Pubblicato in: Etica, Religioni, Storia

Ci facciamo del male da soli

L’altro giorno in classe ci siamo chiesti: e gli islamici moderati? Dove sono in tutte queste proteste? E ci siamo anche detti: i musulmani sono praticamente un miliardo, a scendere in piazza è una piccola percentuale… Ecco che oggi ho trovato su Asianews un articolo di ieri che ci dà una mano a guardare uno spaccato delle proteste più accese… e delle contrarietà alle proteste…

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Islamabad (AsiaNews) – “Stupida violenza”; “ci facciamo del male da soli”; “distruggiamo le nostre cose per criticare un film fatto negli Usa”; “Vergogna sul Pakistan: bruciare, saccheggiare, uccidere la nostra gente… in nome di Allah!”: sono questi alcuni dei commenti sul quotidiano “The Dawn”, dopo una giornata di ferro e di fuoco nella capitale e in altre città pakistane, che hanno causato la morte di 23 persone e il ferimento di oltre 200. Ieri il governo pakistano aveva lanciato la “giornata in amore del profeta”, per criticare il film anti-islam prodotto negli Stati Uniti, reputato blasfemo nei confronti di Maometto. Ma vari gruppi di decine di migliaia estremisti hanno sfruttato l’occasione per violenze, uccisioni, incendi, furti a Peshawar, Lahore, Islamabad, Karachi e in altre città. Il giorno precedente, personalità del governo e leader religiosi avevano esortato la popolazione a manifestare contro il film anti-Islam in modo pacifico. L’onda d’urto delle violenze è iniziata poco dopo la preghiera del venerdì. Le manifestazioni erano guidate da diversi gruppi religiosi come la Jamiat Ulema-i-Islam, Jamaat-i-Islami, Sunni Tehrik e la Majlis-i-Wahdatul Muslimeen. Questi avevano promesso di mantenere pacifiche le dimostrazioni. Ma in seguito sono giunti militanti e attivisti che hanno aizzato la fiumana di persone. Nella capitale, la folla furiosa ha bruciato quattro sale da cinema, sei banche, quattro camionette della polizia, due ristoranti, molte automobili. Per ore essa ha continuato a saccheggiare le banche e altri edifici lungo la strada del corteo. La polizia aveva messo container e posti di blocco per proteggere l’ambasciata americana, ma presto i gruppi di militanti, armati di pietre e bastoni, hanno cominciato ad attaccare i cordoni delle forze dell’ordine. I poliziotti hanno prima lanciato lacrimogeni, poi sparato in aria, infine hanno colpito con proiettili veri la folla. Fra le persone uccise vi sono anche tre poliziotti. In altre città come Lahore e Karachi i manifestanti hanno cercato di avvicinarsi ai consolati Usa, ma sono stati respinti dalla polizia. Secondo diversi analisti, lo scandalo verso il film anti-islam è stata solo un’occasione sfruttata da gruppi religiosi per accrescere la loro influenza e potere in vista delle elezioni. Insieme a questi, vi sono anche bande che hanno interesse a destabilizzare il governo ed emarginare gruppi rivali. In altre città, come al Cairo e a Kuala Lumpur, si sono svolte manifestazioni del tutto pacifiche.

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Da dove nasce tutto?

Prendo da Limes un bellissimo e interessante articolo di Bernard Selwan el Khoury, vicedirettore dell’Osservatorio Geopolitico Medio Orientale (Ogmo) e responsabile di Cosmo (Center for Oriental Strategic Monitoring) e docente di questioni arabe e mediorientali presso vari istituti.

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“Innocence of Muslims è il titolo del controverso film che lo scorso 11 settembre, undicesimo anniversario degli attacchi alle Torri Gemelle, ha fatto piombare l’Occidente – e assieme ad esso il mondo arabo-islamico – in un nuovo “autunno” che mette a repentaglio i già delicati rapporti fra i due mondi e soprattutto le rinate società arabe post-rivoluzioni. Può il trailer di un film aver scatenato tutto ciò? Cosa ha spinto milioni di musulmani in tutto il mondo, sunniti e sciiti, a condannare un video che probabilmente non avevano neanche visto? Infine, cosa è accaduto nei giorni precedenti l’11 settembre 2012 e cosa potrebbe accadere da domani?

Innocence of Muslims è un film indipendente statunitense della cui produzione e regia era stato inizialmente accreditato un certo Sam Bacile, qualificatosi come immobiliarista 56enne di fede ebraica. Per la produzione del film, Bacile avrebbe raccolto circa 5 milioni di dollari da oltre cento donatori; tra questi sembra ci fosse anche il discusso pastore americano Terry Jones, noto alle cronache per la sua proposta di incendiare il Corano. Successivamente è emerso che il vero nome di Sam Bacile sarebbe Nakoula Basseley Nakoula e che non si tratterebbe di un immobiliarista ebreo ma di un copto egiziano. Per comprendere cosa sia realmente accaduto, è bene partire dal primo luglio 2012. Quel giorno un estratto del film di 13 minuti fu pubblicato sul canale Youtube di “Sam Bacile”, che si era iscritto il 4 aprile 2012. Il video portava il titolo The Real Life of Muhammad. Il giorno successivo il presunto Bacile (probabilmente lo stesso Nakolua) ripubblica lo stesso filmato, intitolandolo stavolta Muhammad Movie Trailer. Fino al mese di settembre il filmato non aveva destato l’attenzione delle masse arabe e nessuno si era preoccupato di farlo notare. Nei primi giorni di settembre, tuttavia, inizia a circolare su Youtube lo stesso filmato doppiato stavolta in dialetto egiziano. Il link a questo video, oggi rimosso, è stato pubblicato il 5 settembre scorso sul sito della Naca (National American Coptic Assembly-Usa), un’associazione copta con base a Washington DC e presieduta dall’avvocato Morris Sadek. Nello stesso annuncio veniva lanciato un appello, per l’11 settembre 2012, al “giorno internazionale del giudizio di Muhammad” a Gainesville in Florida. Lì Terry Jones avrebbe dovuto presentare in anteprima il film. Questo non desta stupore in quanto già nel 2010, in occasione dell’anniversario dell’11 settembre, Jones aveva fatto appello al “giorno del rogo del Corano” scatenando polemiche nel mondo arabo-islamico. Da una parte, alcuni esponenti della corrente anti-islamica negli Stati Uniti (Jones, Sadek e Bacile) avevano premeditato il “giorno del giudizio” per l’11 settembre 2012. Dall’altra, i media egiziani – in particolare quelli vicini ai movimenti islamisti – nella prima settimana di settembre avevano posto all’attenzione dell’opinione pubblica il filmato doppiato in dialetto egiziano, condannandone il carattere blasfemo e accusando i “copti all’estero” di aver giocato un qualche ruolo nella vicenda. La miccia è stata accesa in Egitto il 10 settembre, quando diversi esponenti della corrente salafita nazionale – in primis Muhammad al-Zawahiri, fratello del leader di al Qaida Ayman e rilasciato lo scorso marzo – hanno invitato a prendere parte a una manifestazione di condanna del film, programmata per il giorno dopo davanti all’ambasciata americana. Qualche ora dopo alcuni manifestanti libici, fra cui numerosi salafiti, si sono radunati di fronte al consolato statunitense di Bengasi: il drammatico epilogo di quella giornata, conclusasi con la morte dell’ambasciatore statunitense Christopher Stevens, ci è noto.

A una settimana da questo nuovo undici settembre, è bene fare una riflessione serena e matura per comprendere cosa spinga le masse islamiche a rispondere con la violenza a un atto che buona parte degli occidentali percepisce come “libertà d’espressione”. Era già accaduto con le vignette satiriche sul profeta Maometto (Muhammad) nel 2005, e a seguito della lectio magistralis di papa Benedetto XVI nel 2006, a Ratisbona, per citare gli episodi più noti. Ma è bene ricordare che cose del genere avvengono ogni giorno, lontano dalle cronache, in tutti i paesi arabo-islamici. L’istinto profondamente intollerante, coltivato dal pensiero salafita-jihadista nei confronti di ogni ragionamento critico su questioni religiose, è costato la vita (e continua a farlo) a decine di fedeli musulmani. Se nella storia del Cristianesimo è stata già affrontata e superata, seppure a caro prezzo, la questione della revisione critica di alcuni concetti religiosi, l’Islam – una fede più giovane rispetto a quella cristiana – non ha invece ancora attraversato questa delicata fase. Perché? Innanzitutto per l’assenza di un’autorità quale può essere il Vaticano, che è in grado di esprimersi con autorevolezza e soprattutto di rappresentare un punto di riferimento per milioni di cattolici. Nell’Islam sunnita esiste al-Azhar, come per il mondo sciita ci sono Qom e Najaf, ma i tre istituti religiosi non sono comparabili al Vaticano sotto l’aspetto dell’incisività dottrinale. Può accadere dunque che un Bin Laden e un Al-Zawahiri, citando alla lettera alcuni versetti del Corano e soprattutto diversi passi della Sunna – la raccolta dei detti e dei comportamenti in vita di Maometto, il secondo testo sacro dell’Islam dopo il Corano – diventino a loro volta una sorta di al-Azhar per soggetti che si ispirano al salafismo, divenuto oggi e in particolare a seguito delle rivolte arabe l’ala politica e dottrinale dell’azione jihadista. Detto questo, se un Imam o un predicatore salafita di un certo carisma incitano le masse a scendere in strada e a dare alle fiamme le bandiere americane (avvalorando il loro discorso con citazioni religiose presenti nei testi sacri), istituzioni come Al-Azhar possono fare ben poco. Se non si comprende questa realtà del mondo islamico diventa difficile analizzare quanto è accaduto lo scorso 11 settembre al Cairo, e ciò che potrebbe accadere in futuro. Due sono i concetti chiave per esaminare la crisi del nuovo 11 settembre, partita dal Cairo e non ancora rientrata.

In primis, il rapporto fra Islam e idolatria. Fin dalla nascita della fede musulmana, il profeta Maometto aveva compreso che una delle principali minacce teologiche al monoteismo era rappresentata dall’idolatria. L’accusa di idolatria è più grave rispetto a quella di miscredenza, in quanto intacca il primo dei cinque pilastri dell’Islam, la professione di fede (shahada), che recita: “Non vi è altro dio all’infuori di Allah e Muhammad è il suo messaggero”. Da qui il divieto assoluto di rappresentare con immagini o statue non tanto Allah quanto il profeta Maometto, che è anche uomo. La distruzione da parte dei talebani delle due statue di Buddha di Bamiyan, in Afghanistan nel 2001, le violente manifestazioni contro le vignette satiriche nel 2005, la recente distruzione di tombe e mausolei in Libia e, da ultime, le proteste contro il film statunitense, sono solo alcuni fra i più celebri esempi di traduzione in pratica del divieto sopra accennato.

In secondo luogo, bisogna considerare le proteste in base alle circostanze geopolitiche e sociologiche in cui hanno avuto luogo. A oltre un anno dalla cosiddetta “primavera araba”, che per obbligo di correttezza dovremmo cominciare a chiamare “primavera islamista”, il risultato è stato che i vecchi regimi totalitari sono stati sostituiti da governi islamisti chiaramente ispirati alla Fratellanza musulmana. È infatti quest’organizzazione che è riuscita a raccogliere sistematicamente il frutto delle proteste giovanili. Ciò ha creato un terreno fertile per il proliferare delle correnti salafite che, pur esistendo già durante i regimi deposti, ancora non si vedevano. È probabilmente a questo che fa riferimento l’attuale leader di al Qaida nel suo recente messaggio dello scorso 11 settembre, diffuso apparentemente per confermare la morte, avvenuta a giugno, di Abu Yahya al-Libi (il libico), alto leader della storica organizzazione qaidista. “Al Qaida è divenuta oggi un messaggio per la Umma islamica affinché combatta contro l’oppressione crociato-sionista e la corruzione interna”, sostiene lo sceicco egiziano. “Più sangue viene versato tra gli esponenti di Al-Qa’ida, più i loro messaggi e le loro parole si ravvivano”. In quella che è già stata definita la quarta fase di al Qaida si evidenzia il trionfo del jihad della parola (in arabo jihad al-kalam): una lotta non più combattuta con la meticolosa pianificazione di azioni teatrali come quelle del World Trade Center, ma attraverso le parole e dunque con il web, i social media, le manifestazioni, i sit-in e gli slogan. È il modo di al Qaida per dire che ad aver trionfato in queste rivoluzioni non sono né le masse arabe né, tantomeno, gli americani, ma lo spirito del jihad – inteso come lotta dell’intera Umma, la comunità dei fedeli islamici, contro “l’oppressione, la tirannia e l’arroganza occidentale”, che ricorda quanto dichiarato dal profeta Maometto in risposta a una domanda di un suo Compagno su quale fosse la migliore forma di jihad: “Dire una parola di verità al cospetto di un tiranno”. Non a caso, prima di lanciare i loro slogan contro l’America, i salafiti che hanno assaltato le ambasciate al Cairo e a Bengasi dichiaravano all’unisono: “Non vi è altro dio all’infuori di Allah e Muhammad è il suo messaggero”, innalzando la bandiera nera su cui è riportata questa testimonianza di fede. Proprio tale bandiera è la stessa utilizzata da tutte le formazioni jihadiste per chiedere il ritorno del Califfato: un’unità islamica globale e solidale, in nome dell’Islam come religione e Stato.”