-francescano, e ho scoperto – da laica ignorante di cose di chiesa – che la clausura nel 2012 è tutta un’altra cosa. L’incontro è avvenuto durante il Festival Francescano dedicato a Femminile, plurale, nella chiesa del Convento delle Clarisse di Rimini, dove suor Nella Letizia vive da 17 anni con 9 consorelle. Quel pomeriggio la chiesa era gremita, donne, uomini, anziani, ragazzi e bambini, seduti anche per terra e dentro i confessionali. Lei, che mi chiedevo come potesse essere una monaca di clausura, era in piedi dietro una cancellata puramente simbolica, e parlava di Chiara d’Assisi e dell’esperienza del corpo nella preghiera: con lievità e sapienza, declinando il suo femminile plurale, concludendo con un «la preghiera porta allegria e voi non lasciatela solo alle suore». E poi ha abbracciato decine di persone, stretto mani, scambiato battute. E a me – che la guardavo francamente sorpresa – ha dato il suo indirizzo di posta elettronica, attraverso il quale abbiamo avviato una conversazione che ha portato al post che segue questo, nel quale suor Nella Letizia (un nome, una garanzia) racconta la sua scelta e la sua vita di clausura. Nel 2012.

Ps. 1) in Italia ci sono circa 90mila suore, di cui 7mila sono in clausura e l’ordine religioso con più monasteri (nel 2004 erano 114, dati più recenti non disponibili) è quello delle clarisse.

2) la prima blogger religiosa è stata suor Elvira de Witt, ex cantante lirica olandese, così attiva sul facebook del suo paese (Hyves) e così abile nel muoversi nella rete, che il 13 luglio del 2011 è stata chiamata a tenere una lezione a porte chiuse per poche elette sul tema La suora nell’epoca digitale.

3) l’altra sera un’amica psicologa mi raccontava che, tra tutti i suoi pazienti, a prescindere da sesso età e occupazione, nessuno le ha mai posto il problema della spiritualità

 

“Femminile, plurale”: è l’originale titolo di una manifestazione svoltasi a Rimini dal 28 al 30 settembre scorso. Niente a che vedere con quanto la location potrebbe far pensare, bensì un ricco programma di conferenze, mostre, celebrazioni, spettacoli e tanto altro, incentrato principalmente su S. Chiara d’Assisi, nell’VIII centenario della sua consacrazione, nell’ambito del Festival Francescano. In quei giorni circa 30.000 persone sono state in qualche modo attirate da una donna vissuta tra il 1100 e il 1200, che ha trascorso 42 dei suoi 60 anni tra le mura di un monastero. Lo trovo sorprendente, anche se non dovrei essere sorpresa dal fascino suscitato da Chiara, dal momento che faccio parte di quel “femminile plurale” generato dal suo carisma e da quello del suo “piantatore” Francesco, come amava definirlo lei. Da clarissa non sono abituata alla frequenza di questi grandi numeri e, seppure nel nostro monastero non siano passati tutti e 30.000 (neanche allargando i nostri spazi all’ennesima potenza avrebbero potuto…), ho guardato con stupore le diverse migliaia di persone di tutte le età che hanno gremito quasi ininterrottamente la chiesa, per venerare le reliquie di S. Chiara e di S. Elisabetta d’Ungheria ospitate per l’occasione, e per partecipare alla nostra liturgia e ai due incontri sull’esperienza della preghiera di S. Chiara che ho proposto. Ho guardato con stupore e mi sono resa conto che, a mia volta, sono stata guardata con stupore, come per esempio dalla giornalista del Corriere, che è la causa della mia presenza su questo blog. Provo ad interpretare lo stupore che ho colto sul suo viso e su quelli di molti altri. Il primo inevitabile passaggio di meraviglia è susseguente ad una domanda: “Va bene che una donna come Chiara abbia vissuto la vita claustrale 800 anni fa, ma che ci fa una donna del XXI secolo tra quattro mura?” Immediatamente dopo, è la memoria degli studi liceali (o degli stereotipi che ne sono seguiti…) a far constatare con sorpresa che la claustrale che si ha davanti non ha nulla a che vedere con la Gertrude di manzoniana memoria. Non sembra monacata a forza, anzi addirittura sembra felice della sua scelta; non vive in catacombe buie e solitarie, ma in una comunità di sorelle, che si ritengono davvero tali, e si relaziona al mondo “di fuori”, talora anche via internet. Rispondo brevemente per chi ha avuto la pazienza di continuare a leggere fin qui. Non so spiegarmi perché si continui a pensare e a presentare la vita delle claustrali con tinte fosche e misteriose. Nei monasteri oggi non abitano più “monache di Monza”, ma donne normali, che provengono da estrazione sociale, professione, regione e talora anche nazione diverse (un piccolo mondo davvero variegato e plurale!), che insieme cercano di vivere la propria vocazione con amore e nell’amore, come qualsiasi persona, servendosi anche di quanto la tecnologia ci mette a disposizione, per incontrare e ascoltare i fratelli e le sorelle e offrire loro la vicinanza di preghiera.

Riguardo al senso della vita di clausura, devo dire che anch’io mi sono fatta questa domanda quando per la prima volta ho conosciuto le clarisse. La loro vita, apparentemente inutile, è stata per me utilissima, perché mi ha spronato a cercare il significato della ma esistenza, non accontentandomi dei vari surrogati di felicità a cui pure potevo avere accesso. Tuttavia, non avrei mai pensato che la loro vocazione sarebbe potuta diventare la mia, perché mi sembrava irragionevole vivere col Signore in un full time, e non con un più conveniente part time… E invece eccomi qui donna del XXI secolo, irragionevolmente ma felicemente, clarissa da quasi 20 anni, innestata in un Ordine ottocentenario nella Chiesa bimillenaria, di cui talora si vedono solo le “rughe”, ma non è solo così, almeno fino a quando continuerà a generare figure come Francesco e Chiara, e come i tanti santi/e, che hanno costellato la sua storia e continuano a costellarla (vedi don Oreste Benzi, di cui qui a Rimini sta per aprirsi la causa di beatificazione), rivelando un modello di persona che, pur non perseguendo le logiche del successo e del piacere ad ogni costo, si rivela realizzata e lieta. Guardo a questa schiera beata con la viva speranza di farne parte anch’io, insieme alle sorelle della mia comunità, e così auguro anche a te lettrice/lettore, offrendoti la nostra preghiera.