Qualsiasi cosa succeda

Uno dei libri che sto leggendo in questo periodo è “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee. Riporto due citazioni sul significato della sconfitta e della vittoria, sul non arrendersi, sul dare tutto se stessi nei vari ambiti della vita, da quello semplicemente sportivo a quello della vita di ogni giorno, dalla scuola al lavoro, dallo studio ai legami affettivi…

“Non è una buona ragione non cercare di vincere per il semplice fatto che si è battuti in partenza” (pag. 83)

“Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare ugualmente e arrivare sino in fondo, qualsiasi cosa succeda. E’ raro vincere, in questi casi, ma qualche volta succede” (pagg 119-120).

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Un cinguettio non poi così forte

Un’intervista molto interessante condotta da Alessandro Zaccuri a Khaled Fouad Allam per Avvenire. Davvero il peso di internet nella primavera araba è stato così decisivo? Quale strada sta prendendo il processo democratico in Tunisia? Soprattutto, è vero processo democratico?

Twitter-revolution1.jpg“Dimenticatevi di Eminem. E anche di Jim Morrison, già che si siete. I giovani tunisini amano il rap, certo, ma nella sua versione araba questo genere musicale non esprime affatto la rabbia generazionale caratteristica del modello americano. Perfino il raī, frettolosamente salutato come versione mediterranea del rock politico, si colloca in realtà in una prospettiva prevalentemente locale e, di fatto, tradizionalista. Insomma, avere vent’anni a Parigi e a New York non è affatto uguale ad Avere vent’anni a Tunisi e al Cairo, come avverte fin dal titolo il nuovo saggio del sociologo Khaled Fouad Allam (Marsilio, pagine 208, euro 18). Libro documentatissimo e sorprendente, che colpisce per la lettura innovativa alla quale viene sottoposto il fenomeno delle cosiddette “Primavere arabe”. «Lo so, molto è stato scritto e pubblicato sull’argomento – ammette l’autore –, ma nel complesso si è trattato di analisi deludenti, che si limitavano ad amplificare il contenuto dei notiziari. Come se, per fare un esempio, la rivolta di piazza Tahrir nascesse lì, in quel momento. Per capire bisogna invece tornare indietro nel tempo, fino alla metà dell’Ottocento».

Bè, qualcosa si impara anche se ci si ferma agli anni Sessanta del secolo scorso, no?

«Si tratta di uno snodo decisivo. In quell’epoca i giovani dell’Occidente trovano una dimensione universale, coniando il linguaggio di una ribellione che riesce a infrangere i confini nazionali. Più ancora del Sessantotto francese, è la guerra in Vietnam a dare slancio a questa controcultura il cui eco (parlo per esperienza personale) arriva fin nelle università algerine dell’epoca».

Con quali risultati?

«Molto modesti, perché noi giovani arabi, allora, avevamo un’altra guerra a cui pensare, quella israelo-palestinese. A confronto del Vietnam, ci sembrava un conflitto minore, su scala regionale, forse addirittura etnico. Incapace, come si è dimostrato in seguito, di suscitare una controcultura degna di questo nome. Il fenomeno si sta ripetendo oggi: i ragazzi che si sono ribellati in Tunisia, in Egitto e altrove vivono in una condizione di solitudine, hanno l’impressione di non essere capiti dall’altra parte del Mediterraneo, figuriamoci se possono sperare di far arrivare la loro voce al di là dell’Atlantico».

L’opinione pubblica internazionale è davvero così distratta?

«Lo è senza dubbio quella italiana. Trovo molto grave l’insensibilità che circonda i giovani arabi che già vivono in questo Paese e che, presto o tardi, chiederanno cittadinanza. Non ci si può accontentare di un dialogo impostato solo su basi teoriche, occorre spostarsi sul piano delle scelte sociali e culturali per portare alla luce un disagio che, ora come ora, è invisibile, nascosto. A incontrarli per strada, i maghrebini sembrano uguali agli altri ragazzi: indossano i jeans, amano i videogiochi. Non viene mai considerato, purtroppo, il differenziale storico che incombe su di loro».

Eppure per le Primavere è stato fondamentale l’apporto di Internet…

«Solo se ci atteniamo alla versione corrente, che non condivido affatto. In questa fase il web non produce pensiero, si colloca nella dimensione temporale dell’immediatezza e della dilatazione, alla quale è estranea qualsiasi possibilità di sedimentazione e approfondimento. È anche per questo che nei Paesi arabi la rivolta non riesce a generare nuovi leader. Non escludo che, da qui a qualche decennio, anche la Rete sviluppi una sua profondità culturale, ma in questo frangente mi pare che la comunicazione digitale, con la sua vicinanza illusoria, continui a sancire una distanza incolmabile. Quel che manca è una riflessione sul tempo, anzi su quel “tempo nel tempo” che è il vero luogo della crescita personale».

Come mai nel libro lei torna così spesso sulla questione femminile nel mondo arabo?

«Dal mio punto di vista è il problema centrale, il crocevia di tutte le differenze che rischiano altrimenti di essere sacrificate a un’applicazione soltanto formale del concetto di democrazia. Ho voluto che, in appendice al saggio, figurasse la prima traduzione in lingua occidentale della bozza di Costituzione dello Stato del Califfato elaborata dai salafiti tunisini. Un documento impressionante che, sotto la parvenza esteriore di una Carta simile a quelle occidentali, non fa altro che sottolineare per pagine e pagine lo stesso concetto: la democrazia araba è qualcosa che si applica esclusivamente agli arabi, purché islamici e maschi. Già adesso in Egitto una donna non può accedere alla magistratura, perché altrimenti si troverebbe a emettere sentenze su imputati uomini. In quanto lingua della rivelazione, poi, l’arabo può essere insegnato solo dai musulmani».

Che pericolo vede in tutto questo?

«Nei mesi scorsi abbiamo assistito a un primo cortocircuito, per cui alle Primavere arabe ha fatto seguito l’affermazione elettorale dei fondamentalisti. Il passaggio ulteriore potrebbe consistere nella crescita esponenziale di gruppi ultraradicali, prigionieri di un passato mitico, che esiste unicamente nella loro fantasia. Il grande Islam medievale è stato tutt’altro: una stagione in cui il rispetto delle differenze e delle minoranze ha portato al costituirsi di un pensiero filosofico libero e originale».”

Parole abbaglianti

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Sabato sono stato a un convegno sulle mafie in Friuli Venezia Giulia e durante la pausa pranzo, col freddo che faceva e la pioggia battente, dopo essermi rifocillato, sono andato a fare un giretto in libreria. Uno dei libri che ho comprato è un testo di Alda Merini che avevo dovuto riporre, per motivi economici, a inizio gennaio, nell’ultima visita alla Feltrinelli. Ebbene, nella prima poesia che ho letto c’è così tanta ricchezza e sensibilità che potrei fermarmi lì col semplice pensiero “ne è valsa la pena”: fulminante! Questo è quello che vorrei essere in grado di dire quando qualche studente mi chiede: “ma prof, lei, che Gesù conosce?”. Questo è il Gesù di cui vorrei sentir parlare più spesso.

Io che sono vicina alla morte,

io che sono lontana dalla morte,

io che ho trovato un solco di fiori

che ho chiamato vita

perché mi ha sorpreso,

enormemente sorpreso

che da una riva all’altra

di disperazione e passione

ci fosse un uomo chiamato Gesù.

Io che l’ho seguito senza mai parlare

e sono diventata una discepola

dell’attesa del pianto,

io ti posso parlare di lui.

Io lo conosco:

ha riempito le mie notti con frastuoni orrendi,

ha accarezzato le mie viscere,

imbiancato i miei capelli per lo stupore.

Mi ha resa giovane e vecchia

a seconda delle stagioni,

mi ha fatta fiorire e morire

un’infinità di volte.

Ma io so che mi ama

e ti dirò, anche se tu non credi,

che si preannuncia sempre

con una grande frescura in tutte le membra

come se tu ricominciassi a vivere

e vedessi il mondo per la prima volta.

E questa è la fede, e questo è lui,

che ti cerca per ogni dove

anche quando tu ti nascondi

per non farti vedere

(Alda Merini, Corpo d’amore)

Quella meno battuta

Stamattina abbiamo letto in terza questo brano di Robert Frost (penso anche di verci già fatto un post):

“Due vie si dipartivano in un bosco giallo, e dispiaciuto di non poter a un tempo percorrere l’una e l’altra, a lungo mi fermai e seguii tutta la prima con lo sguardo fino a dove essa girava tra gli arbusti; poi presi l’altra, che era altrettanto buona, con forse un motivo in più per farsi preferire, essendo tutta erbosa e assai poco segnata; sebbene, quanto a quello, il transito di là le avesse, in fondo, rese più o meno uguali, e fossero ambedue coperte quel mattino di foglie da nessuno calpestate e annerite. Oh, mi riservai la prima per un altro giorno! Ma sapendo che più si va, più si è costretti ad andare, dubitavo se mai sarei tornato indietro. Tutto questo racconterò con un sospiro un giorno e un luogo lontanissimi da ora: due vie si dipartivano in un bosco e io presi quella che meno era battuta, e tutta la differenza stette in questo.”

Quello che mancava era il collegamento a “L’attimo fuggente” che ho trovato sul blog Libero il verso: