Pubblicato in: Etica, Storia

Una vita in 23 giorni

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15 anni di carcere prima di riuscire a dimostrare la propria innocenza: è questa la storia di Govinda Prasad Mainali raccontata da Riccardo Noury.

“Dopo aver trascorso 15 anni in carcere, Govinda Prasad Mainali è un uomo definitivamente libero.

Accusato dell’omicidio di una donna, avvenuto nel marzo 1997, l’uomo – un immigrato nepalese che ora ha 46 anni – è stato assolto da ogni accusa mercoledì scorso dall’Alta corte di Tokyo. Il caso era stato riaperto quest’anno, quando nuove prove basate sull’esame del Dna avevano stabilito che non era stato Mainali a uccidere la vittima. Mercoledì il giudice Shoji Ogawa ha finalmente riconosciuto che “ci sono prove che dimostrano che una terza parte ha commesso il reato”. “Siamo molto spiacenti per averlo tenuto in carcere per così tanto tempo” – ha commentato Takayuki Aonuma, vicecapo dell’ufficio della procura di Tokyo.

Dalla sua casa di Katmandu, Mainali non ha trattenuto la felicità ma ha anche espresso enorme amarezza per aver dovuto attendere 15 anni prima di essere riconosciuto innocente. Lo ha aiutato la fede in Dio, dice, e la speranza che un giorno sarebbe riuscito a raccontare la sua vicenda. Nel suo paese natale, Mainali si trova da giugno, quando era stata disposta la riapertura del caso. Uscito dal carcere, le autorità giapponesi si erano ricordate che nel 1997 era entrato illegalmente in Giappone e lo hanno espulso.

La vicenda di Mainali ci dice che in Giappone la giustizia è lungi dall’essere infallibile. Il rischio è intrinseco al sistema giudiziario e ha un nome: daiyo kangoku, le prigioni di polizia. Le persone sospettate di aver commesso un reato possono essere trattenute fino a 23 giorni prima di essere formalmente incriminate. In questo periodo, i contatti con l’avvocato sono ridotti al minimo e le pressioni per ottenere una confessione rasentano, o a volte contemplano, la tortura. Non esistono limiti di procedura alla durata degli interrogatori, che avvengono senza la presenza di un legale e non vengono registrati integralmente. Gli archivi di Amnesty International contengono numerose testimonianze di detenuti che, durante il periodo di daiyo kangoku, sono stati presi a calci e pugni, minacciati, costretti a rimanere immobili, in piedi oppure seduti, e privati del sonno. Le “confessioni” ottenute in questo modo diventano la prova regina dell’accusa. Per smontare un impianto accusatorio del genere, quando va bene ci vogliono anni e anni: 15, come abbiamo visto nel caso di Mainali. In un paese che mantiene e applica la pena di morte, sapere che il destino di una persona può decidersi in quei 23 giorni fa venire i brividi. Un film, presentato al Festival del cinema di Roma nel 2010 ma purtroppo mai distribuito in Italia, “Box – The Hakamada case”, lo spiega alla perfezione. Da anni, Amnesty International e gli organismi sui diritti umani delle Nazioni Unite chiedono una riforma profonda del sistema del daiyo kangoku. Le principali modifiche sollecitate riguardano il pieno accesso dei detenuti alla difesa, soprattutto nel corso degli interrogatori, la registrazione integrale di questi ultimi, in audio e in video, e l’introduzione di sistemi di sorveglianza attraverso telecamere all’interno delle celle e delle stanze d’interrogatorio.”

Pubblicato in: Etica, Scienze e tecnologia

Benedizione o maledizione?

La maggiorparte degli stati benedirebbe il momento in cui si scoprisse nel proprio sottosuolo la presenza di petrolio. Vale proprio per tutti? O si corre il rischio che il proprio territorio venga devastato? E con esso il tessuto sociale? Ne scrive Edoardo Vigna.

429181_482762401755774_679684165_n.jpg“Un destino nelle grinfie di despoti feroci, avide oligarchie, multinazionali insensibili a tutto tranne che al profitto. È quello preconizzato da molti osservatori, che si fondano sull’osservazione di parecchi precedenti, per le nazioni che si scoprono ricche di oro nero ma non abbastanza provvedute da saperne gestire le ricchezze: senza considerare le possibili conseguenze devastanti sull’ambiente. Ed è proprio questa la prospettiva che comincia ad aleggiare sull’isola (non a caso) protagonista, per le sue bellezze naturali, di una fortunata serie cinematografica: il Madagascar. Dove, a 300 chilometri a nord della capitale Antananarivo, sulla costa occidentale, è stato scoperto un significativo giacimento di petrolio. La regione montuosa del Melaky ospita parchi naturali incredibili ma è anche così difficilmente accessibile che, per arrivarci, sono necessari piccoli aeroplani privati. Secondo gli studi, sotto gli sbuffi di petrolio che affiorano qua e là sulla terra, ci sono giacimenti per 1,7 miliardi di barili.

Al momento ne vengono estratte poche decine al giorno, ma la Madagascar Oil (che ha sede a Houston, Texas e ha i diritti del giacimento) conta di arrivare a mille al giorno il prossimo anno. Solo che si tratta di un petrolio difficile da prendere: per farlo, è necessario “iniettare” vapore nel sottosuolo. Operazione, secondo le organizzazioni ambientaliste come il Wwf e la coalizione locale Vooari Gasy, foriera di contaminazioni e di conseguenze pesanti sul consumo d’acqua. Houston, che ha respinto le accuse punto per punto, ora vuole ottenere una “dichiarazione di commerciabilità” del petrolio del Madagascar. Benedizione o maledizione, insomma, questo oro nero per gli abitanti dell’isola? Quel che è certo, intanto, è che il Paese vive, ormai dal 2009, una assoluta instabilità politica (le elezioni dovrebbero tenersi l’anno prossimo) che, secondo gli ultimi calcoli, ha portato altri 4 milioni di persone a vivere con un euro al giorno e costretto 500mila bambini a lasciare la scuola. In queste condizioni, battersi in difesa dell’ambiente è davvero difficile.”

Pubblicato in: Filosofia e teologia, Storia

Da manager ad arcivescovo di Canterbury

Proviamo a conoscere un po’ meglio, attraverso un articolo del Corriere, il nuovo primate della Chiesa anglicana.

“Di quale pasta sia fatto il nuovo capo spirituale degli anglicani lo si era capito un giorno welby, chiesa anglicana, canterburydella scorsa estate quando il presidente della Barclays, sir David Walker, presentandosi con un certa baldanza davanti ai Lord si trovò investito da una domanda che era una sciabolata al cuore: «Ma voi banchieri perché siete così tanto avidi? Perché vi arricchite speculando coi soldi degli altri?». Justin Welby, all’epoca era il vescovo della diocesi di Durham ed era pure uno dei rappresentanti nella Camera alta a Westminster della Chiesa d’Inghilterra. Tutti sapevano che il cinquantaseienne figlio di un commerciante di whisky nonché amico della famiglia Kennedy e di Jane Portal, una delle segretarie di Winston Churchill, aveva (e ha) il dente avvelenato con i padroni e con padrini della City. Ma che un tipo così, nonostante gli studi a Eton e Cambridge (storia), nonostante l’educazione doc, nonostante il suo passato di perfetto «business man», lanciasse pubblicamente la sua sfida al numero uno di un colosso del credito come Barclays, pochi pensavano che potesse accadere. E ancora meno erano quelli che, essendo vacante la cattedra di arcivescovo di Canterbury dopo l’uscita di Rowan Williams, puntavano sull’ascesa di questo signore al soglio massimo anglicano. E, invece, la Crown Nominations Commission, dopo tanto dibattere nella cristianità inglese, alla fine ha chiamato proprio lui: sarà dunque «il fustigatore» della City a comandare (dopo sua maestà, che ne è il vertice simbolico) il gregge dei fedeli.

Chi l’avrebbe mai azzardata, quel giorno dell’estate olimpica, una previsione simile? Scherzi del destino. Nella capitale mondiale della finanza la Chiesa d’Inghilterra sceglie di essere governata da un uomo (sposato e padre di cinque figli) e da un vescovo-lord che della riforma bancaria e della necessità di controlli rigidi su ciò che i «maghi» dei tassi e dei mercati combinano nel segreto delle loro «stanze di guerra», fa il suo moderno vangelo. E non per improvvisa ispirazione divina ma perché Justin Welby la conosce bene la City e conosce bene i «peccati (sue parole) che le grandi company commettono». Ha lavorato nel Miglio Quadrato e ha servito il capitalismo internazionale. Già, storia interessante quella del neo arcivescovo di Canterbury. «La chiamata di Dio» (sempre sue parole) l’ha avvertita tardi. Dopo la laurea e i dottorati di ricerca, Justin Welby, non ancora presule, aveva trovato impiego nelle aziende petrolifere (alla Elf francese ella Enterprise Oil Plc). Ne era diventato un manager, viaggiava fra Londra, Parigi e l’Africa, nelle aree di estrazione nel Niger («ho visto molti colleghi arrestati per corruzione»), era diventato un apprezzato «trader» dei famigerati titoli derivati. Poi nel 1987 la tragedia che gli cambiò la vita: muore la sua bambina. Il dolore, la riflessione, l’ordinazione nella Chiesa d’Inghilterra.

Justin Welby ha cominciato subito a predicare contro le brame della finanza allegra e ladrona, osservata tanto da vicino: in un saggio del 1997, dal titolo «L’etica dei derivati» già spiegava la struttura e l’inganno dei futures, degli swaps, dei contratti «pronti contro termine», e concludeva: «Sono strumenti potenti, necessitano di monitoraggi severi». Una voce mai arrivata ai piani alti della City: ben 10 anni prima che la finanza venisse travolta dalle sue stesse diaboliche creature. Il nuovo arcivescovo di Canterbury adesso risfodera i suoi insegnamenti. Può farlo: top manager e top bankers spregiudicati sono nel mirino. Inneggia al movimento «Occupy London», gli antagonisti che si accamparono davanti a St Paul: «Hanno ragione, in questa finanza c’è davvero molto che non va bene». Il censore più pericoloso la City lo trova in casa. E non può prenderlo sotto gamba.”