Pubblicato in: Filosofia e teologia

In paradiso

Mi è appena arrivata su Twitter questa vignetta del The New Yorker: cosa succede quando arriviamo in paradiso?

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“Username e Password?”

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Etica, Religioni, Storia

Cristiani d’Iran

Un viaggio, in Iran. Ne è autrice Irene Paci. Lo pubblica Avvenire.

“Riconosciuti dalla legge, tollerati in pubblico ma sottoposti a una discriminazione sostanziale nella vank.jpgburocrazia, negli uffici, nelle scuole, nei tribunali, ogni volta che ci sia da far valere un diritto civile. La vita dei cristiani in Iran non è facile. «Siamo cittadini, ma di serie B, di seconda classe», dicono quei pochi che accettano di parlare, fatto salvo che desiderano non rivelare la loro identità. Eppure i templi cristiani, nel Paese, non sono catacombe. La chiesa cattolica di Teheran, accanto all’ambasciata, fondata dai salesiani nel 1936, è stata rinnovata da poco e ha campane e croci in bella vista; le chiese armene di Isfahan sono incastonate nel quartiere di Jolfa che è cristiano dall’epoca dello scià Abbas I, nel 1604; gli edifici di culto sono monumentali, meta di turisti di tutte le confessioni religiose e possono vantare un museo abbastanza ricco di reperti della tradizione; perfino la chiesa protestante di Rasht, quella che è più nell’occhio del ciclone a causa degli ultimi arresti di fedeli e pastori, all’esterno è riconoscibilissima: due croci rilevate sul portone che spiccano sul fondo bianco del muro.

Ma nella Repubblica islamica d’Iran che vive una sorta di schizofrenia sociale – la vita pubblica, aderente alle regole e alla legge, è solo la testa della medaglia su cui la vita privata, modernissima e con qualche eccesso, ne è la croce – non stupisce che quel che si veda, a un primo sguardo, non corrisponda a ciò che esattamente è. Le comunità, soprattutto nel Nord del Paese, dove ultimamente le conversioni dall’islam al cristianesimo sono state numerose, vivono blindate. Non è permesso l’accesso ai non cristiani alle funzioni: si vive nel timore di mettersi in casa un delatore, una spia, anche fosse il vicino di casa o un parente molto prossimo. I numeri telefonici della chiesa armena di una città del Nord del Paese girano tra pochi adepti: tutti sanno che qualsiasi chiamata è registrata, che chi dice di recarsi lì potrebbe essere seguito. E, infatti, se il numero arriva nelle mani di uno straniero che vuole sapere o conoscere, non è raro che qualcuno lo fermi e gli chieda, non senza ambiguità, perché si trova lì e se volesse seguirlo per andare a prendere un tè. Per penetrare nelle sacrestie iraniane, quello che funziona è il passaparola, stando bene attenti a capire chi ci si trovi di fronte. A Isfahan, la cattedrale di Vank, costruita tra il 1606 e il 1655 con il sostegno dei sovrani della dinastia safavide, dà l’impressione che essere cristiani in Iran sia un fatto accettato e anche valorizzato, vista la magnificenza del sito e il flusso di turismo soprattutto interno. Ma si fa fatica a domandare a chi ha in custodia le chiavi di questa e delle altre due chiese (le chiese di Betlemme e di Maria) di essere ammessi la domenica, quando si celebrano le funzioni religiose, nelle sedi del culto vero e proprio. E alla domanda: «Ci sono discriminazioni nella vita quotidiana?», la risposta, nel migliore dei casi, è un invito in casa privata ma da soli, lontani da orecchie indiscrete.

Dalle esperienze rivelate si comprende che tra la teoria e la prassi giuridica, c’è il mare: come nel caso del risarcimento danni dopo un incidente stradale, nell’accesso all’università a numero chiuso o alle scuole. I cosiddetti dhimmi (cioè i cittadini non islamici) pagano sempre di più: non hanno, di fatto, gli stessi diritti degli sciiti. «Su settanta milioni di iraniani – dice un religioso che vuole rimanere anonimo – i cristiani cattolici sono pari allo 0,35% della popolazione totale. La popolazione cristiana si è anche ridotta a un terzo rispetto a dieci anni fa». Molti hanno chiesto il visto austriaco, per poi avere come destinazione finale gli Stati Uniti. «Ma si vive in un paradosso: nonostante nel Maijlis, l’assemblea consultiva islamica, le minoranze abbiano diritto ad almeno un rappresentante; nonostante per legge tutti gli iraniani siano uguali, senza distinzione di appartenenza per gruppo etnico, colore, lingua e nonostante tutte le minoranze abbiano diritto di protezione se vivono su questo territorio, in conformità con i principi islamici, di fatto non è così». Infatti, la Repubblica islamica permette la libertà di culto ma non di religione. E questi sono gli articoli (13 e 14) ai quali sono stati inchiodati i rappresentanti della comunità protestante di Rasht. A Rasht la religione è un argomento tabù, complice il fatto che negli ultimi anni molti musulmani sono passati al cristianesimo e si sono uniti a un movimento crescente (la Hauskirche, Chiesa domestica), diventato anche più forte della Chiesa cattolica. Su questa scia sono aumentati i controlli della polizia, le intimidazioni, gli arresti: un musulmano che si converte al cristianesimo sa che si macchia del reato di apostasia, punibile con la morte.

Anche per questo motivo i musulmani praticanti non entrano in una chiesa dove si officiano i riti, temendo di potere essere indicati come apostati nel caso di un controllo delle autorità. Del resto, il rapporto di Human Rights Watch del 2011, pubblicato da poco dall’agenzia di informazione cristiana Mohabat news, indica una tendenza in crescita che la conoscenza sul campo conferma. In un anno la pressione del governo sulle minoranze è aumentata: sono state rilevate 274 violazioni che hanno coinvolto 876 persone. I baha’i sono al primo posto in 100 occasioni, i dervisci al secondo con 46 episodi, i cristiani al terzo con 29. Il tutto in un quadro che registra un totale di 498 sentenze di condanna a morte. Il prossimo 8 settembre, con la sentenza definitiva per il pastore Youcef Nadarkani, arrestato nell’ottobre 2009 a Rasht, già condannato a morte in primo grado per apostasia, si saprà se bisognerà conteggiare un’altra vittima. Rea di avere dichiarato una fede diversa da quella all’imam Alì, padre dello sciismo.”

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Il complesso meccanismo di un orologio svizzero

Anche oggi una storia, quella di Shaul Ladany, raccontata qui da Massimiliano Castellani.

Ladany.jpg“«Per sopravvivere, non si ha bisogno di fortuna, ma di una lunga serie di fortune. Si devono prendere molte decisioni e fare tante cose per aiutare, prima di tutto, se stessi». Considerazioni, amare, che marciano veloci nella mente di Shaul Ladany, 40 anni dopo quel tragico 5 settembre 1972 alle Olimpiadi di Monaco di Baviera. L’uomo in marcia, talora tragico e assorto come una scultura di Giacometti, con la sua memoria è ancora fermo a quel 5 settembre, al Villaggio olimpico, al n.31 di Connollystrasse. «Dentro l’unità 2. L’ultimo gesto prima di addormentarsi è lo stesso di sempre: via gli occhiali da vista, da cui non si separa neppure mentre gareggia e che gli conferiscono un’aria da professore…»: così Andrea Schiavon racconta la vigilia di quel massacro che insanguinò il mondo dello sport, in Cinque cerchi e una stella (Add Editore).

… A 36 anni, lo chiamavano già il “professore”, del resto l’ingegner Ladany teneva regolari lezioni dalla cattedra dell’università di Tel Aviv. Il suo “68” lo aveva fatto prima a New York assieme alla moglie Shoshana (allora ricercatrice), poi partecipando alle Olimpiadi del Messico. E quattro anni dopo, non aveva voluto perdere la grande occasione di essere a Monaco al via della 50 chilometri della marcia olimpica. Un sogno che diventò incubo, alle 4.30 di quel 5 settembre: un commando di terroristi palestinesi fece incursione nelle unità 1 e 3, prendendo in ostaggio atleti, allenatori e tecnici della delegazione d’Israele. Due ore di battaglia, 20 ore di trattative palpitanti e serrate, poi la fuga assurda verso l’aeroporto Furstenfeldbruck. Alla fine il bilancio passerà alla storia sotto alla voce strage: 17 morti tra cui 11 israeliani, 5 palestinesi e un poliziotto tedesco. Il primo a cadere fu l’allenatore dei lottatori israeliani, Moshe Weinberg, detto “Moony”, l’uomo a cui Ladany la sera prima aveva prestato la sveglia, «perché, mi disse, domattina devo alzarmi presto». Quella sveglia non suonerà mai, andò in frantumi sotto le raffiche omicide di un’organizzazione, nata appena un anno prima, che si firmava “Settembre Nero”. Ladany assistette impotente. Tutto il mondo andò in tilt. A cominciare dai media. I giornali all’indomani in prima pagina aprivano con due bufale clamorose: «Ladany scomparso», ma soprattutto con un rassicurante, quanto falso, «Liberati tutti gli ostaggi israeliani». Invece la morte, ancora una volta, aveva solo accarezzato il cuore di Shaul. Il cuore sensibile e combattivo di quel rampollo di una famiglia della ricca borghesia ebraica ungherese, nato a Belgrado, dove il 6 aprile del 1941, la bella vita dei Ladany si sgretolò come la sua casa, ridotta a macerie da un bombardamento tedesco. Le SS bussavano alle porte degli ebrei e Shaul con i suoi genitori fuggì a Budapest.

Quello che doveva essere il ritorno a casa e al rifugio sicuro, divenne la sua prima prigionia. A Budapest infatti, al comando dell’«Operazione Margarethe» si insediò Adolf Eichmann. Il carnefice Eichmann, che fece trucidare 440 mila persone, ma a sua volta verrà giustiziato nel 1961 (unica condanna a morte eseguita nello stato di Israele) dopo la cattura in Argentina da parte del Mossad e il “Processo” eternato in letteratura dalla filosofa Hannah Arendt. Epilogo lontano da quei giorni in cui Shaul per scampare alla deportazione venne affidato a un orfanotrofio salesiano. «Papà mi lascia la mano e il cancello si chiude alle mie spalle: sento che sto per piangere, ma trattengo le lacrime. Ho otto anni…», ricorda Ladany che con la stella gialla cucita sul cappotto, dal luglio al dicembre del ’44, si ritrovò con i suoi genitori nel campo di sterminio di Bergen-Belsen. Lo stesso in cui morì Anna Frank. «La brutalità di Bergen-Belsen mi ha lasciato la sensazione costante di fame, mista alla pioggia, il freddo, il filo spinato, gli appelli interminabili, il labbro leporino di una SS che ci grida addosso in continuazione…».

Tutto questo torna prepotentemente a galla nei giorni di Monaco ’72, quando Shaul chiede di non presenziare a Dachau alla visita commemorativa della delegazione olimpica israeliana. Viene obbligato, così come il 5 settembre i suoi occhi saranno costretti a vedere il drammatico ricorso della storia. Per descriverla, usa le parole del capo del Mossad, Zvi Zamir: «Dopo la Shoah, ancora una volta degli ebrei camminavano legati sul suolo tedesco». La storia si ripete in maniera sempre più macabra e irreale, e lo fa ancora proiettando le sue ombre e i tanti perché, che non hanno mai avuto adeguata risposta. «Perché non erano state predisposte misure di sicurezza maggiori per la squadra israeliana? Perché all’aeroporto c’erano solo cinque cecchini, quando i terroristi erano otto? Perché i tre uomini superstiti di Settembre Nero (i diciannovenni Jamal Al Gashey, Mohammed Safady e lo zio di Jamal, Adnan Al-Gashey) verranno liberati meno di due mesi dopo in circostanze dubbie?». Tre criminali barattati per salvare i passeggeri del dirottamento del volo Lufthansa Damasco-Francoforte.

Due mesi dopo il massacro di Monaco, Ladany a Lugano vinse il titolo mondiale alla 100 km di marcia ed era appena trascorso un anno, settembre 1973, quando dopo aver marciato per 19 ore e 38 minuti la 100 miglia su pista nel Missouri, pagò di tasca propria il biglietto del volo di ritorno per Israele: «Dovevo andare a combattere la Guerra di Yom Kippur». Oggi il 76enne professor Ladany vive nella sua casa di Be’er Sheba (nel deserto del Negev), vicina a quella dello scrittore Amos Oz, e ci sono tre cose che non ha mai smesso di fare: marciare, insegnare ai giovani il valore estremo della memoria e interrogarsi su quei tanti «perché?». A cominciare da quello dell’essere sfuggito continuamente alla morte. «Il dono della sopravvivenza? Penso sia il complesso meccanismo di un orologio svizzero che potrebbe smettere di funzionare, se solo lo si tocca troppo».”