Pubblicato in: musica

Quanto brilla ancora quel diamante pazzo…

Oggi in prima, mentre mi presentavo: “Amo la musica, praticamente tutta, dal metal al jazz, dai cantautori italiani ai Pink Floyd”. E ora, navigando trovo queste parole di Walter Muto, a commento e introduzione di un capolavoro…

“Sarà stato il 1978. Forse ‘79. La maggior parte dei gruppi che suonavano nelle cantine suonavano rock. Da una sala prove ricavata sotto la casa parrocchiale provengono delle note lunghe di un sintetizzatore. Sta facendo buio, le ombre della sera si stagliano, un po’ come nei primi fotogrammi del video che state per vedere. Gli accordi lunghi di archi analogici (per forza, il digitale non esisteva ancora, almeno per noi) facevano l’effetto di musica che proveniva da un altro mondo. In quei tardi anni Settanta non si era ancora spento il fascino per un mondo futuribile, il 2000 sembrava (forse era) lontano e il nostro presente cinematografico era popolato di incontri ravvicinati di vario tipo. Il mio incontro ravvicinato era stato invece con una musica di cui dovevo assolutamente scoprire la provenienza. Avrei voluto avere Google e Shazam, e invece ho dovuto aspettare che qualcuno uscisse dalla saletta per chiedergli che brano stavano suonando (efficacia insuperabile dei rapporti personali). Erano i Pink Floyd e in particolare Shine on You Crazy Diamond, struggente ballata scritta e pubblicata cinque anni prima e dedicata al vecchio amico e co-fondatore della band, Syd Barrett.

Giocoforza, in breve ho dovuto procurarmi la canzone. Il primo ascolto, in cuffia, è stata come una rivelazione: suoni incredibilmente avvolgenti, fermi, statici, ma affascinanti. Per due minuti sostanzialmente non avviene niente. Un lungo, incredibile accordo di Sol minore. Poi sulle tastiere entra la chitarra elettrica (allora non lo sapevo, una Fender Stratocaster) e si muove su un fraseggio vagamente blues, ma il suono è pulito, effettato; il bending, la maniera di tirare le corde tipica del blues, misurato. E a un certo punto l’armonia si smuove, finalmente, come un cubo di due tonnellate che ruota da una faccia all’altra. Stiamo arrivando ai 4 minuti: normalmente a questo punto una canzone potrebbe anche essere finita: qui non è ancora cominciata.

Poi “quel” suono. Quella sequenza di quattro note (musicisti: per quattro minuti siamo stati in un ambito di Sol minore – Do minore e Re minore. Dal nulla, la frase: SI bemolle-Fa-Sol-Mi naturale – non bemolle come fino a quel momento). Potenza dell’idea musicale: quattro note, il suono giusto, e sembra che il mondo si sia ribaltato sottosopra. Ma non si può andare avanti a parlare senza ascoltare. Cominciate a gustarvi questa versione live del 1990.

Non voglio aggiungere molto di più. Ma stiamo parlando di un Guitar Hero, oppure no? Senz’altro siamo di fronte a un grande dello strumento, non particolarmente veloce, non particolarmente tecnico, forse particolarmente baciato dalla fortuna (alcuni pensano questo dei Pink Floyd, altri, molti per la verità, manifestano un culto che rasenta l’idolatria). In ogni caso, siamo davanti a un grande musicista, che ha scritto pagine memorabili nella storia del rock. Un musicista, David Gilmour, che ha saputo trovare una sua strada, legata a un uso originale delle sei corde, con pagine consistenti anche all’acustica e non solo all’elettrica, e che ha dato alla musica rock un tocco personalissimo e imitato da pochi. Tornando a Shine on you, l’assolo mette in mostra un fraseggio lineare e non affrettato, una bella pronuncia e una buona conoscenza del vocabolario blues. Se avete tempo, non mancate di ascoltare (magari in cuffia e chiudendo gli occhi) anche la versione originale di questa canzone-rivelazione.

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Letteratura

Sei e sai

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“Nella vita può succedere di tutto, ma ci sono due cose che nessuno ti potrà mai strappare” disse Irene. “Ciò che sei e ciò che sai. Sono come due piante, e finché le coltivi con amore resti libero”.

ENRICO BRIZZI, La nostra guerra

Pubblicato in: Etica, opinioni, Scuola

Un nuovo inizio

Un anno fa Elisa e Giada, due ragazze di quinta che ora si stanno preparando al primo anno di università, nella loro classe hanno letto ai compagni alcune frasi prese da un articolo di Alessandro D’Avenia. Pochi giorni fa Giada mi ha scritto su fb che a loro sarebbe piaciuto un sacco che qualche prof le avesse lette in classe. Non sono riuscito a farlo, preso da mille cose. Metto qui, però, tutto l’articolo. E dico un “buon anno” ai miei studenti e un caldo saluto e in bocca al lupo a tutti gli ex-studenti, sia quelli freschi freschi che quelli più stagionati…

“Che cosa avrei voluto sentirmi dire il primo giorno di scuola dai miei professori o cosa vorrei che mi 1.jpgdicessero se tornassi studente? Il racconto delle vacanze? No. Quelle dei miei compagni? No. Saprei già tutto. Devi studiare? Sarà difficile? Bisognerà impegnarsi di più? No, no grazie. Lo so. Per questo sto qui, e poi dall’orecchio dei doveri non ci sento. Ditemi qualcosa di diverso, di nuovo, perché io non cominci ad annoiarmi da subito, ma mi venga almeno un po’ voglia di cominciarlo quest’anno scolastico. Dall’orecchio della passione ci sento benissimo.

Dimostratemi che vale la pena stare qui per un anno intero ad ascoltarvi. Ditemi per favore che tutto questo c’entra con la vita di tutti i giorni, che mi aiuterà a capire meglio il mondo e me stesso, che insomma ne vale la pena di stare qua. Dimostratemi, soprattutto con le vostre vite, che lo sforzo che devo fare potrebbe riempire la mia vita come riempie la vostra. Avete dedicato studi, sforzi e sogni per insegnarmi la vostra materia, adesso dimostratemi che è tutto vero, che voi siete i mediatori di qualcosa di desiderabile e indispensabile, che voi possedete e volete regalarmi. Dimostratemi che perdete il sonno per insegnare quelle cose che – dite – valgono i miei sforzi. Voglio guardarli bene i vostri occhi e se non brillano mi annoierò, ve lo dico prima, e farò altro. Non potete mentirmi. Se non ci credete voi, perché dovrei farlo io? E non mi parlate dei vostri stipendi, del sindacato, della Gelmini, delle vostre beghe familiari e sentimentali, dei vostri fallimenti e delle vostre ossessioni. No. Parlatemi di quanto amate la forza del sole che brucia da 5 miliardi di anni e trasforma il suo idrogeno in luce, vita, energia. Ditemi come accade questo miracolo che durerà almeno altri 5 miliardi di anni. Ditemi perché la luna mi dà sempre la stessa faccia e insegnatemi a interrogarla come il pastore errante di Leopardi. Ditemi come è possibile che la rosa abbia i petali disposti secondo una proporzione divina infallibile e perché il cuore è un muscolo che batte involontariamente e come fa l’occhio a trasformare la luce in immagini.

Ci sono così tante cose in questo mondo che non so e che voi potreste spiegarmi, con gli occhi che vi brillano, perché solo lo stupore conosce. E ditemi il mistero dell’uomo, ditemi come hanno fatto i Greci a costruire i loro templi che ti sembra di essere a colloquio con gli dei, e come hanno fatto i Romani a unire bellezza e utilità come nessun altro. E ditemi il segreto dell’uomo che crea bellezza e costringe tutti a migliorarsi al solo respirarla. Ditemi come ha fatto Leonardo, come ha fatto Dante, come ha fatto Magellano. Ditemi il segreto di Einstein, di Gaudì e di Mozart. Se lo sapete ditemelo.

Ditemi come faccio a decidere che farci della mia vita, se non conosco quelle degli altri? Ditemi come fare a trovare la mia storia, se non ho un briciolo di passione per quelle che hanno lasciato il segno? Ditemi per cosa posso giocarmi la mia vita. Anzi no, non me lo dite, voglio deciderlo io, voi fatemi vedere il ventaglio di possibilità. Aiutatemi a scovare i miei talenti, le mie passioni e i miei sogni. E ricordatevi che ci riuscirete solo se li avete anche voi i vostri sogni, progetti, passioni. Altrimenti come farò a credervi? E ricordatemi che la mia vita è una vita irripetibile, fatta per la grandezza, e aiutatemi a non accontentarmi di consumare piccoli piaceri reali e virtuali, che sul momento mi soddisfano, ma sotto sotto sotto mi annoiano… Sfidatemi, mettete alla prova le mie qualità migliori, segnatevele su un registro, oltre a quei voti che poi rimangono sempre gli stessi. Aiutatemi a non illudermi, a non vivere di sogni campati in aria, ma allo stesso tempo insegnatemi a sognare e ad acquisire la pazienza per realizzarli quei sogni, facendoli diventare progetti.

Insegnatemi a ragionare, perché non prenda le mie idee dai luoghi comuni, dal pensiero dominante, dal pensiero non pensato. Aiutatemi a essere libero. Ricordatemi l’unità del sapere e non mi raccontate l’unità d’Italia, ma siate uniti voi dello stesso consiglio di classe: non parlate male l’uno dell’altro, vi prego. E ricordatemelo quanto è bello questo Paese, parlatemene, fatemi venire voglia di scoprire tutto quello che nasconde prima ancora di desiderare una vacanza a Miami. Insegnatemi i luoghi prima dei non luoghi. E per favore, un ultimo favore, tenete ben chiuso il cinismo nel girone dei traditori. Non nascondetemi le battaglie, ma rendetemi forte per poterle affrontare e non avvelenate le mie speranze, prima ancora che io le abbia concepite.

Per questo, un giorno, vi ricorderò.”