Siate strada

E andare su twitter subito dopo aver scritto il post precedente e trovare il link a questo breve pezzo di Roberto Mussapi…

street.jpg«Siate la strada. Respirate come la strada, siate perfino come la stessa strada». Un verso nella parte conclusiva del dramma “La strada”, di Wole Soyinka, nigeriano, premio Nobel per la letteratura. La strada è una metafora potente e presente nella letteratura e nel cinema, poiché corrisponde a un mito inespresso: sulla strada percorri la tua via, verso una meta precisa, come il pellegrino, o l’ambasciatore, o il mercante. O verso un luogo ignoto, come capita all’emigrante o a chi parte alla ricerca di una terra sconosciuta. La strada è la traccia del nostro destino sulla terra, che s’incrocia con quella, invisibile, verticale, che mette in comunicazione con il cielo. Sulla strada Saulo è folgorato, sulla strada si rovescia il suo cammino. Essere strada, per noi, significa abbassarci al livello dei nostri passi, non isolarci dagli altri, non rinserrarci nella torre d’avorio dell’io. Ma nemmeno restare assiepati, confusi in una massa inerte e indolente: essere strada significa percepire un percorso, diventare strada è incorporare la nostra via. Sentirci in viaggio anche nelle pause di sosta, percepire il movimento incessante della nostra esperienza di vita anche nella quiete, nel riposo, nel silenzio. Sapere, sentire, che siamo sempre sulla strada e la strada è in noi.

1. Slegare la fune

Sei anni fa ho fatto una piccola trasmissione per Radio Spazio 103: cinque minuti sul tema del viaggio e della musica. Ripropongo qui quelle puntate: è un’occasione per me di riprenderle in mano e approfondire alcuni aspetti. Alla fine ci sono anche dei “compagni di viaggio”, cioè delle canzoni legate allo stesso argomento.

Ho scelto una canzone fortemente evocatrice per iniziare il nostro viaggio estivo: ascoltandola con attenzione e chiudendo gli occhi si ha veramente la sensazione di essere in una strada di Algeri. Questa bellissima dolce ballata dei Modena ci parla continuamente del paese straniero, ma lo fa traendo spunto non da un viaggio effettuato ma dagli organi di senso di Suad, una donna del deserto. E’ così che dai suoi occhi emergono foto e immagini di “polvere e tramonti, tappeti stesi, tende e silenzi, casbah e mercati, aeroplani su terre straniere e piedi scalzi nei vicoli di Algeri”; dalla pelle e dai capelli promana il “profumo dolce dell’erba e dell’incenso, di bracieri accesi, di ebano e di spezie, di sabbia portata dal vento e di palme”; infine, la bocca di Suad ci “parla di caldo e di colori, di mattoni gialli asciugati sotto il sole, di strade e carovane, di villaggi ai confini del mondo e di esuli stanchi che aspettano il ritorno”.

Penso che possa essere molto bello tornare da un viaggio portandosi dietro tutte queste sensazioni; ma affinché ciò avvenga penso sia importante partire col piede giusto. E allora mi permetto di suggerire, nel corso di queste puntate, non tanto dei consigli, ma più che altro degli spunti di riflessione, utili sia per un viaggio materiale che per uno metaforico o metafisico.

Prima di tutto mi piace pensare che il viaggio non consista solo in un giungere a destinazione, ovvero in un semplice spostamento che ci faccia divorare chilometri nel minor tempo possibile. Partire è schiudere noi stessi agli altri, agli incontri di persone e luoghi differenti; è abbandonare l’egoismo che ci fa guardare alla nostra quotidianità come l’unica importante e, spesso, possibile. Partire è destabilizzare l’egocentrismo, rendersi disponibili a mettere al centro dell’attenzione qualcos’altro o qualcun altro. Mi viene alla mente l’immagine di un viaggio in treno: se ci sediamo con le spalle rivolte alla direzione di marcia e guardiamo fuori dal finestrino, gli oggetti ci arrivano all’improvviso e subito diventano piccoli, allontanandosi da noi. Nel momento stesso in cui appaiono, già si dileguano. Se invece siamo seduti nella direzione in cui va il treno, le cose ci appaiono fin da lontano, molto piccole, ma diventano sempre più grandi, fino ad inondare gli occhi. Andiamo incontro alle cose, non le fuggiamo. Diventa pertanto fondamentale la disposizione d’animo che abbiamo prima del viaggio: siamo disponibili a mollare gli ormeggi? Rischiamo altrimenti di fare come i due turisti del racconto di Bruno Ferrero: una sera, due turisti che si trovavano in un camping sulle rive di un lago decisero di attraversarlo in barca per andare a «farsi un bicchierino» nel bar situato sull’altra riva. Ci rimasero fino a notte fonda, scolandosi una discreta serie di bottiglie. Quando uscirono dal bar ondeggiavano alquanto, ma riuscirono a prendere posto nella barca per intraprendere il viaggio di ritorno. Cominciarono a remare gagliardamente. Sudati e sbuffanti, si sforzarono con decisione per due ore. Finalmente uno disse all’altro: «Non pensi che a quest’ora dovremmo già aver toccato l’altra riva, da un bel po’ di tempo?». «Certo!», rispose l’altro. «Ma forse non abbiamo remato con abbastanza energia». I due raddoppiarono gli sforzi e remarono risolutamente ancora per un’ora. Solo quando spuntò l’alba constatarono stupefatti che erano sempre allo stesso punto. Si erano dimenticati di slegare la robusta fune che legava la loro barca al pontile.

Lasciarsi destabilizzare, farsi incontro al nuovo, non aver paura del diverso, penso possano essere validi metodi per giungere alle ultime righe della canzone di oggi: “La tua casa è fra le nuvole e il deserto”.

Compagni di viaggio:

  • Tiromancino, Imparare dal vento

  • Nomadi, Cammina cammina

  • Franco Battiato, Nomadi

  • Ligabue, Seduti in riva ad un fosso

  • Claudio Baglioni, Poster

  • Claudio Baglioni, Strada facendo

  • Daniele Silvestri, Salirò

  • Lunapop, 50 Special

  • Lucio Battisti, Sì viaggiare

  • Litfiba, Lacio drom (buon viaggio)

  • Francesco De Gregori, Viaggi & miraggi

  • Jovanotti, La linea d’ombra

  • Pink Floyd, On the run

  • Red Hot Chili Peppers, Aeroplane

  • Jamiroquai, Travelling without moving

Bando

Ma perché tieni un blog? Ti porta via tanto tempo? Ne vale la pena? Queste domande mi sono state rivolte diverse volte, da amici, ma soprattutto da colleghi. Stamattina, leggendo sul blog Il canto delle sirene una poesia, ho trovato le parole giuste per una risposta unica. La poesia è di Karmelo C. Iribarren e si intitola “I giorni normali”

Arrivano00.jpg

e se ne vanno

senza lasciare traccia,

e li vedi

allontanarsi

sui tetti

– e con essi

gli anni -,

e non senti quasi niente,

o senti qualcosa

di vago,

che non sai

decifrare…

 

Sono i giorni normali,

quotidiani,

quelli che sembrano passare lontano,

 

gli assassini

dell’amore.

 

Ecco, il blog è un po’ lasciare una traccia, una scia, un segno. E’ mettere una bandierina in ogni giorno. E’ un fare attenzione, un rendersi conto. E’ un fermarsi nella corsa. E’ il “bando” di quando si giocava da bambini.

Non sono andato via

E’ più di un mese che non aggiorno il blog. Faccio sempre così, non c’è verso. Mi propongo ogni anno,LibriBlog.jpg quando si avvicina la fine della scuola, di continuare anche in ferie a scrivere. Ma poi stacco. Probabilmente è un bisogno fisiologico. Mi si impone.

Non sono andato via, sono rimasto in Friuli, a casa, qualche volta al mare o in piscina. Ho letto, parecchio, come ogni anno; un po’ di tutto, come ogni anno. La sorpresa letteraria più bella? Sicuramente “Il conte di Montecristo” di Dumas, fantastico. La sorpresa letteraria più brutta? Sicuramente “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Calvino, noioso e fastidioso. Ma visto che nessuna “fatica” va sprecata, riporto una citazione proprio da quest’ultimo libro:

“- Leggere, – egli dice, – è sempre questo: c’è una cosa che è lì, una cosa fatta di scrittura, un oggetto solido, materiale che non si può cambiare, e attraverso questa cosa ci si confronta con qualcos’altro che non è presente, qualcos’altro che fa parte del mondo immateriale, invisibile, perché è solo pensabile, immaginabile, o perché c’è stato e non c’è più, passato, perduto, irraggiungibile, nel paese dei morti …

– … O che non è presente perché non c’è ancora, qualcosa di desiderato, di temuto, possibile o impossibile, – dice Ludmilla, – leggere è andare incontro a qualcosa che sta per essere e ancora nessuno sa cosa sarà… – ”.

Allora, forse, non è proprio vero che non sono andato via…

Confidando nella tua ribellione

sd.jpg

In questi giorni ho augurato diverse cose ai ragazzi di quinta, ne aggiungo una dal libro che sto leggendo e la allargo a tutti, perché penso che a tutti possa servire, in particolare a coloro che in questo momento si sentono persi, frastornati, confusi:

“Se un sogno è il tuo sogno, quello per cui sei venuto al mondo, puoi passare la vita a nasconderlo dietro una nuvola di scetticismo, ma non riuscirai mai a liberartene. Continuerà a mandarti dei segnali disperati, come la noia e l’assenza di entusiasmo, confidando nella tua ribellione.” (Massimo Gramellini, Fai bei sogni)

Guardare con gli occhi dell’anima

ww.jpg

Poco meno di due settimane fa c’è stata la serata di fine anno della nostra scuola. Ci sono stati ballerini, il coro, ginnasti, video, la citazione di tutti i premi vinti e le certificazioni linguistiche… C’è stata anche Francesca, una studentessa di 5AS che ci ha regalato una bella emozione leggendo le sue riflessioni e una sua poesia. Le ho chiesto di spedirmele e di poterle pubblicare. Per fortuna ha accettato, così posso condividere qui le emozioni di quella sera. Grazie

“Riflettendo in un pomeriggio di sole ho pensato di riportare sulla carta le suggestioni che percorrevano la mia mente. Il sole e il bel tempo mi mettono una grande allegria. La luce, infatti, aiuta a vedere meglio le cose, ad apprezzarle per come sono. Ed è questo in realtà che mi fa sorridere.

Amo osservare cose e persone e soprattutto cerco di scoprire come sono fatte veramente. Perché …dietro alla maschera di ognuno c’è molto di più, tutto quello che con i soli occhi del viso non si riesce a cogliere. Guardando con gli occhi dell’anima si può percepire la grandezza della diversità:

NON tutti abbiamo due braccia, due gambe, due occhi;

NON tutti abbiamo il dono della vista, della parola, della scrittura, del pensiero logico;

NON tutti amiamo, pensiamo, desideriamo le stesse cose,

ma se c’è una cosa che ci accomuna è che abbiamo l’immensa fortuna di essere tutti qui su questa terra.

E allora dobbiamo amarci e rispettarci, imparare ad apprezzare anche i difetti dell’altro e scoprire la ricchezza, la bellezza e le risorse che si nascondono in colui che consideriamo diverso.

Abbiamo tutti dei sogni, magari anche gli stessi, l’unica cosa che cambia è la modalità per raggiungerli.

Ognuno sceglie la sua strada: lineare, tortuosa, in salita, in discesa; ciò che importa è che tutte portano alla stessa meta.

La vita umana è unica ed irripetibile, per questo dobbiamo impegnarci al massimo per viverla nel miglior modo possibile, sia per noi stessi che per gli altri.

L’esistenza di ognuno deve essere degna di essere vissuta fino in fondo.

Abbiamo tutti dei diritti, primo fra tutti il diritto di essere rispettati per quello che siamo, di essere amati ed apprezzati per le nostre qualità, ma anche per i nostri difetti o le nostre mancanze.

Non esiste una definizione universale di normalità e perfezione.

Anzi, queste ultime non esistono nemmeno.

Ognuno di noi è un essere unico e speciale e già per questo perfetto.

 

La Diversità

La diversità è…

Un punto di vista nuovo

Con il quale osservare il mondo…

Un metodo originale

Per raggiungere i propri obiettivi…

Un’opportunità

Per confrontarsi…

Un’occasione

Per crescere…

Uno stile

Contro corrente…

Uno strumento

Per sentirsi i soli e gli unici…

Un quadrifoglio

Nel prato del conformismo…

La ricerca del senso

Della propria esistenza…

Una risorsa

Tutta da scoprire…

Questa è la diversità.

Quella bellezza

Apprezzabile solo se

Si guarda con gli occhi dell’anima…

Quella luce

Che illumina gli occhi…

Quel lume di speranza

Che mai deve spegnersi…

Quell’amore per la vita

Incondizionato ed eterno

Che solo la diversità può donare.

La diversità esiste.

La diversità ci circonda.

La diversità siamo noi.”

Francesca Del Zotto

A forza di incontrarla

Non sono stato un gran lettore, almeno fino alla II-III superiore. Venivo spesso rimproverato o richiamato da mia madre: “Su, dai, leggi qualcosa. Possibile che non ci sia altro al di là del Guerin Sportivo o di Super Basket che ti interessi?”. Soprattutto non mi andava di leggere come mi dicevano i prof: con il vocabolario vicino per cercare e segnare le parole che non conoscevo… Ci fosse stato quella volta Erri De Luca a dirmi quello che scrive nel libro “I pesci non chiudono gli occhi”:

“… qualche parola non capìta la lasciavo stare, senza frugare nel vocabolario. In attesa di intenderla, restava approssimata. Dovevo arrivarci da solo, definirmela attraverso altre occasioni, a forza di incontrarla.”

Un po’ come succede incontrando le persone…

P.S.: resto in attesa delle rimostranze delle mie colleghe (sono soprattutto donne) di lettere…

Immagine1.jpg


Incombenze

546.jpg

Sto leggendo “La formula di Origene” di Johannes Mario Simmel: “Non percepiva la morte come una presenza incombente su di lei, pronta a colpire, nella sua fantasia non riusciva a darle una fisionomia; era soltanto un concetto. Fino a quando lei era in vita, la morte non esisteva. Ma nel momento in cui lei moriva… allora toccava al buon Dio, in cui lei confidava, prenderla per mano…”. Mi è venuto in mente Spinoza che diceva: “L’uomo libero a nessuna cosa pensa meno che alla morte: e la sua saggezza è una meditazione della vita, non della morte”.

Sorellanza

– Un corrispondente dall’estero una volta mi ha chiesto: «Lei è stata stuprata durante la guerra liberiana?». Quando ho risposto di no, ha perso ogni interesse per me. Durante la guerra in Liberia, quasi nessuno ha descritto altri aspetti della vita delle donne: il fatto di nascondere figli e mariti ai soldati che li cercavano per reclutarli o per ucciderli, di percorrere chilometri a piedi in mezzo al caos alla ricerca di cibo e acqua per la famiglia, di andare avanti con la propria vita per avere qualcosa da cui ripartire quando la pace fosse tornata. Quasi nessuno ha raccontato della forza che abbiamo trovato nella sorellanza, e di come abbiamo preteso la pace a nome di tutti i liberiani. –

Leymah Gbowee, Grande sia il nostro potere

Leymah-Gbowee-icona-della-pace-in-un-autobiografia-la-sua-storia.jpg


Sorriso

 coki.jpg

“La nostra capacità di riconoscere qualsiasi oggetto fallisce se si dispone di meno di mezzo secondo. Per gli oggetti geometrici, se si ha a disposizione meno d’un cinquantesimo di secondo. Ma la percezione d’un sorriso rimarrà in noi dopo che è balenato per non più d’un millesimo di secondo, tanto è sensibile la nostra mente alla vista del volto umano” (Richard Bach)

A sera

Ieri sera sono finalmente riuscito a fare delle foto. Non sono stato fuori molto, mezzora al massimo, ma c’era una bellissima atmosfera. Oggi ho trovato su questo sito le parole che la poetessa americana Jane Kenyon scrisse per il pastore Jack Jensen, suo amico malato di cancro. Benché la Kenyon faccia riferimento alla sera della vita, ho respirato molte delle emozioni descritte. E quello sotto è un fugace scatto colto al momento.

 

Che la luce del tardo pomeriggiosera.jpg

brilli attraverso le fenditure del granaio, scalando

le balle di fieno quando il sole si abbassa.

 

Che il grillo cominci a strimpellare

come una donna che prenda i ferri

e il suo filato. Che scenda la sera.

 

Che la rugiada si raccolga sulla zappa abbandonata

nell’erba alta. Che appaiano le stelle

e la luna scopra il suo corno d’argento.

 

Che la volpe torni alla sua tana sabbiosa.

Che cada il vento. Che nel fienile

entri l’oscurità. Che scenda la sera.

 

Per la bottiglia nel fosso, per la pala

nell’avena, per l’aria nei polmoni

che scenda la sera.

 

Che scenda, sia come sia, e non

avere paura. Dio non ci lascia

senza conforto, e allora che scenda la sera.

Ieri

ieri.jpg

Amo la vita, il passato, il presente, il futuro. Amo oggi, domani, ieri. Una bellissima poesia di Angel Gonzalez, IERI.

Ieri è stato mercoledì tutta la mattina.
Nel pomeriggio è cambiato:
era quasi un lunedì,
la tristezza ha invaso i cuori
e c’è stato un chiaro
moto di panico verso i
tram
che portano i bagnanti al fiume.

Intorno alle sette ha attraversato il cielo
un lento aeroplanino, e neppure i bambini
sono rimasti a guardarlo.
Si è spaccato
il freddo,
qualcuno è sceso in strada con il cappello,
ieri, e tutto il giorno
è stato uguale,
vedi,
che divertimento,
ieri e ancora ieri e così fino ad ora,
mentre andava di continuo per le vie
gente sconosciuta,
o dentro casa a fare merenda
pane e caffelatte, che
allegria!
La sera è scesa prontamente e si sono incendiate
calde luci gialle,
e nulla ha potuto
impedire che infine albeggiasse
il giorno di oggi,
così simile
ma
così diverso per luce e profumo!

Per questo,
perché è come dico io,
lasciatemi parlare
di ieri, una volta ancora
di ieri: il giorno
unico che nessuno mai
tornerà a vedere sopra la terra.

Due infiniti e due limiti

a.jpg

Questo è il paradosso dell’amore fra un uomo e una donna:
due infiniti si incontrano con due limiti;
due bisogni infiniti di essere amati
si incontrano con sue fragili e limitate capacità di amare.
E solo nell’orizzonte di un amore più grande
non si consumano nella pretesa e non si rassegnano,
ma camminano insieme verso una pienezza della quale
l’altro è segno.
(Rainer Maria Rilke)

Muri

muro 054.jpg

L’uomo si guardò attorno ancora una volta: niente, niente di niente! Le pareti erano dure e solide. Aveva provato a fare breccia con tutto cio’ che aveva a disposizione ma non era riuscito ad ottenere altro che inutili scalfitture di pochi centimetri. Temeva che la luce che illuminava la camera potesse spegnersi da un momento all’altro lasciandolo completamente al buio. Sentiva i morsi della fame e della stanchezza. Iniziava ad avere la sensazione che perfino l’ossigeno iniziasse a scarseggiare. La disperazione, la paura e lo sconforto stavano ormai entrando nella sua anima. Ormai quella stanza, un tempo piena di promesse, era diventata la sua trappola, la sua ossessione, la sua tortura. Non ne poteva più e si mise ad urlare con tutto il fiato che aveva in corpo. Poi si lasciò cadere sulle ginocchia chiedendosi come avesse potuto ritrovarsi in una situazione del genere. Alla fine si stufò. Trasse un profondo respiro, spazzò i suoi dubbi e i suoi sensi di colpa, si alzò, aprì la porta e uscì al sole e all’aria aperta, mandando al diavolo quella camera e chi ce l’aveva fatto entrare!

(preso da http://www.wolfghost.com)

Di corsa

 

coyote.jpg


Correre, affrettarsi, scadenze, affannarsi, dover fare a tutti i costi, ansimare, 1000 cose da fare, pedalare a più non posso…. E’ da un po’ di tempo che, per quanto riesco, ho optato per una slowlife. Mi aiutano anche queste parole di Bruce Chatwin (Le vie dei canti): “In Africa, un esploratore bianco, ansioso di affrettare il suo viaggio, pagò i portatori per una serie di marce forzate. Ma costoro, poco prima di giungere a destinazione, posarono i loro fagotti e non vollero più muoversi. Nulla valse a convincerli, nemmeno un ulteriore aumento della paga: dissero che dovevano fermarsi per farsi raggiungere dalle loro anime.”

Desiderando

– Dio che non esisti ti prego

che almeno su questa grande nave

che mi porta via

le cabine siano … siano ben areate

– Ma se non esiste perché lo preghi?

– Non esiste fintantoché io non ci credoDesiderio 33.jpg

finché continuo a vivere

come viviamo tutti

desiderando, desiderando

ma se io lo chiamo …

– Troppo tardi …

– Per la forza terribile

dell’anima mia, forse vile, trascurabile in sé,

però anima nella piena portata del termine,

se lo chiamo verrà.

                                        (Dino Buzzati, Diario di Belluno)

Il silenzio degli onesti

Avevo pensato: Basta post sul blog per oggi! Poi, ho continuato col mio lavoro di setacciamento di articoli e mi sono imbattuto in quello di Elisa Kidané per Nigrizia. Tra le varie cose, scrive: “Il male – quello capace di creare mostri – è sottile, subdolo; all’inizio, quasi invisibile, impercettibile. È talmente scaltro da farsi passare come banalità. Che c’è di male se allo stadio quattro ragazzotti urlano “buuuh!” quando in campo c’è un “negro”? Dov’è il problema se una maestra dice a una bambina straniera che non si merita un voto alto perché lei è diversa dalle altre? Che c’è di strano se si scende in piazza perché un italiano è stato ucciso da un immigrato, e se si gira la testa dall’altra parte se la vittima è l’immigrato? Che c’è di male quando si liquidano solo come “parole forti” quelle dette da chi auspica l’avvento di forni per gli immigrati? La filosofa tedesca di origini ebraiche, Hannah Arendt, autrice de La banalità del male (1963), che riprendeva i resoconti che aveva pubblicato come corrispondente del settimanale New Yorker per il processo ad Adolf Eichmann, gerarca nazista processato a Gerusalemme nel 1961, in una lettera a Gershom Scholem, autorevole studioso di mistica ebraica, scrisse: «È mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. È una sfida al pensiero, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità». Banalizzando il male, si arriva sull’orlo del baratro. Poi, basta un nulla per cadere nel vuoto assoluto di valori, di dignità, di umanità. Per questo, non possiamo sottovalutare segnali anche minimi di intolleranza e lasciarci anestetizzare da discorsi buonisti. A spaventarci dovrebbero essere l’apatia, l’indifferenza, la resa di quella parte – gran parte – buona e sana dell’Italia. Torna utile ricordare ciò che disse Martin Luther King alla parte sana dell’America che non reagiva al dramma della segregazione: «Non bisogna avere paura delle parole dei violenti, ma piuttosto del silenzio degli onesti».”

strangelove-war-room-grey.jpg

 

Dentro il bozzolo della viltà

“Vivevano caldi e tranquilli dentro il bozzolo della loro viltà. Sapevano la verità ma nessuno poteva obbligarli a sapere, perché nessuno aveva detto pubblicamente questa verità. Tu hai agito e parlato in modo tale che essi ora debbono saperla, la verità. E perciò ti odiano e hanno paura di te. Tu vedi i fratelli che, quali pecore, obbediscono agli ordini del tiranno e gridi: ‘Svegliatevi dal vostro letargo, guardate le genti libere: confrontate la vostra vita con quella delle genti libere!’. Ed essi non ti saranno riconoscenti, ma ti odieranno e, se potranno, ti uccideranno perché tu li costringi ad accorgersi di quello che essi già sapevano ma, per amor di quieto vivere, fingevano di non sapere. Essi hanno occhi ma non vogliono vedere. Essi hanno orecchie ma non vogliono sentire. Sono vili ma non vogliono che nessuno dica loro che sono vili. Tu hai resa pubblica una ingiustizia e hai messo la gente in questo grave dilemma: se taci, tu accetti il sopruso, se non lo accetti devi parlare. Era tanto più comodo poterlo ignorare, il sopruso. Ti stupisce tutto questo?”. (Guareschi)

Bosch. Cristo porta la Croce4.jpg

Hieronymus Bosch


L’orecchio del cuore

Periodo di consigli di classe: non ho molto tempo per aggiornare il blog. Lascio una frase al volo (tra l’altro tratta da un libro regalatomi dai ragazzi di quinta dell’anno scorso):

“… uscire da quello che facciamo per rientrare in quello che siamo… far tacere quello che ci assorda per tornare a utilizzare l’orecchio del cuore” (Enzo Bianchi)

preghiera-intercessione.jpg

La lentezza dell’ora

“Non c’è cosa più amara
che l’alba di un giorno
in cui nulla accadrà.
Non c’è cosa più amara che l’inutilità.
La lentezza dell’ora è spietata
per chi non attende più nulla”
C. Pavese

010.jpg