Pubblicato in: Filosofia e teologia, Letteratura

La realtà sottile

“Quando ci poniamo domande su Dio, una di quelle che stanno in cima alla lista è perché certe persone vivono e certe persone muoiono; perché certe persone guariscono e certe altre no. […] Se una persona vive, diciamo: «È un miracolo». Se muore diciamo: «È la volontà di Dio». Non c’è una risposta razionale ai miracoli e non c’è modo di comprendere la volontà di Dio: il quale, se c’è davvero, potrebbe non avere per noi più interesse di quello che ho io per i microbi che in questo momento vivono sulla mia pelle. Ma i miracoli avvengono, a me sembra; ogni respiro è un miracolo nuovo. La realtà è sottile ma non sempre buia.”

(Stephen King, Al crepuscolo) 

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Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Letteratura

Foglie morte

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Le foglie morte cadono a mucchi

come i ricordi e i rimpianti.

Ma il mio amore silenzioso e fedele

sorride ancora e ringrazia la vita.

                                              (Jacques Prévert)

Pubblicato in: Etica, Storia

I bambini dell’acido

Una storia che colpisce al cuore. Prendo da Asianews un articolo di Nozrul Islam.

Dhaka (AsiaNews) – Sima ha dieci anni, e quando aveva appena dieci mesi il padre l’ha cosparsa di acido, sperando così di eliminare il più grande problema della sua vita. Lamap_of_bangladesh.jpg piccola infatti non è frutto di un’unione d’amore, ma della bravata di due ragazzi, poi costretti a sposarsi dai capi del loro villaggio per rimediare al fattaccio. In più, Sima è femmina: sinonimo di peso economico, in Bangladesh, dal momento che sono le donne a dover portare la dote all’atto del matrimonio. Un vero problema per un uomo che nemmeno voleva prendere in moglie quella ragazza: così una notte, dieci mesi dopo la nascita, getta dell’acido sulla neonata. Il padre viene messo in prigione, ma se la cava con tre mesi. Di nuovo in libertà, ripudia la moglie e si disinteressa del tutto della figlia. Intanto, la bambina viene subito ricoverata in ospedale, dove i medici e i volontari della Acid Survivors Foundation (Asf) intervengono in maniera tempestiva, iniziando con le operazioni e i trapianti. Tra grandi sofferenze, fisiche e psicologiche, Sima riesce a sopravvivere.

Nato nel 1999, l’ospedale della Acid Survivors Foundation gode di strutture attrezzate e un ampio numero di personale medico volontario, anche straniero. Il centro si occupa di primo intervento, riabilitazione e reinserimento nella società. Giovanna Danieletto, un’imprenditrice italiana che vive a Dhaka da molti anni, abita in una zona della capitale vicino all’istituto e scopre Sima e la sua storia quasi per caso: “Conoscevo il centro e un giorno ci sono andata con una mia conoscente. C’erano dei bambini che correvano in corridoio. Tra questi, Sima. Vista l’evidente gravità della sua situazione, ho chiesto se era possibile fare qualcosa. Ho parlato con i medici, incluso quello che ha preso in cura la piccola quando aveva 10 mesi, quando le è stato gettato addosso dell’acido”. Sima è una sopravvissuta, ma è anche una bambina molto forte. Non solo per aver resistito a ustioni serissime, quella notte di dieci anni fa; soprattutto, per aver affrontato dieci anni di operazioni, trapianti, sale operatorie, riabilitazioni, emarginazione sociale, occhiate e parole di disgusto da parte dei suoi coetanei. Momenti che si ripeteranno in modo ciclico, ma continuo, per tutta la vita. “Il problema – spiega Giovanna Danieletto – è che l’acido non ha bruciato solo la pelle e gli strati più superficiali, ma ha intaccato anche i muscoli facciali. Dopo le prime operazioni, adesso i medici stanno facendo continui aggiustamenti, prendendo parti di pelle sana da altre zone del corpo. Per quanto riguarda i trapianti del viso, per evitare che di dare una pigmentazione diversa e un effetto ‘arlecchino’, la pelle sana deve essere prelevata dall’area del décolleté, delle ascelle e dell’interno coscia”. È al volto e al capo che Sima ha i problemi più evidenti. “In questo periodo – prosegue la donna – Sima soffre per le frequenti infiammazioni ed escoriazioni alla pelle della testa, che è molto tesa, poco elastica… È sottile come un foglio, e non ha capelli. Le è stato riaperto un occhio, ma ancora non si capisce se riesce a vedere o meno. Le è stato ricostruito in maniera parziale il naso e le è stata riaperta la bocca, che era completamente fusa: adesso può parlare e alimentarsi in maniera regolare. L’apparato uditivo esterno è a posto solo da una parte, dall’altra è rimasto giusto un quarto d’orecchio”. Le operazioni non sono finite. “Sima – spiega la Danieletto – è in piena fase di crescita, ma la pelle non cresce in maniera adeguata allo sviluppo dell’apparato scheletrico. Dovrà continuare a subire nuovi innesti per tutta la vita”.

Il fenomeno delle vittime dell’acido è diffusissimo in Bangladesh: una “usanza” ereditata dal Pakistan, praticata per vendicarsi di qualcuno o come forma di punizione, soprattutto contro le donne. Anche i bambini – maschi e femmine, senza distinzione – vengono colpiti da questa terribile pratica, perché usati come capro espiatorio per fare uno sgarbo o un dispetto nei confronti della famiglia della sposa. Oltre al danno, Sima incontra presto anche la beffa. Il suo rapporto con il padre, infatti, non si conclude con gli eventi di quella notte. Qualche tempo dopo il ricovero della figlia in ospedale, la madre torna al villaggio per fare visita al marito, che nel frattempo è uscito di prigione, si è risposato e ha avuto altri due bambini. Maschi. Da una di queste “visite”, la madre di Sima torna incinta e questa volta è un maschio: non basta a far tornare l’ex marito, ma è sufficiente a proteggerla dallo stigma sociale. Secondo la cultura locale, infatti, se una donna viene ripudiata dal marito – o se rimane vedova – diventa proprietà della comunità, quindi un soggetto aggredibile. Continuare a far visita al marito, anche se separati, garantisce alla madre di Sima una certa sicurezza. Giovanna Danieletto interviene, vuole offrire un’alternativa a Sima, il fratellino e sua madre: “La mia prima offerta è stata quella di trovare una sistemazione in una casetta, della quale io avrei pagato l’affitto, in maniera tale che i tre potessero essere liberi di costruire una vita familiare normale qui, a Dhaka. La donna adesso fa le pulizie nell’ospedale della Asf, e i bambini sarebbero potuti andare a scuola in città”. Un’offerta generosa, che però la madre declina senza dare spiegazioni. “Ha iniziato a dire che non si poteva – racconta Danieletto –, che non era possibile, ma non tirava mai fuori i problema reale. Nessuno riusciva a spiegarmi il perché di quel rifiuto. Poi, mi è stato detto che forse il marito sarebbe potuto rientrare in famiglia, se la mamma avesse trovato qualcuno che pagasse loro affitto e mantenimento di questi bambini. Lì per lì mi è sembrata una risposta che poteva essere esaustiva. Poi ho pensato: e l’altra famiglia? Mi è stato risposto che il ‘problema’ poteva essere risolto gettando l’acido sugli altri. Era evidente che nascondeva qualcosa”. Il muro di omertà tipico di questa cultura iniziava a sgretolarsi, ma “per noi occidentali – spiega l’imprenditrice – non è facile comprendere la loro mentalità, hanno sensibilità e blocchi sociali che non possiamo nemmeno immaginare, dinamiche che ci sfuggono”. Durante l’ultimo colloquio col padre, Danieletto riesce a ottenere un incontro con la psicologa bengalese che segue la bambina in ospedale. Insieme a loro c’è anche suor Dipika, dell’istituto Shanti Rani (Regina degli apostoli), alla quale l’imprenditrice aveva raccontato a storia di Sima. Salta fuori la verità: “Il governo passa un tot all’anno ai capifamiglia che hanno un parente stretto vittima di acido. È una specie di pensione per i disabili. Il padre di Sima manteneva i rapporti con la donna per intascarsi i soldi del vitalizio”. Scoperto l’inganno, Giovanna Danieletto si è attivata per trovare una soluzione. Da gennaio la bambina andrà a vivere nell’ostello dell’istituto di suor Dipika a Rajshahi, lontano da Dhaka, e frequenterà una scuola della zona. “È una bella situazione – commenta la donna –, che raccoglie bambini orfani o di famiglie in difficoltà. La scuola dove andrà Sima è mista: ci sono bambini orfani, con handicap e in buona salute. Al bambino normale si insegna ad aiutare il bambino con handicap, così anche la disabilità diventa una cosa ‘normale’. Adesso – conclude Giovanna Danieletto – la bambina è serena. Ci stiamo dando i turni per andare a vedere come procede la situazione, a gennaio inizierà un nuovo capitolo della sua vita. Noi ci siamo messi a disposizione, intanto possiamo solo aspettare e vedere come si comporterà Sima nella sua nuova realtà. E come gli altri lavoreranno con lei”.