Pubblicato in: blog life

Impegni

Mi aspettano due settimane di consigli di classe, per cui non so quanto riuscirò ad aggiornare il blog… Buon inizio novembre a todos

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Pubblicato in: Etica, Storia

Mica è morto per finta

Su Sette ho trovato la triste storia di Mattia, raccontata da Cesare Fiumi e recuperata dal sito dell’Inail.

lavoro, morti bianche, sicurezza“Ci sono storie già accadute che qualcosa dovrebbero insegnare e che trovarsi di nuovo a raccontare fa più male. Storie di tragiche cadute per le quali una Repubblica “fondata sul lavoro” si dovrebbe vergognare e portare il lutto stretto per il patto disdettato nei confronti di un diritto proclamato. Storie di caduti sul mestiere improvvisato, senza rete, vada come vada – perché di lavoro non ce n’è e quando lo trovi, fosse solo per qualche ora, non puoi lasciartelo scappare. A costo di salire, in scarpe da ginnastica e senza protezione, sul tetto di un capannone da ripulire. Due anni fa, alla vigilia di Natale, toccò a Daniele Floris, sardo dell’Ogliastra. Daniele aveva vent’anni «ed era al suo primo giorno di lavoro» – spiegò chi era stato il suo titolare per un pugno di minuti, altro che ore – quando volò giù dal tetto di un cantiere dove c’erano da installare alcuni pannelli fotovoltaici. L’indomani avrebbe dovuto fare il figurante, vestito da pastore, nel presepio vivente di Villagrande. Lo portarono morente all’ospedale con un polmone perforato e in coma cerebrale: il giorno seguente, più nulla da fare. Quella tettoia non era fatta per reggerne il peso. Si era sbriciolata e quattro operai, tutti senza imbragatura di sicurezza, erano precipitati di sotto. Chi se la cavò con delle fratture, chi finì in prognosi riservata: ma Daniele, lì al cantiere, ci lasciò la vita. Accompagnato dal solito ritornello di belle parole: «Basta, un’altra fine così non si può tollerare». Salvo accatastare le due/tre lapidi giornaliere: tante sono le croci bianche che, in Italia, ci tocca quotidianamente piantare. Ma i117 ottobre scorso succede qualcosa che, tornando con la mente a Daniele Floris, lascia sconfitti e sconsolati. Appena tre giorni prima, domenica 14 ottobre, è stata celebrata in ogni sede istituzionale, compreso il Quirinale, la “Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro” per onorarne la memoria e «richiamare l’attenzione della pubblica opinione su questa drammatica realtà sociale». Ed ecco, mercoledì mattina, un altro 25enne pieno di vita, il futuro davanti, si ritrova anch’egli coniugato al passato remoto. Declinato con un “fu”. Mattia Pascai era di Quartu. Anche lui sardo. E anche lui precipitato dal tetto di un capannone dove era stato ingaggiato per pulire pannelli solari: di nuovo, beffardo contrappasso, le “fonti di energia alternativa” a fare da obitorio a formidabili energie disoccupate e inutilizzabili. A dispetto delle “rinnovabili” che sono chiamate a installare e mantenere. Mattia Pascai è volato giù da dieci meni, quando un pannello che doveva pulire è andato in frantumi. È morto perché doveva lavorare, pena non mangiare e non poter dare da mangiare, ché era sposato e aspettava solo un figlio. Oltre che una chiamata, anche a giornata, ché lui non si faceva pregare. Neanche se si trattava di salire lassù, senza ponteggio, senza casco e senza assicurazione: né quella di un’imbragatura, «né quella di una polizza», secondo quanto scrive l’Osservatorio indipendente dei morti sul lavoro. Guarda caso, un altro caduto “il primo giorno di lavoro”, come s’è affrettato a spiegare il suo datore. Ed è quello che il magistrato ora vorrà capire: se Mattia Pascai era saldato o meno in nero. Sì, perché l’ultimo giorno di vita di un operaio che la perde sul lavoro, corrisponde sempre più spesso al “suo primo giorno” di cantiere: troppe morti bianche da perenni esordienti. Bianche come i contratti mai vidimati, in perenne attesa di una firma rimasta sempre negli intenti. Quello stesso giorno sono morti sul lavoro anche altri cinque operai, tra Catania e Torino, Lodi e Leggiuno e, proprio quel giorno, le morti bianche nel 2012 hanno toccato e superato quota 1000, anche se Mattia Pascai non verrà conteggiato nel dato ufficiale dei decessi in cantiere, visto che non aveva neppure un’assicurazione. Ma mica è morto per finta, anche se di storie come la sua, di solito, non si parla. Piuttosto, è morto per nulla. Lui, che era un tipo fiducioso e si accontentava del lavoro che trovava. Lui, che aveva solo 25 anni e non era certo schizzinoso.”

Pubblicato in: Etica, opinioni

Quel rudere dello Stato Sociale

Scrive Massimo Gramellini su La Stampa di ieri:

“Il governo non trova soldi per i malati di Sla, che rischiano di morire d’inedia istituzionale. SLA-MALATTIA.jpgE se la tecnica Fornero ricomincia a piangere, la politica tace o parla d’altro: di quanto sia brutta e cattiva l’antipolitica. Mentre proprio di questo dovrebbe occuparsi: degli ultimi, dei deboli, di chi non ce la fa. Purtroppo non tutti i cittadini sono ricchi, ambiziosi e intelligenti. Non tutti nascono e rimangono sani. Però tutti fanno parte della stessa comunità e la politica è la mamma che facilita la vita al figlio più in gamba, ma poi si curva protettiva su quello più sfortunato. Ed è a lui che dedica le sue energie migliori, è con lui che sperimenta quanto infinite siano le capacità del cuore umano di amare. Forse le regole del gioco sono cambiate senza che ci avvertissero. Forse la politica ha deciso di dedicare le sue attenzioni soltanto ai potenti di cui è serva e ai servi con cui è prepotente. Lo Stato Sociale europeo – malgrado le sue magagne, le sue burocrazie, le sue ruberie – ha rappresentato la creazione più nobile della politica. Oggi se ne parla come di un rudere di cattivo gusto, un lusso anomalo del passato, un ostacolo al libero manifestarsi del Nuovo. A me un Nuovo dove i mercanti ingrassano e i malati di Sla muoiono sembra nascere già molto vecchio. Se lo Stato non ha più soldi per tutti, tocca alla politica indirizzare quelli che rimangono verso le tasche giuste (possibilmente non le proprie). E chiedere aiuto al mondo delle associazioni, così come una mamma in difficoltà lo chiederebbe a una sorella o a un’amica. Non a una sguattera.”