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Vestiti e cultura

Di buon auspicio per l’anno scolastico alle porte…

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Corse troppo brevi

L’altroieri guidavo tra Dobbiaco e Misurina e parlavo con mia moglie dopo aver incrociato una colonna di motociclisti: “Mi piacerebbe guidare una moto, ma penso che ci passeggerei, godendomi le emozioni, l’aria, il paesaggio”. Oggi ho letto questo articolo di Ferdinando Camon…

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“Oggi ho, finalmente, la risposta, ed è quella che mai avrei voluto avere. Sono anni che, passando in auto per le strade della Val di Zoldo, dove sta il centro delle Dolomiti proclamate Patrimonio dell’Umanità, incrocio motociclisti con targa austriaca, tedesca o italiana. Su moto di grossa cilindrata, sovraccariche di trofei, con un ospite sul sellino posteriore che non si capisce come stia in equilibrio su quello spigolo, mi sorpassano da dietro in curva cieca, invadendo la corsia opposta, senza ch’io li veda arrivare, o mi piombano addosso da davanti, piegandosi in curva fino a sfiorare l’asfalto col ginocchio, come fanno Lorenzo e Stoner. Anni fa avrei detto Valentino Rossi, ma sic transit gloria mundi. Ogni volta mi chiedevo: Ma non rischiano troppo? Cos’hanno inventato i giovani, un nuovo modo di morire? Oggi vedo le statistiche, e vorrei non vederle: da aprile, su queste strade, sulle strade di questa sola regione, sono morti 60 motociclisti. Se per ogni incidente si calcolano altri tre o quattro feriti gravi, si ha la misura del fenomeno. È una strage continua. Il “Corriere del Veneto”, supplemento regionale del “Corriere della Sera”, ci dedica due paginoni e ci mette a corredo una interminabile sfilza di foto-tessera, le facce dei morti. È una sparata di volti ridenti o sorridenti: volti giovanili, di ragazzi, vedo soltanto uno di 52 anni, uno di 50, uno di 56. Sono all’acme della vitalità. Della loro vitalità fa parte la velocità. Muoiono per eccesso di velocità, quindi per eccesso di vita. Non importa se nello scontro la colpa è dell’altro (l’autista tende a “non vedere” la moto, o a vederla tardi), resta il fatto che se questi andassero più piano, resterebbero qui, con me, a guardare costernati questa parata di motociclisti uccisi dalla moto. Il mondo giovanile crea questo nuovo fenomeno: la passione per la moto, la scelta di moto potenti e veloci, e l’uso al limite della sicurezza e molte volte oltre il limite. La gioia del guidare una moto sta nell’essere sempre in fase di sorpasso. È un vantaggio, arrivi prima. Una volta, quando scoppiava il boom delle auto, correva una battuta: “Vieni subito o prendi l’auto?”. Adesso la battuta si può aggiornare: “Ti devo aspettare, o hai il motorino?”. Il motorino sta alla città come la moto alle strade: corre sempre sulla mezzeria, quella è la sua corsia preferenziale. Se parli con i giovani (io ci provo, s’impara sempre qualcosa), ti spiegano che il vero viaggiare è in moto, non in auto. Perché in moto senti l’aria, vi penetri come un missile. E perché in moto senti la strada, i dossi, le curve. In auto non senti niente. La giovinezza è sempre in cerca di emozioni, e la velocità su due ruote dà i brividi. Il brivido è il sale della giornata. Se hai viaggiato sentendo i brividi, all’arrivo sei contento. Il secondo passeggero, quello seduto sul sedile posteriore che spesso è una fettina di sedile, sopraelevata, con una corda per aggrapparsi con le mani alla quale non ha senso aggrapparsi con le mani, che dunque spesso si avvinghiano alla cintura del guidatore, il secondo passeggero deve accompagnare tutte le manovre di guida spostando il proprio peso, e dunque non è un passeggero, come in auto o in aereo, ma un secondo pilota, un co-pilota. Abituati a stare sempre in fase di sorpasso, i motociclisti non scelgono più se sorpassare o no, loro sorpassano comunque, e non scelgono se a destra o a sinistra, per loro una parte vale l’altra. Il motto di Kerouac, “Andare sempre e non importa dove”, un motto infausto che ha rovinato un paio di generazioni, loro lo cambiano e se lo adattano, “Correre sempre e non importa perché”. È come se alla domanda: meglio vivere o correre?, rispondessero: correre. Questo mezzo centinaio di facce bambine o appena adulte che mi guardano dal giornale dicono di no, meglio vivere. Ma il loro modo di dire “correre” era un urlo, il modo di dire “vivere” è il silenzio.”

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Medicina e sperimentazioni

Per soldi? Per disperazione? Per fame? Perché non c’è altra via? Per speranza? Sono le domande che mi sono venute alla mente alla lettura di questo articolo di Stefano Vecchia.

cavia-umana(1).jpg“L’India ammette ufficialmente le morti dovute alla sperimentazione di nuovi farmaci e promette regole più rigide a salvaguardia delle “cavie” per le multinazionali farmaceutiche. È stato lo stesso ministro per la Sanità del governo di New Delhi, Ghulam Nabi Azad, a comunicare che un gran numero di decessi registrati negli ultimi anni è dovuto a una serie di patologie, anche tumorali, collegate alla somministrazione di medicinali a scopo sperimentale e ai loro effetti collaterali. In particolare, il riferimento è a 668 casi di morti per Sae (Serious adverse events, Eventi negativi seri) durante test clinici effettuati nel 2010 e i 438 casi del 2011, a cui vanno aggiunti i 211 casi del primo semestre di quest’anno. Un totale di 1.317 episodi per i quali è stata accertata con sicurezza in almeno una quarantina di casi la responsabilità dei medicinali somministrati. Da anni l’India è campo di manovra per le compagnie farmaceutiche multinazionali e le loro consociate o controllate locali. Oggi, tutti i test sono obbligatoriamente registrati dal Consiglio indiano della ricerca medica. Solo di recente, però, il consenso alla sperimentazione da parte di volontari include la clausola che chi vi si sottopone possa godere di cure mediche e di compenso in denaro in caso di danni connessi ai medicinali presi o di decesso. Compensi, tuttavia, lasciati “alla buona volontà” delle aziende farmaceutiche e finora strappati con difficoltà, ancor più nel caso di pazienti anziani, soli o con patologie dubbie. Di recente, tuttavia, l’Organizzazione centrale per il controllo degli standard del farmaco ha proposto, per la prima volta, una formula di risarcimento. Per i decessi avvenuti finora, i risarcimenti individuali elargiti da parte di una decina di colossi farmaceutici si aggirano intorno all’equivalente di una cifra compresa tra i 1.500 e i 15mila euro. Quelli concessi alle famiglie vanno da 2.300 a 3.500 euro. Tutti, comunque, sono stati ottenuti con grande difficoltà. Uno studio – i cui risultati sono stati diffusi solo scorso anno – ha mostrato come dal 2005 la crescita esponenziale dell’industria del farmaco in India ha coinvolto nella sperimentazione oltre 150mila persone in almeno 1.600 test clinici. Tra il 2007 e il 2010 – afferma il rapporto – sono almeno 1.730 le morti registrate durante i test o ad essi successive.”