Pubblicato in: Storia

20 anni fa: Sarajevo

Ero in quarta liceo. Me lo ricordo ancora. Ma lascio spazio ai ricordi di Azra Nuhefendić, che quelle situazioni le ha vissute sulla propria pelle. Io qui ne metto uno stralcio. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso: qui.

laurent-van-der-stockt.jpg“Persino il giorno dopo il primo attacco su Sarajevo, tra il cinque e il sei aprile 1992, continuavo a dubitare. E così come me molti vicini, amici, colleghi, familiari.

Attaccarono Sarajevo la notte del cinque aprile 1992 con l’intenzione di dividere la città in due. Per tutta la notte ci bombardarono pesantemente, su di noi si abbatté una fitta pioggia di proiettili che andavano a colpire i sottili muri dei palazzi moderni, udivamo gli assalitori che si urlavano tra di loro secchi ordini: “Di qua”, “là”, “avanti”, “indietro”

Nei successivi giorni di aprile si alternarono gli attacchi, più frequenti durante la notte, con sporadici spari durante il giorno. In città arrivarono i primi giornalisti stranieri. Non meno confusi di noi, giravano in gruppo, cercando i fatti, la guerra.

Si tiravano via dalle porte e dalle cassette della posta le targhette con i nomi, non volevamo essere identificati, essere divisi, volevamo rimanere uniti e insieme difendere la casa e la città.

I bombardamenti si fecero sempre più forti, gli spari durante il giorno più frequenti, gli aerei militari volavano a bassa quota rompendo il muro del suono. Cercavano di spaventarci. Nei negozi di generi alimentari presto non c’era più niente da comprare, quello che non era stato venduto veniva saccheggiato. Nei mercati di frutta e verdura l’offerta scarseggiava.

Anche a casa nostra l’unico argomento che ci interessava, non si toccava. Ci pensavamo, certamente, ma non parlavamo dei nostri tormenti. Per paura, scaramanzia, sperando che non fosse vero e che sarebbe passato presto, che i nostri sospetti erano infondati.

Vicino all’aeroporto l’autobus fu inghiottito da quella massa di gente in fuga. Non potevamo muoverci. Eravamo fermi e circondati. La tensione era altissima, tra di noi dentro e tra la gente che premeva da fuori. Cercavano di entrare perché l’autobus era l’unico modo per raggiungere l’aeroporto, la via di uscita. Tanti urlavano, ci minacciavano, alcuni davano colpi all’autobus, alcuni si aggrappavano con le mani al bordo dei finestrini, c’erano delle madri che alzavano i bambini verso i finestrini supplicandoci di lasciare entrare almeno i più piccoli. Nell’autobus qualcuno piangeva, altri erano spaventati e si coprivano gli occhi con le mani per non vedere quelle scene, altri si piegavano sotto i finestrini per nascondersi dagli sguardi di quei disperati o per proteggersi.

Lasciai Sarajevo quella stessa sera, tardi, con un piccolo aereo militare che aveva portato da Belgrado dei medicinali. Nel velivolo fragile che dondolava, si udivano le esplosioni e gli spari provenienti dalla città. Quel rumore sarebbe rimbombato nelle mie orecchie per i quattro anni successivi, 1427 giorni di assedio a Sarajevo, il più lungo nella storia moderna d’Europa.”

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, musica

Sono Giuda

Scaccia. Gesù e Giuda.jpg

Non c’è niente da fare. Il giovedì santo spesso e volentieri penso a Giuda. Canta Venditti:

“Signore sono Giuda, il tuo vecchio amico, parlo dall’inferno non dal paradiso. Scusa se disturbo, se ti cerco ancora, io ti sto…io ti sto aspettando. Oggi come allora ero solo un uomo, ora un uomo solo. E mi grido dentro tutto il mio dolore, l’ho pagata cara la mia presunzione, io volevo solo, io volevo solo essere il migliore. Ora sono qui, ultimo tra gli uomini, a portare ancora tutte le spine della tua corona. Perdonando me liberi anche te dalla solitudine, scusa se ti cerco, se ti invoco ancora, io ti sto aspettando oggi come allora. Ora devo andare nel buco nero spaziotemporale, nella certezza della dannazione, nel buio freddo dell’umiliazione. Che sarà di me? Che sarà di te? Dimmi mio Signore, dimmi mio Signore: l’ho pagata cara la mia presunzione. Io volevo solo essere il migliore, io volevo solo essere il migliore”.