“Questa miniatura del Colosseo l’ho presa durante una vacanza con la mia famiglia in centro Italia qualche tempo fa. E’ un bel ricordo”.
Questa la gemma di F. (classe terza). “Un piccolo bassotto di porcellana delle White Mountains. Una marionetta del teatro delle ombre di Bali. E guarda: un calzascarpe d’avorio di un hotel a quattro stelle di Zurigo. E qua, come un sasso che porto ovunque, c’è un pezzetto di cuore altrui che ho conservato da un vecchio viaggio” (Peter Cameron).
“E’ una gemma doppia. La prima la collego a mia madre, è una frase di Anna Frank che dice Sii gentile, abbi coraggio. Fin da piccola, ogni volta che succedeva qualcosa che mi buttava giù il morale oppure ero triste o arrabbiata per qualcosa che non andava nel verso giusto e magari dicevo delle cose che era meglio che non dicessi, mia madre mi metteva in un angolo, mi tranquillizzava e mi ripeteva questa frase aggiungendo di farmi amare da tutti, di non provare mai odio, un sentimento che non porta da nessuna parte. La seconda è collegata a mio padre ed è Alice nel paese delle meraviglie: quand’ero piccola avevo l’abitudine di vedere un film della Disney ogni sabato con lui e questo era il suo preferito e cercava di propormelo ogni volta. In qualche modo è diventato anche il mio preferito anche perché per carattere e modo di fare mi rivedo molto in Alice. Ho voluto portare la prima canzone”.
Non penso che debba scrivere di cosa parli il libro Wonder (e il film derivatone). Vi è contenuto un concetto molto caro a Palacio, l’autrice: “Bisogna essere più gentili di quanto ci viene richiesto. Il motivo per cui amo questa frase, questo concetto, è perché mi rammenta che portiamo con noi, in quanto esseri umani, non solo la capacità di essere gentili, ma prima di tutto la gentilezza come vera scelta di vita.”
E per completezza della gemma proposta da C. (classe seconda) lascio qua una delle mie frasi preferite di Alice nel paese delle meraviglie:
Un giorno Alice arrivò ad un bivio sulla strada e vide lo Stregatto sull’albero. «Che strada devo prendere?» chiese. La risposta fu una domanda: «Dove vuoi andare?» «Non lo so», rispose Alice. «Allora, – disse lo Stregatto – non ha importanza».
“Io avrei voluto portare una storia che mi raccontava mia nonna da piccola, soprattutto perché in quest’ultimo periodo è stata ricoverata in ospedale e temevo che la sua memoria la abbandonasse ancora di più, ma in realtà ieri ho ripensato a un mio zio che ho perso qualche anno fa. Per i primi anni di vita lui è stato importante per me, mi faceva divertire e riusciva a strapparmi sempre un sorriso: ero molto legata a lui. Poi, a causa di alcune vicende familiari, ci siamo persi di vista e quando è deceduto per una malattia, io ho vissuto il rimorso di non essere andata in ospedale a salutarlo. Stamattina stavo cercando una figura di compensato che mi aveva fatto quando ero piccola e che custodisco gelosamente (e che simboleggia anche il forte legame con mia cugina), ma ho trovato un’altra cosa regalatami da mio zio quand’ero piccola: uno Zippo di quando era stato in Vietnam con una scritta un po’ dark, una delle poche cose portate a casa da quel viaggio. Lo tengo sul comodino e anche solo a guardarlo i pensieri riaffiorano e sono pensieri che a volte fanno male, altre volte danno sollievo”.
Stamattina, mentre attendevo di entrare a scuola e pensavo a come commentare la gemma di T. (classe terza), mi sono imbattuto in queste parole tratte da Cedi la strada agli alberi, libro di poesie di Franco Arminio:
Non solo dobbiamo morire, ma prima di noi assistiamo alla morte degli altri, lenta o improvvisa, sempre ingiusta, infame, orrenda. Chiarito che contro la morte nulla possiamo, non abbiamo altro da fare che stare attenti e donarci un attimo di bene, uno alla volta, uno per noi e uno per gli altri. Possono essere persone care o persone sconosciute, poco importa, quello che conta è rubare il seme del bene e piantarlo sulle facce della gente.
“Questo anello me lo ha regalato mia nonna questa estate. E’ l’anello che le ha dato mio nonno per farle la proposta quando erano giovani e quindi è molto importante”.
Mi ha colpito molto il gesto della nonna di M. (classe prima): mettere nelle mani della nipote una cosa di così gran valore, il desiderio di far continuare a vivere un antico amore. Bellissimo!
“Io come gemma ho portato questa collana che mi ha regalato mio padre il giorno della mia Comunione e mi ha fatto promettere di non toglierla mai. E’ molto importante per me”.
Un vecchio giocatore e allenatore di basket, ormai scomparso da molti anni, Jim Valvano, disse: “Mio padre mi ha fatto il più bel regalo che qualcuno poteva fare a un’altra persona: ha creduto in me”. Mi pare un bel commento a questa gemma di G. (classe prima).
“Ho una foto con mio fratello: gli ultimi due anni sono stati piuttosto difficili per la mia famiglia. Mio fratello, sin da quando sono piccola, è stato per me un pilastro, una figura molto importante. Nell’ultimo anno mi sono resa conto di avere una persona stupenda come fratello, una persona che ammiro tantissimo e che mi ha sempre insegnato tanto e lo sta facendo tuttora. Per me è anche come un papà e senza di lui sarei distrutta”.
Quando C. (classe quinta) ha presentato la sua gemma non ho potuto fare a meno di pensare a “Hey brother” del compianto Avicii. Alcuni dei versi: “Hey fratello, c’è una strada infinita da scoprire; hey sorella, sai che l’acqua è dolce, ma il sangue è più denso. Oh, se il cielo dovesse mai crollare, per voi non c’è niente che non farei. Hey fratello, credete ancora l’uno nell’altro? Hey sorella, mi domando se credi ancora nell’amore. Oh, se il cielo dovesse mai crollare, per te non c’è niente che non farei”.
“Lei è mia sorella: si chiama C. Ho deciso di portare lei come gemma: prima delle vacanze di Natale litigavamo spesso, anche se generalmente siamo andate sempre molto d’accordo, anche perché non condividevamo sempre gli stessi spazi a lungo. Durante il periodo di Natale siamo finite in quarantena e siamo state costrette a stare sempre insieme e abbiamo riscoperto il nostro rapporto”. Avviso: si tratta della prima di tre gemme consecutive sulle sorelle e sui fratelli. La casualità ha voluto così. E allora mi sento di commentare questa prima gemma, proposta da A. (classe quinta), con questa frase della scrittrice giapponese Banana Yoshimoto: “A stare tra sorelle e fratelli si può continuare a essere bambini in eterno”.
“Ho deciso di portare questo braccialetto che ho sempre con me e che rappresenta il legame che ho con mia cugina: è una delle persone più importanti della mia vita anche se non è da tanto tempo che siamo così legate (abbiamo fatto scuole diverse, non ci parlavamo tanto prima delle medie). E’ stata una scelta un po’ difficile perché in casa ho tante cose che rappresentano lei, ma non c’era niente che mi soddisfacesse, in tutte mancava qualcosa. Il braccialetto è qualcosa che ho sempre con me, non è una cosa che tengo in casa e che tiro fuori una volta ogni tanto. Rappresenta mia cugina e rappresenta il legame che ho con lei: è uno di quei braccialetti che non si spezzano facilmente ed è l’auspicio per il nostro rapporto”.
Questa la gemma di N. (classe prima). E’ strano rendersi conto che è lo stesso identico tipo di braccialetto che si usava 30 anni fa per sancire un’amicizia o un amore. E’ strano ed è bello pensare a questa continuità. Erano cose importanti a quel tempo e lo sono ancora. Per fortuna… (uno di quei braccialetti lo conservo ancora).
Premessa: questa gemma era prevista per metà novembre, poi è slittata fino a gennaio.
“L’anno scorso quando il prof ci aveva presentato il progetto pensavo di portare una foto oppure qualche canzone. Quando invece ce lo ha riproposto quest’anno, il primo pensiero che ho avuto è stato uno dei miei tatuaggi, ovvero quello con il significato più profondo.
L’ho dedicato a quella persona che mi ha insegnato che la famiglia non per forza deve essere legata dal sangue, ovvero mio papà, che essendoci stato da quando avevo tre anni e non essendo mio papà dalla nascita mi ha ugualmente amata come sua figlia. Tra una settimana esatta sarà un anno che non è più qui e quindi ho pensato che fosse la gemma più giusta da portare. Ora, non ho intenzione di fare discorsi commoventi o cose così ma voglio darvi un consiglio, che poi potete ovviamente scegliere se seguire o meno, però prima per farvi capire bene vi dirò una cosa. Quando mi sono ritrovata a fare il tatuaggio mi sono interrogata per diverso tempo sul posto in cui farlo. Alla fine ho scelto la parte dietro del collo per un motivo preciso. Ho passato l’anno scorso molto sui libri ed ero particolarmente nervosa per diverse cose, e spesso mio papà veniva in camera mia e mi trovava sempre china sulla scrivania e senza dire niente cominciava a massaggiarmi esattamente quel punto. Era così bravo che riusciva a smollarmi tutti i nervi e a farmi sentire un po’ meglio. Fatto sta che il 19 Novembre 2020, la notte prima di ciò che è successo, lui era venuto in camera mia, mi aveva trovata china sui libri e mi aveva fatto il solito massaggio, io quel giorno ero particolarmente nervosa. Prima di uscire dalla mia camera mi ricordo che mi ha detto “C. c’è Harry Potter in tv non lo vediamo?” e io gli ho risposto che dovevo studiare. Vi lascio immaginare il pentimento della mattina successiva per aver declinato quella proposta. Con questo discorso mi sento di darvi questo consiglio: vivete. Vivete al massimo, vivete come volete, date opportunità agli altri e a voi stessi perché tutto è nato per finire e non si sa quando, quindi cogliete ogni piccola cosa che la vita vi offre, o vivrete con rancori addosso che non andranno più via. Giocate a quella partita a carte con vostro nonno, andate a fare una passeggiata con vostra nonna, prendete quel gelato con i vostri fratelli, uscite con i vostri amici, nulla è eterno. Nella vita non c’è solo il dovere, perché è meglio vivere oggi piuttosto che andare a dormire la notte e passare ore a rimpiangere momenti che non torneranno più e ritrovarvi sommersi in ricordi che con il tempo sono destinati a svanire. E ricordate che la vita è il 10% di cosa vi capita e il 90% di come reagite”.
Quando presento il lavoro sulle gemme, spiego che la scelta di cosa portare è molto libera, così come il livello di coinvolgimento personale. Vi sono gemme che trattano temi “neutri” o generali e altre che sono decisamente più personali e che magari sono un cazzotto nello stomaco. Come questa. C’erano non pochi occhi rossi alla fine delle parole di C. (classe terza). Il mio pensiero è subito andato ad una canzone di Roberto Vecchioni che faccio ascoltare in quarta, quando parliamo della morte. “Viola d’inverno” inizia con l’arrivo improvviso della fine della vita, proprio sulla sua capacità di coglierci, talvolta, in modo inaspettato: “Arriverà che fumo o che do l’acqua ai fiori o che ti ho appena detto: “Scendo, porto il cane fuori”, che avrò una mezza fetta di torta in bocca o la saliva di un bacio appena dato. Arriverà, lo farà così in fretta che non sarò neanche emozionato. Arriverà che dormo o sogno, o piscio o mentre sto guidando, la sentirò benissimo suonare mentre sbando e non potrò confonderla con niente perché ha un suono maledettamente eterno, e poi si sente quella volta sola la viola d’inverno”. E, continua Vecchioni, anche se la aspetti un po’, in fondo non sei mai pronto: “Bello è che non sei mai preparato, che tanto capita sempre agli altri. Vivere, in fondo, è così scontato, che non t’immagini mai che basti. E resta indietro sempre un discorso, e resta indietro sempre un rimorso”. A questo punto la morte crea una separazione, un’incomunicabilità: “E non potrò parlarti, strizzarti l’occhio, non potrò farti segni: tutto questo è vietato da inscrutabili disegni, e tu ti chiederai che cosa vuole dire tutto quell’improvviso starti intorno perché tu non potrai, non la potrai sentire la mia viola d’inverno”. Subentrano lo sconforto e la disperazione, ai quali Vecchioni concede tutto lo spazio necessario con l’esclusione di una piccola luce che sarà quella in grado di dare un senso al passato, al presente e al futuro: “E allora penserò che niente ha avuto senso, a parte questo averti amata, amata in così poco tempo, e che il mondo non vale un tuo sorriso e nessuna canzone è più grande di un tuo giorno, e che si tenga il resto, me compreso, la viola d’inverno”. Conclude il brano un passaggio sulla solitudine condivisa che accompagna chi se ne va: “E dopo aver diviso tutto, la rabbia, i figli, lo schifo e il volo, questa è davvero l’unica cosa che devo proprio fare da solo. E dopo aver diviso tutto, neanche ti avverto che vado via, ma non mi dire pure stavolta che faccio sempre di testa mia, tienila stretta, la testa mia”. Ecco, C., comprendo il rammarico per quell’invito respinto, ma nelle parole che hai detto poi in classe hai fatto rivivere tuo padre, il tuo amore per lui, hai dato senso pieno alla vostra relazione: “il mondo non vale un tuo sorriso e nessuna canzone è più grande di un tuo giorno”.
“Lei è mia cugina, ha 14 anni, e qui siamo in una foto di questa estate durante la vacanza insieme. Quando qualcuno mi chiede cosa sia la felicità, ecco, per me è il suo benessere. L’anno scorso ha avuto una delle cose peggiori che possano succedere ad una persona, soprattutto quando è molto piccola: è stata ricoverata per due mesi e mezzo in ospedale per depressione e atti di autolesionismo perché ha provato più volte a togliersi la vita. In quelle due settimane che siamo state insieme era così felice e spensierata che è stato un sollievo vederla così dopo mesi in cui era stata tanto male”.
Queste parole pronunciate da B. (classe quarta) sono state, pur nella tranquillità del tono di voce e del lieto fine, un pugno nello stomaco, l’ennesimo che arriva in questi anni. Inutile girarci intorno, inutile non parlarne o far finta di niente. Insegno da più di vent’anni e sono state tante le ragazze e tanti i ragazzi che hanno un vissuto uguale o simile e la grandissima maggioranza di loro ne sono uscite e usciti. Poco più di due mesi fa mio nipote mi ha mandato un link su Wa; alcune delle parole che lo accompagnavano erano “potrebbe essere un ascolto intrigante. è un inedito portato da questo ragazzino 2002 ieri ad xfactor”.
Laura, Marco, Pietro e Anna, i nomi citati dal cantante gIANMARIA, forse vivono situazioni distanti o non assimiliabili a quelle vissute da chi mi è passato davanti agli occhi, ma certo rappresentano i vissuti di tante, troppe persone che ad un certo punto avvertono che la sofferenza che stanno vivendo sia troppa, che il non senso che che le accompagna sia senza ritorno. Il pezzo si conclude con la ripetizione di queste parole: “e cosa vuoi per questo sabato sto in sto palazzo, a parlar con loro e a guardar che si ammazzano, nel mio film si ripete fino a qui tutto bene, per ogni piano e ad ogni piano perché è così che gli conviene”. Vi colgo un rimando diretto al film L’odio di Kassovitz, in cui, verso la fine una voce fuori campo pronuncia queste parole: “È la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani… A ogni piano, mentre cade, l’uomo non smette di ripetere: “Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene”. Questo per dire che l’importante non è la caduta ma l’atterraggio.” Nella vita succede di cadere e durante la caduta ci sono tante fasi e tanti stati d’animo; sicuramente a fare la differenza è l’atterraggio che ti può dar modo di rialzarti più o meno facilmente o purtroppo di non rialzarti proprio. So solo che mentre sono lì a guardare la caduta e cerco di fare quanto è nelle mie possibilità spero solo che o si apra un paracadute che qualcuno ti lancia o che si aprano quelle benedette ali presenti in ciascuno e che magari non sai di avere o che magari sono solo troppo rattrappite o deboli per spalancarsi e trasformare la caduta in volo. Perché è così che ti conviene.
Quella di L. (classe quinta) è stata una gemma composita, fatta di una presentazione con delle fotografie dei suoi luoghi del cuore. Ovviamente, per questioni di privacy, non metterò foto e taglierò vari riferimenti personali facendone una sintesi (la gemma è durata più di 10 minuti).
“Ho portato la piazza del mio paese, a cui sono legata per le attività che qui facciamo con la Parrocchia e perché è uno dei luoghi dell’infanzia. Ho portato la mia scuola in cui ho passato degli anni belli e ci sono affezionata. Ho portato il luogo in cui si svolgono tutte le attività dell’oratorio, le riunioni per i campi estivi. Ho portato una casa abbandonata che mi attira da sempre: un giorno mi piacerebbe entrarci. Ho portato il parco in cui mia mamma ci portava da piccoli: dice che abbiamo passato più tempo lì che a casa. Ho portato la foto di una festa paesana perché vivo in un paese in cui si sente forte il senso della comunità: ogni volta che c’è bisogno di qualcosa c’è sempre qualcuno disponibile ad aiutarti. Ho portato Lignano: le vacanze con gli amici, il relax di giugno quando è finita la scuola. Ho portato il paese in cui facciamo i campeggi estivi in montagna: il contatto con la natura e l’assenza degli smartphone permettono di connettere con gli altri a livello ancora più profondo. Ho portato Roma perché ci vivono gli unici parenti che ho in Italia: ogni volta che ci vado mi stupisce un sacco. Ho portato il paesino da cui viene mia mamma, piccolo e sperduto a nord dell’Albania: vi abitano ancora la nonna e la zia e ogni estate ci ritroviamo lì insieme ai cugini divertendoci tanto. Lì vicino passa anche un fiume dove andavamo nelle giornate più calde per tuffarci da un vecchio tronco. Amo poi il giardino della nonna in cui giochiamo, facciamo le grigliate e i picnic. Ho portato il paesino da cui viene mio papà, nel sud dell’Albania, una località di mare praticamente non toccata dal turismo di massa: l’acqua è cristallina e trasparente, c’è un’unica strada sterrata e un solo supermercato e la vegetazione mediterranea la fa da padrona sulle poche costruzioni.”
La scrittrice neozelandese Katherine Mansfield dice “Com’è difficile staccarsi dai luoghi. Per quanta attenzione facciamo, ci trattengono. E lasciamo pezzetti di noi stessi sui paletti delle staccionate, piccoli stracci e brandelli della nostra vita”. A me piace. Piace non staccarmi dai luoghi, piace proprio restarvi avvinto, piace che un posto mi trattenga e non mi lasci andare via. E piace trovare su quei paletti delle staccionate i piccoli stracci e i brandelli delle vite degli altri. D’ora in poi, quando passerò per la piazza del paese di L. o nel paesino dove L. fa i campi scuola, penserò a L. e al suo amore per quei luoghi. E credo sia bellissimo.
“La mia gemma è un oggetto molto importante per me. Non uso molto i braccialetti, ma questo, prima che mia sorella lo rompesse, lo usavo tutto il tempo, perché il suo ruolo era quello di accompagnarmi ovunque e in qualsiasi momento. E’ un semplice braccialetto, direi anche infantile e non molto bello, ma molto significativo. Mia cugina è cresciuta con questo braccialetto al polso, ma un anno fa ha deciso di regalarmelo. L’anno scorso non è stato un bel periodo e non lo è tuttora, mia cugina è praticamente l’unica persona che mi è stata veramente accanto e riesco a confidarmi solo con lei. Mi ha promesso che sarebbe andato tutto bene, che lei ci sarà sempre per me e che quando sto male basterà pensare che c’è lei accanto a me, non fisicamente, ma con il suo braccialetto è come se lo fosse. Ci tengo molto e quando si è rotto ho cercato di aggiustarlo con le lacrime agli occhi. Direte ‘Mamma mia come sei drammatica’: sì lo sono, lo ammetto, ma è l’unica cosa che mi ricorda che ho qualcuno a cui importa se sto bene e che spero continuerà a farlo”.
Con queste parole C. (classe seconda) ha presentato la sua gemma. La commento attraverso una canzone che parla di amicizia e di vicinanza: “Lights will guide you home and ignite your bones and I will try to fix you” (Fix You, Coldplay).
“Ho portato il trailer di Mio fratello rincorre i dinosauri, basato su una storia vera: è la vicenda di Jack, un ragazzo che ha un fratello minore con la sindrome di Down, Gio. All’inizio lo vede come un supereroe, poi lo vive come un peso e un problema e non ne parla con nessuno dei suoi amici. Crescendo però scopre la bellezza di suo fratello e la sua unicità.
Ho poi portato un passo dal libro con la descrizione di Gio fatta da Jack: La vita con Gio era un continuo viaggio tra gli opposti, tra divertimento e logoramento, azione e riflessione, imprevedibilità e prevedibilità, ingenuità e genialità, ordine e disordine. Gio che si butta a terra fingendo di cadere per sbaglio. Gio che scrive ogni azione prima di farla. Gio che salva una lumaca dalla nonna che la vuole cucinare. Gio che, se gli chiedi se quello che ha in mano è un pupazzo o un lupo vero, risponde: «Pupazzo vero». Gio che fa lo sgambetto alle bambine solo per aiutarle a rialzarsi, far loro una carezza e chiedere: «Come stai?» Gio che: in Africa ci sono le zebre, in America i bufali, in India gli elefanti, in Europa le volpi, in Asia i panda, in Cina i cinesi. Che se passano dei cinesi ride e si tira gli occhi, anche se li ha già come loro. Che la più grande disputa è stata se il T-rex era carnivoro o erbivoro. Che le vecchie sono molle; e glielo dice proprio, a tutte quelle che incontra. Gio che se vede un cartello con scritto «Vietato calpestare l’erba» lo gira e poi la calpesta. Che se lo mandi di sopra a prenderti il telefono e chiedere a papà se vuole la minestra lui va da papà a chiedergli se vuole il telefono. Che dice faccio da solo e ti mando via, con nella voce un’incertezza che capisci che lo sta dicendo a se stesso, per farsi forza. Gio che non capisce perché la sua ombra lo segue, e di tanto in tanto si volta di scatto a vedere se è ancora lì. Gio era tutto, ma più di ogni altra cosa era libertà. Lui era libero in tutti i modi in cui avrei voluto essere libero io. Gio era tornato a essere il mio supereroe. E non avrebbe più smesso di stupirmi.” A. (classe seconda) ha portato questa gemma molto toccante. Immediato pensare al libro e al film Wonder (vi si fa riferimento anche nel trailer). Vorrei offrire un punto di vista diverso; leggo spesso il blog di una mamma, The princess and the autism. Scrive così nella presentazione: “Ciao! Benvenuti nel mio blog dove si parla di Ariel (la mia meravigliosa bimba di 10 anni che, tra le altre cose, è autistica), di Davide (il mio meraviglioso bimbo di 11 anni che, tra le altre cose, non è autistico) e di Baloo (il nostro cucciolo di barboncino nano che potrebbe essere essere autistico) e della sottoscritta, mamma in affanno ma sempre con determinazione. Cosa abbiamo di speciale? Niente! Siamo una famiglia “autistica” come molte altre, ma cerchiamo di vedere il bicchiere sempre mezzo pieno. Non illudetevi… di solito non sono di così poche parole!”. Sono veramente tanti gli spunti che offre, tante le riflessioni che partono da quanto scrive. E mostra un mondo in tutte le sue sfaccettature. Un esempio? Ecco quanto ha scritto il 17 ottobre: “Tu che non hai una figlia disabile, cosa ne sai della mia vita? Ti puoi permettere di tracciare confini ben definiti tra bianco e nero, le sfumature di grigio le lasci a Christian Gray e Anastasia Steel; di dividere il mondo in pensieri giusti e sbagliati e, ovviamente, quelli corretti sono solo quelli che corrispondono al tuo vissuto, gli altri non vengono nemmeno presi in considerazione. Tu cosa ne sai delle notti in bianco passate a pensare ad un futuro che potrebbe essere lontano, ma invece è già domani, mentre lei urla e si batte la testa? Sai quanto pesano le lacrime ingoiate sotto la doccia? Hai mai provato il dolore dei sussurri degli inizi, pronunciati alle spalle come fossero un gossip da rivista patinata: “Ha la figlia ritardata”? E l’indifferenza del quotidiano? Quante ore della tua vita perfetta hai passato in automobile? No, non per portare i figli a danza, calcio, judo o quel che è, ma per affidarli a professionisti che li aiutino a stare meglio o a essere più autonomi. Hai mai dovuto rinunciare al tuo lavoro o ad uscire con gli amici per stare con lei, perché sta avendo una brutta crisi? Ti sei mai sentito così stanco da voler scomparire? No, non andare via, ma dissolverti come il pulviscolo che filtra dalla finestra, farti assorbire dal materasso sul quale stazioni sveglia da ore, non muovendo un muscolo per paura che lei si possa svegliare? Tuo figlio piange nel sonno avvolto da incubi in cui lei scappa e non sa chiedere aiuto per tornare a casa? Porti sulla pelle le cicatrici della sua rabbia? E sul cuore quelle del suo dolore? Ti prego, non dividere il mondo in pensieri giusti o sbagliati, soprattutto quando non sai quando è stata l’ultima volta in cui una persona ha pianto. O riso.”
“Ho portato questo modellino: rappresenta mio zio che adesso viaggia molto e che quindi vedo poco. Lui è interessato ai modellini e mi ha trasmesso questa passione, oltre a supportarmi in tante situazioni e a farmi scoprire cose interessanti”
Questa è stata la gemma di F. (classe seconda). Ero qui, adesso, e stavo lasciando andare in giro i pensieri per capire come commentare questa gemma e gli occhi si sono posati su un oggetto della libreria. Gli ho fatto una foto, non penso di aggiungere altro…
“La canzone che ho scelto è Someone like you di Adele. Questa canzone mi fa ricordare quel periodo che per molti è stato di intralcio ma per me è uno dei ricordi più belli che ho. In quel periodo non si poteva uscire dai confini del proprio paese se non per lavoro, fare la spesa o per esigenze di salute. Per me non è stato un grosso problema non vedere i miei amici di scuola, che abitavano in un paese diverso dal mio, perché in qualche modo ogni tanto riuscivamo a vederci, anche se di rado. Data la scarsa presenza dei miei amici a casa mi sarei annoiata tutto il giorno, visto che non avrei avuto voglia di fare compiti tutto il giorno, per tutte le settimane, per tutti i mesi di DAD. Ma non mi sono annoiata, anzi, sono stata quasi sempre in compagnia; infatti quasi tutti i giorni uscivo con i miei vicini, che hanno rispettivamente 2 e 1 anno meno di me, ma ogni tanto c’erano altre persone del mio paese, che conoscevo già. Durante quei lunghi mesi di DAD abbiamo fatto moltissime cose: giocato a calcio, sradicato il boschetto, siamo stati in bici, siamo quasi stati denunciati dal proprietario del boschetto, e ci siamo divertiti molto. Con mio fratello non andava molto bene, litigavamo troppo spesso, ma quel periodo ci ha aiutato a riappacificarci. Finita la quarantena ognuno ha preso strade diverse: mio fratello ha continuato ad uscire con i suoi amici e i miei vicini ora sono in 2^, e 3^ media. La DAD non mi ha affatto aiutato per quanto riguarda la scuola, infatti preferivo e preferisco tutt’ ora la scuola in presenza. I miei voti non erano altissimi, anzi, piuttosto bassi”.
Questa è stata la gemma di S. (classe prima). Sto leggendo Cedi la strada agli alberi, un libro di poesie di Franco Arminio e mi sono imbattuto in questa:
Prendi un angolo del tuo paese e fallo sacro, vai a fargli visita prima di partire e quando torni. Stai molto di più all’aria aperta. Ascolta un anziano, lascia che parli della sua vita. Leggi poesie ad alta voce. Esprimi ammirazione per qualcuno. Esci all’alba ogni tanto. Passa un po’ di tempo vicino a un animale, prova a sentire il mondo con gli occhi di una mosca, con le zampe di un cane.
Sono alcune delle cose che vorrei portarmi dietro anche quando tutta questa emergenza sarà finita.
“Questi siamo io e mio papà, non ricordo quanti anni fa, e qui sono con mia mamma sopra la cupola del Duomo di Firenze: con entrambi ho un rapporto di amore e odio come penso in tutte le famiglie anche se su ognuno ha un effetto diverso. Io ho sempre voluto, metaforicamente, cercare delle mele da un pero; ultimamente, lavorando su me stessa, ho capito che non posso ottenere quello che una persona non è in grado di darmi ma prendere quello che può darmi e magari livellarlo e farlo diventare una mela. Per me è sempre molto difficile parlare della mia famiglia, dei miei trascorsi, però come gemma mi sento di condividere un’esperienza che può essere positiva ma anche estenuante in base a come la si vive per far capire che non dipende da quello che tu sei ma da come tu guardi le cose: in base a quello che tu hai bisogno per te stesso puoi vedere le cose in un certo modo, è una scelta che fa ognuno. In quest’altra foto sono insieme al cavallo che sto accudendo da sola; lui si è fatto male al posteriore sinistro e quindi non viene utilizzato per fare le lezioni. E’ stata la mia prima responsabilità da persona quasi adulta; sono abbastanza orgogliosa del percorso che sto facendo perché sembrava molto facile vedere gli altri fare, banalmente, il giro alla lunghina lunga, anche semplicemente medicare la ferita è stata abbastanza intrepida come sfida, ma è gratificante vedere i risultati che si ottengono quando si fatica per guadagnarsi qualcosa. Sono andati via tre mesi d’estate ma è una rinuncia che rifarei: con l’impegno si possono raggiungere i traguardi che uno si prefissa. Poi una foto di mia cugina, tre anni, un terremoto di bambina: ultimamente la vedo pochissimo perché ha cominciato l’asilo. Le poche volte che ci vediamo, in particolare il sabato sera a cena dai nonni, lei si appiccica a me come una cozza. Mi manca il suo rompermi le scatole, il pretendere che giochi continuamente con lei a far finta di preparare il tea. Mi piacerebbe molto vederla più spesso. Infine la foto di G. con uno dei miei due gatti: è una foto emblematica, il sunto di un intero pomeriggio. Sono la mia migliore amica e la mia fonte di affetto gattile.”
Uno dei più grandi fotografi al mondo, ormai scomparso da decenni, è sicuramente Ansel Adams. A lui è attribuita questa frase: “Non fai solo una fotografia con una macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito, e le persone che hai amato”. Ecco, penso che nella breve carrellata di foto proposte da A. (classe quinta) ci fosse un po’ tutto questo.
“Negli anni scorsi le mie gemme sono state molto più riduttive e molto più personali. Vi ho raccontato la storia dell’“Uccello Grifò” che mia nonna mi raccontava prima di andare a letto, vi ho raccontato della notte più bella della mia vita, della collana a forma di tartaruga con l’anello legato al laccio. Erano cose personali che riguardavano me: ci avevo lavorato per massimo una settimana. Quest’anno, invece, sto pensando alla mia ultima gemma ormai da mesi: volevo renderla più speciale, meno improvvisata, più comprensibile a tutti e soprattutto una gemma che non avrebbe ispirato solo me, ma anche magari altre persone. In questa foto (mostrata in classe) ci sono tante storie di cui vale la pena parlare, ci sono tante altre storie invece che riguardano l’altra parte della mia famiglia che non è ritratta qui ma volevo soffermarmi sulla storia di Laura, una ragazza che, pur non avendo nessun legame di sangue con noi, ha sempre fatto parte della nostra famiglia. Laura nacque a … nel …. Condivise i suoi primi anni di vita con sua madre e suo padre e poco tempo dopo anche con Sandra, sua sorella. Purtroppo le sorelle rimasero orfane di madre quando erano ancora piccole e il padre rimase profondamente traumatizzato dalla perdita di sua moglie talmente tanto che i suoi parenti decisero di prendere in custodia Sandra e lasciare Laura alla famiglia della madre. Caso vuole che Laura andò a vivere da sua nonna, sullo stesso pianerottolo di mia nonna in via …. Una piccola Laura andava a scuola, giocava nel cortile con mio zio, si divertiva e cresceva. Mia nonna andava a casa sua ad aiutare lei e sua nonna anziana e in compenso Laura, quando sua nonna dormiva, andava a casa di mia nonna a fare i suoi soliti pasticci. Una cosa che ricordano tutti bene di quei momenti è la voce alta e potente di quella ragazzina e le sue risate contagiose. Laura era innamorata dei miei genitori, ancora adolescenti quando lei era bambina. Li guardava come se fossero gli innamorati delle fiabe. Poi mia madre rimase incinta, i miei si sposarono e dopo qualche mese nacqui io, uno dei giocattoli preferiti di Laura. L’innamoramento di una bambina divenne presto ammirazione. Laura mi aveva dato un soprannome e penso che mi abbia chiamato pochissime volte con il mio nome vero. Mi ricordo le domeniche mattina passate alle riunioni condominiali a casa di sua nonna, i pomeriggi in cui disturbavo i suoi studi e quando arrivavano a casa sua i suoi parenti da…. Però poco dopo la nonna iniziò a non camminare più e Laura era l’unica persona che se ne poteva prendere cura. In realtà c’erano anche i suoi zii che potevano badare a lei, ma per un motivo o per un altro decisero di lasciare Laura e sua nonna da sole. Così la sua adolescenza la passò insieme alla nonna spingendola di qua e di là per la casa sulla sedia a rotelle, mentre nel frattempo si occupava delle faccende di casa, della spesa, del cucinare, dell’igiene della nonna, dello studiare, del vedere gli amici quando capitava e lavorare appena poteva. Diventò presto un’adulta a tutti gli effetti. La storia di Laura, per ora, sembra una storia di difficoltà passate con leggerezza, la storia di un’adolescente cresciuta più velocemente in maniera diversa dalle sue coetanee. Ma dobbiamo ricordare che quando sua sorella Sandra aveva bisogno di andare dal dentista, questa era accompagnata e seguita, Laura invece non ci è mai stata portata. Quando Sandra aveva problemi agli occhi, subito le venivano comprati gli occhiali, Laura ha dovuto prima guadagnarsi i soldi per poi andare a prenderli. Diciamo che il confronto le pesava un po’ ma non lo dava a vedere, si accontentava e cercava di impegnarsi al massimo per essere una persona migliore, per lei stessa e per chi le era attorno. Un giorno Laura si accorge che le persone che l’hanno cresciuta e che dicevano di volerle bene (come i parenti di … e altri zii) le nascondevano cose. Una di questi addirittura rubava la pensione alla nonna e le portava via anche gli ultimi ricordi fisici della madre di Laura. Non so perché la odiasse così tanto: litigavano, urlavano e Laura veniva a casa di mia nonna piangendo. Cercava aiuto dai miei nonni, dai miei zii, e infine dai miei genitori. Un litigio in particolare cambiò radicalmente la vita di Laura. Era il … e ricevette un’aggressione da parte della parente che la odiava e suo figlio. Ricordo mio padre e mio zio che andarono a soccorrerla e la portarono in pronto soccorso. Sporsero denuncia. Anche la sua parente sporse denuncia: maltrattamento e aggressione verso la nonna erano i capi di accusa. Laura cercò di capire se la nonna avesse acconsentito a questa denuncia e scoprì che anche la persona con cui aveva condiviso la sua vita le aveva voltato le spalle. Ricevette anche un ordine restrittivo nel quale non poteva più avvicinarsi alla nonna. Praticamente non poteva nemmeno andare a trovare i miei nonni. Laura rimase sola. La sera dell’aggressione venne a dormire a casa nostra. Pensavo che sarebbe capitato un’altra volta o due, mai mi sarei aspettata che avremmo comprato un armadio e un letto solo per lei. Laura era diventata a tutti gli effetti la sorella minore dei miei genitori e una sorella maggiore per me e mio fratello. Per i primi tempi la situazione per lei è stata difficile, piangeva e si sentiva abbandonata, ma dopo qualche tempo il sorriso le tornò di nuovo in volto. Mi ricordo quando una mattina stava parlando con mia mamma sul divano, erano una accanto all’altra. A un certo punto mia madre si alzò e fece il giro del divano per andare a prendere una cosa nell’altra stanza: solo dopo un’oretta di chiacchierata si era accorta che il trucco dell’occhio che non riusciva a vedere dal suo posto sul divano era tutto completamente sbavato. Mi ricordo quando io e lei andammo a yoga insieme, o la cameretta e il bagno messi sotto sopra poco prima che lei uscisse di casa. Mi ricordo anche quando aiutò mia madre a mettere la spesa a posto e, nel tentativo di salvare un uovo che si stava per spiaccicare sul pavimento, gli diede un calcio. Inutile descrivere il pasticcio che aveva combinato sui mobili e le strisce di tuorlo finite sulla lavatrice. Laura era davvero al centro delle nostre giornate ed era davvero il sole in casa nostra. Nel … il locale in cui lavorava da anni chiuse, lei non sapeva più cosa fare e dove andare, di nuovo si sentì abbandonata, ma vide una luce: fece i bagagli e partì per la …, senza sapere niente della lingua, cultura o di come avrebbe vissuto una volta arrivata lì. Poi tornò in Italia e dopo qualche tempo partì per …. Quante lacrime versammo insieme… Ora Laura è libera dal suo passato, è libera da ogni cosa che le era stata imposta e dalle persone che era costretta a frequentare. È una donna adulta e sono molto felice di considerarla come una sorella. Ci vediamo praticamente solo d’estate quando entrambe andiamo a trovare i miei nonni e passiamo tanto tempo a parlarci: lei mi ha sempre aiutata quando io avevo problemi e io ho sempre cercato di farle capire quanto questo fosse importante per me. Ora non mi dà più fastidio il mio soprannome, anzi, mi preoccupo se lei mi chiama per nome. So che detto da me può sembrare poco, ma sono davvero orgogliosa di tutto ciò che lei è riuscita ad ottenere dal nulla da cui era partita. Il suo obiettivo di ora? Farsi un intervento ai denti per riparare al danno della negligenza dei suoi famigliari di quando era ancora piccola. Laura a volte mi manca, soprattutto quando mi vengono in mente i suoi abbracci e le sue grida di gioia quando ci vede. Mi viene ancora da piangere quando ripenso a quando ci siamo salutate questa estate prima che io partissi: ho dovuto farle forza perché singhiozzava a non finire anche se avrei voluto singhiozzare pure io, ma forse più forte. Io la vedo come un esempio da ammirare e seguire: una ragazza che dal niente, con l’aiuto di poche persone, si è costruita il suo sentiero ed è diventata la splendida donna che è in questo momento. Ti voglio bene Laura, ci vediamo presto.❤”
Questa la gemma di G. (classe quinta). Ho utilizzato nomi di fantasia e fatto piccolissime modifiche al testo per non rendere riconoscibili persone e luoghi. La gemma è già molto lunga e ricca di suo. Mi sento di aggiungere un’unica piccola frase di Charles Peguy: “È sperare la cosa più difficile. La cosa più facile è disperare, ed è la grande tentazione”.
“Ho deciso di portare questo insieme di disegni che per me rappresenta la mia gemma. Si tratta di bigliettini sui quali mia sorella mi ha dedicato quei 5 minuti tra una lezione e l’altra. Li conservo nella cover del telefono e dell’iPad per portarli sempre con me e per ricordarmi della felicità che anche le piccole cose possono dare: a volte nascondono un significato immenso. Li reputo i miei portafortuna, senza i quali probabilmente andrei male nelle verifiche o interrogazioni. A prova di questo, all’interno della cannuccia della penna che utilizzo per svolgere i compiti in classe, ho incastrato l’origami inferno-paradiso, sempre fatto da mia sorella. Abbiamo 5 anni di differenza, non parecchi, e a volte hanno causato dei litigi non indifferenti. Con il tempo tuttavia abbiamo imparato a stare insieme, ad imparare dai nostri sbagli e cosa più importante di tutte, a chiedere scusa”.
Ecco la gemma di G. (classe terza). Lascio qui il videoclip di Ti voglio tanto bene di Gianna Nannini, una canzone che può valere per i rapporti in famiglia, per le amicizie… Mi emoziona
“Ho portato un peluche che mi ha portato mia zia quando ero piccola e lei ha sempre viaggiato molto: quando ero più piccola era in Messico, poi è andata a Barcellona, dove è andata di nuovo ora. Per me questo peluche è molto importante, anche se è soltanto un peluche, perché mi ricorda di mia zia: anche se non la vedo ho un legame molto forte con lei.” E. (classe seconda) ha portato in classe un peluche, uno di quegli oggetti che hanno il delicato ma fondamentale compito di farci sentire vicino chi è fisicamente lontano. Mi è venuto in mente un libricino di Richard Bach (si sta pochissimo a leggerlo) dal titolo Nessun luogo è lontano. Contiene questa frase: “Nessun luogo è lontano. Può forse una distanza materiale separarci davvero dagli amici? Se desideri essere accanto a qualcuno che ami non ci sei forse già?”.