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Aspettando che la Grande Zucca sorga

Come ho scritto l’altro giorno, il modo in cui ho conosciuto Helloween è stato questo: il mio gruppo metal preferito, con cui ho accompagnato la mia adolescenza. E questa è la loro canzone dal titolo Halloween… Così, per chi stasera festeggia: “Ma sta attento, fai attenzione, ascolta, sii cauto, sì, è Halloween, sì, è Halloween… stanotte”…

Mascherata, mascherata, afferra la tua maschera e non fare tardi

Esci, esci ben travestito, caldo e febbre nell’aria stanotte

Incontrati con gli altri al negozio, bussa alla porta di altra gente

Dolcetto o scherzetto, devono scegliere

Piccoli fantasmi stanno facendo un sacco di rumore

Ma sta attento, fai attenzione, ascolta, sii cauto

Nelle strade ad Halloween sta succedendo qualcosa

Non c’è modo di sfuggire alla potenza sconosciuta

Nelle strade ad Halloween gli spiriti risorgeranno

Fa la tua scelta, è l’inferno o il paradiso

Ah, è Halloween, Ah, è Halloween, stanotte!

Qualcuno è seduto in un campo che non ha mai dato raccolti

Seduto là con gli occhi scintillanti aspettando che la Grande Zucca sorga

Che sfortuna se ricevi un sasso come al buon vecchio Charlie Brown

Pensi che Linus possa aver ragione i ragazzi dicono che è solo una stupida bugia

Ma sta attento, fai attenzione, ascolta, sii cauto

Ascolta – Ti stiamo chiamando…

E c’è magia nell’aria, magia nell’aria, ad Halloween

Nera è la notte, piena di paura, ti mancherà il giorno

Ciò che sarà qui molto presto cambierà la tua vita

Un colpo alla tua porta. È vero o è un sogno?

Con le gambe tremanti apri la porta

E tu gridi… ad Halloween

Oscurità, dove sono adesso? C’è qualcuno là fuori?

Cosa è successo? Sono in paradiso o all’inferno?

Riesco a vedere una luce che arriva, si avvicina, sta brillando,

brillando intensamente, sta brillando su di me1345329984mzd.jpg

Io sono il prescelto, il destino è nelle mie mani

Ora fa la tua scelta, pentito o schiavizzato

Ti mostrerò passione e gloria, lui è un serpente

Ti darò potere e abbondanza, lui è il corruttore dell’uomo

Salvami dal maligno, dammi la forza per continuare

Combatterò per la liberazione e la tranquillità di tutta l’umanità

Ma sta attento, fai attenzione, ascolta, sii cauto

Sì, è Halloween, sì, è Halloween… stanotte

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Europa laica?

Venerdì scorso ho pubblicato un post su una sentenza emessa da un tribunale tedesco quest’estate. L’argomento in questione era la circoncisione. Condivido ora, sulla stessa questione un articolo del sociologo dell’università di Padova Stefano Allievi. La fonte è la rivista Popoli.

“Dopo i veli e i crocifissi, toccherà ai prepuzi diventare oggetto di dibattito culturale, di 49 Guido Reni - la circoncisione.jpgconfronto politico, di iniziativa legislativa? La polemica religiosa estiva di quest’anno è emersa in Germania. Una sentenza del tribunale di Colonia – relativa a un bambino musulmano di quattro anni che aveva dovuto patire fastidiose complicazioni a seguito di una circoncisione – ha di fatto definito reato la circoncisione per motivi religiosi, in quanto «lesiva dell’integrità fisica» della persona. Una decisione che ha allarmato i musulmani, ma ancora di più gli ebrei – che condividono con i musulmani identica pratica -, il cui peso, in Germania, anche se numericamente inferiore, è per ovvie ragioni storiche culturalmente molto superiore. Ed è stato a causa delle durissime proteste ebraiche – la Conferenza europea dei rabbini ha addirittura definito la decisione «il peggior attacco agli ebrei dal tempo dell’Olocausto» – che il caso ha innescato una polemica pubblica di rilievo. Nella sua iniziativa di protesta, la comunità ebraica tedesca ha incassato l’appoggio – oltre ovviamente dei musulmani – anche della Chiesa evangelica e della Chiesa cattolica tedesca. Per ragioni che non sono di mera solidarietà, come vedremo, ma di principo.

Il Parlamento tedesco, per la verità, si è affrettato a votare a larga maggioranza una risoluzione favorevole alla circoncisione. Ma un sondaggio rivela che quasi la metà della popolazione (45%) sarebbe contraria, in nome della libertà di scelta in età adulta del bambino. Principio apparentemente ragionevole, il cui riferimento sono i diritti dell’individuo. Ma che, estensivamente applicato, potrebbe portare davvero molto lontano: ovvero ben al di là delle scelte e delle problematiche religiose, andando a implicare (e vietare?) ogni pratica educativa, religiosa o meno.

Il vantaggio di questa polemica, se così possiamo dire, è che non vale per una singola comunità religiosa. Si fosse trattato di un’usanza solo islamica, avremmo visto la stanca e ripetitiva prassi delle strumentalizzazioni politiche e degli schieramenti su posizione avverse. Ma il fatto che sia condivisa da ebrei e musulmani (come del resto la questione della macellazione rituale, ciclicamente rimessa in questione in vari Paesi, talvolta da partiti islamofobi ignari che riguardi anche gli ebrei), e praticata da molti altri per motivi igienici, come accade negli Usa (secondo alcuni studi, la maggioranza dei maschi americani è circoncisa, e molti ospedali la offrono come prestazione standard), aiuta a far andare la polemica dritta verso snodi teorici fondamentali che toccano i principi fondativi delle società pluralistiche. Ci sono certo aspetti pratici che toccano la questione: come ad esempio chi sia il soggetto autorizzato a praticarla (rabbini e imam o solo medici?) e il luogo in cui ciò è consentito (solo l’ospedale o anche una casa privata o un locale religioso?). Ma fin qui siamo nel novero delle technicalities, facilmente risolvibili. Ricordiamo che su questi aspetti ci sono state accuse e processi anche in Italia, a proposito di imam che avevano operato maldestramente provocando infezioni e lesioni a un bambino.

È chiaro invece che la questione cruciale è di principio, ed è grande come i fondamenti stessi del vivere in comune, dei principi fondativi della società, e del riconoscimento, tra le altre libertà, della libertà educativa e religiosa. Quali sono i limiti della libertà di religione? Può essa includere pratiche contrarie alla legge? No, evidentemente. Ma quali limiti può porre la legge, e in base a quali principi? Un primo limite è certamente l’integrità della persona fisica. Nessuno, nei Paesi occidentali, lo mette in questione. Tanto è vero che sulla base di questo criterio si è bandita ogni tolleranza di fronte all’escissione e all’infibulazione. Ma come si definisce questa integrità? Il limite è estendibile anche a pratiche, come la circoncisione maschile (ma potrebbe essere anche l’imposizione di un orecchino o di un tatuaggio), che non provocano un danno all’individuo, ma semmai ne sanciscono una diversità? Ancora, dove porre il limite alla libertà personale, inclusa quella degli educatori e dei genitori? Perché un’interpretazione estensiva del principio dell’intangibilità della persona, non solo sul piano fisico, potrebbe portare a vietare, sulla base di questi presupposti, anche il battesimo o qualunque altra pratica che attribuisca al soggetto minorenne uno status particolare o un’etichetta sociale: dal portare simboli religiosi, all’imporre un determinato codice vestiario, anche non religiosamente motivato.

Così facendo il rischio è che emerga un’idea di società che – come nella legge francese introdotta per combattere il velo islamico nella scuola pubblica – espunge i simboli religiosi dalla sfera pubblica, ma non tutti gli altri simboli (politici, culturali o di moda). Una società e una legislazione che, in pratica, decidono sulla base di un criterio ideologico, o meramente di potere, ciò che è consentito e ciò che non lo è. Sarebbe un paradosso, in società che sono sempre più plurali, e quindi contengono al loro interno diversità sempre maggiori. È sulla base di questi interrogativi che la sentenza di Colonia esce dal folklore per diventare un possibile segnale di dove stanno andando le società europee. E apre una discussione, anziché chiuderla. Sulle religioni, ma anche sull’idea di laicità che stiamo costruendo: una laicità aperta e includente, o al contrario, come sembra adombrare la sentenza di Colonia, una laicità esclusivista e, di fondo, ideologica?”

Pubblicato in: Etica

Una mutua degradazione

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Era il 1986, 26 settembre, e Primo Levi scriveva: «Nella vita politica nostra mi pare ci sia stata una mutua degradazione. Ci si influenza a vicenda, fatalmente. Fra dominante e dominato c’è uno scambio fatale per cui il livello morale della classe dominante influenza il livello morale dei soggetti, dei cittadini. E viceversa».

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Etica, Letteratura

Due

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“Quando saremo due saremo veglia e sonno

affonderemo nella stessa polpa

come il dente di latte e il suo secondo

saremo due come le acque, le dolci e le salate,

come i cieli, del giorno e della notte,

due come sono i piedi, gli occhi, i reni

come i tempi del battito

i colpi del respiro.

Quando saremo due non avremo metà

saremo un due che non si può dividere con niente.

Quando saremo due, nessuno sarà uno

uno sarà l’uguale di nessuno

e l’unità consisterà nel due.

Quando saremo due

cambierà nome pure l’universo

diventerà diverso.”

Due – Erri De Luca

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Disposte a tutto?

Essere disposti a tutto pur di lavorare? Non sempre. E’ quello che emerge da questo articolo di Gian Antonio Orighi su La stampa. L’offerta per molte donne spagnole è allettante, ma al di là del fatto di vivere lontane da casa (in Arabia), a preoccupare è il rispetto dei diritti fondamentali.

“In una Spagna massacrata dalla disoccupazione (il 25%, la più alta della zona Ue), è women-of-saudi-arabia-2.jpgarrivata dall’Arabia Saudita un’ offerta da mille ed una notte: impiego immediato per 100 mila infermiere. Stipendio da favola: 3.500 euro al mese esentasse, viaggio andata e ritorno gratis, alloggio pagato, 54 giorni di ferie annue. Ma il Consejo General de Enfermería (CGE, l’associazione degli infermieri iberici), ha risposto picche, nonostante le disoccupate siano 16.375. La ragione di un, a prima vista, inspiegabile niet? “La condizione della donna in quelle terre”, ha spiegato Máximo González Jurado, presidente del CGE.

Il divieto non è obbligatorio per professioniste che per ottenere il titolo devono studiare 4 anni all’università più due di specializzazione. E infatti ci sono già infermiere spagnole a Riad e in altre città saudite. Lo stipendio è buono, ma la vita per donne che in patria godono di una grande libertà, è molto diversa. Amaia Ibarrola lavora da un anno nel King Faisal Specialist Hospital di Riad. “Le mie uniche spese sono il vitto, molto economico, e Internet. E, se faccio anche le guardie, arrivo sui 4 mila euro al mese – racconta questa infermiera di 31 anni-. Ma, sull’altro piatto della bilancia, c’è la vita sociale negata. Dobbiamo portare sempre la “abaya” (la tunica nera che copre dal collo al piedi, ndr), con il jihab in testa. Non possiamo mostrare né le braccia né le ginocchia, e neppure indossare jeans o vestiti strecht. Non solo: non possiamo guidare l’auto né parlare con gli uomini. E la “mutawa”, la polizia religiosa, ci controlla dappertutto”. Se Amaia fa di necessità virtù, anche perchè guadagna in doppio che in patria, tante altre sue colleghe scartano un Paese islamico che nega i diritti delle donne. “Non ci vado in Arabia Saudita, incontrerei ostacoli che impedirebbero la mia vita personale. Preferisco l’Australia”, dice Eva García, segoviana di 52 anni.”

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Altri mercati

Riccardo Barlaam è un giornalista che scrive per Il sole 24ore e per Nigrizia. Stamattina in classe, parlando di globalizzazione, abbiamo letto un suo interessante articolo sui nuovi modi di consumare che si stanno espandendo nei paesi africani contraddistinti da un’economia ruspante. Eccolo qui.

images.jpeg“Il miglioramento delle condizioni economiche in molti paesi africani sta facendo crescere, lentamente, una vera e propria middle class all’americana. Una fascia di popolazione che ha un lavoro, un reddito e una capacità di spesa tra i 2 e i 20 dollari al giorno. Secondo gli ultimi dati dell’African development bank, tra il 2000 e il 2010 sono diminuiti i poveri, a favore della classe media che si è allargata. Un trend in ascesa. Più in dettaglio, il livello di popolazione che ha una capacità di spesa inferiore ai 2 dollari al giorno è sceso dal 64 al 60% nel decennio in esame. Mentre la fascia di chi, appunto, può spendere fino a 20 dollari al giorno, si è estesa al 34% della popolazione, vale a dire a 326 milioni di persone (dal 27% del 2000). L’Africa ha un’economia che vale 18mila miliardi di dollari l’anno (fonte The Economist). Il dato, nonostante la crisi internazionale, è in crescita. Le economie dei “leoni” africani, come Ghana, Rwanda, Angola, crescono velocemente come quelle di Sud Corea, Taiwan e delle altri “tigri” asiatiche, seppur partano da livelli di sviluppo più bassi. Cosa succede? Succede che dove c’è più reddito aumentano i consumi. Si diffondono nuove abitudini, stili di vita, aprono negozi e supermercati, nelle città, simili a quelli occidentali. Cambiano i servizi, anche per il tempo libero. Nel centro di Addis Abeba, accanto alla grande rotonda e all’ingresso della Cattedrale ortodossa della Santissima Trinità, c’è un grattacielo con sale giochi, bar, ristoranti e perfino un cinema multisala che offre film a 3d.

Le multinazionali che producono alimentari e cosmetici fanno a gara per conquistare fette di mercato in questa popolazione con nuova capacità di spesa, tanto più in un periodo come questo dove i consumi in occidente languono. Unilever, ad esempio, sta sviluppando una serie di prodotti pensati specialmente per i consumatori africani: shampoo e balsamo per i capelli ricci, creme di bellezza per la pelle nera e così via. A Johannesburg il colosso anglo-olandese dei beni di consumo ha aperto una vera e propria scuola dedicata agli acconciatori professionali africani. Nel primo anno di attività la Motion Accademy ha tenuto corsi di formazione a circa 5mila parrucchieri e barbieri africani. Artigiani che spesso hanno i loro laboratori all’aperto nelle strade dei mercati e che hanno potuto provare questi prodotti per capelli pensati per un pubblico di consumatori africani sempre più attenti alla qualità. Nello stesso modo nelle grandi città si diffondono le catene di supermercati, i negozi di prodotti tecnologici. E anche la distribuzione migliora. Nestlé sta investendo molto nella distribuzione diretta dei propri prodotti nelle strade dei mercati in Sudafrica, anche nei più remoti villaggi dell’Africa rurale. La multinazionale svizzera ha aperto 18 centri logistici che seguono la distribuzione dei prodotti con dei furgoncini dedicati anche nei più remoti spazas (negozietti familiari) sudafricani. Non è stato facile. Si sono dovuti affrontare anche una serie di problemi legati alla sicurezza, sia nei centri di stoccaggio fortificati con antifurto e sistemi di sorveglianza, ma anche nell’allestimento dei camioncini che per evitare i furti molto frequenti soprattutto nelle township ora sono senza brand, dei semplici furgoni bianchi non riconoscibili. Il sistema di micro distribuzione sta funzionando ma è molto costoso. Anche Danone ha organizzato un sistema di distribuzione in Sudafrica che raggiunge due volte a settimana 8.500 punti vendita con i suoi yogurt freschi e altri prodotti a scadenza (latte fresco e derivati). La cosa è facilitata dal fatto che in Sudafrica le strade e le ferrovie sono in condizioni migliori rispetto al resto dell’Africa. In ogni caso, per le multinazionali occidentali il Sudafrica è una buona base per testare i sistemi di distribuzione, limitare gli errori, eliminare le inefficienze. Il primo passo per poi pensare di penetrare nei mercati del resto del continente a partire, appunto, da quei paesi a più rapida crescita, dove aumenta la capacità di spesa pro-capite.

Pubblicato in: Etica, Filosofia e teologia

Per strada

Il solito pungente Gioba

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Pubblicato in: Etica, Religioni, Storia

Bloody sunday nigeriana

Ne avevamo parlato in classe a fine settembre. Avevo detto di tenere d’occhio la situazione della Nigeria per capire se si trattasse di proteste legate al filmato contro Maometto o di una ripresa delle violenze di qualche mese fa. Mi sa che si sta andando verso la seconda ipotesi… L’articolo è di Massimo A. Alberizzi.

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“Ennesima domenica di sangue in Nigeria: ieri di prima mattina un terrorista suicida ha fatto esplodere la sua auto imbottita di dinamite nella chiesa cattolica di Santa Rita in Ungwan Yero a Kaduna, nel nord del Paese. Subito dopo è scattata la vendetta dei cristiani che hanno colpito case e negozi dei musulmani, ammazzando a sangue freddo alcuni fedeli di Allah. Un funzionario del NEMA (National Emergency Management Authority) ha confermato che i morti “sono almeno 10” ma sul numero di feriti non ha voluto essere preciso: “Decine e decine, almeno un centinaio”. Tra gli altri, in condizioni critiche, il sacerdote che stava officiando la messa. Subito dopo l’attacco suicida è partita la rappresaglia dei cristiani furibondi. Armati di bastoni e machete bande di giovani hanno assalito i musulmani e i loro beni. Il guidatore di un mototaxi, creduto seguace dell’islam, è stato bloccato dalla folla inferocita: l’uomo prima è stato picchiato, poi gli è stata rovesciata addosso la sua moto con il serbatoio aperto. Una volta ben inzuppato di benzina, gli assalitori gli hanno dato fuoco. Non è stato l’unico a essere stato ucciso per vendetta, ma la polizia non ha voluto fornire altri dettagli.

Secondo padre Anthony Zaka, il vicedirettore dell’ufficio stampa dell’arcidiocesi di Kaduna, il terrorista che ha devastato la chiesa doveva conoscere molto bene il posto. Probabilmente l’aveva visitato più volte in precedenza. Aveva scelto un angolo particolare dove immolarsi, per poter causare il maggior numero di vittime. Le chiese in Africa sono spesso in spazi aperti, in grandi parchi dove viene sistemato un altare. Così è quella di Kaduna, dedicata a Santa Rita. L’attentatore suicida ha superato il muro di cinta ed è entrato del giardino. Ha poi parcheggiato in una zona che si sarebbe riempita di folla da lì a poco. E’ rimasto seduto in auto finché la gente, per seguire la messa, non ha occupato tutto lo spazio disponibile, e solo allora si è fatto saltare in aria. “Cinque persone sono morte sul colpo – ha spiegato padre Zaka – e altre cinque subito dopo in ospedale per le ferite. Temo che il bilancio potrebbe aumentare perché ci sono parecchi ricoverati in fin di vita”. Nessuno ha finora rivendicato l’attacco, ma fonti diplomatiche non hanno dubbi: “E’ da attribuire a Boko Haram”, il gruppo islamista radicale che combatte il governo centrale del presidente Goodluck Jonathan. Ma è sbagliato ridurre la violenza che sta sconvolgendo la Nigeria a una semplice guerra interreligiosa tra cristiani e musulmani. La crisi ha radici più profonde: corruzione, povertà, disoccupazione degrado anche ecologico. La Nigeria è ricchissima di petrolio (ottavo produttore al mondo e primo africano) ma i proventi restano in mano a poche famiglie di miliardari. La scoperta di nuovi giacimenti a nord, nel bacino del lago Ciad ha moltiplicato i problemi. Sono troppe le mani rapaci che vogliono impadronirsi di quella fortuna. Leader senza scrupoli vogliono destabilizzare il nord. Plagiano i giovani, cui promettono lotta alla corruzione e alla miseria, opportunità di lavoro per tutti e salvaguardia della natura e dell’ambiente, e li convincono a combattere la guerra santa.”

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Che si sposino!

Nella mia lingua c’è un detto: “Al è pies al tapon da buse”. Insomma a danno si aggiunge danno. E’ quello che ho pensato leggendo questo articolo di Edoardo Vigna.

indiantrain.jpg«Il miglior modo per evitare lo stupro delle ragazze? Facciamole sposare presto». E per presto, Sube Singh, potente rappresentante del Khap Panchayats, uno dei consigli politici locali dello Stato indiano dell’Haryana, intende prima dei 15 anni. La Giornata delle Bambine dichiarata dall’Onu è appena passata, con i suoi buoni propositi, ma le prevaricazioni nei confronti delle giovanissime continuano imperterrite. Come la violenza che ha spinto nell’abisso una povera 16enne dell’Haryana, appunto. Violata – da 5 uomini, fra cui un poliziotto – e poi incapace di reggere la vergogna, al punto di suicidarsi. «Che si sposino», ha detto sprezzante il leader del Khap, di fatto fra i veri padroni dei villaggi. Solo che, quando si superano certi limiti, anche le leadership possono vacillare. “15 stupri, 30 giorni, Zero sensibilità” ha titolato un programma tv seguitissimo, sottolineando l’insopportabile sequenza di violenze carnali subite dalle donne dell’Haryana nell’ultimo mese e l’insufficienza dell’azione di governo. «Gli stupratori dovranno subire le pene più severe. Agiremo contro di loro»: così ha voluto dichiarare con forza Sonia Gandhi, la donna più potente dell’India, capo del Partito del Congresso (formazione che guida la maggioranza, alle prese in questi giorni con un delicato rimpasto di governo), andando a trovare i genitori dell’ultima vittima. Il fatto è che non solo l’India è in cima alle classifiche per i matrimoni di bimbe, con una quota del 40%, ma l’escalation di violenza sulle donne è inarrestabile: dal 2006 al 2011 si è passati da 19.300 aggressioni (denunciate) a 24.600 l’anno. E nell’Haryana in 5 anni si è saliti da 608 a 733. La dichiarazione del leader locale ha portato reazioni forti. «Così, con un sopruso si legittimano le nozze delle minorenni», ha sottolineato Indira Jaising, avvocato alla Corte Suprema e attivista. «Alla fine porta a concludere che anche le nozze giustificano lo stupro. Ma se già un’adulta fa fatica a difendersi, all’interno di un matrimonio, dalla violenza del marito, come potrebbero farlo delle bambine?».

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“Sia circonciso tra voi ogni maschio”

Cosa deve fare un medico se si presenta una coppia che chiede di circoncidere il figlio? Ferdinando Fava è Antropologo all’Università di Padova e su Popoli ha risposto alla domanda, facendo riferimento alla sentenza di un tribunale tedesco.

circoncisione (copia).jpg“È lecito per un medico circoncidere un bambino per motivi religiosi su richiesta dei suoi genitori? Secondo un tribunale tedesco, questa pratica contiene alcuni elementi per la configurazione di un reato, ma poiché la giurisprudenza al riguardo non è uniforme, se il medico accettasse commetterebbe un inevitabile errore di diritto, proprio per questa mancanza di omogeneità. Egli agirebbe dunque non solo senza intenzionalità dolosa, ma neppure per negligenza o superficialità. Così si conclude la sentenza pronunciata il 7 maggio 2012 dal tribunale regionale di Colonia, resa pubblica il 26 giugno successivo, e che è immediatamente rimbalzata, in parte deformata, nel circuito mediatico scatenando reazioni molto contrastanti e dai toni molto duri. Perché questa sentenza e questa risonanza? I fatti cui si riferisce risalgono al novembre 2010. I giudici del tribunale respingevano il ricorso della procura contro l’assoluzione, in primo grado, di un medico incriminato di avere arrecato lesioni personali a un bambino di quattro anni, nella sentenza indicato come «K1» (per tutelarne la minore età), circoncidendolo nel proprio ambulatorio. I genitori del bambino, a distanza di due giorni dall’intervento, erano dovuti ricorrere al pronto soccorso del dipartimento pediatrico dell’ospedale universitario della città per arginare un’inarrestabile emorragia. Il perito esterno cui i giudici si erano rivolti confermava che il medico aveva agito correttamente secondo gli standard sanitari correnti (l’anestesia locale, la sutura di quattro punti e la visita domiciliare la sera stessa del giorno dell’intervento) ma asseriva anche che la circoncisione, almeno in Europa centrale, non è assolutamente necessaria come cura profilattica. I giudici respingevano l’appello confermando il giudizio di assoluzione del tribunale di primo grado.

Il dispositivo della sentenza è proprio ciò che è all’origine del dibattito che ne è seguito, multiforme e dai toni molto aspri. Ci sembra utile ripercorrerlo brevemente. La corte stabiliva che il bisturi usato con perizia dal medico incriminato non poteva essere considerato uno strumento pericoloso (come sostenuto invece dalla procura), ma riconosceva ciononostante che al bambino era stata certo arrecata una lesione personale. Secondo il tribunale, l’adeguatezza sociale della circoncisione per motivi religiosi, anche se operata in modo corretto da un medico su un bambino incapace di dare il proprio consenso e quindi solo grazie a quello dei suoi genitori, non la assicura dal non presentare elementi di reato. Detto diversamente, per la circoncisione non si prospetta apparentemente il problema della sua corrispondenza a un’ipotesi di reato, perché essa «va da sé» cioè è «socialmente invisibile, generalmente accettata e storicamente approvata e quindi non soggetta allo stigma formale della legge». Questo, però, non implica che la sua conformità alla aspettativa sociale la preservi dalla presenza di possibili elementi di reato: per il tribunale questa conformità dice proprio l’impossibilità di formulare un giudizio di disapprovazione legale. L’azione del medico inoltre, secondo il tribunale, non può essere giustificata dal consenso: il bimbo di quattro anni non ha la maturità per darlo, e quello dei genitori non giustifica la lesione personale che ne consegue. Il diritto all’educazione dei figli concerne quelle misure prese nel loro migliore interesse e questo non può risolversi in una lesione personale permanente.

Pertanto per il tribunale, a questo punto facendo appello alla letteratura accademica, la circoncisione di un bambino non capace di consenso non è una pratica che promuove il suo più grande interesse, che sia quello di evitare la sua esclusione dalla sua stessa comunità religiosa o di adempiere il diritto costituzionale dei genitori alla sua educazione. Questo diritto fondamentale è, infatti, secondo la corte, ristretto da quello altrettanto fondamentale del bambino alla propria integrità fisica e all’autodeterminazione. I diritti civili e politici non sono limitabili dall’esercizio della libertà religiosa: vi sarebbe dunque una fondamentale «barriera costituzionale» al diritto all’educazione dei genitori. Nel giudizio di proporzionalità cui ricorrere quando questi due diritti fondamentali vengono a collidere, la violazione irrimediabile dell’integrità fisica del bambino dovuta alla circoncisione implicata per la sua educazione religiosa, non è commisurata a questo fine anche se necessaria. Essa, infatti, cambia il suo corpo in modo irreversibile e irreparabile: cambiamento che potrebbe in seguito essere contrario agli interessi stessi del bambino, al suo decidersi indipendente, più avanti negli anni, circa la propria appartenenza religiosa. Il diritto fondamentale dei genitori, secondo i giudici, non sarebbe inaccettabilmente meno leso nel chiedere loro di aspettare il momento in cui il figlio possa decidere da se stesso l’assunzione di un segno visibile della propria affiliazione alla religione, in questo caso, musulmana. Il tribunale confermava così l’assoluzione del medico, senza colpa, per avere commesso allora un inevitabile errore sulla legge penale.

Il dibattito che la sentenza ha scatenato è apparso subito composito, sviluppandosi su piani interpretativi molteplici e correlati: quello giuridico, quello religioso, quello socio-culturale e politico. Ma non poteva essere diversamente. Nella sentenza, infatti, si cristallizzano le tensioni chiave che segnano il divenire oggi delle nostre democrazie liberali e i cui tentativi di soluzione, a loro volta, contribuiscono a costruirne la coesione e l’identità: la tensione e l’articolazione tra i diritti universali (umani, civili e politici) e quelli particolari (religiosi e culturali), tra il diritto del singolo, quello del suo gruppo culturale e della società più ampia in cui sono situati, la natura e i limiti dell’intervento dello Stato sull’educazione dei figli nella privacy famigliare. E tutto questo in una congiuntura storica nella quale i giudici, bisogna notarlo, proprio per l’oggetto, il dispositivo della sentenza e il contesto politico e geografico, si espongono all’accusa, tanto superficiale quanto politicamente strumentale, di islamofobia, di antisemitismo, o più in generale d’intolleranza alla religione di matrice razionalistica e liberale.

La sentenza tenta di definire una posizione terza non riconducibile alla separazione rigida e riduttiva che pone in tensione la legge dello Stato da una parte e le pratiche culturali e religiose dei suoi cittadini dall’altra. Essa appare molto più articolata delle caricature che di essa sono state fatte in molte delle sue critiche roventi. Non è nostro obiettivo valutare se essa riesca a salvare tutti i diritti in gioco e se l’argine che pone, la priorità dell’integrità fisica del bambino, sia giuridicamente fondato. Ma certo è che essa, mettendo in primo piano la circoncisione maschile religiosa, non solo ci invita ad approfondire il senso di una pratica che agli orecchi europei suona ancora scontata, innocua o salutistica, sopratutto nella sua versione medicalizzata routinaria, ma anche – e da qui allargando il cerchio dell’analisi -, a sollevare il problema dell’equità di genere rispetto alla facile criminalizzazione della sola circoncisione religioso-culturale femminile o ancora, estendendo l’ascolto e lo sguardo, ad analizzare l’iscrizione corporea del rapporto tra individuo e società come esso si configura proprio nella sempre più diffusa e invadente chirurgia estetica genitale. Insomma, è l’occasione per interrogarci oggi sulle pratiche di manipolazione dei corpi. Anche attraverso queste, il «corpo sociale» ormai globalizzato mantiene le sue molteplici gerarchie e pone in essere i propri confini, inscrivendoli nel corpo individuale proprio perché corpo sessuato. Quest’ultimo è portatore, infatti, rispetto al primo, di un’irriducibile ambiguità: fonte rassicurante della riproduzione del corpo sociale, esso è anche la costante minaccia del suo disfacimento. L’iscrizione corporea ordina il corpo sessuato al corpo sociale, ma di quest’ultimo ne dissimula così la radicale precarietà e dipendenza. Queste pratiche del corpo sono dunque «fatti ambivalenti»: sono fatti sicuramente religiosi e culturali, i cui rituali cristallizzano ideologie e dotano gli individui d’istruzioni per agire circa la personalità, i rapporti di genere, la cosmologia, lo status sociale, ma sono anche «fatti» irriducibilmente fisio-anatomici, modifiche irreversibili, che non possono non interpellare la riflessione etica e l’impalcatura giuridica, trovando nei diritti umani quel possibile fondamento condiviso, tanto universale quanto precario e problematico.”

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, opinioni

Danger!

Resto stupito dalle motivazioni contenute in questo articolo preso da Rainews24. Di certohelloween_power.jpg non riuscirò mai a sentire Helloween come una festa mia, anzi, neppure come una festa (il mio primo pensiero va sempre al mio gruppo metal preferito… gli Helloween, appunto…). Sulla mia pelle sono tracciate altre coordinate che mi portano ad entrare nei cimiteri il primo giorno di novembre e a far andare la mia mente a quel rosario detto in famiglia e “tenuto su” dal nonno pensando alle persone care che non ci sono più: strettamente in latino, un latino che risentiva di friulanismi e venetismi della tradizione contadina. La sensazione è quella di una festa prettamente commerciale, occasione di svago per una sera, occasione che si mischia ad altre occasioni. Forse tra qualche tempo non ci sarà più, o magari sarà diversa. Più che Helloween, mi fa pensare il fatto che il giorno dopo vedo sempre meno gente, meno giovani e meno bambini che entrano nei cimiteri, al di là dell’aspetto religioso della commemorazione.

“La festa di Halloween rappresenta “un grave pericolo per i bambini”, in grado di rovinarne la salute fisica e psichica. Queste le motivazioni con cui il ministero regionale dell’Istruzione a Krasnodar, Russia del sud, ha deciso di vietare ogni tipo di celebrazione dell’imminente festività di origini americane nelle scuole, adducendo pareri di psichiatri e psicologi. “I bambini che partecipano a questi festeggiamenti spesso si impauriscono, avvertono sentimenti di oppressione e aggressione, e sono inclini al suicidio”, ha scritto il dicastero in una lettera, riportata dall’edizione on-line del quotidiano Kommersant. Le autorità hanno invitato le scuole a organizzare, piuttosto, eventi ispirati ai valori tradizionali russi. La Chiesa ortodossa locale si è espressa contro la ricorrenza che, a suo dire, “celebra il culto della morte e del diavolo”.

La ‘rivolta anti-Halloween’ ha contagiato anche la vicina Stavropol dove, oltre a funzionari pubblici e religiosi ortodossi, persino i cosacchi si sono uniti nel chiedere la cancellazione di un party organizzato nel località termale di Pyatigorsk. Originariamente nata per celebrare la fine della stagione calda, Halloween ha acquistato sempre maggiore popolarità in Russia a partire dal crollo dell’Unione Sovietica, con i primi party organizzati a fine anni ’90. Nel 2003, ricorda l’agenzia di stampa statale ‘Ria-Novosti’, il dipartimento per l’Istruzione della città di Mosca ha ‘consigliato’ di non svolgere più festeggiamenti nelle classi elementari e medie. La festa del ‘dolcetto o scherzetto’, che per tradizione cade la notte del 31 ottobre, non è la sola considerata impropria dalla parte più conservatrice della società russa. Anche San Valentino è vittima di annuali censure, con le autorità ortodosse e alcuni funzionari pubblici che vi vedono “influenze negative sui valori morali e l’integrità spirituale dei giovani”.”

Pubblicato in: Religioni, Storia

1700 anni di cosa?

A Milano si è aperta una mostra che celebra i 1700 anni dall’editto di Milano (editto di Costantino). Sui giornali si celebra la bellezza dell’iniziativa e i tanti capolavori esposti. Spicca il parere tranciante di Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma. Ecco cosa dice al giornalista Giacomo Galeazzi.

Rabbino Di Segni, perché teme un “uso strumentale” delle celebrazioni del 17° centenario costantiniano? 

«La conversione dell’imperatore al cristianesimo non è affatto l’inizio della tolleranza religiosa, anzi è da lì che hanno preso il via le persecuzioni inflitte alle altre religioni. Da quell’infausta data in poi tutti i non cristiani iniziarono ad essere perseguitati. Perciò costituisce palesemente una truffa fornirne un’interpretazione in termini positivi ed addirittura esaltarla come un passo in avanti per l’umanità».

Teme un’operazione di politica culturale? 

«Mi pare evidente. Ed è ancora più pericoloso e preoccupante se si vuole strumentalizzare un remoto passato per diffondere nell’odierna società globalizzata modelli inquietanti di predominio religioso che ostacolano la pacifica convivenza tra i credenti. La lezione da trarre da questa triste pagina semmai è un’altra. E questa sì andrebbe attualizzata».

E cioè quale? 

«Forzature così assurde testimoniano ancora una volta il dato amaro e incontrovertibile che la storia viene sempre scritta dai vincitori. Per questo, diciassette secoli dopo si può celebrare la conversione di Costantino decontestualizzandola e contrabbandando per autentica una finta “pacificazione” che in realtà altro non fu che l’inizio delle persecuzioni da parte dei cristiani».

Perché la ritiene una data infausta? 

«Con la conversione di Costantino è cambiato tutto. Quell’evento ha inciso in maniera decisiva sulla storia ed è strettamente connesso alla persecuzione antiebraica. Nulla dopo quella data fu più come prima e nessuno meglio del popolo ebraico può testimoniarlo. La conversione di Costantino costituisce uno spartiacque epocale, ha diviso la storia tra un prima e un dopo, determinando un drammatico sconvolgimento a cui ha inutilmente tentato di porre rimedio l’ottimo imperatore Giuliano ribattezzato per questo polemicamente e ingiustamente dai cristiani l’Apostata».

È compito degli storici porre rimedio alla “forzatura” che lei denuncia? 

«Negare ciò che quella data rappresenta va contro ogni evidenza storica. E questa vale in assoluto come principio, al di là del fatto che la conversione dell’imperatore fosse sincera oppure fosse solo un’astuta mossa politica».

Per una più completa informazione riporto l’editto:

editto.jpg“Già da tempo, considerando che non deve essere negata la libertà di culto, ma dev’essere data all’intelletto e alla volontà di ciascuno facoltà di occuparsi delle cose divine, ciascuno secondo la propria preferenza, avevamo ordinato che anche i cristiani osservassero la fede della propria setta e del proprio culto. Ma poiché pare che furono chiaramente aggiunte molte e diverse condizioni in quel rescritto in cui tale facoltà venne accordata agli stessi, può essere capitato che alcuni di loro, poco dopo, siano stati impediti di osservare tale culto. Quando noi, Costantino Augusto e Licinio Augusto, giungemmo sotto felice auspicio a Milano ed esaminammo tutto quanto riguardava il profitto e l’interesse pubblico, tra le altre cose che parvero essere per molti aspetti vantaggiose a tutti, in primo luogo e soprattutto, abbiamo stabilito di emanare editti con i quali fosse assicurato il rispetto e la venerazione della Divinità: abbiamo, cioè, deciso di dare ai cristiani e a tutti gli altri libera scelta di seguire il culto che volessero, in modo che qualunque potenza divina e celeste esistente possa essere propizia a noi e a tutti coloro che vivono sotto la nostra autorità. Con un ragionamento salutare e rettissimo abbiamo perciò espresso in un decreto la nostra volontà: che non si debba assolutamente negare ad alcuno la facoltà di seguire e scegliere l’osservanza o il culto dei cristiani, e si dia a ciascuno facoltà di applicarsi a quel culto che ritenga adatto a se stesso, in modo che la Divinità possa fornirci in tutto la sua consueta sollecitudine e la sua benevolenza. Fu quindi opportuno dichiarare con un rescritto che questo era ciò che ci piaceva, affinché dopo la soppressione completa delle condizioni contenute nelle lettere precedenti da noi inviate alla tua devozione a proposito dei cristiani, fosse abolito anche ciò che sembrava troppo sfavorevole ed estraneo alla nostra clemenza, ed ognuno di coloro che avevano fatto la stessa scelta di osservare il culto dei cristiani, ora lo osservasse liberamente e semplicemente, senza essere molestato. Abbiamo stabilito di render pienamente note queste cose alla tua cura perché tu sappia che abbiamo accordato ai cristiani facoltà libera e assoluta di praticare il loro culto. E se la tua devozione intende che questo è stato da noi accordato loro in modo assoluto, deve intendere che anche agli altri che lo vogliono è stata accordata facoltà di osservare la loro religione e il loro culto – il che è chiara conseguenza della tranquillità dei nostri tempi – così che ciascuno abbia facoltà di scegliere ed osservare qualunque religione voglia. Abbiamo fatto questo perché non sembri a nessuno che qualche rito o culto sia stato da noi sminuito in qualche cosa. Stabiliamo inoltre anche questo in relazione ai cristiani: i loro luoghi, dove prima erano soliti adunarsi e a proposito dei quali era stata fissata in precedenza un’altra norma anche in lettere inviate alla tua devozione, se risultasse che qualcuno li ha comprati, dal nostro fisco o da qualcun altro, devono essere restituiti agli stessi cristiani gratuitamente e senza richieste di compenso, senza alcuna negligenza ed esitazione; e se qualcuno ha ricevuto in dono questi luoghi, li deve restituire al più presto agli stessi cristiani.

Se coloro che hanno comprato questi luoghi, o li hanno ricevuti in dono, reclamano qualcosa dalla nostra benevolenza, devono ricorrere al giudizio del prefetto locale, perché nella nostra bontà si provvedeva anche a loro. Tutte queste proprietà devono essere restituite per tua cura alla comunità dei cristiani senza alcun indugio. E poiché è noto che gli stessi cristiani non possedevano solamente i luoghi in cui erano soliti riunirsi, ma anche altri, di proprietà non dei singoli, separatamente, ma della loro comunità, cioè dei cristiani, tutte queste proprietà, in base alla legge suddetta, ordinerai che siano assolutamente restituite senza alcuna contestazione agli stessi cristiani, cioè alla loro comunità e alle singole assemblee, osservando naturalmente la disposizione suddetta, e cioè che coloro che restituiscono gli stessi luoghi senza compenso si attendano dalla nostra benevolenza, come abbiamo detto sopra, il loro indennizzo. In tutto questo dovrai avere per la suddetta comunità dei cristiani lo zelo più efficace, perché si adempia il più rapidamente possibile il nostro ordine, così che grazie alla nostra generosità si provveda anche in questo alla tranquillità comune e pubblica. In questo modo, infatti, come si è detto sopra, possa restare in perpetuo stabile la sollecitudine divina dei nostri riguardi da noi già sperimentata in molte occasioni. E perché i termini di questa nostra legge e della nostra benevolenza possano essere portati a conoscenza di tutti, è opportuno che ciò che è stato da noi scritto, pubblicato per tuo ordine, sia esposto ovunque e giunga a conoscenza di tutti, in modo che la legge dovuta a questa nostra generosità non possa sfuggire a nessuno”.

A questo punto mi chiedo: è infausto l’editto o la storia che lo ha seguito? Fa problema l’editto o l’uso che ne ha fatto l’uomo? Non penso siano sofismi i miei. Certo, concordo col fatto che non si possa dire che da quel momento sono discesi 1700 anni di tolleranza religiosa, ma le premesse non mi parevano così negative.

Pubblicato in: Religioni, Storia

Il terrorismo del Dalai Lama…

La Cina non sa più cosa fare per bloccare le auto immolazioni di coloro che manifestano a favore del Tibet. Ecco l’ultima trovata che ho letto su La Stampa.

“Taglia” anti-immolazioni da parte di Pechino: dopo più di un anno in cui decine di tibetani 2012_08_29_grabb_11804_0_rsz.jpge tibetane si sono dati alle fiamme per protestare contro le politiche cinesi sull’altipiano del Tibet, ecco che le autorità cinesi in alcuni villaggi tibetani hanno annunciato una sorprendente misura per contrastare il fenomeno, annunciando una ricompensa di 8000 dollari americani a chiunque sia in grado di fornire notizie su persone che stanno progettando di autoimmolarsi in protesta. Tremila dollari andranno invece a chi saprà fornire informazioni sui recenti casi già avvenuti – che hanno portato a 58 il numero di “torce umane” che hanno cercato di dimostrare la loro opposizione al controllo cinese del Tibet in modo così cruento, 48 delle quali sono morte. Già tre sono le persone che si sono date alle fiamme negli ultimi cinque giorni, dimostrando che l’ondata di tragici suicidi non fa che aumentare, e che i controlli sempre maggiori sull’altipiano non sono riusciti a invertire la tendenza. Le ultime autoimmolazioni sono avvenute nei dintorni del tempio di Labrang, nel Gansu, considerato una delle maggiori “università” della spiritualità tibetana, con una delle maggiori biblioteche di studio sul lamaismo (per quanto gli stessi monaci non abbiano accesso diretto alle scritture, la cui consultazione deve essere approvata da autorità laiche appartenenti al Partito, preposte alla sorveglianza del tempio). Pechino, fin d’ora, ha dato la colpa per i tragici eventi al Dalai Lama e al governo tibetano in esilio, descrivendo le autoimmolazioni come “atti terroristici” ispirati dalla volontà di separare il Tibet dalla Cina del Dalai Lama. Come misura preventiva invece la polizia paramilitare cinese pattuglia le città e i villaggi tibetani con estintori, che sono stati aggiunti alle armi e divise d’ordinanza. E per quanto le autorità cinesi stiano cercando di moltiplicare i controlli preventivi per prevenire i suicidi, nessuna apertura politica che tocchi le ragioni profonde di tanto scontento è per il momento presa in considerazione. Anzi: mentre la Cina prepara l’apertura del 18esimo Congresso del Partito Comunista, a Pechino, il prossimo 8 novembre, nel corso del quale verrà selezionata la nuova classe dirigente cinese, sia le regioni a forte presenza di gruppi etnici minoritari, che le altre, stanno subendo un giro di vite per contrastare dissenso e proteste. (articolo di Ilaria Maria Sala)

Mi viene naturale chiedermi cosa ne possa essere di coloro additati come possibili auto immolatori da parte di qualcuno ingolosito dagli 8000 dollari…

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Etica, musica

Tra cielo e fango

A breve, nelle prime, parleremo di solitudine. Anticipo un po’ l’argomento con questa canzone di Jovanotti, di qualche anno fa, nell’album Safari. L’invito che fa il cantante è quello a tenere aperti gli occhi, le orecchie, i sensi a tutti gli stimoli che possono arrivare dall’esterno, anche quando questo può far paura e rischia di spingerci a chiuderci in noi stessi (in mezzo a colpevoli, vittime e superstiti, le città si fanno incomprensibili e pericolose e il dialogo fra persone è frammentario). Ci si sente accusati, con le armi puntate addosso, si percepisce la solitudine, e se si commette un errore non c’è modo di rimediare: una sola possibilità. Ecco, allora, l’invito di Jovanotti: guardarsi attorno e cogliere il profumo dei fiori, l’odore della città, il suono dei motorini, il sapore della pizza, le lacrime di una mamma, le idee di uno studente, gli incroci possibili in una piazza… Così si possono vivere le emozioni, positive e negative (rido e piango), sognare il cielo e apprezzare la terra (mi fondo con il cielo e con il fango), avere il coraggio di innamorarsi, svegliarsi, alzarsi, non lamentarsi più e incamminarsi verso il domani: il battito di un cuore dentro al petto, la passione che fa crescere un progetto, l’appetito, la sete, l’evoluzione in atto, l’energia che si scatena in un contatto. Appunto, l’unico pericolo è l’apatia, non riuscire più a sentire niente: lì sì la solitudine è reale, ed è angoscia (un cartello di sei metri dice tutto è intorno a te ma ti guardi intorno e invece non c’è niente). Le antenne alzate verso il cielo, invece, ti fanno percepire gli altri: io lo so che non sono solo anche quando sono solo.

Io lo so che non sono solo anche quando sono solo…

sotto un cielo di stelle e di satelliti tra i colpevoli le vittime e i superstiti

un cane abbaia alla luna, un uomo guarda la sua mano

sembra quella di suo padre quando da bambino

lo prendeva come niente e lo sollevava su era bello il panorama visto dall’alto

si gettava sulle cose prima del pensiero

la sua mano era piccina ma afferrava il mondo intero

ora la città è un film straniero senza sottotitoli

le scale da salire sono scivoli, scivoli, scivoli il ghiaccio sulle cose

la tele dice che le strade son pericolose ma l’unico pericolo che sento veramente

è quello di non riuscire più a sentire niente

il profumo dei fiori l’odore della città il suono dei motorini il sapore della pizza

le lacrime di una mamma le idee di uno studente gli incroci possibili in una piazza

di stare con le antenne alzate verso il cielo

io lo so che non sono solo…

e rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango…

la città è un film straniero senza sottotitoli una pentola che cuoce pezzi di dialoghi

come stai quanto costa che ore sono che succede che si dice chi ci crede

e allora ci si vede

ci si sente soli dalla parte del bersaglio e diventi un appestato quando fai uno sbaglio

un cartello di sei metri dice tutto è intorno a te ma ti guardi intorno e invece non c’è niente

un mondo vecchio che sta insieme solo grazie a quelli che hanno ancora il coraggio di innamorarsi

e una musica che pompa sangue nelle vene e che fa venire voglia di svegliarsi e di alzarsi

smettere di lamentarsi

che l’unico pericolo che senti veramente è quello di non riuscire più a sentire niente

di non riuscire più a sentire niente

il battito di un cuore dentro al petto la passione che fa crescere un progetto

l’appetito la sete l’evoluzione in atto l’energia che si scatena in un contatto…

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia

Dalla clausura al web

Vi sono delle monache di clausura che dialogano con gli utenti della rete sul sito dalsilenzio. Ne scrive su Avvenire Laura Badaracchi.

clausura, suore, trappisti, internet, silenzio“… C’è chi chiede se le monache piangono e colpisce la schiettezza della risposta: «Certamente sì. Dipende dalle persone e dai momenti della vita. Si piange per ciò che fa soffrire, o commuovere, come ogni essere umano. Le ultime arrivate per nostalgia del mondo o fatica a entrare nella vita». Un altro internauta scrive: «Non le piacerebbe veder crescere un suo ipotetico nipote?» e la trappista al pc risponde teneramente: «Grazie a Dio ce li portano ogni tanto. Ci piace molto vederli, anche sentire le loro vocine in chiesa». Fino a chi si domanda se, in tempo di crisi, anche le monache facciano sacrifici: «Oppure pensate che il vostro impegno nella clausura sia già sufficiente?». Da Valserena arriva una replica pragmatica: «Come tutti, abbiamo i nostri problemi per far quadrare il bilancio, migliorare i nostri prodotti per riuscire a venderli. Alla vita semplice siamo abituate e non sentiamo la differenza, almeno per ora. Ma abbiamo meno risorse per aiutare le nostre sorelle in Africa».

Altre alle risposte emerse dal web, colpiscono la lucidità e la capacità di arrivare al cuore delle questioni cruciali per l’esistenza, senza spiritualismi a buon mercato. In un tempo frenetico e distratto, in una società globalizzata, la clausura «non si trova in un centro commerciale, ma proprio il consumismo esasperato lascia quel senso di vuoto e quel desiderio di autenticità che ci pone alla ricerca di qualcosa per cui vale la pena vivere – confida suor Maria Giovanna –. Spesso all’inizio c’è un desiderio del cuore, il desiderio di qualcosa di più che possa dare senso alla propria vita. Poi un incontro con qualcuno che ci ha parlato del monastero, per altre una pagina di internet, per altre ancora un’amica. Nasce il desiderio di venire a vedere, l’incontro con la bellezza della preghiera liturgica, con uno spazio di silenzio tanto ricercato, con una sorella dal cui sguardo traspare un vita piena e vera». Le fa eco suor Federica: «Ero una professionista discretamente affermata nel mio piccolo ambito lavorativo e avrei potuto essere felicemente anche moglie. Madre non so, perché è dono di Dio. Ma lui è intervenuto nella mia vita con un altro dono, quello della chiamata». E suor Petra sintetizza il senso della castità: «Amore purificato dal possesso, dall’egoismo, dalla tentazione di ridurre a sé l’altro, se non addirittura di “usarlo” per sé. La castità è il mezzo, la via, per assomigliare al modo con cui Dio ci ama, e questo è necessario proprio per tutti, nello stato specifico di vita in cui ognuno si trova». Pensieri non di super-donne, ma di persone che cercano il senso autentico dell’esistenza.

Come suor Vera: «Mi rendo conto che molta parte del nostro mondo sia come malato di infantilismo e che la “mania” di mantenersi giovani sia la proposta che si riceve nella vita. Lo si nota sia a livello di cura del corpo, di abbigliamento, di possibilità infinite di svago, vacanza e divertimento, di mancanza d’iniziativa a livello sociale e d’impegno personale nelle scelte della vita. Ci si trova poi pieni di paura per la vecchiaia e per la morte. Paura che si manifesta anche nella ritrosia ad affrontare qualsiasi difficoltà».”

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia

Un piccolo fagotto di ruvido mistero

In quarta stiamo parlando di morte e aldilà. Un anno fa se ne andava Simoncelli e avevo scritto un post quella volta. Oggi trovo queste parole, sempre di D’Avenia.

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“Per sentire il polso di una civiltà bisogna tastare come affronta la morte e prova a redimersene.

I Greci antichi provarono a spezzare il pungiglione alla morte trasformando la vita di un uomo in ricordo: la sua tomba o il suo essere narrato. Aristocraticamente la morte era sopportabile e vinta solo per pochi eletti, quelli capaci di morire eroicamente e meritarsi una pietra più dura della pietrificazione della morte. L’alternativa era entrare nell’oblio assoluto. Non essendoci nulla di buono dopo la morte, l’unica forma di vita-dopo-morte era essere posti a fondamento della società, diventandone mito. Ma lo stesso Achille morto si dichiarerà sconfitto nel faccia a faccia con Ulisse in visita nell’aldilà: preferirebbe essere l’ultimo dei servi da vivo che il primo nel regno delle ombre. Lui che nel poema della consacrazione eroica, aveva scelto in dono dagli dei una vita breve ma gloriosa, piuttosto che lunga ma nascosta. Anche il mito vacilla sul ponte che unisce aldiqua e aldilà. Iliade e Odissea sono costruite sul ricordo di pochi grandi, che però sottovoce ammettono il fallimento, almeno per il morto stesso, di quella soluzione nobile e aristocratica.

Poi la morte diventò più democratica col cristianesimo. Il pungiglione non veniva spezzato solo per pochi, ma per tutti quelli che volevano. Non era questione di essere eroi agli occhi della società, ma agli occhi di Dio, che scruta il cuore dell’uomo. Non era più necessario conquistare Troia e magari morirne, per diventare eroe. Lo era anche chi rimaneva a casa. Il quotidiano venne improvvisamente illuminato in ogni suo angolo, perché la morte non aveva l’ultima parola, e il gesto eterno non era più solo quello eroico e coraggioso, ma quello fatto con amore, spesso eroico e coraggioso, proprio perché quotidiano come la carne di un Dio che sembra vivere e morire come vivono e muoiono gli uomini, ma poi torna dalle tenebre della morte, a dire, ribaltando Achille, che l’ultimo dei servi di qua è il primo dall’altra parte.

E oggi cosa accade nella nostra cultura post-moderna? Ad un anno dalla morte di Simoncelli ricordo ancora il silenzio dei miei ragazzi il giorno dopo l’accaduto. Parlavano a bassa voce come in un luogo sacro, eppure era la stessa grigia classe di sempre. Era il silenzio di chi parla di una morte senza senso, perché la sua direzione, il suo traguardo, si era spezzato proprio sulla strada che ne doveva essere il compimento. Una promessa interrotta sul campo di battaglia. Un destino tradito. E che cosa teme un ragazzo più di questo? Eppure, paradossalmente, la morte di Simoncelli non ha paralizzato, ma ha dato vita a moltissimi, suonando senza sosta la campana, perché ogni vivo non è un’isola, ma il pezzo di un continente. Lo dimostra la sua foto usata da molti ragazzi al posto della loro sul proprio profilo nei social network, punta dell’iceberg di molte altre iniziative. Ha qualcosa degli antichi Greci questo ricordo rituale e virtuale che prova a strappare alla morte un giovane, scomparso quando ancora era una promessa. Ha qualcosa di antico questo «cuore collettivo» che la rete ha creato. Non a caso la nostra epoca viene definita di «oralità secondaria», un ritorno alla società orale di Omero, in cui il racconto occupava la coscienza individuale creandone una collettiva, in una sorta di metafisica fantastica, sopravvissuta nei bambini che ascoltano le favole. La nostra oralità non è però verbale, ma digitale, fatta com’è di immagini digitali. Quelle della morte di Simoncelli in diretta, quelle di lui sorridente con le braccia aperte e la chioma al vento come il Centauro di un mito post-moderno. Qualcosa dentro la rete, qualcosa dentro questo «cuore collettivo e digitale» non vuole lasciare andare Simoncelli, come facevano gli antichi con la loro poesia eroica e le loro tombe. E quella memoria, ieri come oggi, faceva da collante e da paradigma sociale: ieri di un eroismo aristocratico da imitare, oggi di qualcosa di diverso. Di che cosa mi chiedo.

Forse della paura che la vita sia una promessa che si interrompe, un’illusione che la morte spazzerà via quando meno te lo aspetti, anzi forse proprio perché non te l’aspetti. L’emozione collettiva crea un talismano per allontanare, almeno allontanare, il pungiglione della morte. La memoria sociale testimonia il desiderio di eternità e la ribellione contro una vita dal copione tragico. In un ritorno aristocratico, il caso unico o raro di pochi aggrega una società senza verità condivise, che alla ripetizione rituale e virtuale del ricordo si abbarbica. La morte ordinaria, silenziosa e democratica, quella del vicino di casa, l’abbiamo rimossa, nascosta, obliata. Per questo, soprattutto i giovani, non possono fare a meno di creare memoria e senso, cioè un codice culturale, attorno a una morte «eccezionale», che poi di eccezionale – a rifletterci – non ha nulla, se non la sfortuna. Un codice culturale che crea senso e memoria sull’emozione, per quanto possa sembrare paradossale.

Un poeta purtroppo troppo poco conosciuto in Italia scrisse una poesia attorno ad un suo amico morto sotto i suoi occhi: «Se lui si fosse mutato in pietra / in una pesante statua di marmo / indifferente e dignitosa / che sollievo sarebbe stato». Non vuole vederlo precipitare nel nulla e preferirebbe pietrificarlo nel freddo marmoreo di una statua. «Sic» non è un mito dei morti, ma un mito dei vivi, necessario ad avere un po’ di quel sollievo. Perpetuarne l’emozione in una sorta di pietrificazione digitale lenisce la sete di eternità. O la rinvia a data da definire. «Sic», come l’amico morto del poeta, ci interpella, con il suo «piccolo fagotto di ruvido mistero» (Z. Herbert, Il Signor Cogito). Il mistero chiuso in un fagotto interroga inesorabile la «mente collettiva» nascosta e confusa dietro al «cuore collettivo»: basterà pietrificare l’emozione e perpetuarla, basterà un talismano digitale, basterà un mito tragico e socializzato dalla rete a spezzare il pungiglione della morte?”

Pubblicato in: Etica, opinioni

L’amore sincero

Un bell’articolo di Alessandro D’Avenia pubblicato su La Stampa e sul suo blog. Tratta di un argomento di cui parliamo in prima, ma che forse riprenderò anche in altre classi.

“Conosco quel quartiere e quella via. Conosco la scuola di Carmela, uno dei licei classici amore, femminicidio, Girard, legami, morte, Palermo, potere, relazioni, violenza, vittimamigliori di Palermo, nel quale l’anno scorso ho incontrato gli studenti e chissà che non ci fosse anche lei, Carmela, con quel suo viso pulito, sereno, pieno di sogni, dilaniati e dissanguati dal fendente di chi, per spiegare l’accaduto, dice: «Ho perso la testa». Non avevo dubbi. Ma il punto è che quella testa non c’è mai stata. Non è stata persa. Piuttosto nessuno ti ha aiutato a entrarci dentro.

La violenza è dentro ciascuno di noi e in questo non siamo diversi da Samuele. Tutto le volte che l’uomo non accetta di averla in se stesso, la esteriorizza, la proietta sugli altri. Così è sempre stato e sarà, da Caino e Abele a Samuele e Carmela. Come spiega il grande antropologo René Girard, la violenza e il capro espiatorio (la sua vittima) sono un meccanismo da cui l’uomo non può liberarsi da solo e, infatti, proprio per salvarsi dall’autodistruzione costruisce attorno alla violenza le regole del sacro (i comandamenti) e del profano (le leggi), per arginarne (non risolverne) il deflagrare. La vittima perfetta, oggi più che mai, è la donna, innalzata da photoshop a icona di perfezione irraggiungibile e quindi a oggetto da dominare. Nella storia, per tentare di liberarsi dalla violenza che ha dentro, l’uomo ha sempre cercato di distruggere il nemico inventato all’occorrenza come bersaglio, quando invece di proiettarla fuori, questa violenza dovrebbe riconoscerla dentro se stesso e guardarla con coraggio, per poterla sgretolare da dentro, grazie a quella pietas (il riconoscimento della dignità altrui e propria), sempre più debole nella nostra cultura.

Come recuperare la pietas, l’empatia per l’altro?

Purtroppo l’incapacità di dare senso alla propria vita porta inevitabilmente a cercarne la soluzione nel consenso. Il consenso dello sguardo altrui. L’altro viene investito di una carica di assoluto che si spera possa redimere e salvare la propria mancanza di identità: dal grande fratello con il suo occhio senza pietà, alle relazioni (di lavoro, d’amore…) senza pietà. Perdere il consenso dell’altro, significa perdere in qualche modo se stessi. Senza l’altro non si è più nessuno. Questo porta all’ossessione in cui lo stesso Samuele è precipitato, con sms e minacce, precedenti al suo raptus. La sorella di Carmela, Lucia, sua ex-ragazza per lui aveva una colpa senza remissione possibile: essersi portato via Samuele, non solo se stessa, interrompendo la loro relazione. Samuele, forse, si sentiva qualcuno solo grazie o a spese di quella ragazza, non voleva tornare nel nulla di prima. La beffa blasfema dell’amore, come l’ha definito perfettamente ieri su queste colonne Mariella Gramaglia, è il potere, il controllo, il dominio. L’amore dice «per me è bello che tu esista» e accetta anche di non essere ricambiato, magari. Il potere invece dice «è bello che tu esista solo per me» e con tutti i mezzi è pronto a nutrirsi dell’altro, pur di sopravvivere, senza alcuna pietà.

Ma perché arrivare alla follia della distruzione dell’oggetto amato o dell’autodistruzione di sé? Sono storie che assomigliano alle mantidi che decapitano il partner dopo l’accoppiamento o alle falene che trovano la morte nella luce che le attira. Non siamo falene né mantidi, abbiamo l’anima, ma assomigliamo a mantidi e falene quando l’anima si svuota. Dove manca il senso da dare alla propria vita, si pretende che siano le cose e le persone a determinarlo, dall’esterno, generando dipendenze e schiavitù di ogni tipo, che spesso culminano in un’overdose che distrugge o chi dipende o ciò da cui si dipende, o entrambi. È la ferrea e drammatica logica degli amori che non liberano.

Samuele ha rovinato la vita di due famiglie e la sua. Il bilancio finale non sembra razionalizzabile, ma io testardamente ho bisogno di provare a trovarne uno, per arginare il dolore della morte di una ragazza che poteva essere una mia alunna, per non ripetere gli stessi errori. Chiunque, se è stato scaricato, vorrebbe costringere l’altro a tornare (e magari userebbe la violenza fisica o psicologica, tanto fa male, se non si vergognasse di averlo anche solo pensato): il «funerale» di una storia d’amore viene rimandato tanto più quanto più quella storia d’amore dava senso ad un’esistenza personale priva di autonomia ed equilibrio. Dico sempre ai miei studenti di «mettersi» con se stessi, prima che con un ragazzo o una ragazza, altrimenti useranno l’altro per riempire i propri buchi e non per amarlo. Sono storie d’amore con il conto alla rovescia e spesso ad esserne vittime sono proprio le ragazze (più raramente i ragazzi), disposte a passare sopra uno strattone, uno schiaffo, una minaccia, pur di non perdere quell’amore che le protegge dalle loro debolezze, con le quali invece imparare a convivere anche da sole. È una dinamica interna all’amore, quella di poter regredire a «potere», e da questa possibilità non ci libereremo mai, se non cresciamo in autonomia e in cultura. E non è facile per nessuno, a partire da chi scrive.

Vorrei dire, soprattutto ai ragazzi che leggono queste righe, che un solo episodio di violenza in una relazione è un avvertimento: peggiorerà. L’unica cosa da fare è trovare il coraggio per troncarla, subito. L’altro non sarà salvato, cambiato, dall’amore: è quasi sempre un’illusione. Chi ha compiuto una violenza una volta, lo farà di nuovo. Ho ricevuto il racconto di una ragazza che, dopo aver rischiato di morire per le percosse ricevute dal suo ragazzo, ha accettato la proposta di lui: sparisco dalla tua vita se non mi denunci. Lei per paura di subire altro male, ha detto di sì. Quel ragazzo ora è la fuori a ripetere il giochetto con la prossima vittima. Samuele è un ragazzo come tanti. Per lo più un sacco vuoto, muscoli da mostrare su Facebook e poca anima, un vuoto riempito momentaneamente da una ragazza più piccola e matura di lui, che magari sperava di cambiarlo. Ma poi lo aveva lasciato.

Il nichilismo affama le vite di un senso impossibile da trovare, e le nutre di risentimento, da scatenare contro la vittima più debole. E in una cultura maschilista ed erotizzata come la nostra, la donna è la vittima sacrificale perfetta, per redimersi dal vuoto in cui galleggiamo. Forse possiamo stupirci se a Mr. Grey, il personaggio più amato nelle classifiche librarie nostrane, sia possibile dire tra gli applausi: «Devi sapere che appena varchi la mia soglia per essere la mia Sottomessa, io farò di te quello che voglio. Devi accettarlo e desiderarlo… Ti punirò quando mi ostacolerai. Ti addestrerò a compiacermi»?”

Pubblicato in: Etica, Storia

Una tarda primavera rosa

Una settimana fa, quindi prima della vicenda successa a Sonia Dridi, la giornalista francese molestata in diretta tv in piazza Tahrir in Egitto, su Limes è apparso questo articolo di Luca Attanasio. Fa impressione leggere: “La sicurezza nelle strade, le piazze, a partire da Tahrir – dichiara Azza Soliman (Center for Egyptian Women) -, specialmente per le donne, è drasticamente diminuita”. Il pezzo, di cui riporto solo un estratto, parla del ruolo delle donne nel dopo primavera araba in Tunisia, Egitto e Libia.

“A quasi due anni di distanza, la situazione delle donne dei paesi travolti dalla primavera araba è cambiata? Se sì, il cambiamento è stato in meglio? Cosa pensano le donne dell’avvento al potere di partiti islamisti? Che posto si sono guadagnate nelle loro società storicamente patriarcali? Ne abbiamo parlato con alcune delle voci più rappresentative dei movimenti femminili in Egitto, Tunisia e Libia.

egitto_donne.jpgSecondo Youad Ben Rejeb, direttrice dell’Università femminista Ilhem Marzouki e membro del direttivo dell’Association tunisienne des femmes démocrates, al grande sforzo garantito dalle donne per liberarsi del regime e dare un corso più democratico alla Tunisia non è corrisposto il dovuto riconoscimento politico, economico e sociale. “Abbiamo giocato un ruolo primario nel preparare il terreno alla rivoluzione e nel condurla in porto, siamo state protagoniste nell’Haute instance pour la réalisation des objectifs de la Révolution (una sorta di costituente, ndr) riuscendo a imporre liste con quote ‘rosa’ al 50% e il principio dell’alternanza (nella composizione delle liste a un candidato uomo segue obbligatoriamente un candidato donna o viceversa, ndr) e abbiamo girato il paese per convincere i cittadini a registrarsi nelle liste elettorali, giungendo allo storico risultato di 3.890.000 tunisini over 18 iscritti (il 45% donne, ndr). Dopo tutto questo lavoro abbiamo avuto solo il 7% di donne capolista, mentre nell’Assemblea nazionale costituente siedono 58 donne, il 26%” (in Italia circa il 20%!, ndr). C’è stata, in ogni caso, una netta inversione di tendenza e cresce, tra le donne, la consapevolezza di poter giocare un ruolo sempre più determinante nella scena politica nazionale. Si spiegano così la continua partecipazione massiccia a forme di protesta contro i tentativi di ‘confessionalizzare’ il nuovo Stato e l’incessante pressione sul governo e l’Assemblea costituente che, proprio in queste settimane, ha portato al ritiro dell’emendamento alla costituzione che puntava a sostituire la parola “uguaglianza” con il termine “complementarietà”.

Va peggio alle donne egiziane. Dopo aver partecipato in massa alle dimostrazioni pacifiche che hanno condotto alla caduta di Mubarak, aver conquistato a caro prezzo visibilità e spazi, essere assurte a leader politiche e mediatiche della rivolta, nel periodo della giunta militare (Scaf) sono passate attraverso repressioni, violenze di ogni tipo, test di verginità, volgari e continue derisioni, e registrano oggi arretramenti nei diritti oltre a una presenza molto inferiore a quella di cui godevano sotto il regime in ogni sfera decisionale (anche se, all’epoca, quella presenza era spesso di mera facciata). “Le donne elette – denuncia Bothaina Kamel, unica donna a correre per le presidenziali, arrestata, maltrattata, allontanata dalla conduzione del notiziario della televisione per cui lavorava e minacciata – raggiungono a malapena il 2%; la loro presenza nei gangli decisionali è davvero minima, mentre le uniche tre donne facenti parte della commissione governativa non sono particolarmente rappresentative della società civile femminile”. “La sicurezza nelle strade, le piazze, a partire da Tahrir – dichiara Azza Soliman (Center for Egyptian Women) -, specialmente per le donne, è drasticamente diminuita e uno dei primi effetti di ciò è il fatto che, come suggeriscono gli ultimi indicatori, le ragazze vanno meno a scuola: di conseguenza, i matrimoni in giovane età per le donne sono nuovamente in ascesa”. Preoccupano le impunità dei crimini perpetrati dallo Scaf, le scelte anti-democratiche del governo Morsi – che “ha vinto solo perché moltissima gente non è andata a votare o ha scelto lui perché vedeva in Shafik l’assurda riposizione del vecchio regime” – e proposte di emendamenti alla nuova costituzione in cui si prevede l’uguaglianza tra uomo e donne senza, però, “contraddire i precetti della Legge Islamica”. “Ma il tabù sulle capacità femminili di presenza in politica, economia e vita sociale è infranto – è sicura la Soliman – e da qui in poi non si tornerà più indietro”.

La Libia è un caso davvero singolare nel panorama dei paesi travolti dalla primavera araba. Similmente all’Albania post Enver Hoxha, esce da un periodo lunghissimo di dittatura durante la quale ha sperimentato repressione, povertà e chiusura pressoché totale al mondo esterno. Inoltre, in Libia, si è combattuta una lunga e sanguinosissima guerra. “Questo – spiegano due rappresentanti di una ong che richiedono l’anonimato per le continue minacce subite – ha un’immediata, drammatica ricaduta sulla questione femminile”. Sì, perché all’arretratezza sociale ed economica endemica di questo paese che ha relegato la donna a un ruolo di esclusione si aggiunge il fenomeno degli stupri di massa consumati lungo tutto il conflitto (perpetrati, in realtà, anche su uomini e bambini). Nella cultura islamica lo stupro subìto comporta il definitivo isolamento della donna, mentre parlare di violenza sessuale è praticamente impossibile. Il ruolo delle donne libiche che affrontano con grande coraggio, tra i tanti, anche quest’ultimo tema, è cresciuto in maniera esponenziale nell’ultimo anno, e la loro presenza nelle istituzioni, la partecipazione alla politica, l’economia, la società, è senza precedenti. Alle ultime elezioni le donne andate alle urne sono state tra il 40 e il 50% “e in parlamento – racconta Amina Megheirbi, eletta con The National Force Alliance – abbiamo conquistato 33 seggi su 200, il 16,5%. Le ong femminili, poi, sono letteralmente esplose dalla metà del 2011 in poi, andando a riempire gli enormi vuoti di potere”.

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Etica, Filosofia e teologia

Signora autorità

Dopo il video che da due giorni gira in rete si ha un po’ di paura a rivolgersi a qualcuno senza accompagnare a “signore” o “signora” un corrispondente titolo (che sia prefetto, dottore, ingegnere, professore, capocantiere o giudice poco importa). Il mio pensiero è andato a queste parole del biblista Silvano Fausti che ho letto pochi giorni fa su Popoli.

prefetto_sgrida_prete.jpeg“Nessuna buona azione resta impunita. Pietro, con Giovanni, ha guarito l’uomo nel nome di Gesù ed evangelizza il popolo. Ma i due, come il loro Maestro finito in croce due mesi prima, non sono autorizzati a insegnare. Così le supreme autorità religiose li mettono in carcere, facendoli testimoni della pietra scartata dai costruttori e diventata pietra angolare. Proprio in faccia a loro annunciano che quel Gesù, da loro crocifisso, è il Salvatore degli uomini. Nel frattempo, solo a Gerusalemme, i discepoli sono già 5mila. L’autorità legittima è irritata dalla franchezza e sfacciataggine con cui parlano i due apostoli. Questi illetterati popolani pretendono di insegnare ai grandi che dettano legge! Unica loro autorizzazione è la realtà, che dà loro ragione. I potenti vogliono negare il miracolo avvenuto, ma non possono: lo storpio guarito sta lì, attaccato ai due, quasi corpo di reato. Inoltre il fatto è noto in Gerusalemme. Importante che non si divulghi o si ripeta! Per questo vietano loro di parlare di Gesù. Se Pietro avesse obbedito all’autorità religiosa costituita e non alla coscienza, il cristianesimo non sarebbe mai nato.

A divieto aperto, sfida aperta: non è «giusto davanti a Dio obbedire a voi più che a Dio»: «Noi non possiamo tacere ciò che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,19s). Appena liberati, trasgrediscono l’ordine di tacere e parlano subito con libertà. Di nuovo Pietro è arrestato, e con lui tutti gli apostoli. Al Sommo sacerdote che ordinerà nuovamente di tacere, ribatterà: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (At 5,29). La supremazia della coscienza e dell’evidenza su ogni autorità è, per ogni uomo, principio di libertà e responsabilità. «Libertà vo cercando, ch’è sì cara». Guardando i profeti, antichi e moderni, è merce rara nelle sacrestie del potere. In un mondo di schiavi, dove solo i padroni sono liberi, Paolo fa della libertà il centro del Vangelo: «Cristo ci ha liberati per la libertà!». Se cerchiamo salvezza dalle nostre leggi, siamo «decaduti dalla grazia». «Voi, fratelli, siete stati chiamati a libertà», perché unica legge è: «Amerai il prossimo tuo come te stesso». Chi turba questa libertà imponendo circoncisioni o altro, «che se lo tagli tutto!» (Gal 5,1.4.13.14.12). Le religioni esigono libertà per se stesse; ma di rado la danno agli altri!

«Se dimorate nella mia parola, sarete veramente miei discepoli e conoscerete la verità; e la verità vi farà liberi» (Gv 8,31s). Libero è il figlio: in contrapposizione allo schiavo, è colui che è amato e sa amare. La nostra libertà viene da Colui che ci ha amato e ha dato se stesso per noi. Siamo bisogno di tale amore incondizionato. Se non lo troviamo, siamo schiavi di chi ce ne promette briciole, che stuzzicano la fame invece di saziarla. Libertà significa intelligenza libera da errori e volontà libera da vizi. Chi ama il potere è schiavo dei suoi deliri e delle sue paure. Calpesta amore e verità, violentando la realtà per mantenerla sotto il suo controllo. È quanto fa ogni autorità, lontana dall’umiltà e dal servizio. C’è purtroppo chi, con spirito da «Grande Inquisitore», considera la libertà come un pericolo. Ma questo è antievangelico. Infatti la libertà è il frutto più bello del cristianesimo: ci rende figli uguali al Padre. L’epoca della libertà compiuta non è minaccia, ma opportunità di vivere meglio la nostra fede: ci consegna la responsabilità di discernere ciò che più giova ad amare e servire i fratelli. Quante prescrizioni e affettata religiosità sono paravento di perversità (cfr Col 2,20ss)! Perché impedire «la legge di libertà» (Gc 2,12), che ci fa appartenere gli uni gli altri nel reciproco amore? Che Dio ci apra gli occhi per vedere come lui, anche oggi, opera nella storia con ciò che noi contrastiamo.”

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Religioni

A scuola di logica dalle monache tibetane

Prendo da un articolo di Ilaria Linetti pubblicato a fine febbraio 2012 qui.

IMG_2200.jpgDolma Ling è un convento di suore tibetane che si trova poco lontano dalla cittadina dove risiede il Dalai Lama. «La logica è il fondamento della nostra scuola»: questa è una delle spiegazioni che dà Dolma Tsering, la coordinatrice del convento. Per le straniere uno dei requisiti è imparare la lingua. Tutte le ragazze studiano logica: le basi si imparano nei primi due tre anni, mentre corsi di inglese e informatica permettono di approfondire conoscenze che serviranno anche nel mondo esterno. Gli studi di solito durano fino a 15 anni. Il centro di Dharamsala, costruito dalle stesse monache, ha seguito criteri di sostenibilità: il bagno del centro è riscaldato con energia solare e l’acqua usata nelle docce è riciclata per annaffiare le piante. I pasti, vegetariani, sono preparati dalle suore che realizzano anche il tofu: realizzare cibi freschi permette anche di evitare gli imballaggi, ma la plastica viene comunque raccolta e fornita al governo per realizzare il manto stradale. I rifiuti organici vengono utilizzati come mangime per le mucche oppure mescolati agli escrementi dei bovini e usati come fertilizzante. Le suore realizzano anche prodotti vari, dalla carta ottenuta mescolandola con petali e avanzi di stoffa per renderla più bella a bambole, borse, mandala e sculture che, vendute, permettono di finanziare la scuola. Ci sono, oltre ai dormitori e alle stanze comuni, anche una foresteria, un tempio, un cortile per i dibattiti e una biblioteca con testi in tibetano.

Al risveglio, prima dell’alba, le suore cominciano con lo studio dei testi religiosi, poi pregano per la lunga vita del Dalai Lama. La colazione prevede solo tè accompagnato da pane. I bambini seguono le lezioni per tutta la mattina, comprese grammatica, poesia e calligrafia tibetana. Le ragazze più grandi possono scegliere una compagna con cui praticare il dibattito: viene scelto un soggetto, una studentessa, seduta, deve rispondere in modo veloce e preciso. La sua “avversaria” decide se la risposta è soddisfacente: in caso positivo passa alla domanda successiva, altrimenti apre e chiude le braccia rapidamente, imitando il movimento delle mandibole di un coccodrillo. Sono gli insegnanti a dover dirimere eventuali controversie.

Le monache assomigliano ai loro colleghi maschi: stessi vestiti porpora e arancione, stessi capelli rasati e soprattutto stesso metodo di studio. La fede, per i buddhisti, non è tutto: le rivelazioni dell’illuminato si capiscono solo se si applica proprio la logica. Si studiano a memoria molti brani, imparandoli in modo ritmico, ma dopo averli recitati è importante valutarli con il ragionamento. «Aiuta ad approfondire la conoscenza dei testi» spiega la responsabile. Finora, però, i grandi pensatori buddhisti sono stati uomini anche perché, spiega la direzione, le suore non sono state istruite in maniera adeguata. È stato in particolare l’attuale Dalai Lama a spingere perché questa situazione cambiasse. Esiste addirittura un evento lungo un mese, chiamato Jang Gonchoe, un dibattito che schiera gli studenti migliori di diverse scuole nello stesso luogo. Una volta era riservato agli uomini ma dal 1995 il governo in esilio lo organizza annualmente anche per le monache.