Cellulare d’India

A proposito di globalizzazione fondo in un unico post due articoli presi da DevelopingReport che si occupa dei paesi del Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica).

Nelle rappresentazioni fotografiche dell’India da qualche anno è apparso un nuovo 4-Mobile-invaders.jpegprotagonista: il cellulare. E’ molto difficile infatti girare per le strade indiane e non accorgersi di quanto il telefonino si sia radicato nella quotidianità di più di un miliardo di persone. A possederlo non è solo la nuova classe media ma anche i più poveri, in una nazione dove il 40 per cento della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. Secondo i dati ufficiali le utenze nel Paese sono ormai più di 911 milioni e il mercato pare in continua espansione: nel mese di febbraio sono stati registrati oltre 7,4 milioni di nuovi utenti. Il boom delle utenze è avvenuto nel 2010 quando in media ogni mese venivano stipulati 19 milioni di nuovi contratti, una vera rivoluzione.

I numeri di cellulare in India potrebbero “finire” entro metà del prossimo anno. E’ quanto ha reso noto Rajan Mathews, direttore generale di Cellular Operators Association of India spiegando che gli utenti della telefonia mobile nel Paese presto raggiungeranno quota un miliardo. La soluzione che potrebbe essere adottata è aumentare di una cifra i futuri numeri telefonici assegnati, ma, secondo quanto sostenuto dal Times of India, il dipartimento delle Telecomunicazioni sarebbe ancora alla ricerca di soluzioni alternative. L’Autorità regolatrice delle telecomunicazioni ha diramato alcune direttive tra cui quella di riutilizzare i numeri degli utenti inattivi.

Turchia d’Africa

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La più grande moschea di tutto l’emisfero australe si trova in un paese in cui i musulmani rappresentano il 2% dell’intera popolazione. E tale costruzione è l’edificio religioso più grande di quel paese. Sto parlando del Sudafrica, della strada fra Pretoria e Johannesburg, dove da poco è stata inaugurata Nizamiye: quattro minareti di 55 metri, una cupola da 24 metri di diametro, tre anni di lavoro e annessi una scuola, un bazar, un centro sportivo e una clinica chiesta da Mandela. Si tratta di una replica della moschea del 16esimo secolo di Selimiye che si trova nella città turca di Edirne, protetta dall’Unesco; non è un caso che all’inaugurazione abbiano partecipato il ministro dell’economia turco Caglayan e diversi imprenditori turchi. La Turchia sta cercando proprio in Africa nuovi spazi di influenza e nuovi mercati. Il presidente sudafricano Jacob Zuma ha affermato che il tempio servirà a promuovere la tolleranza fra le diverse religioni.

Una medicina dal volto umano

Gianni Bonadonna è un oncologo a cui un ictus ha fermato la possibilità di operare ma non di pensare. In un’intervista di Sara Gandolfi, su Sette, afferma:

Cosa significa essere un buon medico?

bonadonna07.jpg«La medicina è nettamente cambiata nel corso degli ultimi decenni grazie alle nuove tecnologie. Oggi il medico ha a disposizione un vasto campo di trattamenti farmacologici e quelli chirurgici si fanno più audaci. Avanzamenti tecnologici che però hanno creato miti e illusioni: al medico il mito di essere diventato onnipotente, al pubblico l’illusione che per ogni malattia ci sia un rimedio per guarire, subito. La medicina deve tornare a essere umana. È tempo di iniziare a insegnare sin dall’università a entrare nel mondo delle malattie come sono vissute dai pazienti. L’obiettivo principale della professione medica rimane quello di rendere un servizio all’umanità. Facendo tesoro degli errori passati e presenti, dovremo riconsiderare che abbiamo a che vedere con esseri umani e non soltanto con molecole.

Cosa ha il diritto di chiedere un paziente?

«Il malato ha il diritto di conoscere e decidere, di autodeterminare le proprie scelte. Il medico deve rispettare i diritti del paziente senza atteggiamenti autoritari e paternalistici, fornire con tatto e sincerità gli elementi necessari perché il malato partecipi con maggior consapevolezza alle procedure di diagnosi e cura e, quando richiesto, a uno studio terapeutico. La medicina per i clinici come per i pazienti deve restare un’arte, un modo d’incontrarsi e dialogare tra persone, non un contatto accidentale e frettoloso».

Per “mettersi nei panni” di un paziente, un medico deve ammalarsi?

«Non necessariamente. Ci sono medici più sensibili. Il medico deve saper infondere al malato fiducia per le cure che gli somministra, speranza di guarigione e soprattutto fargli sentire che non lo considera solo un numero ma una persona a tutto tondo. Un bravo medico non fa sentire abbandonato il malato, l’attenzione e l’ascolto sono una grande cura. Alcuni medici lo sanno: dai pazienti imparano il significato della vita, capiscono il peso della sofferenza».

È il medico o il paziente che deve decidere “quando fermarsi”?

«Il medico deve informare con tatto il paziente quando non vi è più possibilità di alcun trattamento efficace. In questo caso farlo vivere nel modo più dignitoso possibile è un atto di umanità, evitandogli l’accanimento terapeutico, cure inutili, le sofferenze evitabili. È l’alleanza medico-paziente che farà prendere la decisione corretta».

L’inferno in terra

Quello che posto è un articolo di Ettore Mo, scritto per Sette. E’ un pezzo duro e crudo che parla di prostituzione infantile, di ricatti, di donne colpite dall’acido…

infanzia,india,prostituzione“”L’India è uno dei quattro Paesi più pericolosi del mondo per le donne”. Questa è la conclusione cui è giunto un team di scienziati ed esperti al termine di un’ampia e meticolosa inchiesta sulle condizioni socio-economiche del Paese. Affermazione che non manca di sorprendere, se si tiene conto che le tre più alte cariche dello Stato (presidente, primo ministro e speaker della Camera) fino a poco tempo fa erano in mani femminili, mentre è una donna il capo dell’opposizione. Ma esiste veramente un “campo” dove il fatto di essere donne e, come tale, esercitare la professione “più vecchia del mondo” comporta paure, rischi e pericoli che qui appaiono ancor più gravi che altrove: per cui non esiterei a includere il Bangladesh tra i quattro Paesi che costituiscono una perenne minaccia per il gentil sesso. E per conoscerlo meglio ho fatto un pellegrinaggio dal quartiere a luci rosse di Faridpur ai luoghi d’incontro della città di Daulatdia fino a quell’incantevole eremo che è l’isola di Bania Shanta, interamente popolata da prostitute. Non è quindi fuori luogo sostenere che il mercato del sesso è una delle fonti più cospicue dell’economia nazionale.

Tanto intensa è l’attività dei bordelli di Faridpur che, un giorno, il flusso dell’acqua nelle fogne cittadine è stato bloccato da una massiccia staccionata di preservativi. Ogni giorno a Daulatdia – il casino numero uno del Paese e uno dei più grandi del mondo – 1.600 “sex workers” – ovvero operaie del sesso – “smaltiscono” 3.000 clienti. La pressione esercitata sulle autorità di Dhaka per far chiudere i postriboli è finita nel nulla. Così come è fallito anche l’ultimo tentativo quando 10mila persone, istigate dagli integralisti islamici, si sono ammassate attorno al più grande bordello di Maridpur, che è anche il più longevo, coi suoi 150 anni, e dà lavoro a 500 ragazze. Per molte delle quali, il “mestiere” è una tradizione di famiglia, trasmesso in illo tempore dall’antenato alla bisnonna, quindi alla nonna e alla madre e giù giù sulle stesse ataviche lenzuola, fino alle nipoti e nipotine. Oggi, una mamma vende la propria figlia ai trafficanti del sesso (se il dato risponde a verità) per circa 20mila taka – circa 250 dollari – e questi provvedono a rivenderla, col dovuto compenso, al lupanare che ha bisogno di “carne fresca”, da dove non uscirà mai più. Chi rimane incinta – ciò che avviene spesso – spera di dare alla luce una bambina : che le resterà accanto fino all’ultimo giorno della sua vita e potrà così continuare la tradizione di famiglia. Non sembra esserci alternativa alla prostituzione, in Bangladesh: dove una bambina di neanche undici anni confessa di essere stata violentata da uno zio grosso e malvagio; o dove – da come riportano le cronache – le giovani e “maritalmente inappagate” signore dei postriboli, nascondono i piccoli sotto il letto affinché non sentano le urla e i gemiti del connubio con lo spasimante o col cliente di turno, che alla fine lascerà sul cuscino un bel mucchietto di taka. Nonostante le veementi proteste del clero e degli integralisti islamici, non sarebbero meno di 100mila le donne che nel Bangladesh offrono sesso a pagamento: che in media possono contare su una ventina di clienti per settimana. In pieno sviluppo l’industria dei preservativi, che avrebbe ridotto al minimo gli “incidenti sul lavoro” delle ragazze, il cui ingresso nelle “case chiuse” non sarebbe consentito prima dei 14 anni, anche se una legge del 1982 lo posticipa ai diciotto.

Ma quello dei 300 bambini che vivono tuttora nei bordelli accanto alle loro mamme, completamente ignari delle ragioni che li hanno costretti a trascorrere la propria infanzia in uno spazio tanto limitato e triste, è il dramma che più intenerisce e allo stesso tempo ti sconvolge: anche perché molti di loro sono vittime non solo della vicenda della prostituzione ma anche della guerra scatenata da mariti, amanti e fidanzati respinti che hanno deturpato per sempre il volto delle loro donne, alterandone orribilmente i lineamenti con spruzzate di acido solforico. Un gioco diabolico e crudele che produce un’infinità di mostri. Si raccontano storie incredibili: come quella di Durjoy, un bimbo di appena un mese nutrito con acido nel biberon e costretto a respirare attraverso un buco che gli era stato aperto in gola. Ma nessuno – ha ammesso la madre, Etie Rani – è stato assicurato alla giustizia e punito per un simile reato, per cui è prevista, dal 2002, la condanna a morte, anche se ogni anno vengono segnalati non meno di cinquecento attacchi contro minori. Il ricorso all’acido è un fenomeno in continua espansione fra i criminali del Bangladesh che cercano le loro vittime soprattutto fra i bambini e le donne. E non di rado i delitti vengono commessi fra le pareti domestiche: come è accaduto a una donna di 21 anni, Hawa Akther, sposata, cui il marito – Rafiqui Islam – ha tranciato di netto le dita della mano destra perché s’era iscritta a un corso di studi senza il suo permesso ed era evidentemente geloso del suo successo scolastico. Aveva preparato e compiuto con calma e precisione la sua operazione punitiva: legata e imbavagliata la moglie, si è servito di una scure da macellaio e ha buttato nel bidone della spazzatura quanto restava delle dita recise sotto le nocche, in modo che non potesse mai più dilettarsi con la scrittura. L’accusa che siano talvolta le donne stesse a provocare gli attacchi con un comportamento frivolo e disinibito come insegnano certi manuali sull’arte della seduzione, francamente non regge. «La nostra faccia è il nostro destino», commenta Monira Rahman, dello Asf (Acid Survivors Foundation) in funzione dal 2004. «Quando la si cambia, anche il nostro destino cambia. Le donne e le ragazze sono spesso così cheap (di poco valore) che gli uomini hanno la sensazione di poterle manipolare e distruggere come vogliono». Nei 17 bordelli del Bangladesh, tutti legalmente autorizzati a svolgere la propria attività, le ragazze più giovani, generalmente mingherline, prendono una pillola per dare maggiore consistenza e rotondità al proprio fisico, la stessa pillola che si dà alle mucche, appunto “cow pill”, pillola delle vacche, o meglio ancora, per rispettare il linguaggio scientifico, Oradexon. La sensazione che ho avuto, credo condivisa dal fotografo Luigi Baldelli, in questo esotico (ma non in senso estetico) pellegrinaggio tra bordelli urbani e rurali, è di una umanità sofferente e quieta, rassegnata al proprio destino. Il primo bordello in cui approdiamo è in realtà un villaggio molto esteso, di case basse a un solo piano con tetti di lamiera arroventati dal sole e lacere tende invece della porta e senza neanche una finestruola che faccia entrare un po’ di luce. Alcune abitazioni hanno i piedi in acqua, e lungo il selciato vedi donne che lavano energicamente i propri indumenti mentre altre indugiano in chiacchiere sui pontili e sulle barche.

Dalla capitale Dhaka sono sufficienti cinque ore di macchina per raggiungere Shatkira, città del Meridione che qualcuno ha definito «museo delle sfigurate poiché nelle sue strade passeggiano non poche donne sul cui volto l’acido degli integralisti fanatici ha lasciato tracce. Alcune sono rimaste completamente cieche, altre totalmente sorde ed è molto difficile», commenta amaramente il Dr. Samanta Lal Sen, primario del Dhaka Medical College Hospital, «che si riesca a restituire la fisionomia originale a una donna o a un uomo i cui volti abbiano subito oltraggi e alterazioni davvero spaventose». È comunque molto amara la constatazione di Amiruzzaman, funzionario di ActionAid, la grande organizzazione non governativa, quando affronta il problema della condizione delle donne nel Bangladesh, «ritenute fra le più disperate del mondo», e aggiunge che gran parte della responsabilità «debba essere attribuita all’immobilismo di un governo e di istituzioni che non hanno alcuna intenzione di ridimensionare il ruolo del maschio, che qui non ha una moglie ma una schiava, come sono schiave le sue figlie e come lo saranno le sue nipoti». Sarebbe tuttavia scorretto ignorare che ci sia stato qualche non lieve cambiamento: solo qualche anno fa sembrava impossibile che in queste remote regioni asiatiche la donna potesse accedere all’università o che il suo salario fosse equiparato a quello del marito fino all’ultimo centesimo. Tuttavia ancora sopravvive il maschio che taglia le dita alla moglie perché non gli ha chiesto il permesso di frequentare l’università.

Libertà e democrazia

In classe abbiamo parlato a lungo proprio di quello di cui scrive su Sette Stefano Jesurum. L’argomento è ancora il video Innocence of Muslims. Ecco un interessante estratto dell’articolo.

“… l’involontario cortocircuito credo imponga di ragionare su un tema vitale per le nostreislam, democrazia, tolleranza, laicità (e le loro) società: il rapporto tra sensibilità cultural-religiosa e democrazia come libertà di espressione. Perché la reazione dei fondamentalisti che hanno devastato e ucciso non ha affatto per bersaglio stupide vignette o pellicole blasfeme bensì la natura stessa degli Stati che ne permettono la diffusione e non esercitano la censura: le democrazie appunto. Ciò che sarebbe necessaria, dunque, è una profonda primavera araba delle idee. Tuttavia è pur vero che, lo ha ricordato Branca (Paolo, docente di Islamistica all’Università Cattolica di Milano), la libertà va sempre coniugata con la responsabilità. O ci serve forse una legge che dica fino a che punto è legittimo insultare gli altri? O vogliamo educare i giovani a fare ciò che passa loro per la testa ignorandone le conseguenze? Sono interrogativi non più rimandabili, che tornano a riproporsi ciclicamente attraverso fatwe come la condanna a morte di Salman Rushdie per i suoi Versi satanici, insurrezioni e sgozzamenti per vignette danesi o francesi che siano, pellicole e altro materiale più o meno volgarmente in contrasto con l’aniconismo, che non è prerogativa unicamente dell’Islam. Non si tratta affatto di scusare chi considera la laicità un peccato da punire con la morte né tanto meno di tacere di fronte alle farneticazioni criminali di sedicenti guardiani di non si sa quali ortodossie. Si tratta però di non cadere negli stereotipi, evitando l’insensata paura, evitando di vivere l’arabo come popolo truce che brandisce la scimitarra contro il mono esterno. Anche perché, constata il professor Branca, loro sono un miliardo e mezzo, e se fossero tutti come quelli che hanno infiammato le piazze noi non saremmo qui a parlarne.”

Prosecco halal

“Cosa si perde chi non l’ha mai provato” mi ha detto poco tempo fa, a una cena, un amico che stava sorseggiando un prosecco. Devono averlo pensato anche i fratelli Polegato, che si sono inventati lo spumante halal. Questo qui sotto è un estratto dell’articolo intero.

zerotondo.jpg“Metti una sera un gruppo di extracomunitari a degustare vino insieme a un produttore trevigiano, e nasce lo spumante ‘Halal’. Non un vero e proprio vino, in realtà, ma un succo d’uva spumante rigorosamente biologico. Un prodotto capace quindi di andare incontro alle esigenze religiose degli islamici, ma anche di aprire nuovi mercati per il Prosecco trevigiano. E’ la nuova idea di Astoria Vini, azienda di Refrontolo (Treviso) guidata dai fratelli Paolo e Giorgio Polegato, che lanciano in questi giorni ‘Zerotondo’, spumante che può fregiarsi del marchio ‘Halal’, l’ente che certifica i prodotti conformi alle regole islamiche di liceità (halal). Idea che nasce da una serata, ma soprattutto dal rapporto particolare che da sempre lega l’azienda con le varie realtà etniche presenti sul suo territorio e che negli anni l’ha vista protagonista di numerose campagne sociali e iniziative con le comunità multiculturali. “Abbiamo sempre avuto -racconta a Labitalia Paolo Polegato- un approccio multiculturale con il territorio. E un giorno abbiamo organizzato con un ristorante arabo di Treviso un corso per sommelier dedicato ad extracomunitari, ma tra i partecipanti ovviamente c’è stato chi si è rifiutato di assaggiare i vini in degustazione. Così, abbiamo pensato di realizzare uno spumante analcolico che potesse essere bevuto anche da loro. Da qui abbiamo sviluppato un progetto anche commerciale, destinato al consumo da parte dei musulmani presenti sul nostro territorio, ma anche all’esportazione nei paesi arabi”. E lo spumante ha già dato vita a un nuovo aperivito, ‘Tondospritz’, dove ‘Zerotondo’ viene miscelato con un bitter concentrato analcolico: uno spritz analcolico, insomma, destinato soprattutto ai giovani.”

In cerca di un’esistenza

In questo articolo Andrea Pedrinelli presenta su Avvenire il nuovo album di Franco Battiato.

“Se qualcuno ieri avesse incontrato Franco Battiato alla presentazione di Apriti Sesamo, il 596x373_420111_franco-battiato-apriti-sesamo.jpgsuo primo album di inediti dal 2007, avrebbe avuto qualche problema nel comprendere quanto profondo sia il disco (scritto con la consueta collaborazione di Manlio Sgalambro). Giacché il cantautore, anziché spiegarlo, ha preferito divagare fra esperienze personali, come lasciando all’ascoltatore l’intera responsabilità di un ascolto adulto. Ma a ben vedere, questa faccenda è in linea col senso di Apriti Sesamo: dieci mondi musicali già noti per Battiato (e però qui sempre strettamente connessi ai contenuti), e soprattutto dieci testi che pesano, di fortissima carica etico-spirituale. Tra sguardi agli slanci perduti di ieri, compartecipazione al comune degrado, chiari richiami morali ed espliciti rimandi a un Oltre che non è mai fuga o allegoria: bensì sempre conseguenza di rigore etico e dell’ineludibilità del lato metafisico dell’uomo. Questo, emerge dall’ascolto di un cd che non rinuncia a suoni moderni ma vi osa riflessioni filosofiche: ben conscio dell’urgenza di un vero rinnovamento morale. «Posso dire che credo nell’uomo», ha esordito: «E sono estremamente ottimista sulla possibilità di un uomo nuovo che sappia cogliere della morte il valore di passaggio, cui è necessario arrivare preparati, e dell’amore il valore di risposta a ogni egoismo, il nostro in primis». Ovviamente, quando Battiato parla di Oltre, si rifà a proprie credenze: ma con rispetto dichiarato. «Mi sento mezzo di comunicazione tra chi crede in Qualcosa e chi non crede, con gran rispetto per chi il credere lo declina diversamente da me. Ho pure scritto una canzone (la prima del cd, nda) partendo dall’attrazione per il suono delle campane e unendovi le mie meditazioni con le certezze di esperienze come quella di santa Teresa d’Avila».

Il disco parte segnalando «tempi di forti tentazioni» cui si ribatte ricordando che «vivere è un dono che ci ha dato il Cielo» (Quand’ero giovane); poi Passacaglia (ispirata al sacerdote e compositore secentesco Stefano Landi e primo singolo dell’album) esplicita la necessità di una spiritualità forte, e La polvere del branco dice di una società odierna in cui «libertà» è termine frainteso. E qui invero Battiato spiega: «Il libero arbitrio è una nostra grande opportunità, ma non è capriccio. Dev’essere teso a ritrovare coscienza. Vedo cose inaccettabili, troppi guitti: e non mi fa rabbia, mi porta a compassione per l’uomo. Perciò, ho scritto incitando a nuovi modelli di vita e ad assumersi ognuno le sue responsabilità». Tanto che nel finale, dopo la splendida Il serpente, denuncia del denaro come tentazione dell’oggi che però si chiude con la certezza che «da qualche parte un uomo nuovo sta nascendo», Apriti Sesamo vede Battiato… lanciare la palla a noi. Sorge il sole della vita quotidiana, Sherazade interrompe il racconto, come finirà la fiaba? Alì Babà nella caverna dei ladroni cederà alle voglie più meschine o farà vincere i valori cantati da Battiato nel brano intitolato senza paura Testamento, con al centro l’uomo? Battiato non lo canta, e nell’incontro di ieri non l’ha detto. Perché in fondo il viaggio del nuovo Battiato – non per caso infarcito di richiami dichiarati alla cultura dell’umanità, dall’Arabia a Dante a Gluck – è esplicito. Ora tocca a noi ascoltarlo e scegliere: di vivere ricordando o meno le sue parole su cosa siamo e cosa invece, volendo, potremmo essere.”

Pur di averlo

L’altro giorno, in una quinta, parlando di globalizzazione, ho detto che uno che butta via l’i-phone 4 per passare all’i-phone 5per il solo motivo di sentirsi insoddisfatto del prodotto precedente, non sta mica tanto bene. Su Rainews24 ho trovato questa foto.

 

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Il cartello della ragazza diceMio marito non è affidabile, non mi compra l’iPhone 5, cerco un uomo ricco che mi compri l’iPhone”. Forse questa è messa peggio e fa il paio con la frase di Natalino Balasso che ho pubblicato ieri su fb:

“Se nel 1980 avessero detto a un bimbo di 10 anni: “Quando tuo figlio avrà la tua età gli regalerai un telefono da 2 milioni di lire” quel bimbo avrebbe pensato: “Questi sono imbecilli” E non poteva sapere che l’imbecille sarebbe stato lui.”

Un popolo moderno

Sono un follower di Lorenzo Jovanotti su twitter. Oggi pomeriggio ho pescato un suo tt su un articolo scritto da lui e pubblicato su La Stampa, in cui parla del mito e del popolo americano e del senso della modernità. Eccolo.

404231_10151195146504322_346140027_n.jpg“Sto girando l’America in lungo e in largo. Sto seguendo un consiglio che mi ha dato Tiziano Terzani l’ultima volta che ci siamo visti, a casa sua, a Firenze. «Se avessi ancora le forze – mi disse – oggi farei un viaggio nel cuore dell’America, per capire cosa rende quel Paese quello che è, perchè tutto il mondo lo ha adottato come modello di mercato, di politica, di libertà, di cultura. È lì che andrei, Lorenzo», mi disse. Eccomi. Qui la mia musica è piccola e la mia faccia sconosciuta e questo mi permette di confondermi tra la folla, di andare a sentire un concerto nel locale dove – la sera dopo – suonerò io, di attaccare discorso in modo anonimo. Allo stesso tempo sto sperimentando la loro immensa macchina da entertainment, che gira a pieno ritmo nonostante anche qui ci sia la crisi del cinema, della televisione, della discografia. La crisi c’è e la risposta è darsi da fare di più, detto in poche parole. È una grande esperienza. Ogni giorno imparo qualcosa. Sto cercando di capire che cosa, di quello che vedo e respiro, potrebbe servire dalle nostre parti, se esiste qualcosa che potrebbe tornarci utile. Esiste.

La prima cosa: il mito. L’America è il Paese delle contraddizioni, e questa è una bella frase fatta (quale Paese non lo è?). È che qui fanno qualcosa di speciale che li rende quello che sono. O forse la fanno perché sono quello che sono: non perdono occasione per celebrare il proprio stesso mito, in continuazione, all’esasperazione. Intendetemi, non si può liquidare questo parlando di nazionalismo estremo, sarebbe un errore. Si tratta di senso dell’impresa bello e buono, si tratta di continuare a spingere la frontiera in avanti. Tutto quello che nutre la loro stessa contraddizione nutre anche una mitologia. La loro epica è adesso. Gli Stati Uniti sono un Paese in cui si crede che l’epica sia in atto ora, non che sia un racconto di gesta passate, l’epica è oggi, è quella in atto, e scusate se è poco. Tutti partecipano a scrivere questo grosso poema collettivo, dall’homeless al grande tycoon, dal dissidente a quello che espone la bandiera a sostegno dei militari. Il proprio verso del poema se lo scrivono sulla maglietta, anche in senso letterale. Se lo tatuano sulla pelle.

La musica è il mio campo e tendo a trasformarlo in metafora per mille altre cose. Ebbene, questo Paese, il Paese che ha inventato lo star system , il pop di plastica, in realtà si fonda su una visione completamente FOLK della musica e dell’entertainment. L’hip-hop, per fare un esempio, arriva sulle nostre tavole come un prodotto di fabbricazione industriale, quasi fosse una bibita gasata. In realtà qui l’hip-hop è musica folk. E lo stesso vale per il rock, per il jazz, per i dischi di Lady Gaga e dei Green Day. È una musica che rappresenta un’identità di popolo, di una parte di popolo che partecipa a comporre il mosaico. E il mosaico è fondamentale, è ciò che vediamo noi da fuori, perché è quello che si vede quando ci si allontana un po’.

L’altra settimana ho suonato in un festival rock. C’erano centomila persone, ad Austin, tre giorni di musica dalla mattina alla notte. Nel cast c’erano tutti, dalla dance elettronica sperimentale a Neil Young. Ho suonato di venerdì, primo e unico italiano di sempre a salire su quel palco, e mi hanno accolto con la curiosità con cui si guarda passare un camion del circo che trasporta la gabbia della giraffa. Io mi ci sento benissimo a fare la giraffa, non chiedo di meglio, non è questo il punto. Il punto è che sono entrato nel cuore di quel festival, per tre giorni mi sono infangato e ho sentito tutta la loro musica, mi sono guardato intorno come se fossi sbarcato su un pianeta sconosciuto e quello che ho trovato non me l’aspettavo: ho trovato un popolo, nel senso più classico del termine, non in senso etnico, perché la questione etnica la vediamo noi, che guardiamo il mosaico da lontano. Loro SONO il mosaico e ogni tessera percepisce se stessa per quello che è e fa la sua parte. Scrive un pezzo del poema. A questo festival c’erano i tipi con la cresta ossigenata e le signore con la sedia di stoffa portata da casa, insieme nello stesso spazio, e non si davano alcun fastidio, al contrario, scrivevano insieme il poema epico della loro «gens». Esistono una serie di regole fondamentali, riassunte nella loro costituzione, rigide e accettate da tutti. Il resto è folklore, nel senso più avanzato del termine.

Lo ripeto, l’America è forte perché è folk, anche quando suona elettronica o distorta l’america è folk, l’Uomo Ragno è folk, McDonald’s è folk. Quello che per noi è massificazione per loro è esattamente il contrario, e qui c’è da imparare qualcosa di importantissimo, che ci può servire. Ci può servire per guardare oltre, oltre ciò che rischiamo di diventare se non entriamo finalmente nella modernità, la zona in cui non si esiste in misura dell’essere contro qualcosa, ma in misura dell’essere in qualcosa. Il mio viaggio in questo pezzo di mondo è appena cominciato. Anche se qui sono venuto un sacco di volte, è solo lavorandoci che si aprono certe porte, perché è sempre il mercato sulla piazza del paese il luogo dove si percepisce lo spirito che anima i cittadini del luogo. Il commercio e l’amore sono le ragioni per cui la gente si muove, i due grandi motori della conoscenza, sia che si tratti di commercio di frutta e verdura sia che si tratti di canzoni ed emozioni. Tutto quello che non è amore è pubblicità, diceva qualcuno, e aveva ragione. L’America, l’amore e la pubblicità sembrano incontrarsi in un punto che è nevralgico. È il punto in cui si scatenano i venti del nuovo mondo, la frontiera su cui si gioca ancora la scoperta di cosa siamo e di cosa possiamo e vogliamo essere.”

Grazie no

Nuovi criteri di accesso al Paradiso…

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Genesi confusa

Dal New Yorker, tramite Internazionale

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“Mi dispiace, ha cambiato di nuovo idea… strisce sulla zebra, chiazze sulla giraffa, niente stelle sul leone e poi l’elefante più grande e l’ameba più piccola”.

Con le unghie e con i denti

Donne che lottano contro la mafia. Questa è la storia di Piera Aiello, raccontata su Avvenire da Antonio Maria Mira.

piera-aiello.jpg«Io vedo una ragazza che ha avuto un passato turbolento, che però si è ribellata a questo passato che non ha mai accettato. Vedo una ragazza che ha un presente e avrà un futuro pieno di felicità. Non per altro: hai diritto ad avere felicità per tutto questo che stai facendo». Così Paolo Borsellino parlava a Piera Aiello. Erano davanti allo specchio e la giovane vi si guardava senza speranza. Già ma chi era, chi è Piera? Ce lo racconta lei, nel libro, intenso e commuovente, Maledetta mafia. Io, donna, testimone di giustizia con Paolo Borsellino, scritto col giornalista Umberto Lucentini (San Paolo, pagine 176, euro 12, in libreria nei prossimi giorni).
«Ho due vite che corrono parallele. Ho due vite che a volte si incrociano, si sovrappongono, si respingono e si fondono. Ho due vite che si accompagnano da quando, una mattina, la morte mi è entrata in casa a soli ventuno anni. Sono stata la moglie di un piccolo boss di un paese della Sicilia. Poi sono diventata vedova di un mafioso, vestita a lutto come impongono le regole della mia terra, con una bimba di tre anni da crescere e una rabbia immensa nel cuore. È in quel momento che il destino ha messo un bivio lungo il mio percorso: dovevo scegliere quale futuro dare a mia figlia Vita Maria. È allora che ho deciso di cambiare tutto. Devo dire grazie a molte persone per avermi aiutato a tracciare per la mia esistenza una strada diversa. Tra loro c’è un uomo che una mattina mi ha preso sottobraccio e mi ha piazzato davanti ad uno specchio, eravamo in una caserma dei Carabinieri». Piera è una figlia di Sicilia, nata a Partanna, paesone agricolo del Belice. Profumi di zagare e uliveti a perdita d’occhio. Famiglia di lavoratori, il padre costretto a emigrare in Venezuela. Bella ragazza, alta, magra. Da corteggiare. Nicola lo fa con insistenza, ma lei inizialmente lo raffredda. Donna forte e indipendente, anche se poco più che maggiorenne. Ma poi l’insistenza si fa più forte. E interviene il padre di Nicola, don Vito Atria, boss mafioso locale. Piera alla fine cede, forse in realtà ama Nicola. Ma non cede alla mafiosità, prova a cambiare il giovane marito. Prova ad avere una vita “normale”. Ma alla fine la violenza piomba su di lei. L’assassinio di don Vito, le armi che entrano in casa (Nicola la obbliga a tenere una mitraglietta nella borsetta), la vendetta sul killer del suocero e infine la morte, davanti ai suoi occhi, del compagno. È il punto di volta per Piera e, poco dopo, della cognata Rita, figlia di don Vito e sorella di Nicola, che la segue nella decisione di collaborare. Non “pentite” perché le due giovani nulla hanno commesso, ma testimoni di giustizia. Sostenute, aiutate, accompagnate da «zio Paolo», come si faceva chiamare l’allora procuratore di Marsala. Prima in codice poi per vera amicizia. Mi ha fatto, scrive Piera, «capire fino in fondo il vero significato della parola “legalità”: un termine che vuol dire dare se stessi per certi valori senza chiedere nulla in cambio». Così Piera lascia il suo paese per Roma. Sotto tutela costantemente, assieme alla figlia e poi anche con Rita. Parlano, raccontano. Testimonianze preziose, dall’interno del mondo mafioso. Nel rapporto con magistrati sensibili.
È la storia, breve, di un rapporto intenso. Al punto che Piera, affida tutto a Borsellino: «Se mi succede qualcosa ti affido mia figlia». La prima e unica volta che gli dà del tu. Lui sorride e risponde con un terribile: «Non ti preoccupare Piera, perché tanto ammazzano prima me». Arrivano infatti le stragi di Capaci e via D’Amelio. Tutto sembra crollare. Soprattutto per Rita. Piera cerca di sostenerla, proprio nel ricordo di “zio Paolo”. «Dobbiamo andare avanti, per lui e per noi, non può certamente finire tutto così». «No, è finito tutto», sussurra Rita. «Un’altra delle mie stelle è volata via, me l’hanno strappata dal cuore». Non regge il cuore della ragazzina di appena 17 anni che pochi giorni prima in un tema a scuola, dopo la morte di Falcone, aveva scritto: «Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo». Il 25 luglio si lascia cadere dal palazzo romano dove vive sotto tutela. «La vita di Rita Atria e la mia sono una storia unica – scrive Piera –: Rita non sarebbe diventata testimone di giustizia se non avesse seguito di sua spontanea volontà il mio esempio; io non sarei stata presa in considerazione fino in fondo se lei non avesse fatto il gesto estremo di togliersi la vita». Già, Piera non si arrende. Continua a parlare, a denunciare. Ma nel 1997 decide di lasciare il sistema di protezione. Nuovo nome, per lei e la figlia, nuova casa, lontana dalla sua Partanna. Un marito e un lavoro. («Mi sono ricostruita una vita lottando con le unghie e con i denti»). E l’impegno nelle scuole per raccontare la sua vita e quella di Rita. La piccola Rita che ancora non conosce pace. La sua tomba è ancora senza nome perché la madre non ha accettato il “tradimento” e ne dà la responsabilità proprio a Piera che neanche quest’anno, in occasione del ventesimo anniversario, ha potuto partecipare al ricordo al cimitero, col vescovo di Mazara, Mogavero e don Luigi Ciotti. Che nella postfazione al libro le dedica queste delicate e forti parole: «Cara Piera, aveva davvero ragione Paolo Borsellino quando incoraggiava quella giovane donna a resistere. Ragione nel prospettarti una vita certo difficile, ma vera e intensa. Una vita viva».

La povertà in Italia

E’ uscito il nuovo Rapporto Caritas 2012 su povertà ed esclusione sociale in Italia, dal titolo “I ripartenti. Povertà croniche e inedite. Percorsi di risalita nella stagione della crisi”. Qui si può scaricare il rapporto nella sua interezza oppure una sintesi e vi sono anche un video di presentazione e delle slides.

copertina_interna.jpgI dati del 2011 evidenziano come la crisi economico-finanziaria ha determinato l’estensione dei fenomeni di impoverimento ad ampi settori di popolazione, non sempre coincidenti con i “vecchi poveri” del passato. Aumentano soprattutto gli italiani, cresce la multi problematicità delle persone, con storie di vita complesse, di non facile risoluzione, che coinvolgono tutta la famiglia. La fragilità occupazionale è molto evidente e diffusa: rispetto alle tendenze del recente passato, i poveri in Italia sono sempre meno “working” e sempre più “poor”. Aumentano gli anziani e le persone in età matura: la presenza in Caritas di pensionati e casalinghe è ormai una regola, e non più l’eccezione. Si impoveriscono ulteriormente le famiglie immigrate e peggiorano le condizioni di vita degli emarginati gravi, esclusi da un welfare pubblico sempre più residuale.

Nel primo semestre 2012 questa situazione – se possibile – si aggrava ulteriormente. Le persone transitate nei Centri di Ascolto nei primi 6 mesi del 2012 ammontano a 22.523 unità (erano state 31.335 persone in tutto il 2011). Se si mantenesse stabile tale andamento anche nel corso del secondo semestre 2012, l’aumento sarebbe pari al 33,5% per anno. Rispetto al 2011 si evidenziano già alcune linee di tendenza: aumentano gli italiani (+ 15,2%); stabili i disoccupati (59,5%); aumentano i problemi di povertà economica (+10,1%); diminuisce del 10,7% la presenza di persone senza dimora o con gravi problemi abitativi; aumentano gli interventi di erogazione di beni materiali (+44,5%).

Nonostante le tendenze di peggioramento, si registrano segni di speranza: una grande vitalità delle comunità locali, che hanno avviato esperienze di ogni tipo per contrastare le tendenze della marginalità sociale. Gli operatori Caritas narrano di un nuovo desiderio di ripartire, espresso da molte persone in difficoltà: affiora la volontà di rimettersi in gioco, l’aspirazione a migliorare la propria situazione. Aumentano le persone che richiedono ascolto personalizzato e inserimento lavorativo (+34,5 e +17%); aumentano del 122,5% le attività Caritas di orientamento (professionale, a servizi, a opportunità formative, ecc.) e aumenta del 174,8% il coinvolgimento di altri enti e organizzazioni. Le risorse e le risposte della Chiesa, un grande sforzo comunitario:

  • oltre 3.000 Centri di Ascolto in tutte le diocesi italiane;

  • 14 mila servizi ecclesiali impegnati in attività sanitarie, socio-sanitarie e sociali. Di questi, sono 4.991 i servizi che svolgono azione di contrasto della povertà economica;

  • ad agosto 2012, sono 985 le iniziative anti-crisi economica sorte negli ultimi 2 anni, per iniziativa delle diocesi italiane (aumento, rispetto al 2011, del 22,2 %);

  • nel 2011 Caritas Italiana ha accompagnato quasi la metà delle Caritas diocesane nella presentazione di 185 progetti otto per mille. Più di 11 milioni di euro sono stati richiesti alla Conferenza episcopale italiana per questi progetti, che vedono una partecipazione economica delle diocesi interessate, nella misura di circa 8,5 milioni di euro;

  • dal 2009 ad oggi 1.662 sono le famiglie sostenute dal Prestito della Speranza, per un totale di oltre 10 milioni di euro di finanziamenti erogati.

Dai palloni alla wii

Io gioco, tu lavori. Dipende da dove si nasce… Periodicamente la storia si ripete: prima i palloni da calcio, ora la wii… Il tutto mascherando il lavoro minorile con degli stage per studenti. Ne scrive Marta Serafini sul Corriere.

“Quando dei minorenni vengono usati per testare e produrre giochi per altri bambini. È nintendo-wii-logo.jpgsuccesso nel 1996, quando la foto di un bambino pakistano che cuciva un pallone della Nike fece il giro del mondo diventando il simbolo del movimento no global. E succede ancora alla Foxconn, nella fabbrica di Yantai, dove – è notizia di mercoledì – hanno lavorato per più di tre settimane 56 minori di 16 anni, assunti come stagisti. E ciò che rende ancora più inquietante la scoperta della ong China Labor Watch è che proprio in quella fabbrica venga testata e assemblata la Nintendo Wii U, piattaforma di videogame destinata proprio ai teenager. La Nintendo in comunicato ha fatto sapere di star investigando sull’accaduto e ha fatto sapere che «la policy aziendale è rispettare le leggi che vietano lo sfruttamento del lavoro minorile in tutte le fabbriche dove vengono assemblati prodotti con il marchio Nintendo. Foxconn inclusa». Ma secondo il sito americano Techcrunch, non ci sono dubbi: in quello stabilimento la Wii è in fase di test. D’altro canto la Foxconn già nei giorni scorsi aveva chiesto scusa per aver violato la legge cinese che vieta il lavoro minorile sotto i 16 anni. Cupertino nel frattempo si è affrettata a far sapere che nella fabbrica «incriminata», quella di Yantai, non vengono assemblati prodotti Apple. Insomma, come sempre, tutti cercano di uscirne senza macchie. Peccato che la denuncia di “stage illegali” (gli studenti sono costretti ad abbandonare gli studi per andare in fabbrica pena la bocciatura) era già avvenuta a maggio di quest’anno, quando un report della Students and Scholars Against Corporate Misbehaviour aveva messo in luce il regime militaristico delle fabbriche e l’utilizzo degli studenti in formazione come operai nelle fabbriche Foxconn sparse sul territorio cinese. Insomma dal 2005 ad oggi dello sfruttamento degli operai nelle fabbriche dove si producono cellulari, pc, smartphone, tablet e piattaforme di ogni tipo, si parla ormai sempre di più. Tanto che l’argomento è stato affrontato anche da Obama e Romney durante l’ultimo dibattito elettorale. La domanda rivolta ai candidati è stata semplice: se sappiamo che le aziende cinesi usate da quelle americane per la produzione di alcuni ritrovati tecnologici, violano i diritti umani, possiamo convincere le aziende americane a tornare in patria? Romney ha provato a farne una questione di relazioni commerciali con la Cina e ribadendo che l’America può competere anche con la Cina per la produzione di ritrovati tecnologici a patto che la competizione sia basata su regole condivise. Obama, invece ha detto che le attività manifatturiere di basso costo possono anche essere delocalizzate dalle aziende americane, ma è importante invece concentrarsi su innovazione e ricerca negli States. Ma nessuno dei due ha voluto spingersi oltre. E nessuno dei due ha denunciato la costante violazione dei diritti dei lavoratori, minorenni e non. Il tutto mentre Pechino fa della repressione dei diritti dei lavoratori una parte sistematica della politica dello stato.”

Photoshop in salsa araba

La notizia girava in rete già qualche giorno fa, ma mi ero dimenticato di riprenderla. Oggi mi è arrivato il tweet di Internazionale e allora metto qui il breve pezzo di Christian Caujolle.

catalogo-ikea.jpg“Ikea – il gigante svedese del mobile facile da montare e delle decorazioni di interni sobriamente eleganti, adatte a qualsiasi ambiente, possibilmente arredato con mobili svedesi dal nome bizzarro che si possono comprare in tutto il mondo – fa nuovamente parlare di sé. Questa volta però gli svedesi c’entrano poco. I concessionari sauditi del marchio – che in questo caso ha dimostrato di non esercitare un controllo particolarmente stretto sui suoi rappresentanti locali – hanno candidamente cancellato, con un rapido tocco di Photoshop, tutte le donne presenti nell’ultimo catalogo. Il risultato di questa pensata surreale è tanto desolante quanto buffo. In un’immagine che mostra un bagno si vedono dei piccoli orfanelli che tendono le mani verso il vuoto originariamente riempito dalle loro madri. Ancora più assurda e clamorosa l’immagine che mostra tre uomini in un salotto, seduti a una certa distanza l’uno dall’altro, in posizioni assurde. La loro goffagine è però più evidente della loro solitudine. Trattandosi di un paese in cui le donne non hanno il diritto di mostrarsi senza velo né di guidare l’automobile, questa autocensura è dannosa solo per il marketing. Ma le ministre svedesi hanno immediatamente reagito definendo “medievale” questa “pulizia di genere”. Chissà se le donne saudite hanno ancora voglia di comprare certi mobili.”

Sbirciando fra i lembi di nuvole

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“E lì Sam, sbirciando fra i lembi di nuvole che sovrastavano un’alta vetta, vide una stella bianca scintillare all’improvviso. Lo splendore gli penetrò nell’anima, e la speranza nacque di nuovo in lui. Come un limpido e freddo baleno passò nella sua mente il pensiero che l’Ombra non era in fin dei conti che una piccola cosa passeggera: al di là di essa vi erano eterna luce e splendida bellezza” (John Ronald Reuel Tolkien, Il Signore degli Anelli)

Nel cuore un brivido

Oggi ho bisogno di freddo, ho trovato in rete questo frammento e ve lo lascio qui…

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quando il freddo giunge

e accarezza l’ultimo verde

si insinua nel cuore un brivido,

la terra gira e si espone

al momento del sonno

a un riposo aspettato;

il cuore continua e batte

ma il ritmo è diverso…

Quanto siamo piccoli

Una riflessione di Marina Corradi sull’impresa di Felix Baumgartner. Da Avvenire.

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“L’immagine di quell’uomo in tuta da astronauta che dalla soglia di una fragile capsula metallica si getta nel vuoto da 39 mila metri di altezza – la Terra, sotto, così terribilmente lontana – dà a chi guarda il video dell’impresa di Felix Baumgartner un attimo di vertigine. È siderale, in quel momento, il nulla attorno; e quell’uomo è così ridicolmente piccolo, e solo, nella immensità del cielo. L’austriaco che a Roswell, New Mexico, ha superato in caduta libera la velocità del suono precipitando a 1.342 km all’ora, ha battuto molti record e – forse – fornito elementi nuovi alla ricerca aerospaziale. Ma dubitiamo che sia per la ricerca che ha fatto ciò che ha fatto; e nemmeno per i soldi dello sponsor. Perché quest’uomo ha voluto tentare un’impresa da cui aveva buone probabilità di non tornare? È la domanda che chi guardi l’attimo del suo tuffo non può non farsi. (Eppure, benché tolga il fiato quell’abisso, ci avverti dentro anche qualcosa che oscuramente ti affascina, a che non ti è del tutto estraneo). Dopo il salto, per quattro lunghi minuti Baumgartner è, nei monitor che dal New Mexico seguono l’impresa, solo un piccolo punto che precipita nel cielo, ruotando vorticosamente su se stesso come un sasso lanciato da un bambino. La forza dell’attrito è terribile, il respiro è colmato dalla bombola di ossigeno. Non è nuovo a imprese estreme, il tuffatore: a 16 anni ha iniziato a lanciarsi da dirupi e grattacieli. Ma mai era salito tanto in alto. Nella sala di controllo, in quei minuti c’è silenzio. Solo i monitor, muti, indicano la velocità di caduta, e l’ossigeno restante, che rapidamente decresce. Poi, dopo quattro minuti e sedici secondi, il paracadute si apre. Un urlo di sollievo a Roswell. Più lentamente ora il piccolo punto si abbassa. Se ne distingono le gambe, le braccia. Si muove, è vivo. Baumgartner tocca il suolo riarso del New Mexico. Per un istante resta in piedi; poi cade in ginocchio, per lo sfinimento, o forse anche nell’istinto di riabbracciare quella Terra che gli era sembrata perduta. E ci si può chiedere a cosa serva, una impresa come questa. Si può pensare che sia inutile, e inaccettabile, rischiare la vita così. Cos’è, Superman, quest’uomo sempre in cerca di vertigine? A guardarlo su Facebook appena dopo il ritorno a casa, Baumgartner non sembra Superman. È molto stanco, e si vede; sorride, e dice che ora vuole soltanto andare a dormire. A chi gli ha chiesto cosa ha provato, lassù, sospeso su un trampolino sull’Universo, ha risposto: «Quando sei lì in piedi in cima al mondo, diventi così umile che non pensi più a battere record. L’unica cosa che vuoi, è di tornare vivo». Non è Superman, uno così – o almeno, non lo è più. Gli hanno chiesto, ma che cosa allora la spinge? Lui ha citato Jean Piccard, esploratore di abissi oceanici, che diceva: «In tutti noi c’è una forza che ci spinge a non riposarci mai, fino a quando non possiamo andare un po’ più in là». C’è allora una inquietudine da Ulisse in un uomo che si getta da un’altezza a cui già la Terra è una sfera, blu gli oceani, uguali le foreste e i deserti, e indistinguibili le città degli uomini? C’è Ulisse, insieme anche alla ‘ubris’ della sfida (sul suo sito Baumgartner aveva scritto: «Tutti gli uomini hanno dei limiti, alcuni non li accettano»). Eppure lo stesso uomo, dopo quell’attimo in cui lo si è visto fermo, in bilico sul buio e sul nulla, si è lasciato andare queste parole: «A volte bisogna andare veramente in alto, per capire quanto siamo piccoli». L’ansia di andare oltre, di violare l’ignoto è stata ed è degli esploratori, e degli uomini di scienza. E qualcosa di forte, scritto nel fondo dell’uomo. Ma a chi lambisce l’ultimo limite può accadere di tornare e testimoniare: bisogna andare veramente in alto, per capire quanto siamo piccoli. Che è, dopo tante sfide, aver saputo, in fondo, l’essenziale.”

Studenti di seconda classe

Un genitore viene a colloquio a scuola, si siede davanti a me e tra le prime cose emerge la timidezza della figlia. “E’ dalla prima elementare che tutti me lo dicono, ma che ci posso fare? Io le dico di buttarsi, di aprirsi, di provare, ma faccio solo peggio”. Così, da un po’ di anni non lo dico più e cerco di valorizzare in altro modo la partecipazione alla lezione di una persona introversa. Oggi ho letto questo interessante articolo di Alessandra Farkas.

bambino-timido.jpgNEW YORK — «Sono stata ispirata dalla stessa passione e dalla stessa indignazione che nel 1963 spinsero Betty Friedan a pubblicare The Feminine Mystique», spiega alla «Lettura» Susan Cain. «Un estroverso guarda all’introverso — continua — proprio come gli uomini hanno guardato alle donne fino agli anni Sessanta: cittadine di seconda classe. Una discriminazione che produce una colossale perdita di talento, energia e felicità». Una tesi forte, condivisa dai tanti critici che hanno acclamato il suo Quiet. Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare, il libro già cult in America («una esplorazione affascinante della psiche umana — scrive “Kirkus” — capace di cambiare delle vite») che dopo essere stato un caso dell’editoria Usa, sta per essere tradotto in 17 Paesi (in Italia da Bompiani).

Il libro si scaglia contro un’America «terra degli urlatori e patria dei logorroici» dove tutto, dalla scuola al lavoro, dai media alle mega-chiese, dalla politica allo showbiz, privilegia chi strilla più forte. «Il problema non è certo solo americano», spiega Cain, che dopo le lauree a Princeton e all’Harvard Law School, ha lavorato come consulente per molte aziende e multinazionali, nonostante la timidezza cronica. In Quiet la 44enne autrice sostiene che agli introversi — almeno un terzo della popolazione — dobbiamo alcuni dei più grandi progressi dell’umanità: dalla teoria della relatività (Albert Einstein) all’invenzione del personal computer (Steve Wozniak), da Harry Potter (J. K. Rowling) a Google (Larry Page) e Microsoft (Bill Gates). «Picasso aveva ragione quando affermava che, senza totale isolamento, non è possibile realizzare grandi opere», teorizza Cain. «La solitudine è il catalizzatore dell’innovazione e ciò spiega il potere di Internet: un luogo dove si può essere da soli ma insieme. Proprio come la lettura, che Marcel Proust definì “quel fruttuoso miracolo di una comunicazione nel mezzo della solitudine” ». Eppure il mondo continua a credere che Apple sia stata creata da Steve Jobs invece che da Wozniak. «Jobs era un genio del marketing, che è per definizione un dominio pubblico. Wozniak ha inventato il primo pc, ma l’ha fatto in maniera riservata, senza cercare allori, perché i riflettori non gli interessavano».

Qual è il debito che arte e letteratura hanno nei confronti degli introversi? «Gli artisti possono anche essere estroversi, come lo sono stati Caravaggio, Raffaello, Norman Mailer. Eppure la maggior parte dei grandi maestri della storia — da Chopin a Van Gogh, da Orwell a Salinger, da Spielberg a Dr. Seuss — erano e sono introversi. Senza di loro, ci sarebbe una falla colossale nel tessuto della nostra storia culturale».

La politica è forse diversa? È possibile essere un leader efficace se non si possiede il magnetismo soprannaturale degli estroversi? «Hitler, Mussolini e gran parte dei dittatori della storia erano estroversi estremi. Eppure una delle rivelazioni più sorprendenti della mia ricerca è stata scoprire che molti grandi leader — Gandhi, Rosa Parks, Eleanor Roosevelt, Lincoln, Jfk — erano introversi. Adam Grant, docente alla Wharton School, di recente ha pubblicato uno studio pionieristico secondo cui, nel gestire i dipendenti di talento, i leader introversi danno risultati migliori perché più aperti al loro contributo creativo».

Il settimanale «Time» si è chiesto se il Sexgate, la guerra in Iraq e la crisi di Wall Street del 2008 siano state il risultato di leadership eccessivamente estroverse. «Il risvolto della medaglia nella vita degli estroversi è la loro propensione a correre rischi ingiustificati. Gli studi mostrano che essi hanno più incidenti d’auto e tendono a rischiare di più in Borsa».

Il prossimo presidente degli Stati Uniti sarà un estroverso o un introverso? «Stiamo assistendo alla prima campagna presidenziale della storia americana in cui entrambi i contendenti sono introversi. L’elettorato ammira lo stile cerebrale e riflessivo di Obama. Ma l’America è un Paese estroverso e la gente brama la cordialità e la socievolezza di Bill Clinton».

Nel libro lei cita due proverbi confuciani — «Il vento ulula, ma la montagna resta immobile» e «Colui che sa, non ne parla» — per dimostrare quanto in Oriente gli introversi siano rispettati e ammirati. «In Asia gli individui si considerano parte di un insieme più grande — la famiglia, l’azienda, la comunità — e danno grandissimo valore all’armonia del gruppo. Spesso subordinano i propri desideri agli interessi del gruppo, accettando di buon grado il posto che occupano nella scala gerarchica. La cultura occidentale, al contrario, è organizzata attorno all’individuo. Ci vediamo come singole entità e riteniamo che il nostro destino sia di esprimere noi stessi, perseguire la nostra felicità, esseri liberi da vincoli indebiti».

Dove nasce il diverso atteggiamento della cultura occidentale? «Ne La montagna incantata il grande Thomas Mann scrive che “La parola è civiltà. La parola, anche quella più contraddittoria, mantiene il contatto. È il silenzio che isola”. Un atteggiamento identico a quello contenuto nelle massime di Ptah-Hotep del 2400 a.C.: “Per poter essere forte, diventa un artista della parola; perché la forza dell’uomo è nella lingua e la parola è più potente di qualsiasi arma”».

Lei sostiene che le culture latine, come quella italiana, tendono a privilegiare l’estroversione. «L’ammirazione per gli estroversi si ritrova già fra gli antichi greci, per i quali l’oratoria era una virtù degna del massimo apprezzamento, e fra i romani, per i quali la peggiore punizione immaginabile era l’esilio dalla città e dalla sua vivace vita sociale. Il vero spartiacque in Usa è arrivato all’inizio del XX secolo, con l’ascesa del big business e della sua filosofia del “parlare è vendere e vendere comporta sempre parlare”. Non è un caso che negli anni Venti e Trenta gli americani perdano la testa per le stelle del cinema. Chi meglio di un idolo della celluloide poteva rappresentare un modello di carisma e magnetismo?».

Pensa che il suo libro possa contribuire a indebolire l’egemonia del fenomeno contemporaneo che lei chiama New Groupthink, «nuovo pensiero di gruppo»? «Credo che l’impatto del mio libro, almeno negli Stati Uniti, sia già enorme. So che diverse scuole, pubbliche e private, stanno rivedendo i loro curricula per meglio valorizzare il talento degli studenti più timidi. Lo stesso sta succedendo nelle università e in compagnie come Steel Case e Vanguard, dove si sta ripensando l’efficacia dell’open space, che secondo tutti gli studi è dannoso e controproducente».

Battersi il petto

7-28 ottobre 2012: a Roma si sta tenendo il Sinodo dei Vescovi sul tema della nuova evangelizzazione. Riporto alcuni “mea culpa” emersi in questi giorni:

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Padre Adolfo Nicolas, superiore dei gesuiti. «La nuova evangelizzazione deve imparare dagli aspetti buoni e meno buoni della prima evangelizzazione. Mi sembra che noi missionari non l’abbiamo fatto con la profondità richiesta. Abbiamo cercato le manifestazioni occidentali della fede, e non abbiamo scoperto in che maniera Dio ha operato presso altri popoli. E tutti ne siamo impoveriti».

Monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione: «Ci siamo rinchiusi in noi stessi. Mostriamo un’autosufficienza che impedisce di accostarci come una comunità viva e feconda che genera vocazioni, tanto abbiamo burocratizzato la vita di fede e sacramentale».

Socrates Villegas, arcivescovo filippino: «Perché in alcune parti del mondo c’è una forte ondata di secolarizzazione, una tempesta di antipatia o pura e semplice indifferenza verso la Chiesa? La nuova evangelizzazione richiede nuova umiltà. Il Vangelo non può prosperare nell’orgoglio. L’evangelizzazione è stata ferita e continua ad essere ostacolata dall’arroganza dei suoi agenti. La gerarchia deve evitare l’arroganza, l’ipocrisia e il settarismo. Dobbiamo punire quanti tra noi sbagliano, invece di nascondere gli errori».

Timothy Dolan, presidente della Conferenza episcopale Usa: «La risposta alla domanda “cosa c’è di sbagliato nel mondo?” non è la politica, l’economia, il secolarismo, l’inquinamento, il riscaldamento globale… No. Come scrisse Chesterton, “la risposta alla domanda cosa c’è di sbagliato nel mondo sono due parole: sono io».