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Speriamo che non sia femmina

Una triste storia di aborti selettivi, infanticidi femminili, costruttori di speranza. E’ raccontata da Marzio G. Mian su Io Donna.

female-foetal-infanticide-india4.jpg“Sudha, perché urla la bimba? Sudha fa segno di non disturbare, di lasciare che la piccola si sfoghi. Poi racconta che Kanshika, dieci anni, è arrivata da sola al centro per liberare tutta la sua rabbia. «Ce l’ha con noi che l’abbiamo salvata quando era appena nata e sua madre stava per ucciderla. Dice che la sua vita è peggio della “non vita” perché suo padre non la vuole, non le dà da mangiare, non le compera i libri e le scarpe, la tratta peggio della capra, anzi le dice che lei non vale la capra… A volte la incatena. Invece alla prima figlia dona bracciali e sari preziosi. La odia perché non è riuscito ad eliminarla e così lui, con due figlie e neanche un maschio, è lo zimbello del villaggio… In più la piccola è un cannone a scuola, una sua scomparsa non passerebbe inosservata».

Kanshika doveva morire, l’ha salvata Sudha, responsabile di questo microscopico quanto coraggioso centro “Rescuing Female Babies” di Terre des Hommes nel distretto di Salem, bacino del tessile mondiale nello Stato del Tamilnadu, estremo Sud dell’India, tra i più colpiti dalla piaga dell’infanticidio di bambine. Kanshika doveva morire come è accaduto a milioni di neonate in India: dieci milioni in vent’anni sono le bimbe uccise in questo Paese il quale, stando ai numeri del Pil, è senz’altro un’inarrestabile potenza economica, ma secondo altri dati, come quelli dell’ultimo censimento – 905 femmine nate ogni mille maschi – si rivela il peggior posto al mondo dove nascere donna. Secondo un recente e sconvolgente studio dell’università di Toronto gli aborti selettivi (12 milioni in 25 anni) «aumentano con l’aumentare dell’affermazione economica e professionale delle donne indiane». In sostanza più sono emancipate più utilizzano l’aborto selettivo se sanno (grazie alle tecnologie) di aspettare la seconda femmina. Quindi se decine di milioni di donne mancano all’appello in India non è solo per le condizioni di vita miserabili, medievali, di quasi metà della popolazione, dell’impossibilità del padre di provvedere alla dote di una seconda figlia, o per l’effetto della credenza indu secondo cui unicamente il figlio maschio può celebrare il rito funebre dei genitori e permetterne la reincarnazione: sotto accusa sono anche le donne dell’India moderna, tecnologica, quelle nuove borghesi che cavalcano il benessere e si adeguano al più barbaro conformismo maschio-centrico. Molte di loro vengono dalle città, da Chennay o Salem, in posti appartati come questo, Edapadi, un grosso villaggio contadino di 45 mila abitanti, serbatoio di cotone per i grandi marchi internazionali, dove la pratica infanticida è atavica, coperta dall’omertà e dove prosperano le “botteghe” clandestine dotate di screening agli ultrasuoni, vietati dalla legge proprio perché si sa a che cosa servono: il pacchetto scanner-aborto fa neanche 15 euro. Ma le donne del posto, che 15 euro li guadagnano forse in quattro mesi, continuano alla vecchia maniera.

«Mio marito mi picchiava, urlava che allevare una figlia è come irrigare il campo del vicino» racconta Amita, 32 anni. «Era la seconda, ho fatto quello che voleva lui, sono tornata dall’ospedale e l’ho affidata a mia suocera, la mattina dopo non respirava, aveva un rigo di sangue che scendeva dal naso. Penso l’abbia avvelenata con il latte di palma». Qui non esiste il certificato di nascita, così il neonato può essere soppresso, abbandonato o venduto (15 mila rupie una bimba, 50 mila un maschietto) senza grossi rischi. Amita mi accoglie con le tre figlie in scala, ma tra la prima e la seconda c’è un salto evidente. Quando rimane nuovamente incinta, radio-villaggio, il servizio di “intelligence” messo in piedi da Terre des Hommes per individuare le possibili nuove miserabili Medee, la convincono a farsi mettere “sotto protezione” del centro. La nuova bambina è salva, ne nasce poi un’altra e quindi il marito se ne va, lasciandole in una capanna senza luce elettrica: le bambine la sera studiano in strada sotto il lampione.

Anche Harsha con le sue due fanciulle è stata abbandonata; il marito è riuscito ad avere il maschio con la cognata. Mi conduce dietro la baracca – osservata dai campi vicini da molti occhi ostili – fino a un piccolo spiazzo tra una palma di cocco e un banano. Quella che sarebbe stata la seconda figlia l’ha seppellita lì, tre sassi segnano il punto preciso: «Ogni anno al suo compleanno verso un bicchiere di latte sulla terra». Racconta che le madri-assassine non allattano il neonato, perché potrebbero attaccarsi alla creatura e cambiare idea. Anche nel suo caso ha fatto tutto la suocera: «Diceva che suo figlio non avrebbe potuto provvedere alla dote di due femmine. L’ha fatto per lui». Da queste parti, ogni futura sposa deve, tra le altre cose, dotare la famiglia delle sposo di una moto, minimo 125 cavalli di cilindrata. Harsha piange, dice che non permetterà alle sue bambine di sposarsi, potrebbero conoscere lo stesso inferno. Le bambine la guardano con stupore e pietà, è la prima volta che ascoltano questa storia.

A Edapadi ho incontrato una decina di madri perse nel rimorso ai margini del villaggio e molte figlie restituite alla vita; ho raccolto racconti irripetibili che non riesco a non accostare a quelli estasiati di molte amiche occidentali impegnate, femministe, habituè degli ashram, che sanno tutto sugli incensi, la medicina ayurvedica e la mitologia indiana, ma che ignorano questo “olocausto” di donne mai nate o mai vissute. Spesso perché così suggeriscono, ispirate dagli uomini, le potenti astrologhe: «Basta un loro cenno» dicono al centro di TdH «e il destino si compie». Le istituzioni sanitarie sono complici. Al Karthic Medical Centre, il più moderno della provincia, comandano i coniugi Chandran, entrambi ginecologi. Dopo un pistolotto sulla nuova legislazione che impedisce ai medici di comunicare alle famiglie il sesso del nascituro, il dottor Chandran non sa però come spiegare perché, ad esempio, la settimana precedente la mia visita risultano nati 29 maschietti e solo 9 femminucce. Davvero dice di non saperlo.”

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Degna della mia voce interiore

«Ah, Marija Veniaminovna, noi la porteremmo in trionfo se solo… se solo Lei non credesse in Dio!». Ieri sera stavo sfogliando “Io donna” e mi sono imbattuto in un articolo su Marija Veniaminovna Judina, probabilmente la più grande pianista del ‘900. Le parole con cui ho iniziato il post sono di Pavel Fedorovic, uno degli esponenti del Partito Comunista russo. A lui risponde la Judina: «Non si darà mai il caso che mi portiate in trionfo, Pavel Fëdorovic. Non rinnegherò la fede e Dio. Sarete voi, invece, a venire tutti dalla nostra».

Da adolescente scrive: «Conosco solo una strada che porta a Dio, l’arte. Non voglio affermare che la mia strada sia universale, so che ne esistono altre. Ma sento che questa è per me. Questa è la mia vocazione. Io ci credo e credo anche nella forza che mi è data nel percorrerla. Io sono un anello di congiunzione nella catena dell’arte»

Scrive nel suo diario: «Una sera in cui il pubblico si ostinava a non volersi alzare al termine di un mio concerto nella sala Glinka dopo aver suonato già vari bis esco per l’ennesima volta e li vedo tutti lì seduti. “Ma siete ancora qui?”; e tutti di nuovo ad applaudire. “In questo caso vi reciterò delle poesie”. E recito Zabolockij, e poi Pasternak e si leva un uragano di applausi. Ma a causa dell’ottusità di qualcuno si vendicarono di me e i miei concerti a Leningrado si interruppero»

Nel 1933 la Judina viene assunta dal Conservatorio di Mosca e nel 1943 parte per il fronte, ma con come infermiera o interprete, come in un primo tempo avrebbe voluto, bensì per tenere concerti benefici alla radio o nelle sale della Leningrado stretta dalla morsa dei tedeschi. «È a questi anni che risale il leggendario episodio narrato dall’amico Sostancovic. Stalin ascolta alla radio il secondo movimento del concerto numero 23 K 488 di Mozart eseguito dalla Judina e ne rimane così colpito da chiedere immediatamente il disco, che però non esisteva trattandosi di un concerto eseguito in diretta. Convoca allora d’urgenza la pianista e l’orchestra in una sala di registrazione e ottenuto il disco invia in ringraziamento alla Judina ventimila rubli, una cifra da capogiro per l’epoca. E la pianista risponde: “La ringrazio per il Suo aiuto, Iosif Vissarionovic. Pregherò giorno e notte per Lei e chiederò al Signore che perdoni i Suoi gravi peccati contro il popolo e la nazione. Dio è misericordioso. La perdonerà. I soldi li devolverò per i restauri della chiesa in cui vado”. Si dice che quel disco venne trovato sul grammofono la notte che trovarono Stalin morto nella sua dacia. Ma pochi sanno che la Judina aveva sempre suonato quel secondo movimento interpretandolo come un requiem per le vittime del gulag».

«Sì, voglio mostrare alla gente che si può vivere senza odiare, pur essendo liberi e indipendenti. Sì, voglio cercare di essere degna della mia voce interiore».

Una storia tutta da scoprire:

http://www.tempi.it/onda-speciale-su-marija-judina-la-pianista-che-ha-commosso-stalin#.UJ932oawXw8

http://www.ilsussidiario.net/News/Storia-della-Settimana/2009/3/30/MARIJA-JUDINA-La-pianista-che-commosse-Stalin/15235/

http://www.ilsussidiario.net/News/Musica-e-concerti/2010/8/17/MARIJA-JUDINA-La-pianista-dimenticata/106653/

http://www.meetingrimini.org/default.asp?id=673&item=4991

http://www.ilsussidiario.net/News/Musica-e-concerti/2010/8/23/MARIJA-JUDINA-Piero-Rattalino-la-pianista-immortale-all-ombra-del-regime/107574/