L’altra Istanbul

Ho già avuto modo di scrivere che mi piace molto questo genere di articoli, dove si raccontano storie, e tramite quelle storie si conoscono realtà. Sono gli articoli che ti fanno sentire parte di un viaggio che non hai fatto. Questo pezzo è di Lorenzo Posocco, appena comparso sul sito di Limes. Buona lettura.

DSC_7403.jpg“Gentrification, povertà, lavoro minorile, tre fenomeni strettamente connessi. Il legame certamente non è dei più espliciti ma la realtà è davanti agli occhi di tutti e ad Istanbul si manifesta nei dintorni di Şişli, nel centrale Beyoğlu e in altri quartieri, come tra i Rom di Sulukule. Questi fenomeni filano su tre binari che, come linee parallele in una geometria riemanniana, ovviamente s’incontrano. Percorro Tarlabaşı Boulevard, lungo viale che inizia in Taksim Square e si snoda tra immensi cartelloni-bugia raffiguranti donne e uomini al passo coi tempi, felici, sorridenti in un quartiere anch’esso moderno, tra architetture che anticipano una nuova realtà fatta di Starbucks e di McDonald’s. L’occidentalizzazione passa di qui, passa per la gentrificazione, la distruzione forzata d’interi quartieri storici della città. In previsione della crescita economica gli immobili di aree povere vengono acquistati dalla fascia benestante della popolazione, con le alterazioni socio-culturali che seguono in casi del genere. Le famiglie che risiedevano in queste zone non ce la fanno, non reggono i costi dei nuovi appartamenti, e sono costrette a emigrare o mandare i bambini a lavorare per le strade. Sono su Tarlabaşı Boulevard, a poche centinaia di metri dal centro città, tra il rumore assordante del traffico e il caldo che in questi giorni si mescola all’umidità autunnale. Avverto un forte odore di escrementi. Alla mia destra è la seconda guerra mondiale: case distrutte, immondizia all’interno, cani e gatti che s’aggirano su pavimenti di spazzatura, ma anche persone. Mi addentro in una delle arterie di Tarlabaşı Boulevard e la prima cosa che scorgo, tra la miseria delle abitazioni, sono i bambini. Alcuni giocano, si rincorrono, urlano, mentre le mamme li controllano da lontano rinchiuse nelle loro case, sbraitando dalle finestre sbarrate; altri lavorano sodo; alcuni non hanno famiglia. I bambini di strada sono lustrascarpe, vendono soğuk su (acqua fresca) per venticinque centesimi a bottiglia o lavano automobili in posti improvvisati, spesso proprio sul ciglio della strada. Vivono in una città congestionata dal traffico, esposti alle polveri sottili. Rischiano di essere travolti dagli autoveicoli. Possono essere volontariamente o involontariamente coinvolti in furti o abuso di droga, contrarre malattie come l’epatite A o B o l’HIV. Corrono il rischio di essere picchiati e abusati dalle gang o dai clienti cui vendono le loro merci. Il piccolo Bedrettin, cinque anni, picchiato per aver oltrepassato il territorio di altri bambini, è solo uno dei tanti. Durante il giorno i bambini lavorano, quindi non beneficiano dell’istruzione scolastica. Il lavoro minorile sembra essere autorizzato, a Istanbul: lavorare in strada è considerato una sorta di apprendistato per la vita adulta, un modo per imparare a superare le difficoltà che, si sa, si presenteranno sempre. È preferito all’elemosina ed è considerato una forma di solidarietà domestica in caso di necessità. Ho visto bambini di cinque anni suonare una pianola di plastica nel bel mezzo di un torrente di volti in Istiklal Caddesi, meravigliosa via di collegamento tra Galata, il vecchio quartiere genovese, e Taksim, quartiere multiculturale. Suonano piccoli strumenti fatti per piccoli bambini, ma con i piccoli strumenti si gioca, non si elemosina. Sono i figli di Istanbul e delle vicine aree rurali, come magistralmente ha dichiarato Imre Azem, direttore di quella magnifica opera d’arte che è il documentario Ekümenopolis. La nuova politica voluta dalla Toki (ente amministratore dello sviluppo urbano), arteria pulsante e onnipotente del governo turco, viene qui a mietere le sue vittime.

Terribile, spaventosa realtà in tanta bellezza. Com’è possibile? “Siamo ad Istanbul. Non lo dimenticare”, risponde l’anziano Ohran, che si guadagna da vivere suonando il saz e vendendo quel poco che possiede. Eppure dietro le parole di Ohran si cela una realtà difficile da accettare: sembra che la semplice equazione gentrificatione-povertà-bambini-di-strada non sia poi tanto semplice, e che tali dinamiche rientrino nello spettro di ciò che Gramsci definì con il termine egemonia. Non si può contrastare ciò che non si comprende. Anche i turisti, o soprattutto loro, trovano solo ciò che cercano. Racconteranno del Medio Oriente una volta tornati a casa; nel Bazar compreranno dei regali. I turisti spendono, così la Turchia sfrutta l’onda. Mostra strade principali pulite e moderne, nasconde quelle secondarie dietro immensi cartelloni-bugia. Sfoggia una storia limpida, attraente nei colori dei giannizzeri di Sultan Fatih, musicale nelle rotazioni dei dervisci, mette da parte quella sporca; nel frattempo si occidentalizza. Mentre cammino per Tarlabaşı Boulevard, l’immagine di un buffo conduttore di circo si fa largo nella mia mente. È un ometto basso dai baffi prussiani, doppiopetto rosso e bombetta. Esclama: “A voi il nuovo numero signori! Assistete all’ultimo ritrovato: la fusione funzionale di tecnologia e scienza dei media applicati alla speculazione edilizia! Non senza una piccola spruzzatina di cinismo, s’intende.” La magia è compiuta ed ecco che Istanbul diventa una metropoli europea in cui all’Occidente, diciamo, piace specchiarsi. In fondo a Istanbul ci si può andare. Così si dice: Istanbul è europea.

Poi accade che di domenica, nel quartiere di Harbyie, abbia sede un mercato pubblicizzato su diversi giornali. Al mercato delle pulci di Harbyie vanno i turisti che poi scappano via terrorizzati dalla povertà, dai volti di chi tenta di sopravvivere al caro immobili della politica straight-to-the-West. I turisti cambiano strada, non s’inoltrano tra le vie periferiche, scelgono quelle principali, ma se non cercassero ciò che cercano, vedrebbero i volti di Ali, Alpay, Koray, Aziz, tutti intenti a lucidare i cerchioni delle automobili o le loro scarpe. I turisti mostrano una sovrana insofferenza per realtà del genere: eppure, tutto fa credere che cose del genere siano accadute un tempo anche da loro. E che forse accadano ancora.”

Vivere di passione 20 anni dopo la morte dell’Uomo Ragno

Hanno ucciso l' uomo ragno 2012 - Back.jpg

Ho appena finito il quarto anno di liceo. E’ il 1992, è estate e in radio c’è una canzone che domina le hit: Hanno ucciso l’uomo ragno degli 883. Dopo 20 anni Max Pezzali rifà l’album in collaborazione con alcuni rapper italiani. Lo sto ascoltando su grooveshark e, sinceramente, non sono molto convinto dell’operazione. In ogni caso, su Dimensioni Nuove ho trovato questo articolo di Claudio Facchetti.

“Il 2012 è l’anno dell’Uomo Ragno. Al cinema, dove è ritornato con il film The Amazing Spider-Man, ma anche nella musica, grazie a Max Pezzali che, in occasione del ventennale dalla sua pubblicazione, ha rispolverato Hanno ucciso l’Uomo Ragno, l’album con cui aveva esordito, siglato allora 883, ottenendo un clamoroso successo. All’epoca, era il 1992, gli 883, alias Max Pezzali e Mauro Repetto, si affacciavano sulla scena italiana portando grande scompiglio con le loro micidiali canzoni pop. Erano melodie che entravano subito in testa e fotografavano meglio di un reportage la vita della provincia di tanti ragazzi, tra discussioni al bar, ragazze da rimorchiare, giri su improbabili auto, tasche sempre vuote, amicizie, amori e delusioni. Il ritratto veritiero di un mondo che, trasformato in musica, vendette oltre 600 mila copie, aprendo la strada della grande popolarità agli 883. Il seguito è noto. Mauro Repetto lascerà presto il solo Max come titolare del “marchio”, che porterà avanti fino al 2000 senza perdere mai colpi. Dal nuovo millennio, Pezzali decide di mettere in soffitta la celebre “griffe” e firmare i cd con il suo nome e cognome. Un cambiamento che coincide anche con la crescita musicale dell’artista che prosegue mantenendosi sempre al top delle classifiche. Adesso è spuntato questo progetto, la riedizione di Hanno ucciso l’Uomo Ragno 2012, che segue il filo della nostalgia, ma solo per un po’. Pezzali, difatti, ha avuto l’idea di incidere nuovamente tutti i brani e riarrangiarli con i maggiori esponenti della scena rap nostrana. È scesa così in campo una squadra di rapper da Champions League formata da Entics, Ensi, Club Dogo, Two Fingerz, Emis Killa, Dargen D’Amico, Fedez, Baby K e J-Ax che ha dato vitalità e attualità ai brani. Un restyling che ha contagiato ovviamente anche il suono dei pezzi, che l’artista pavese ha colorato in buona parte con maggiore energia rock, pur rispettandone la contagiosa cantabilità. Prova ne sia l’unico brano inedito inciso per l’occasione insieme a J-Ax, Sempre noi, il singolo di lancio che ben rispecchia il mood del cd. Ed è interessante notare come da questo “viaggio nel passato”, dice Max, «sia emerso che i sogni, le paure, i bisogni e le emozioni dei ragazzi non sono poi così cambiati negli ultimi vent’anni». Non si sa se prenderla come una bella o cattiva notizia.

Quando è maturato questo progetto? È stato pianificato per i 20 anni o è scaturito per caso?

È nato in maniera estemporanea l’anno scorso a Torino, in occasione degli “MTV Days”. Nel giorno in cui era prevista la mia esibizione, partecipavano anche i Club Dogo e altri rapper della scena piemontese che, alla fine del mio concerto, mentre facevo un medley di vecchi brani, sono saliti sul palco. Ho visto, con sorpresa, che sapevano a menadito i miei pezzi e mi sono chiesto come mai artisti che provenivano da una realtà musicale così diversa dalla mia, conoscessero a memoria quei brani.

Cosa hai scoperto?

Che tutti erano cresciuti ascoltando i primi cd degli 883. Così, parlando con il produttore dei Club Dogo, ha preso corpo l’idea di rifare Hanno ucciso l’Uomo Ragno in occasione del ventennale dalla sua uscita coinvolgendo altri rapper. Lui ha contatto gli artisti della scena hip hop, nessuno si è tirato indietro e con mia soddisfazione ho iniziato a lavorare al progetto.

Ti sei sentito a tuo agio nel confrontarti con un mondo così lontano dal tuo?

Sì, senza dubbio. Ho trovato negli artisti grande professionalità, cosa che forse per qualcuno potrebbe sembrare sorprendente. L’ambiente dell’hip hop è spesso visto con dei pregiudizi, si pensa ci sia molta improvvisazione in ciò che fanno i rapper, invece producono brani di alto livello e lavorano con serietà, non a caso oggi dominano le classifiche e “parlano” ai giovani come pochi altri sanno fare.

Perché ci riescono così bene?

Sono persone dalla grande cultura, che sanno un sacco di cose e con le quali è divertente parlare. D’altra parte, se tu costruisci la tua professione sull’uso intelligente e sul gioco delle parole, devi avere per forza dei “contenuti” dentro di te, perché altrimenti rischi di dire delle banalità, se non addirittura nulla. Il rapper, dunque, è spesso più profondo e capace di leggere la realtà di un cantautore.

Nel “ridipingere” le canzoni ti sei sbilanciato verso sonorità rock abbastanza inconsuete per te. Come mai?

È un momento piuttosto strano per la musica italiana e tutto sembra assomigliarsi un po’. C’è un diffuso appiattimento, provocato anche dai talent. Intendiamoci, da questi programmi escono interpreti spesso di valore dal punto di vista tecnico, cresciuti nel giro dei tre mesi di durata dello show, capaci di fare un buon compitino, ma non può essere il tutto. Purtroppo, visto la crisi del mercato, per le case discografiche è una scorciatoia comoda che taglia tante spese, ma dispiace perché così si penalizza l’altra anima della musica, quella che ha sempre avuto un ruolo di rottura, di libertà, di slancio nell’uscire dagli schemi. Ecco perché ho sentito la necessità di avvicinarmi a un suono più grezzo e immediato nel cd, e di riappropriarmi dell’aspetto ludico della musica, di giocare con le note favorito dall’approccio con i miei ospiti.

Non hai avuto timore di cadere nell’effetto nostalgia?

Il pericolo c’era e per questo ho cercato di dare altra linfa al progetto. Il valore aggiunto doveva essere l’unione delle nuove realtà, senza scivolare da una parte nella retrospettiva e dall’altra nel tentativo sterile di riattualizzare le canzoni. Credo di essere riuscito a integrare bene le due anime, rendendo il lavoro moderno e contemporaneo.

Si è instaurato una sorta di confronto tra te e i tuoi ospiti?

È stato uno scambio quasi intergenerazionale. Mi spiego. La figlia di mia moglie, che ha 16 anni, è una fan dell’hip hop e quando ha ascoltato il cd ha visto in me qualcosa che si collegava al mondo dei rapper, quasi una specie di corto circuito. Questo mi ha fatto capire che sbagliavo nel criticare alcuni pensieri e atteggiamenti dei giovani di oggi. Non sono degli smidollati o dei viziati, come vogliono dipingerli certi sondaggi, ma vivono una crisi, come è accaduto a qualsiasi altra generazione. Ecco che allora torna utile osservarsi in uno specchio diverso dal solito per scoprire che, accanto alle istanze odierne, certe problematiche non tramontano mai. È stato quindi molto costruttivo per me lavorare con questi artisti.

Alcuni problemi, dunque, sono uguali a quelli di vent’anni fa, forse solo riverniciati.

Le grandi preoccupazioni di quando sei giovane sono sempre quelle: sentirsi incompresi dal mondo, soffrire la solitudine, la difficoltà nel confrontarsi con l’altro sesso e così via, tutta una serie di dinamiche che non sono poi tanto cambiate rispetto al passato. Piuttosto, registro una sorta di rassegnazione che un tempo non c’era nonostante le difficoltà.

In che senso?

Nel periodo in cui uscì l’album ricordo che la società non era messa bene: c’erano tangentopoli e le stragi di mafia, un’Europa in forte cambiamento dopo la caduta del muro di Berlino, oltre ad altri seri problemi. Eppure, si reagì con forza, scendendo per esempio in piazza in massa dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino, e trovando gli stimoli per guardare al domani con positività. Oggi la differenza con ieri è palpabile: per tanti giovani il clima è cupo, sembrano attendere una catastrofe imminente, il futuro non può cambiare… Questo atteggiamento mi spaventa, consapevole che non è semplice dare risposte al “momento” che si sta vivendo, ma rassegnarsi non è la soluzione.

Si è spenta forse la fiamma della passione, che citi nel ritornello del singolo Sempre noi,che alimenta tanti sogni?

Quando ero giovane, sono cresciuto con alcuni “dogmi” trasmessi dai genitori: la laurea, il posto fisso, un tetto sulla testa, ecc., argomenti importanti dettati dal comprensibile filo delle ragione. Ma tutte le cose, belle e brutte, che ho fatto nella vita mi sono arrivate dalla passione, dal seguire irrazionalmente un obiettivo, che era di comunicare e divertirmi con la musica. Oggi, che quel percorso a tappe obbligate del passato non esiste più, l’unica possibilità per salvarsi è la passione, dire a se stessi: “Mi butto in un mestiere che mi piacerebbe fare”, qualsiasi esso sia. Insomma, vivere di passione può portarti lontano o perlomeno renderti felice.”

Un po’ qua, un po’ là

Dato che sono stato sul sito di Asianews vi segnalo qualche articolo.

Il primo è sulle proteste in Egitto sul lavoro dell’assemblea costituente che pare abbia inserito nell’articolo sulla parità dei diritti tra uomo e donna una postilla “scomoda”: “le donne hanno uguali diritti rispetto agli uomini, in accordo con i precetti della tradizione islamica”. Altri aspetti sono approfonditi nell’articolo.

Il secondo è sul Kashmir, dove più di cinquanta sarpanch (capo-villaggio) hanno annunciato le loro dimissioni, dopo le minacce di morte ricevute da gruppi fondamentalisti islamici.

Il terzo e ultimo, per cambiare argomento, è sulle parole del Dalai Lama in un recente discorso: “Anche se il mondo immaginato da Marx ha alcuni punti che possono essere condivisibili, il modo in cui i regimi controllano la vita e il pensiero degli esseri umani è inaccettabile”.

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