Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Etica, Filosofia e teologia, Religioni

Di che scegliere

Su Avvenire Lorenzo Fazzini commenta un libro di Pascal Morand sul rapporto tra lusso e religioni. Sotto lo pubblico per intero, ma lo faccio precedere da un passo preso dal libro “Fuori dal tempio” di Pierluigi Di Piazza in cui vengono riportate le parole di pre Toni Beline.

Il 18 ottobre 1975, fra le tante persone presenti quando sono stato ordinato prete, c’era anche don Antonio Bellina, allora parroco di una zona della montagna; dotato di intelligenza viva, di rara capacità di espressione orale e scritta, uomo e prete libero e critico. Venni a sapere della sua presenza perché ricevetti da lui una lettera, datata 19 ottobre, poi diventata pubblica, nella quale rifletteva sull’essere prete, concludendo provocatoriamente: «Hai tre strade da scegliere. La prima è quella della verità. Presentandoti come sei, devi dare una mano al popolo a liberarsi da tutte le catene che lo tengono prigioniero. Devi farlo crescere nella libertà, camminando davanti a lui verso la terra promessa. Se scegli questa strada, ti troverai contro immancabilmente il vescovo, i preti, i politici, i padroni, i bigotti, forse anche i tuoi amici. Avrai solo il conforto di Cristo e quello della tua coscienza. Puoi scegliere la seconda, che è quella della gran parte dei preti: non mettersi contro nessuno, fare funzioni religiose, dottrina, avvicinare coloro che sono ritenuti “poveracci’, dare ragione a tutti e non coinvolgersi con nessuno. Lasciare che la povera gente vada per la sua strada, soffra e muoia. Poi ti chiameranno per il funerale. Se scegli di non essere né pepe né sale, non avrai contro nessuno, farai solo pena. La terza strada l’hanno scelta in molti. Fregarsene della gente e mettersi dalla parte dei potenti. Avrai soldi, amici, ti faranno monsignore, potrai mettere da parte anche qualche soldo. Avrai il potere di trovarti molto bene in questo mondo. Avrai solo qualche imbarazzo a rispondere a Colui che ti aveva inviato a fare tutto tranne queste porcherie. Come vedi, hai di che scegliere”.

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Ecco il pezzo di Avvenire.

“Per un Gesù che loda la donna che spreca un vaso di olio profumato per fargli onore, vanno rammentati quei Padri della Chiesa durissimi sulla ricchezza ostentata: «Il tempo dei cristiani è un tempo di ferro e non d’oro» (Tertulliano); «Il superfluo del ricco è il necessario del povero» (san Girolamo). E se per l’islam i giardini dell’Eden sono – scrive il Corano – popolati di persone «con braccialetti d’oro, vestiti di abiti di seta», è pur vero che nella umma islamica vi sono correnti, come il wahabismo, dove ogni superfluo viene contestato. In Oriente il buddismo non è così ostile al lusso dell’esistenza, come si potrebbe pensare. Mentre l’induismo prevede, tra gli obiettivi degli adepti, proprio il piacere della persona. Insomma, chi l’ha detto che il credere faccia a pugni con l’essere bon viveur, o meglio con il lusso e la ricchezza? Pascal Morand, docente di economia all’Escp Europe, si è preso la briga di confrontare i principi di 8 diverse confessioni religiose con la pratica di quella che lui stesso definisce «ciò che oltrepassa l’uso» corrente delle cose, ovvero il lusso. Con una premessa del romanziere Marcel Proust, secondo cui il primo lusso dell’uomo è nientemeno che il tempo: «Se il tempo non è sinonimo di piacere, l’assenza di tempo è sicuramente fonte di dispiacere». Ma dunque come si rapportano secondo Morand i diversi credo con l’ostentazione della ricchezza? (en passant: la sua ricerca Les religions et le luxe. L’éthique de la richesse d’Orient en Occident, Editions du Regard, pp. 244, euro 22, è stata cofinanziata dalla Fondazione Pierre Bergé di Yves Saint Laurent: per cui, un tantino di precauzione nel trattarne i risultati è auspicabile…).

In sostanza il ricercatore transalpino trova più ambiguità e compromessi tra credere e lusso che non intemerate e scomuniche. Il caso cattolicesimo è quello che pone più problemi: se, come si diceva, i Padri della Chiesa (che accomunano del resto le diverse confessioni cristiane) erano molto duri su chi si lascia andare al superfluo, è proprio sant’Agostino a sancire la linea rigorista che andrà per la maggiore nella Chiesa: «Possedere il superfluo è possedere le cose altrui», scrisse il celebre teologo di Ippona. Figurarsi mostrarle e farne oggetto di esibizione! Epperò è il pensiero medievale che apre – secondo Morand – una possibilità di compresenza tra fede e lusso: la polarità interna al monachesimo cistercense e a quello di Cluny è paradigmatica: «Da un lato chiese bianche e solo funzionali, dall’altro il gusto dei vasti edifici, quello che si può chiamare “lusso per Dio”». È poi il barocco a consacrare la legittimità di un lusso divino che «rappresenta e provoca i movimenti dell’anima donando libero corso all’immagine, all’emozione e alla sensualità». Morand indaga poi altri due “territori” cristiani: il protestantesimo, con le sue varianti calviniste e anglicana, e l’ortodossia. In terra ortodossa è da segnalare che, con l’ascesa degli imperatori macedoni a Costantinopoli, «le arti sontuose divennero più che mai indispensabili all’esercizio del potere imperiale e alla gloria di Dio». E infatti sono numerosi i racconti di pellegrini russi e latini che, passando per la “seconda Roma”, riferiscono di «reliquie e icone coperte d’oro, pietre preziose e perle accumulate nei santuari». Insomma, visto che l’ortodossia «accorda meno importanza all’enunciato della morale rispetto al suo omologo occidentale» (il cattolicesimo, ndr) ecco che «l’aspirazione alla ricchezza e il desiderio del lusso ostentato sono un marchio di fabbrica della tradizione bizantina». Se si passa alle altre due religioni del Libro, Morand vede anche nell’ebraismo e nell’islam spiragli consistenti per far convivere lusso e fede. Arrivando a citare, nell’analisi dell’ebraismo, il noto economista Jacques Attali. Per il quale «nell’ebraismo è auspicabile essere ricchi, mentre per i cristiani è raccomandato di essere poveri. Per gli ebrei la ricchezza è un modo per servire meglio Dio; per i cristiani essa non può che nuocere alla salvezza». Ma anche qui le differenze non mancano: il celebre scrittore viennese ebreo Stefan Zweig sosteneva che «la ricchezza non è che un grado intermedio, un modo di raggiungere uno scopo vero. La volontà reale dell’ebreo consiste nell’elevarsi spiritualmente e raggiungere un livello culturale superiore». Morand rintraccia nell’ebraismo anche correnti più rigoriste e anti-lusso, come la cabbala. In sintesi, però, la fede abramitica «non considera il lusso che deriva dalla ricchezza un fattore di colpa. Ma è importante preservare l’ostentazione dell’eccesso».

E in Oriente? Qui si rintracciano le conclusioni più curiose del lavoro di Morand. Si scopre che l’induismo ha un rapporto ambiguo con il lusso: da un lato il maharadjah, figura contemplata nella società induista, è decisamente associato al benessere; dall’altro nella scala sociale della dea Shiva compare anche la figura dell’asceta. «L’induismo rivendica esplicitamente il piacere sensuale, dal momento che il kama, cioè il desiderio – nella sua valenza di soddisfazione carnale e voluttà –, è uno dei quattro obiettivi dell’uomo». E non si pensi che l’assenza del desiderio, che è il fondamento del pensiero buddista, contempli l’esclusione del denaro e della sua rappresentazione sociale. «È erroneo pensare un comportamento opposto e univoco del buddismo verso il lusso: bisogna distinguere tra quel che è auspicato e incoraggiato e quanto tollerato e permesso. La vita dei “laici” non obbedisce alle stesse esigenze di quella monastica». Così, il buddismo nascente che si confrontava con l’induismo «doveva costruire santuari, reliquiari monumentali e monasteri, acquisendo così un vantaggio sul brahmanismo che quest’ultimo non recuperò mai più». E anche la vita monastica dei bonzi ha subito derive lussuose non infrequenti: «Sono plausibili le lamentazioni periodiche su alcuni monasteri buddhisti infiltrati da uomini e donne interessate solo da una vita confortevole. La tendenza dei monasteri a una vita lussuosa è particolarmente ben dimostrata dall’estensione delle loro proprietà e porta a regolari domande di purificazione». Insomma, tra i discepoli di Buddha, scrive Morand, «se è preferibile evitare il lusso e la voluttà, questi comunque non devono essere banditi».

Infine una noterella sul confucianesimo. Qui si apre indirettamente il capitolo Cina, dove il pensiero di Confucio ha plasmato una società oggi diventata una tumultuosa potenza economica. Le due cose sono collegate? Secondo Max Weber il confucianesimo era un ostacolo allo sviluppo economico. Ma ora che il Dragone è la patria di 150 milioni di nuovi ricchi, tale assioma non vale più. E infatti secondo Morand «per il confucianesimo la ricchezza ha diritto di cittadinanza, è un fatto di cui è possibile beneficiare senza problema perché è qualcosa di realmente sceso dal cielo».”