Pubblicato in: Etica

Continuare a essere se stessi

Ho trovato su Internazionale questo articoletto di Claudio Rossi Marcelli molto interessante. Fanno riflettere anche gli interventi a commento riportati in coda all’articolo originale.

vauro disabili.jpg“Sfido chiunque a negare di sentirsi a disagio di fronte a un handicappato”, scrive Massimiliano Verga, papà di un bambino molto malato, in Zigulì. Pensavo che non soffermare lo sguardo fosse la cosa più rispettosa da fare. Ma, secondo lui, chi si volta di scatto non è così diverso da chi fissa suo figlio: le due reazioni esprimono lo stesso malessere. Quello che si deve evitare è ridurre l’identità di un individuo alla sua disabilità.

Non esistono i down o gli autistici, ma solo persone affette da questi disturbi. Cercate di fare amicizia con il bambino, la sua personalità conta più della sua condizione. Ricordo l’intervista a una donna tedesca in sedia a rotelle che aveva scelto di vivere in Italia: “Ma come, signora, un paese pieno di barriere architettoniche, senza infrastrutture per i disabili”. Lei però si trovava bene. “Nell’efficientissima Germania non mi degnano di uno sguardo. Qui sono ricoperta di attenzioni, tutti vogliono sapere cosa mi è successo. Mi sento amata e coccolata”. La condizione di disabilità cambia a seconda di chi la vive.

“È difficilissimo restare noi stessi di fronte a un disabile”, scrive Verga. “L’unico modo per ridurre il disagio è fare in modo che il disabile possa continuare lui a essere se stesso. Ed è forse una regola che andrebbe adottata con chiunque”.

Pubblicato in: Etica, Filosofia e teologia

Questa fragile e tenace volontà di capire

«Postulare che l’uomo (ogni uomo) abbia come vocazione essenziale la conoscenza, la conoscenza di Augé.jpegciò che è, la conoscenza di chi è, non significa assegnargli un ideale irraggiungibile, ignorare le condizioni materiali e affettive che possono garantirgli il benessere e talvolta la felicità: significa ricordare la parte di umanità generica di cui siamo tutti portatori, e l’esigenza etica e critica che ne consegue» (Marc Augé, da Futuro)

Posto un articolo di Paolo Perazzolo, in cui si parla di conoscenza, di scienza, di viaggi, di incontro con l’altro, di solitudine, di tempo, di ciclismo. A me è piaciuto molto. Buona lettura

“Marc Augé ama definirsi un testimone dei nostri tempi. Tale è stato ed è, a tutti gli effetti. La modalità che ha scelto, per assolvere a questa vocazione, è stata quella del viaggio. Dapprima le sue mete furono quelle tradizionali per tutti gli etnologi ed antropologi: l’Africa con le sue tribù ancora immerse in un passato ancestrale in cui la forza del mito e del rito si manifestava in tutta la sua purezza. Fatto ritorno in Occidente, ebbe la geniale intuizione di applicare le medesime categorie e lo stesso sguardo anche alla nostra società contemporanea “evoluta”. Infilandosi, ad esempio, nelle nostre metropolitane. Con esiti straordinari. A lui dobbiamo ad esempio l’idea del non-luogo, quegli spazi, dagli aeroporti ai centri commerciali, in cui tanti individui si sfiorano e vengono in qualche modo a contatto fra di loro, senza tuttavia mai incontrarsi e conoscersi davvero.

Ancora, a lui va attribuita la consapevolezza che la nostra epoca, in conseguenza di un’accelerazione senza precedenti rispetto alle categorie fondamentali di spazio e tempo, ha dei tratti del tutti peculiari. Di qui il neologismo, da lui coniato, di surmodernità, una società caratterizzata da un eccesso, una sovrabbondanza, un bombardamento di tempo, di spazio e di ego al quale è difficile dare una forma dotata di senso. Leggere i libri di Augé equivale davvero a intraprendere un viaggio, nel quale si è chiamati a tenere ben aperti gli occhi, in modo che la realtà si dia a noi senza mediazioni e al di là dei nostri pre-giudizi. Accade ad esempio con il recente Futuro (Bollati Boringhieri), densissimo saggio sul tempo e sul nostro modo di rapportarsi ad esso, o con Per strada e fuori rotta (stesso editore) in uscita in questi giorni, “Diario settembre 2008 – giugno 2009” in cui dà conto delle sue ultime esplorazioni.

C’è un tema sul quale il grande etnologo negli ultimi anni sta sempre più concentrando la sua riflessione: quello della conoscenza. Sembra quasi che in essa, e nel viaggio come modalità conoscitiva, egli stia ravvisando la strada che dobbiamo intraprendere per risolvere i nostri guai, uscire da una crisi vasta e complessa. Non è dunque casuale che la sua relazione al Festival della mente di Sarzana, sabato primo settembre, si intitoli proprio “La priorità della conoscenza”, nel quale denuncerà un doppio rischio: un divario sempre più crescente fra un’aristocrazia planetaria del sapere e una massa di semplici consumatori, da una parte, e l’arroganza intellettuale di chiunque voglia imporre le sue convinzioni all’umanità.

Professor Augé, perché la speranza dell’umanità si fonda sulla conoscenza?

«Il mio pensiero è che la conoscenza, l’impulso verso di essa, sia la sola realtà che possa dare un senso alla nostra vita. In Futuro scrivo: “Io che cosa sono, se non questa fragile e tenace volontà di capire? La coscienza comune di questa tensione profonda definisce il più alto grado di sociabilità, il rapporto più intenso con gli altri, l’incontro”. Ora, così dicendo non intendo affatto contrapporla alla dimensione affettiva delle persone. Semplicemente, mi sembra che, se la comunità degli uomini nel suo insieme fosse animata dall’aspirazione a migliorare la nostra conoscenza in ogni settore, le relazioni ne guadagnerebbero. La scienza, quella autentica, è umile. Non ha nulla a che fare con lo scientismo. La sua storia è quella di un movimento progressivo, sempre soggetto agli errori e sempre aperto alle correzioni e alle rettifiche, delle frontiere dell’ignoto. Pur reggendosi sulle conoscenze già acquisite, la scienza non le considera mai definitive. E fondandosi sull’evidenza, sull’osservazione e la verifica dell’esperienza, mette continuamente in discussione le nozioni di verità e totalità. Procede per ipotesi e si accontenta di spostare, passo dopo passo, i confini del non noto. Sono convinto che potrebbe fungere da modello per i nostri comportamenti, in ogni campo. Per assumersi questa funzione, la scienza deve riflettere e avere coscienza delle proprie finalità e degli effetti del suo operare».

Come è possibile allargare l’orizzonte di conoscenza, di sé e degli altri?

«Penso che sia interessandosi agli altri che si impari a conoscere se stessi. Cercare di conoscere l’altro da sé, significa mettere alla prova la relazione – fra un individuo e gli altri – che sta al centro dell’identità sociale, ma anche personale. Migliorare questa conoscenza significa abbandonare l’isolamento, sia per quanto riguarda me stesso, sia per quanto riguarda gli altri».

E quale ruolo va attribuito alle tecnologie in questo discorso?

«Hanno senza dubbio un impatto impressionante, ma possono creare un mondo artificiale, portandoci a confondere i fini con i mezzi, il virtuale con il reale. I rischi connessi al potere – questa perversione insita come possibilità in ogni relazione – sono sempre presenti nelle applicazioni della scienza».

Veniamo a un’altra questione centrale del suo pensiero, il viaggio. Può stimolare la nostra conoscenza? E cosa significa viaggiare? Non credo sia identificabile con il turismo di massa…

«Le esplorazioni sono sempre state importanti nella storia dell’umanità, ma l’Occidente ha sempre mancato l’incontro con l’altro, perché chiuso nella sua presunzione di superiorità. Viaggiare è essenziale, ma difficile. L’etnologo è un viaggiatore professionista che cerca di capire gli altri e di confondersi con loro. Quando viaggia gli tocca sperimentare anche il significato della solitudine. Viaggiare, oggi, non significa per forza percorrere lunghe distanze, per poi scoprire che tutto si assomiglia; significa invece imparare a guardare con i propri occhi lo spettacolo di ciò che non viene imposto né proposto. Qui o là, vicino o lontano, non importa. L’organizzazione del mondo globalizzato rende l”impresa ardua».

Mi sembra che una delle questioni centrali del suo pensiero sia quella della relazione, del rapporto fra un individuo e gli altri, nella dimensione sociale. Non crede che, dopo aver parlato di non-luoghi e non-tempi, sia venuto il momento di parlare anche di non-relazioni? Lei stesso poco fa accennava al fatto che Internet e i social network, ad esempio, pur avendo molti aspetti positivi, tessono una rete di relazioni artificiali…

«È il punto centrale. È paradossale che, proprio nell’era della comunicazione, rischiamo di perdere la relazione… Crediamo di conoscere solo quando riconosciamo una cosa come familiare. L’unica cosa che posso dire è che le due componenti fondamentali dell’esistenza simbolica – lo spazio e il tempo – sono indispensabili alla vita sociale. Trascurarle o ignorarle non può che portare a patologie distruttive».

Il mondo è sempre più piccolo, mai abbiamo avuto a disposizione così tanti mezzi di comunicazione, eppure la solitudine dilaga…

«Sono molte le cause della solitudine e dell’isolamento. Nei Paesi sviluppati, sia le nuove forme di lavoro (a tempo, precario) sia la disoccupazione hanno creato nuove paure. È quando l’avvenire immediato si fa incerto che la solitudine fa sentire i suoi morsi. Se ci spostiamo su scala mondiale, sono evidenti le forme di disuguaglianza, destabilizzazione e totalitarismo che alimentano la rivolta o la disperazione».

Lei dice che abbiamo perso la coscienza del passato e del futuro e ci siamo imprigionati in un immobile presente. Cosa abbiamo perso, perdendo il passato e il futuro?

«Il presente non esiste: è il nome che diamo al passaggio incessante dal passato al futuro. Però è vero che lo sviluppo tecnologico tende ad accelerare il tempo e a ridurre lo spazio: ubiquità e immediatezza appaiono come l’ideale promosso dal progresso tecnologico e, addirittura, come valori in sé. Gli esseri umani sanno, tuttavia, che fuori dai fondamenti simbolici della vita individuale – lo ripeto: lo spazio e il tempo – c’è solo illusione».

Quest’epoca dominata dagli eccessi di tempo, spazio ed ego – che lei ha definito surmodernità -, all’interno della quale l’uomo fatica a dare un senso e una forma alla rapida sequenza di fatti e informazioni e tende a chiudersi nei confini dell’io, è un destino ineluttabile?

«Non credo alla fatalità ma, contrariamente a quanto fanno gli uomini, la storia si prende il suo tempo. Anche se il tempo accelera, la storia condanna ancora i mortali, rivelando come utopie i loro progetti più modesti, nonché quelli più ambiziosi. Questa constatazione è al tempo stesso frustrante e incoraggiante. Il tempo attuale è probabilmente il tempo dell’eccesso, ma occorre fare attenzione al fatto che siamo sulla terra esposti in maniera molto diversa alle ricadute nelle illusioni che suscitano queste diverse forme d’eccesso. Un campo immenso e altrettanto aperto alla riflessione e all’azione politica».

Un’ultima domanda: andare in bicicletta è il simbolo di una nuovo stile di vita?

«Andare in bicicletta consente concretamente di praticare lo spazio e il tempo. Lo spazio, ovviamente: non dimentichiamo, soprattutto in città, che al ciclista si offrono itinerari alternativi e scorciatoie. Un po’ di libertà in un mondo inquadrato. Quanto al tempo, il ciclista lo sperimenta in varie maniere, facendo leva sul suo polpaccio. Mette alla prova la sua forma fisica e così prende coscienza della sua età. Non ci si dimentica mai l’arte di pedalare. E questa esperienza riporta il ciclista ai ricordi d’infanzia. La filosofia del ciclista è una forma di resistenza simbolica – sempre lo spazio e il tempo! – all’ideologia del presente».”

Pubblicato in: arte e fotografia, Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia

Morire senza Cielo

313a3.jpg


Salvador Dalì, Cristo di san Giovanni della Croce, 1951, Glasgow.

“Il Cielo non si trova né in alto né in basso, né a destra né a sinistra, il Cielo si trova esattamente al centro dell’uomo che ha Fede…Ora io non ho ancora la Fede e temo di morire senza Cielo” (Salvador Dalì)