Loro stanno comunque bene

A breve nelle quinte parleremo di globalizzazione: per chi volesse portarsi avanti col lavoro consiglio questo articolo di Altreconomia sulle multinazionali e soprattutto il file qui sotto elaborato dal Centro Nuovo Modello Sviluppo.

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Se mi ci metto pure io a citare Quintiliano…

Scrive Gianluca Zappa su Il Sussidiario:

“Entro in una quinta linguistico. È una classe nuova, per me, mi è stata assegnata quest’anno. In programma ci sono due ore di latino, le ultime due, dalle 12 alle 14. Il fatto mi preoccupa: non può funzionare la solita oretta in cui si fa conoscenza della classe e si presenta brevemente il programma. Mi devo inventare qualcosa. E allora decido di dare ai ragazzi un assaggio di certi autori che faremo durante l’anno.

insegnanti, scuola, quintilianoPropongo due belle pagine: la prima dall’epistola a Lucilio in cui Seneca parla degli schiavi e se ne esce con quell’eccezionale e lapidario “nulla servitus turpior est quam voluntaria”. La seconda da Quintiliano, II libro dell’Institutio oratoria, dove si tratteggia la figura del bravo maestro. Leggo in latino e traduco. Mi guardano con interesse e seguono in silenzio: sono il quinto docente di latino in cinque anni di liceo (prodigi del sistema scolastico italiano)! Sono ragazzi che hanno subito una straordinaria discontinuità didattica. E io gli parlo del bravo maestro, perché sono i più titolati a dirmi se Quintiliano ha ragione o no, loro che hanno conosciuto un vero e proprio campionario di insegnanti. L’attacco è già di per sé eccezionale: “Sumat igitur ante omnia parentis erga discipulos suos animum, ac succedere se in eorum locum, a quibus liberi tradantur existimet”. Il maestro deve essere come un padre. Qui c’è già tutto: siamo molto di più che erogatori di nozioni, siamo educatori, punti di riferimento, e spessissimo andiamo a colmare vuoti che le famiglie da sole non riescono più a colmare. Spesso siamo rimasti solo noi a chiedere qualcosa a questi ragazzi, a metterli di fronte all’impegno, alla fatica, mentre tutti intorno si sono arresi alle scorciatoie, alla vita facile (che è solo una tragica illusione). A partire da questo presupposto fondamentale, da questa “paternità” del maestro, segue, a cascata, tutta una serie di suggerimenti. Alcuni mi sembrano di un’attualità inaudita, dopo quasi duemila anni: “Non austeritas eius tristis, non dissoluta sit comitas”. Sono i due estremi, negativi, che ancora fanno danni. Da una parte c’è il docente che è oppressivo nei suoi modi, che crea un distacco assoluto. Ma questo tipo è ormai in minoranza. Abbiamo avuto una sfornata di docenti (specie gli ex sessantottini) che invece hanno impostato tutta la loro relazione su una “dissoluta comitas”, una sregolata familiarità. Come c’è stata e c’è la moda del “padre-amico”, così c’è stata e c’è quella dell’“insegnante-amico” (in fin dei conti il celebre film L’attimo fuggente non faceva che riproporre questa immagine contrapposta all’altra). Quintiliano è di una lucidità incredibile: il primo atteggiamento è negativo perché genera “odium”; il secondo lo è altrettanto, perché genera “contemptus”, disprezzo. I ragazzi che ho davanti confermano tutto. Sì, ne hanno fatto esperienza, Quintiliano ha proprio ragione.

“Minime iracundus – dunque – nec tamen eorum quae emendanda erunt, dissimulator”: il fatto sacrosanto di non doversi abbandonare all’ira non comporta allo stesso tempo il “passar sopra” a quanto deve essere corretto nei ragazzi. Non comporta la pessima attitudine alla dissimulazione, al far finta di non vedere, per non affrontare il doloroso compito della correzione. Magari autoilludendosi che i ragazzi sono capaci di autocorreggersi (e che quindi, in fin dei conti, non ci è richiesto tanto).

Ci vogliono gli attributi, per insegnare, per essere un maestro. A volte bisogna alzare la voce quando non vorremmo, minacciare addirittura, essere “duri” quando invece ci piacerebbe che tutto andasse da solo per il verso giusto. La società che ci affida i figli (e che ci critica perché “lavoriamo poco”) è quella stessa società che non ha più il coraggio di dire “questo sì, questo no”. Noi non possiamo esimerci dal rischio e dalla fatica di prendere posizione. L’importante è che i ragazzi non percepiscano il nostro odio nei loro confronti. Quintiliano può sembrare qui esagerato, ma non lo è affatto: quale professore non ha mai provato un sentimento di odio verso quello dell’ultimo banco che non la smette di fare il cretino? Eppure nemmeno questo possiamo permetterci: siamo chiamati a superarci, a trascenderci, per non rischiare che quel ragazzo si chiuda e perda ogni residua motivazione.

C’è ancora tanto, nel brano di Quintiliano: la semplicità nell’insegnare; la disponibilità alla fatica (perché per essere semplici ed efficaci bisogna lavorare, prepararsi le lezioni); la disponibilità di rispondere volentieri a chi fa domande e, allo stesso tempo, quella di stimolare quelli che non domandano mai; il non essere né troppo stretto, né troppo largo dei voti, perché entrambi gli atteggiamenti fanno male ai ragazzi. E, soprattutto, proporre il bene e tendere al bene. Almeno provarci. Essere veri. Perché gli uomini ascoltano più volentieri quelli che ammirano. Uno studente mi chiede: “Ma lei si ritiene un bravo insegnante?”. Rispondo, con Seneca, che vorrei esserlo e che non finisco mai d’imparare ad esserlo. Una ragazza chiede: “Prof, ma i suoi colleghi non le hanno mai lette queste “Uno studente mi ha chiesto: lei si ritiene un bravo insegnante?”. Rispondo, con Seneca, che vorrei esserlo e che non finisco mai d’imparare ad esserlo. Una ragazza chiede: “Prof, ma i suoi colleghi non le hanno mai lette queste cose?”. E un’altra: “Ma questo brano lo sta leggendo per la prima volta?”. È perché ha visto che mi confrontavo con quelle parole, che mi entusiasmavo, che ero direttamente coinvolto, come se quelle parole fossero del tutto nuove per me. E in effetti era proprio così, perché non ci si può confrontare con la grandezza dell’animo umano senza provare un contraccolpo. L’ultima domanda, così ingenua, mi ha dato una grande soddisfazione. In fin dei conti m’interessava proprio questo: che delle parole antiche risuonassero come nuove e vere, adesso, per me e per i miei ragazzi.”

Il pesce avvelenato

E ancora una volta sono qui a pubblicare un articolo che approfondisce una questione toccata nelle classi in questi giorni. E’ di Alessandro Zaccuri, tratta della presenza dell’umorismo nel mondo islamico: è preso da Avvenire.

“Ogni tanto una battuta non riesce a coglierla neppure lui, il che è tutto dire. «Ma non9788843059942.jpg perché l’umorismo arabo sia impenetrabile – si affretta ad aggiungere Paolo Branca, islamista alla Cattolica di Milano –. È che a volte, per scherzare, si ricorre al dialetto più stretto e lì qualcosa si perde, purtroppo». Studioso autorevole, Branca è un estimatore dichiarato di quello che, nel titolo di un saggio da lui curato lo scorso anno per Carocci con Barbara De Poli e Patrizia Zanelli, ha voluto definire Il sorriso della Mezzaluna. Da pochi giorni è fra l’altro in libreria il volumetto Islam (con Barbara De Poli; edizioni Emi, pagine 160, euro 12). Oggi Branca interverrà a Torino Spiritualità (Cavallerizza Reale, ore 18) per spiegare come e perché sia il caso di superare lo stereotipo del musulmano irriducibile al sense of humour. Compito impegnativo, specie di questi tempi. «In realtà, come dimostra il dibattito in corso, a essere in questione non è tanto il film blasfemo su Maometto, né la pubblicazione delle vignette da parte di Charlie Hebdo – ribatte il professore –, ma un principio che riguarda tutti, islamici e occidentali».

A che cosa si riferisce?

«Ai confini della libertà di espressione. Fino a che punto possiamo spingerci nel prendermi gioco della sensibilità altrui? Quando dobbiamo considerare l’eventualità di imporci un limite, di dirci: basta, più avanti di così non si può andare? Non sto invocando la censura, né tanto meno cercando di giustificare le reazioni violente e del tutto spropositate alle quali abbiamo assistito. Forse, però, è il momento di sottoporre a seria revisione il concetto, finora incontestabile, di autonomia assoluta dell’artista. Anche perché, alla fine, finisce per proteggere anche personaggi che artisti non sono e che probabilmente agiscono per fini tutt’altro che innocenti».

Stiamo parlando del famigerato film?

«Era in rete da tempo, ha iniziato a fare notizia proprio quando la campagna presidenziale negli Usa iniziava a entrare nel vivo. Non dimentichiamo che i Paesi del Golfo non hanno mai sostenuto Obama, nel 2008 il loro candidato era semmai McCain, portatore di un atteggiamento tradizionalmente più tollerante nei confronti dell’Iran. Oggi, nel clima di parziale delusione per l’esito delle Primavere arabe, che si parli d’altro, e non di politica in senso stretto, può fare comodo a molti».

D’accordo, ma il Corano ammette o non ammette l’umorismo?

«A differenza dell’Antico Testamento, nel quale convivono generi letterari diversi, il Corano è un testo esclusivamente ascetico, che quindi non riserva spazio al linguaggio del riso o anche solo dell’ironia. Ma questo non ha impedito che a fianco del Libro sacro fiorisse una letteratura in cui, se non Maometto, almeno i suoi primi compagni potessero fornire qualche spunto di umorismo».

Per esempio?

«Beh, si potrebbe ricordare l’aneddoto del musulmano scroccone, che non perde occasione per presentarsi, non invitato, a pranzo o a cena. “Che cosa c’è di buono oggi”, domanda sempre, fino a quando qualcuno non gli risponde: “Pesce avvelenato”. Quello, anziché scoraggiarsi, si siede e aspetta di essere servito. “Ma come, non hai paura di morire?”, gli chiedono. E lui: “Perché vivere se muoiono i compagni del Profeta?”».

Sembra una barzelletta.

«Ma la cultura araba è tutta percorsa da facezie e motti di spirito. Non dimentichiamoci che stiamo parlando di popoli mediterranei, estroversi e a volte perfino chiassosi. Gli egiziani, poi, vantano una tradizione ininterrotta di barzellette sul potere, lungo una linea che va da Nasser fino a Mubarak. L’Egitto, per chi lo conosce bene, è la terra della risata».

Vale solo per la satira politica?

«Anche qui vale la regola generale: in presenza di un regime oppressivo e occhiuto l’umorismo diventa una naturale valvola di sfogo. In questo le Primavere hanno fornito rappresentazione di una realtà che esisteva, ma in modo sotterraneo, nascosto. In precedenza, l’unica forma di presunta satira a godere di libera circolazione era quella di stampo antisemita, gradita ai regimi e adoperata in chiave anti-israeliana, con tutti gli odiosi stereotipi che purtroppo conosciamo».

Nel web circola molta comicità demenziale: vale anche per il mondo arabo?

«Solo per quanto riguarda gli arabi che vivono all’estero. Negli Stati Uniti, per esempio, opera un gruppo di cabaret che si chiama polemicamente (e ironicamente), Axe of Evil, e cioè l’Asse del male, l’espressione coniata da George W. Bush dopo l’11 settembre. In Francia, poi, c’è stato il caso di Allah Superstar di Yassir Benmiloud, un giornalista di origine algerina non nuovo a provocazioni di questo tipo. Ma nulla di simile, al momento, si trova nei Paesi arabi, che del resto vivono una condizione culturale molto diversa dalla nostra. A livello sociale lì sono ancora ben salde alcune gerarchie implicite che l’Occidente considera invece superate: i giovani devono rispetto agli adulti, le donne sono sottomesse agli uomini, il gruppo prevale sull’individuo».

Mi scusi se torno a chiederlo, ma in tutto questo l’islam non riveste alcun ruolo?

«Per il musulmano Dio non è soltanto clemente e misericordioso, due appellativi che tra l’altro rimandano etimologicamente all’utero, e dunque a una dimensione femminile, materna. Dio è anche “sottile” e perfino “simpatico”. Vede, il fondamentalismo sta cercando di imporre l’idea per cui tutto è proibito, tranne ciò che è permesso. Ma il lettore del Corano sa bene che, semmai, è vero il contrario: tutto è permesso, tranne ciò che è proibito. L’umorismo non è certo il cuore della predicazione di Maometto, però lo stesso Profeta esorta a vivere “in serenità”. Con il sorriso sulle labbra, potremmo dire».”

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