Pubblicato in: Etica, Storia

Speriamo che non sia femmina

Una triste storia di aborti selettivi, infanticidi femminili, costruttori di speranza. E’ raccontata da Marzio G. Mian su Io Donna.

female-foetal-infanticide-india4.jpg“Sudha, perché urla la bimba? Sudha fa segno di non disturbare, di lasciare che la piccola si sfoghi. Poi racconta che Kanshika, dieci anni, è arrivata da sola al centro per liberare tutta la sua rabbia. «Ce l’ha con noi che l’abbiamo salvata quando era appena nata e sua madre stava per ucciderla. Dice che la sua vita è peggio della “non vita” perché suo padre non la vuole, non le dà da mangiare, non le compera i libri e le scarpe, la tratta peggio della capra, anzi le dice che lei non vale la capra… A volte la incatena. Invece alla prima figlia dona bracciali e sari preziosi. La odia perché non è riuscito ad eliminarla e così lui, con due figlie e neanche un maschio, è lo zimbello del villaggio… In più la piccola è un cannone a scuola, una sua scomparsa non passerebbe inosservata».

Kanshika doveva morire, l’ha salvata Sudha, responsabile di questo microscopico quanto coraggioso centro “Rescuing Female Babies” di Terre des Hommes nel distretto di Salem, bacino del tessile mondiale nello Stato del Tamilnadu, estremo Sud dell’India, tra i più colpiti dalla piaga dell’infanticidio di bambine. Kanshika doveva morire come è accaduto a milioni di neonate in India: dieci milioni in vent’anni sono le bimbe uccise in questo Paese il quale, stando ai numeri del Pil, è senz’altro un’inarrestabile potenza economica, ma secondo altri dati, come quelli dell’ultimo censimento – 905 femmine nate ogni mille maschi – si rivela il peggior posto al mondo dove nascere donna. Secondo un recente e sconvolgente studio dell’università di Toronto gli aborti selettivi (12 milioni in 25 anni) «aumentano con l’aumentare dell’affermazione economica e professionale delle donne indiane». In sostanza più sono emancipate più utilizzano l’aborto selettivo se sanno (grazie alle tecnologie) di aspettare la seconda femmina. Quindi se decine di milioni di donne mancano all’appello in India non è solo per le condizioni di vita miserabili, medievali, di quasi metà della popolazione, dell’impossibilità del padre di provvedere alla dote di una seconda figlia, o per l’effetto della credenza indu secondo cui unicamente il figlio maschio può celebrare il rito funebre dei genitori e permetterne la reincarnazione: sotto accusa sono anche le donne dell’India moderna, tecnologica, quelle nuove borghesi che cavalcano il benessere e si adeguano al più barbaro conformismo maschio-centrico. Molte di loro vengono dalle città, da Chennay o Salem, in posti appartati come questo, Edapadi, un grosso villaggio contadino di 45 mila abitanti, serbatoio di cotone per i grandi marchi internazionali, dove la pratica infanticida è atavica, coperta dall’omertà e dove prosperano le “botteghe” clandestine dotate di screening agli ultrasuoni, vietati dalla legge proprio perché si sa a che cosa servono: il pacchetto scanner-aborto fa neanche 15 euro. Ma le donne del posto, che 15 euro li guadagnano forse in quattro mesi, continuano alla vecchia maniera.

«Mio marito mi picchiava, urlava che allevare una figlia è come irrigare il campo del vicino» racconta Amita, 32 anni. «Era la seconda, ho fatto quello che voleva lui, sono tornata dall’ospedale e l’ho affidata a mia suocera, la mattina dopo non respirava, aveva un rigo di sangue che scendeva dal naso. Penso l’abbia avvelenata con il latte di palma». Qui non esiste il certificato di nascita, così il neonato può essere soppresso, abbandonato o venduto (15 mila rupie una bimba, 50 mila un maschietto) senza grossi rischi. Amita mi accoglie con le tre figlie in scala, ma tra la prima e la seconda c’è un salto evidente. Quando rimane nuovamente incinta, radio-villaggio, il servizio di “intelligence” messo in piedi da Terre des Hommes per individuare le possibili nuove miserabili Medee, la convincono a farsi mettere “sotto protezione” del centro. La nuova bambina è salva, ne nasce poi un’altra e quindi il marito se ne va, lasciandole in una capanna senza luce elettrica: le bambine la sera studiano in strada sotto il lampione.

Anche Harsha con le sue due fanciulle è stata abbandonata; il marito è riuscito ad avere il maschio con la cognata. Mi conduce dietro la baracca – osservata dai campi vicini da molti occhi ostili – fino a un piccolo spiazzo tra una palma di cocco e un banano. Quella che sarebbe stata la seconda figlia l’ha seppellita lì, tre sassi segnano il punto preciso: «Ogni anno al suo compleanno verso un bicchiere di latte sulla terra». Racconta che le madri-assassine non allattano il neonato, perché potrebbero attaccarsi alla creatura e cambiare idea. Anche nel suo caso ha fatto tutto la suocera: «Diceva che suo figlio non avrebbe potuto provvedere alla dote di due femmine. L’ha fatto per lui». Da queste parti, ogni futura sposa deve, tra le altre cose, dotare la famiglia delle sposo di una moto, minimo 125 cavalli di cilindrata. Harsha piange, dice che non permetterà alle sue bambine di sposarsi, potrebbero conoscere lo stesso inferno. Le bambine la guardano con stupore e pietà, è la prima volta che ascoltano questa storia.

A Edapadi ho incontrato una decina di madri perse nel rimorso ai margini del villaggio e molte figlie restituite alla vita; ho raccolto racconti irripetibili che non riesco a non accostare a quelli estasiati di molte amiche occidentali impegnate, femministe, habituè degli ashram, che sanno tutto sugli incensi, la medicina ayurvedica e la mitologia indiana, ma che ignorano questo “olocausto” di donne mai nate o mai vissute. Spesso perché così suggeriscono, ispirate dagli uomini, le potenti astrologhe: «Basta un loro cenno» dicono al centro di TdH «e il destino si compie». Le istituzioni sanitarie sono complici. Al Karthic Medical Centre, il più moderno della provincia, comandano i coniugi Chandran, entrambi ginecologi. Dopo un pistolotto sulla nuova legislazione che impedisce ai medici di comunicare alle famiglie il sesso del nascituro, il dottor Chandran non sa però come spiegare perché, ad esempio, la settimana precedente la mia visita risultano nati 29 maschietti e solo 9 femminucce. Davvero dice di non saperlo.”

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, musica, Storia, Testimoni

Degna della mia voce interiore

«Ah, Marija Veniaminovna, noi la porteremmo in trionfo se solo… se solo Lei non credesse in Dio!». Ieri sera stavo sfogliando “Io donna” e mi sono imbattuto in un articolo su Marija Veniaminovna Judina, probabilmente la più grande pianista del ‘900. Le parole con cui ho iniziato il post sono di Pavel Fedorovic, uno degli esponenti del Partito Comunista russo. A lui risponde la Judina: «Non si darà mai il caso che mi portiate in trionfo, Pavel Fëdorovic. Non rinnegherò la fede e Dio. Sarete voi, invece, a venire tutti dalla nostra».

Da adolescente scrive: «Conosco solo una strada che porta a Dio, l’arte. Non voglio affermare che la mia strada sia universale, so che ne esistono altre. Ma sento che questa è per me. Questa è la mia vocazione. Io ci credo e credo anche nella forza che mi è data nel percorrerla. Io sono un anello di congiunzione nella catena dell’arte»

Scrive nel suo diario: «Una sera in cui il pubblico si ostinava a non volersi alzare al termine di un mio concerto nella sala Glinka dopo aver suonato già vari bis esco per l’ennesima volta e li vedo tutti lì seduti. “Ma siete ancora qui?”; e tutti di nuovo ad applaudire. “In questo caso vi reciterò delle poesie”. E recito Zabolockij, e poi Pasternak e si leva un uragano di applausi. Ma a causa dell’ottusità di qualcuno si vendicarono di me e i miei concerti a Leningrado si interruppero»

Nel 1933 la Judina viene assunta dal Conservatorio di Mosca e nel 1943 parte per il fronte, ma con come infermiera o interprete, come in un primo tempo avrebbe voluto, bensì per tenere concerti benefici alla radio o nelle sale della Leningrado stretta dalla morsa dei tedeschi. «È a questi anni che risale il leggendario episodio narrato dall’amico Sostancovic. Stalin ascolta alla radio il secondo movimento del concerto numero 23 K 488 di Mozart eseguito dalla Judina e ne rimane così colpito da chiedere immediatamente il disco, che però non esisteva trattandosi di un concerto eseguito in diretta. Convoca allora d’urgenza la pianista e l’orchestra in una sala di registrazione e ottenuto il disco invia in ringraziamento alla Judina ventimila rubli, una cifra da capogiro per l’epoca. E la pianista risponde: “La ringrazio per il Suo aiuto, Iosif Vissarionovic. Pregherò giorno e notte per Lei e chiederò al Signore che perdoni i Suoi gravi peccati contro il popolo e la nazione. Dio è misericordioso. La perdonerà. I soldi li devolverò per i restauri della chiesa in cui vado”. Si dice che quel disco venne trovato sul grammofono la notte che trovarono Stalin morto nella sua dacia. Ma pochi sanno che la Judina aveva sempre suonato quel secondo movimento interpretandolo come un requiem per le vittime del gulag».

«Sì, voglio mostrare alla gente che si può vivere senza odiare, pur essendo liberi e indipendenti. Sì, voglio cercare di essere degna della mia voce interiore».

Una storia tutta da scoprire:

http://www.tempi.it/onda-speciale-su-marija-judina-la-pianista-che-ha-commosso-stalin#.UJ932oawXw8

http://www.ilsussidiario.net/News/Storia-della-Settimana/2009/3/30/MARIJA-JUDINA-La-pianista-che-commosse-Stalin/15235/

http://www.ilsussidiario.net/News/Musica-e-concerti/2010/8/17/MARIJA-JUDINA-La-pianista-dimenticata/106653/

http://www.meetingrimini.org/default.asp?id=673&item=4991

http://www.ilsussidiario.net/News/Musica-e-concerti/2010/8/23/MARIJA-JUDINA-Piero-Rattalino-la-pianista-immortale-all-ombra-del-regime/107574/

Pubblicato in: Etica, Storia, Testimoni

Mai sarò messo a tacere

Da Missionline

«Ieri mi hanno minacciato dicendo che mia madre deve prepararsi a indossare l’abito nero150570_551269438222383_1857186432_n.jpg e che se non chiuderò la mia grossa bocca faranno in modo che resti spalancata solo per le preghiere. Le mie intenzioni non sono contro la mia nazione, non sono affatto un traditore, io amo il mio popolo: siete voi i veri traditori, voi che vi comportate così con la vostra gente. Giorno e notte ricevo telefonate e lettere, ma non posso stare in silenzio davanti al dolore e alla tragedia che vedo. Non ci sarà mai nella mia vita un momento in cui sarò messo a tacere, anche se questo dovesse portare alla mia morte. Signori, non potreste essere voi a chiudere la bocca e a porre fine alle ingiustizie in modo che noi non dobbiamo denunciarle? Ogni giorno affrontiamo arresti, torture ed esecuzioni di gruppo mai dichiarate ufficialmente, i prigionieri politici subiscono il peggiore trattamento, privati persino della presenza degli avvocati. Non lasciano neppure alle famiglie la possibilità di raccogliere informazioni sui loro cari detenuti. Che razza di legge è questa? Quale nazione senza legge si comporta così? Credete che far sopravvivere il vostro regime qualche giorno in più valga tutti questi omicidi ed esecuzioni? Non abbiamo più paura. Le violenze e le torture non fermeranno il nostro impegno a far uscire le notizie dall’Iran. Il vostro motto è: “Arresteremo, tortureremo, vi faremo tacere e non potrete più dare informazioni”. Ma il nostro è: “Vogliamo uscire dall’oppressione, otterremo la nostra libertà o con la fine della nostra lotta o con la fine della vostra ingiustizia”. Lunga vita all’Iran e agli iraniani e che la mia vita sia sacrificata per il mio Paese».

Così aveva scritto pochi giorni fa sul suo blog Sattar Behesti, 35 anni, uno dei blogger iraniani che diffondono le notizie sul dissenso mai spento a Teheran. Sapeva benissimo di essere nel mirino: le immagini di qualche settimana fa sulle manifestazioni nel bazar rilanciate attraverso i social network sono costate agli attivisti un nuovo giro di vita della cyber polizia degli ayatollah. Fatto anche di minacce personali, che per Sattar si sono tragicamente avverate: arrestato la scorsa settimana, ieri la sua famiglia ha ricevuto una telefonata dal carcere di Kahrizak. «Venite a ritirare il cadavere di vostro figlio». Secondo la ricostruzione dei siti dell’opposizione iraniana Sattar non è sopravvissuto alle torture. Si è avverato, dunque, quanto scriveva nel suo blog. Ma il vero problema è che si sta avverando anche il resto delle minacce rivoltegli dal regime iraniano. Quelle che non dipendono dalla violenza degli sgherri di Teheran, ma dall’indifferenza del resto del mondo. Perché purtroppo è vero: la morte di Sattar sta scivolando via nell’indifferenza. Diffusa ieri pomeriggio la notizia si è guadagnata qualche riga su qualche sito, ma non ce n’è già traccia – ad esempio – sui grandi quotidiani italiani di oggi. Ha scelto anche il giorno sbagliato per morire, Sattar, quello della sbornia da otto o dieci pagine sulle elezioni americane.

Pubblicato in: Etica, opinioni, Scuola

Domani non vado

Ho trovato su Linkiesta questa lettera di un imprenditore italiano a suo figlio. La trovo interessante: ci sono cose che condivido, altre che faccio fatica a capire. Però in classe ne può nascere una bella discussione.

Italys-brain-drain.jpg“L’altro giorno mi hai telefonato alle 8 di sera per dirmi quanto ti angosciasse la verifica di greco della mattina dopo. Venivi da una settimana nera per te, in cerca come sei di un difficile equilibrio tra i genitori separati, gli amici e l’amore in conflitto, lo studio e lo sport ormai inconciliabili. Forse per la prima volta, a diciott’anni, tutto ti è sembrato troppo pesante per le tue spalle. Mi hai detto che non stavi bene, che avevi provato a studiare tutto il pomeriggio, ma senza riuscirci. Avevi il mal di testa e il cuore nero. “Domani non vado”, hai concluso. Ti ho risposto di no. Ti ho detto che quando scappi la prima volta, nella vita, prima o poi ce ne sarà sicuramente una seconda. E poi una terza. Dopo un po’, diventa il tuo modo di vivere. Dopo, non è mai colpa tua. Dopo, c’è sempre un buon motivo per scappare, una persona con cui è meglio non confrontarsi, un appuntamento importante al quale non presentarsi. Ti ho detto che mancavano ancora quattro ore alla mezzanotte. Quattro ore per provare a fare del tuo meglio. E stringere i denti. “Fa quello che puoi, ho insistito, e domattina vai alla tua verifica a testa alta. Non importerà il voto. Se sarà un 5, lo festeggeremo perché sarà un 5 che avrai preso senza darti per vinto. Ti sarà costato fatica e dolore, ma sarà il più bel 5 della tua vita, molto meglio di un qualsiasi 8 preso la settimana successiva. Ma se prenderai un 6 o un 7, quello sarà il più bel voto della tua vita. Te lo sarai guadagnato contro ogni pronostico.” Questa volta mi hai ascoltato: la mattina ero in riunione quando è arrivato il tuo messaggio. La stanza era piena di colleghi alle prese, insieme a me, con l’ennesima emergenza aziendale di quella che sembra una storia infinita. “Ho preso 7 e mezzo.”

La mattina dopo ho letto su un giornale la lettera che un ex collega aveva scritto a suo figlio. Adesso questo ex-collega, dopo una carriera importante, guida un’università che dovrebbe formare i giovani dirigenti dell’Italia di domani. Vedi, in questa lettera c’era scritto esattamente l’opposto di quello che ti avevo detto poche ore prima. Diceva a suo figlio di andarsene dall’Italia. Diceva che per un giovane di talento non vale più la pena di lavorare nel nostro paese. Che la mediocrità, il clientelismo, la rissa istituzionalizzata come unico strumento di confronto, l’impunità sono ormai l’unica legge e che le regole del gioco sono ormai talmente alterate che non vale nemmeno più la pena di provarci. Tu sai quanto io ami il nostro Paese. Però continuo ad incazzarmi ogni volta che vedo il suo potenziale sprecato. Continuo a non capire perché la nostra struttura pubblica sia al tempo stesso così ipertrofica e così assente, perché i meccanismi legislativi siano così ridondanti e perché ogni volta che si parla con i sindacati italiani sembra che l’istinto di autoconservazione dell’apparato prevalga sempre sull’interesse dei lavoratori. Sono tante le cose che mi mandano in bestia, almeno tante quante quelle che fanno arrabbiare il mio ex-collega, ma nonostante tutto continuo a lottare ogni giorno. Fra non molto toccherà a te, ai tuoi amici, raccogliere il testimone. Le sfide che vi attendono sono enormi, ma forse non più grandi di quelle che hanno affrontato i vostri nonni, che ereditarono un Paese distrutto dalla guerra, diviso, penalizzato da un’alfabetizzazione incompiuta e ancora alle prese con un’identità nazionale incerta. Certo, le esperienze all’estero sono importanti nel mondo globalizzato e integrato di oggi: come fai a competere con inglesi, francesi, tedeschi, ma anche cinesi, indiani e arabi, se non sai come ragionano? Loro vengono da decenni a casa nostra per carpire i segreti di un modello che ha punte di eccellenza riconosciute ovunque, meno che da noi. A te, ai tuoi compagni della generazione del ’90, dico che il vostro futuro è qui, nel vostro Paese. A te, dico che se non siete orgogliosi del vostro Paese, anche quando avete legittimi motivi per criticarlo, è difficile essere orgogliosi di voi stessi. La sfida è rimanere per cambiarlo, questo Paese, dove serve, col tempo che ci vuole fosse anche un sempre. Ci sarà tanto da fare, e tocca a voi.”

Pubblicato in: Etica, musica

La fiasca d’oro a dorso

Come vedete sto aggiornando poco il blog per impegni a scuola. Lascio qui al volo una canzone sull’alcolismo di Kendrick Lamar, presa dal suo concept disc GOOD KID, M.A.A.D. CITY. L’acronimo sta per My Angry Adolescent Divided. Difficile stare lontano dall’alcol quando tutti (famigliari e amici) attorno bevono, difficile ascoltare la voce della coscienza, difficile assecondare i rimorsi. Una battaglia, con tanto di colpi.

[Bridge]

Verso, beveva, mal di testa, beveva

Seduto, beveva, in piedi, beveva

Svenuto, beveva, sveglio, beveva

Sbiadito, beveva, sbiadito, beveva

[Verso 1]

Ora sono cresciuto

Attorno ad alcune persone che vivono le loro vite nelle bottiglie

Mio nonno aveva la fiasca d’oro a dorso ogni giorno a Chicago

Ad alcune persone piace il modo in cui ci si sente

Altre persone vogliono uccidere i loro dolori

Altre persone vogliono adattarsi al “popolare”

Questo era il mio problema

Ero in una camera buia

Tombe alte, cercando di fare una promessa al più presto

Questo mi ha fottuto, riempimi il bicchiere

Vedo la massa muoversi

Cambia di minuto in minuto e la canzone è in repeat

Bevo un sorso, poi un altro sorso, poi qualcuno mi ha detto:

[Rit.]

Negro perché prendi solo 2 o 3 bicchieri?

Ti mostro come girare la situazione

Prima ti mostro una piscina piena di liquore, poi ti tuffi dentro

Piscina piena di liquore, poi ti tuffi dentro

Sventolo qualche bottiglia, e vedo tutto il gruppo

Tutte le ragazze vogliono giocare a Baywatch

Ho una piscina piena di liquore e loro si tuffano dentro

Una piscina piena di liquore e mi tuffo dentro

[Bridge]

[Verso 2]

[si sente la voce della coscienza]

Ok, ora apri la tua mente e ascolta me, Kendrick

Io sono la tua coscienza, se tu non mi ascolti

Dopo sarai storia, Kendrick

So che sei nauseato in questo momento

E spero di condurti alla vittoria, Kendrick

Se tu ne prendi un altro

Io annegherò in qualche veleno abusando del mio limite

Penso che sto sentendo l’atmosfera

Vedo l’amore nei suoi occhi, vedo le sensazioni

La libertà è concessa tanto presto quanto il danno imminente della vodka

Questo è come vieni capitalizzato

Questo è un consiglio dei genitori

Ma a quanto pare, sono più influenzato da quello che fanno

Pensavo che stessi facendo il meglio possibile quando qualcuno mi ha detto:

[Rit.]

[Bridge]

[Bridge 2]

Io guido, tu guidi, bang

Una semi automatica, un milione di colpi

Salto fuori, fallo anche tu, bang

Due semi automatiche, due milioni di colpi, bang

Io guido, tu guidi, bang

Una semi automatica, un milione di colpi

Salto fuori, fallo anche tu, bang

Due semi automatiche, due milioni di colpi, bang

Pubblicato in: sfoghi

Insidioso

Al volo, dedicata a chi vede complotti ovunque…

603938_490547967642840_361355721_n.jpg

Pubblicato in: blog life

Impegni

Mi aspettano due settimane di consigli di classe, per cui non so quanto riuscirò ad aggiornare il blog… Buon inizio novembre a todos

open24hours1.jpg

Pubblicato in: Etica, Storia

Mica è morto per finta

Su Sette ho trovato la triste storia di Mattia, raccontata da Cesare Fiumi e recuperata dal sito dell’Inail.

lavoro, morti bianche, sicurezza“Ci sono storie già accadute che qualcosa dovrebbero insegnare e che trovarsi di nuovo a raccontare fa più male. Storie di tragiche cadute per le quali una Repubblica “fondata sul lavoro” si dovrebbe vergognare e portare il lutto stretto per il patto disdettato nei confronti di un diritto proclamato. Storie di caduti sul mestiere improvvisato, senza rete, vada come vada – perché di lavoro non ce n’è e quando lo trovi, fosse solo per qualche ora, non puoi lasciartelo scappare. A costo di salire, in scarpe da ginnastica e senza protezione, sul tetto di un capannone da ripulire. Due anni fa, alla vigilia di Natale, toccò a Daniele Floris, sardo dell’Ogliastra. Daniele aveva vent’anni «ed era al suo primo giorno di lavoro» – spiegò chi era stato il suo titolare per un pugno di minuti, altro che ore – quando volò giù dal tetto di un cantiere dove c’erano da installare alcuni pannelli fotovoltaici. L’indomani avrebbe dovuto fare il figurante, vestito da pastore, nel presepio vivente di Villagrande. Lo portarono morente all’ospedale con un polmone perforato e in coma cerebrale: il giorno seguente, più nulla da fare. Quella tettoia non era fatta per reggerne il peso. Si era sbriciolata e quattro operai, tutti senza imbragatura di sicurezza, erano precipitati di sotto. Chi se la cavò con delle fratture, chi finì in prognosi riservata: ma Daniele, lì al cantiere, ci lasciò la vita. Accompagnato dal solito ritornello di belle parole: «Basta, un’altra fine così non si può tollerare». Salvo accatastare le due/tre lapidi giornaliere: tante sono le croci bianche che, in Italia, ci tocca quotidianamente piantare. Ma i117 ottobre scorso succede qualcosa che, tornando con la mente a Daniele Floris, lascia sconfitti e sconsolati. Appena tre giorni prima, domenica 14 ottobre, è stata celebrata in ogni sede istituzionale, compreso il Quirinale, la “Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro” per onorarne la memoria e «richiamare l’attenzione della pubblica opinione su questa drammatica realtà sociale». Ed ecco, mercoledì mattina, un altro 25enne pieno di vita, il futuro davanti, si ritrova anch’egli coniugato al passato remoto. Declinato con un “fu”. Mattia Pascai era di Quartu. Anche lui sardo. E anche lui precipitato dal tetto di un capannone dove era stato ingaggiato per pulire pannelli solari: di nuovo, beffardo contrappasso, le “fonti di energia alternativa” a fare da obitorio a formidabili energie disoccupate e inutilizzabili. A dispetto delle “rinnovabili” che sono chiamate a installare e mantenere. Mattia Pascai è volato giù da dieci meni, quando un pannello che doveva pulire è andato in frantumi. È morto perché doveva lavorare, pena non mangiare e non poter dare da mangiare, ché era sposato e aspettava solo un figlio. Oltre che una chiamata, anche a giornata, ché lui non si faceva pregare. Neanche se si trattava di salire lassù, senza ponteggio, senza casco e senza assicurazione: né quella di un’imbragatura, «né quella di una polizza», secondo quanto scrive l’Osservatorio indipendente dei morti sul lavoro. Guarda caso, un altro caduto “il primo giorno di lavoro”, come s’è affrettato a spiegare il suo datore. Ed è quello che il magistrato ora vorrà capire: se Mattia Pascai era saldato o meno in nero. Sì, perché l’ultimo giorno di vita di un operaio che la perde sul lavoro, corrisponde sempre più spesso al “suo primo giorno” di cantiere: troppe morti bianche da perenni esordienti. Bianche come i contratti mai vidimati, in perenne attesa di una firma rimasta sempre negli intenti. Quello stesso giorno sono morti sul lavoro anche altri cinque operai, tra Catania e Torino, Lodi e Leggiuno e, proprio quel giorno, le morti bianche nel 2012 hanno toccato e superato quota 1000, anche se Mattia Pascai non verrà conteggiato nel dato ufficiale dei decessi in cantiere, visto che non aveva neppure un’assicurazione. Ma mica è morto per finta, anche se di storie come la sua, di solito, non si parla. Piuttosto, è morto per nulla. Lui, che era un tipo fiducioso e si accontentava del lavoro che trovava. Lui, che aveva solo 25 anni e non era certo schizzinoso.”

Pubblicato in: Etica, opinioni

Quel rudere dello Stato Sociale

Scrive Massimo Gramellini su La Stampa di ieri:

“Il governo non trova soldi per i malati di Sla, che rischiano di morire d’inedia istituzionale. SLA-MALATTIA.jpgE se la tecnica Fornero ricomincia a piangere, la politica tace o parla d’altro: di quanto sia brutta e cattiva l’antipolitica. Mentre proprio di questo dovrebbe occuparsi: degli ultimi, dei deboli, di chi non ce la fa. Purtroppo non tutti i cittadini sono ricchi, ambiziosi e intelligenti. Non tutti nascono e rimangono sani. Però tutti fanno parte della stessa comunità e la politica è la mamma che facilita la vita al figlio più in gamba, ma poi si curva protettiva su quello più sfortunato. Ed è a lui che dedica le sue energie migliori, è con lui che sperimenta quanto infinite siano le capacità del cuore umano di amare. Forse le regole del gioco sono cambiate senza che ci avvertissero. Forse la politica ha deciso di dedicare le sue attenzioni soltanto ai potenti di cui è serva e ai servi con cui è prepotente. Lo Stato Sociale europeo – malgrado le sue magagne, le sue burocrazie, le sue ruberie – ha rappresentato la creazione più nobile della politica. Oggi se ne parla come di un rudere di cattivo gusto, un lusso anomalo del passato, un ostacolo al libero manifestarsi del Nuovo. A me un Nuovo dove i mercanti ingrassano e i malati di Sla muoiono sembra nascere già molto vecchio. Se lo Stato non ha più soldi per tutti, tocca alla politica indirizzare quelli che rimangono verso le tasche giuste (possibilmente non le proprie). E chiedere aiuto al mondo delle associazioni, così come una mamma in difficoltà lo chiederebbe a una sorella o a un’amica. Non a una sguattera.”

Pubblicato in: arte e fotografia, Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Letteratura

Forse ti aprirai

Cattura2.JPG

Magritte_1050_cr.jpg

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia

Il certo per l’incerto

Rubo dalla rete le parole di A cuore scalzo.

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo».

Uno sguardo. Un sorriso. Una scoperta così grande che non può aspettare.

Coraggio. Coraggio di rinunciare a tutto per quel tesoro.

Ignoto, sconosciuto, ma di cui si respira il valore.

Il certo per l’incerto.

Ricco è colui che incontra l’Amore e rinuncia a tutto per non perderlo.

Pieno di gioia.

Cattura.JPG


Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Letteratura

Calma

4974244740_de240f9d4b_b.jpg

“Alla minima contrarietà, e a maggior ragione al minimo dispiacere, bisogna precipitarsi nel cimitero più vicino, dispensatore immediato di una calma che si cercherebbe invano altrove. Un rimedio miracoloso, per una volta.” (Emil Cioran, Confessioni e anatemi)

Pubblicato in: Letteratura

Potete camminare su di noi

Un piccolo ricordo a tre anni dalla scomparsa.

 

A tutti i giovani raccomando:poesia.jpg

aprite i libri con religione,

non guardateli superficialmente,

perché in essi è racchiuso

il coraggio dei nostri padri.

E richiudeteli con dignità

quando dovete occuparvi di altre cose.

Ma soprattutto amate i poeti.

Essi hanno vangato per voi la terra

per tanti anni, non per costruivi tombe,

o simulacri, ma altari.

Pensate che potete camminare su di noi

come su dei grandi tappeti

e volare oltre questa triste realtà

quotidiana.

(Alda Merini, da “La vita facile”)

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia

Ortodossia

“La preoccupazione di fondo del mondo cristiano è l’ortodossia, cioè la coincidenza di quello che dico e quello che dice l’autorità e non la coincidenza fra quello che dico e quello che vivo. E allora il cristianesimo si è trasformato. Visto che non si poteva rinnegare il messaggio delle origini lo abbiamo trasformato in un grande sistema di parole che stanno a sé, sospese sul reale” (padre Ernesto Balducci).

ortodossia, cristianesimo, chiesa, autorità


Pubblicato in: Filosofia e teologia, Religioni

Di Ghoul in Ghoul…

610x.jpg

Sul numero di ottobre di XL, nella sezione “mondo”, Anna Lombardi scrive dello spettacolo organizzato dalla diocesi della Cattedrale di New York: una processione di mostri emerge dalla cripta di una chiesa neogotica e avanza lungo le navate sottolineata da ululati e musica sinistra e grida di orrore del pubblico. L’orchestra è composta da scheletri e anche il pubblico dà il suo contributo: streghe, vampiri, zombie, fantasmi. Il climax si ha con l’arrivo dei Ghouls, demoni infernali che aggrediscono il pubblico con urla e gestacci. Infine uno scheletro-papa con il piviale minaccia i presenti dal pulpito con un forcone. Dove siamo? St John Divine, nel cuore di Harlem.

Mi sposto di parecchi chilometri, molto lontano da Harlem, molto vicino a casa nostra. L’esorcista don Ermes Macchioni di Sassuolo afferma a Martina Castigliani: “Venite all’oratorio e portate i vostri bambini vestiti di bianco, o meglio ancora travestiti da santi. Proteggete i vostri figli quella notte, perché, anche senza volerlo e a loro insaputa, gioirebbero e danzerebbero per quello che viene chiamato “il Grande Cornuto” e che non può salvarli. Portateli in Chiesa l’indomani, giorno dei Santi e custoditeli da queste frottole spirituali e di moda che purtroppo non sono mai innocue… Alla fine dell’800, gli spiriti hanno confessato. Anche se i riti vengono fatti con superficialità, ogni volta che li evochiamo, loro si sentono chiamati in causa e legittimati a tornare. Per questo, io dico, ognuno può fare quello che vuole, però la sera del 31 ottobre se i battezzati non vogliono essere ipocriti vengano a festeggiare la festa della luce vestiti di bianco. Anche lì si balla e si danza, solo rievochiamo la luce e non le tenebre.”

That’s all folks…

Pubblicato in: Etica

Senza sapere, senza capire

apparenze

“Sono in treno, il vagone è affollato. Ma il posto vicino al mio, lato finestrino, è vuoto, almeno fino a un minuto prima della partenza, quando si presenta, ansimante, un uomo. Ha una barba lunga e bianca, un corpo imponente, sulle spalle uno zaino che, da come lo scarica a terra, non deve essere leggero. Con una voce sottile, acuta, che contrasta con la sua mole, mi chiede se il posto è libero, poi fa passare pericolosamente lo zaino sopra la mia testa e lo sistema sul sedile. «Dia un occhio, per favore» mi dice allontanandosi traballante lungo il corridoio mentre il treno parte. Armeggia qui e là per sistemare una valigia, altrettanto pesante, e poi deposita anche se stesso sul sedile di fianco, travolgendomi in mille operazioni, alcune funzionali, altre incomprensibili. Tra i vari ammennicoli che ha appesi al collo, c’è un astuccio rettangolare che a un certo punto mi finisce addosso. Glielo passo, lui mi dice un grazie frettoloso e mi dà una gomitata. Mi sposto, seccata. L’uomo apre l’astuccio, tira fuori una scatoletta nera e si mette a sfiorarla da sinistra a destra con le dita. Che cosa starà facendo? Di colpo intuisco che legge con il metodo Braille. La sua irruenza, i suoi gesti maldestri in un attimo per me cambiano di segno. Mi chiedo a quante cose reagiamo con fastidio senza sapere, senza capire.” (Laura Bosio, su Avvenire)

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Religioni, Testimoni

Femminile plurale

A volte qualche studente mi chiede: “Prof, ma come si fa a scegliere di essere una suora di clausura? Che vita è?”. La mia mente va subito a un incontro che ho avuto in quarta liceo: gita di classe in Umbria, giornata ad Assisi, monastero di S. Chiara. Lì ho potuto ascoltare il racconto di vita di una clarissa e ho potuto respirare la pace che arrivava dalle sue parole. Oggi, sul Corriere ho trovato due articoli. Il primo riporta gli esiti dell’incontro tra la giornalista Laura Ballio con la clarissa Nella Letizia (lo ammetto, il nome fa sorridere…), il secondo è una testimonianza diretta della stessa monaca.

2957040519_2ec871e392_m.jpg“Quando ci pensavo immaginavo mura spesse, grate, buio, silenzio, isolamento, la ruota dove venivano lasciati i neonati abbandonati, il “di qua” e il “di là”, la separazione, l’oblio. Come il Manzoni descriveva il monastero di Gertrude, la monaca di Monza. E come mi ricordo da qualche vecchio reportage televisivo, con ombre di veli dietro reti fitte e voci deformate per renderle irriconoscibili. Invece, no. A Rimini, qualche settimana fa, ho conosciuto suor Nella Letizia, 45 anni, viso aperto al sorriso, velo beige su tonaca marrone-francescano, e ho scoperto – da laica ignorante di cose di chiesa – che la clausura nel 2012 è tutta un’altra cosa. L’incontro è avvenuto durante il Festival Francescano dedicato a Femminile, plurale, nella chiesa del Convento delle Clarisse di Rimini, dove suor Nella Letizia vive da 17 anni con 9 consorelle. Quel pomeriggio la chiesa era gremita, donne, uomini, anziani, ragazzi e bambini, seduti anche per terra e dentro i confessionali. Lei, che mi chiedevo come potesse essere una monaca di clausura, era in piedi dietro una cancellata puramente simbolica, e parlava di Chiara d’Assisi e dell’esperienza del corpo nella preghiera: con lievità e sapienza, declinando il suo femminile plurale, concludendo con un «la preghiera porta allegria e voi non lasciatela solo alle suore». E poi ha abbracciato decine di persone, stretto mani, scambiato battute. E a me – che la guardavo francamente sorpresa – ha dato il suo indirizzo di posta elettronica, attraverso il quale abbiamo avviato una conversazione che ha portato al post che segue questo, nel quale suor Nella Letizia (un nome, una garanzia) racconta la sua scelta e la sua vita di clausura. Nel 2012.

Ps. 1) in Italia ci sono circa 90mila suore, di cui 7mila sono in clausura e l’ordine religioso con più monasteri (nel 2004 erano 114, dati più recenti non disponibili) è quello delle clarisse.

2) la prima blogger religiosa è stata suor Elvira de Witt, ex cantante lirica olandese, così attiva sul facebook del suo paese (Hyves) e così abile nel muoversi nella rete, che il 13 luglio del 2011 è stata chiamata a tenere una lezione a porte chiuse per poche elette sul tema La suora nell’epoca digitale.

3) l’altra sera un’amica psicologa mi raccontava che, tra tutti i suoi pazienti, a prescindere da sesso età e occupazione, nessuno le ha mai posto il problema della spiritualità

 

“Femminile, plurale”: è l’originale titolo di una manifestazione svoltasi a Rimini dal 28 al 30 settembre scorso. Niente a che vedere con quanto la location potrebbe far pensare, bensì un ricco programma di conferenze, mostre, celebrazioni, spettacoli e tanto altro, incentrato principalmente su S. Chiara d’Assisi, nell’VIII centenario della sua consacrazione, nell’ambito del Festival Francescano. In quei giorni circa 30.000 persone sono state in qualche modo attirate da una donna vissuta tra il 1100 e il 1200, che ha trascorso 42 dei suoi 60 anni tra le mura di un monastero. Lo trovo sorprendente, anche se non dovrei essere sorpresa dal fascino suscitato da Chiara, dal momento che faccio parte di quel “femminile plurale” generato dal suo carisma e da quello del suo “piantatore” Francesco, come amava definirlo lei. Da clarissa non sono abituata alla frequenza di questi grandi numeri e, seppure nel nostro monastero non siano passati tutti e 30.000 (neanche allargando i nostri spazi all’ennesima potenza avrebbero potuto…), ho guardato con stupore le diverse migliaia di persone di tutte le età che hanno gremito quasi ininterrottamente la chiesa, per venerare le reliquie di S. Chiara e di S. Elisabetta d’Ungheria ospitate per l’occasione, e per partecipare alla nostra liturgia e ai due incontri sull’esperienza della preghiera di S. Chiara che ho proposto. Ho guardato con stupore e mi sono resa conto che, a mia volta, sono stata guardata con stupore, come per esempio dalla giornalista del Corriere, che è la causa della mia presenza su questo blog. Provo ad interpretare lo stupore che ho colto sul suo viso e su quelli di molti altri. Il primo inevitabile passaggio di meraviglia è susseguente ad una domanda: “Va bene che una donna come Chiara abbia vissuto la vita claustrale 800 anni fa, ma che ci fa una donna del XXI secolo tra quattro mura?” Immediatamente dopo, è la memoria degli studi liceali (o degli stereotipi che ne sono seguiti…) a far constatare con sorpresa che la claustrale che si ha davanti non ha nulla a che vedere con la Gertrude di manzoniana memoria. Non sembra monacata a forza, anzi addirittura sembra felice della sua scelta; non vive in catacombe buie e solitarie, ma in una comunità di sorelle, che si ritengono davvero tali, e si relaziona al mondo “di fuori”, talora anche via internet. Rispondo brevemente per chi ha avuto la pazienza di continuare a leggere fin qui. Non so spiegarmi perché si continui a pensare e a presentare la vita delle claustrali con tinte fosche e misteriose. Nei monasteri oggi non abitano più “monache di Monza”, ma donne normali, che provengono da estrazione sociale, professione, regione e talora anche nazione diverse (un piccolo mondo davvero variegato e plurale!), che insieme cercano di vivere la propria vocazione con amore e nell’amore, come qualsiasi persona, servendosi anche di quanto la tecnologia ci mette a disposizione, per incontrare e ascoltare i fratelli e le sorelle e offrire loro la vicinanza di preghiera.

Riguardo al senso della vita di clausura, devo dire che anch’io mi sono fatta questa domanda quando per la prima volta ho conosciuto le clarisse. La loro vita, apparentemente inutile, è stata per me utilissima, perché mi ha spronato a cercare il significato della ma esistenza, non accontentandomi dei vari surrogati di felicità a cui pure potevo avere accesso. Tuttavia, non avrei mai pensato che la loro vocazione sarebbe potuta diventare la mia, perché mi sembrava irragionevole vivere col Signore in un full time, e non con un più conveniente part time… E invece eccomi qui donna del XXI secolo, irragionevolmente ma felicemente, clarissa da quasi 20 anni, innestata in un Ordine ottocentenario nella Chiesa bimillenaria, di cui talora si vedono solo le “rughe”, ma non è solo così, almeno fino a quando continuerà a generare figure come Francesco e Chiara, e come i tanti santi/e, che hanno costellato la sua storia e continuano a costellarla (vedi don Oreste Benzi, di cui qui a Rimini sta per aprirsi la causa di beatificazione), rivelando un modello di persona che, pur non perseguendo le logiche del successo e del piacere ad ogni costo, si rivela realizzata e lieta. Guardo a questa schiera beata con la viva speranza di farne parte anch’io, insieme alle sorelle della mia comunità, e così auguro anche a te lettrice/lettore, offrendoti la nostra preghiera.