Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Etica, Letteratura

Pur sempre il cielo

Stamattina pedalavo lungo lo Stadionkade e mi godevo l’ampio cielo ai margini della città, respiravo la fresca aria non razionata. Dappertutto c’erano cartelli che ci vietano le strade per la campagna. Ma sopra quell’unico pezzo di strada che ci rimane c’è pur sempre il cielo, tutto quanto.

(Etty Hillesum, Diario)

Pubblicato in: Storia

Cronache di guerra dalla Siria

Un’altra testimonianza dalla Siria presa da Peacereporter.

siria_0001_280xFree.jpgQuella che abbiamo appena passato è stata senza dubbio la peggiore settimana a Homs dal mese di marzo. E pensare che già a luglio, quando l’esercito era entrato qui in città per ristabilire l’ordine, pensavamo la stessa cosa. Non avevamo ancora visto niente. Quante cose sono successe da allora, quanto sangue innocente è stato versato, quante lacrime e paure. Ormai a Homs non c’è famiglia che non abbia un dolore da piangere, ognuno porta con sé il fardello di questa rivolta e la cosa ancora più dolorosa è che non ci viene nemmeno concessa la possibilità di far sentire la nostra voce. Come sai, ormai da mesi la città è divisa in due: da un lato ci sono i quartieri che sostengono il governo (quelli abitati in prevalenza dalle minoranze religiose cristiane e alawite), con una presenza massiccia di bandiere e gigantografie del presidente Assad ovunque, sono le zone dove la vita scorre abbastanza tranquillamente e percorribili senza difficoltà; poi ci sono le zone controllate dai ribelli, senza bandiere, con esercito, posti di blocco e carri armati nei punti strategici e difficili da attraversare. Alcune sono percorribili solo a giorni intermittenti – anche se in generale è sconsigliabile andarci dopo il tramonto e prima dell’alba sono talmente deserte da sembrare disabitate – e lo stato di semi-abbandono è tangibile; altre, non sono nemmeno avvicinabili e nessuno è in grado di dire esattamente come sia la situazione né quando potrà ristabilirsi. Ma nell’ultimo periodo sembra che nessun posto in città sia sicuro. I ribelli armati, che già da tempo terrorizzano i civili, si sono fatti più aggressivi e sfrontati, non aspettano più la notte per scontrarsi con i posti di blocco militari a colpi di arma da fuoco, non temono più di oltrepassare le zone loro ostili. E il risultato sono tutti quei morti che stanno riempiendo le cronache quotidiane. Le violenze, che sono diventate più intense dopo la firma del trattato con la Lega Araba, vanno acuendosi di giorno in giorno; non è sicuro stare in casa (qualche settimana fa un razzo vagante è entrato dalla finestra dei nostri vicini distruggendo parte della loro abitazione), ma nemmeno uscire. Eppoi con quale mezzo? A piedi, rischiando di venire colpiti dai proiettili lanciati in aria? Con un taxi o un bus, di quelli che subiscono agguati in continuazione? E per andare dove, se i terroristi (e li chiamo così perché non so con quale altro nome definirli, ma tu usa pure il termine che ti sembra più adatto) arrivano anche nelle scuole a minacciare con il coltello alla gola gli allievi che non vogliono partecipare alle loro manifestazioni o nei negozi per costringere i commercianti a scioperi forzati. Ogni uscita deve essere ben ponderata, perché per noi potrebbe essere il preludio di un rapimento, come è già successo a molti amici, vicini e conoscenti, spariti all’improvviso e tornati dopo giorni folli per via delle torture subite o restituiti a pezzi in qualche angolo della città. Quanti medici sono stati uccisi, quanti professori, quanti giovani, uomini, donne, bambini, con la sola colpa di non aver abbandonato la loro fiducia nel governo. Quante notti e giorni abbiamo passato con il sottofondo del muezzin che dalle moschee cittadine invocava la Jihad, la guerra santa, ma contro chi? I propri concittadini? Cos’ha di santo una guerra così? Cos’ha di santo ogni guerra? Ma questi ribelli ascoltano solo Arrour, che per l’Eid ha invitato a scegliere gli uomini (le donne no, perché non abbastanza degne) al posto degli animali per il sacrificio rituale, e colpiscono indiscriminatamente senza criterio al solo scopo di eliminare ogni essere che la pensa diversamente da loro, senza rendersi conto di quanto folle e controproducente possa essere questo proposito. Solo la scorsa settimana la nostra famiglia ha perso due cugini e un caro amico, massacrati a colpi di accetta insieme ad altre nove persone dopo che il minibus pubblico sul quale viaggiavano è stato assalito dai terroristi; tre donne nostre vicine sono state rapite e denudate in mezzo alla strada prima di venire uccise a sangue freddo; e l’elenco di azioni da far rabbrividire potrebbe continuare ancora a lungo (solo il 3 novembre sono arrivati in ospedale ben 104 corpi): una ferita aperta che si acutizza al pensiero che non si accontentano di uccidere, ma vogliono aggiungere anche il dolore e l’umiliazione della tortura. E le due parti della città, prima fuse insieme senza soluzione di continuità, ogni giorno, a ogni sparo, a ogni ferito, a ogni morto, diventano un po’ più distanti: due mondi opposti che hanno sempre convissuto pacificamente, ma che impiegheranno di certo molto tempo a ritrovare una completa fiducia reciproca. E questa, a prescindere da come andranno le cose, è già una prima enorme sconfitta per tutto il popolo siriano.