Pubblicato in: Letteratura, Scuola

Esercizi di noia

 

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«Una parte del mio mestiere consisteva nel persuadere i miei studenti più abbandonati a loro stessi che la gentilezza più del ceffone invita alla riflessione, che la vita in comunità ha delle regole, che il giorno e l’ora della consegna di un compito non sono negoziabili, che un compito malfatto è da rifare per l’indomani, che questo, che quello ma che mai e poi mai né i miei colleghi ne io li avremmo abbandonati in mezzo al guado. Affinché avessero una possibilità di farcela, occorreva reinsegnare loro il concetto stesso di sforzo, restituire loro il piacere della solitudine e del silenzio, e soprattutto il controllo del tempo, quindi della noia. Sì, qualche volta ho consigliato loro esercizi di noia, per collocarli nella durata. Li pregavo di non fare niente: non distrarsi, non consumare niente, nemmeno conversazione, né tantomeno studiare, insomma non fare niente, niente di niente.

“Oggi pomeriggio, esercizio di noia, venti minuti a non fare niente prima di mettervi a studiare.”

“Nemmeno ascoltare musica?”

“Assolutamente no!”

“Venti minuti?”

“Venti minuti. Orologio alla mano. Dalle 17.20 alle 17.40. Tornate diritti a casa, non rivolgete la parola a nessuno, non vi fermate in nessun bar, ignorate l’esistenza dei flipper, non riconoscete i vostri amici, entrate in camera vostra, vi sedete sul letto, non aprite la cartella, non vi mettete il walkman sulle orecchie, non guardate il vostro gameboy, e aspettate venti minuti, fissando il vuoto.”

“Per fare cosa?”

“Per curiosità. Concentratevi sui minuti che passano, non perdetevene neanche uno e domani mi raccontate.”

“E come farà, lei, a verifìcare che l’abbiamo fatto?”

“Non posso.”

“E dopo i venti minuti?”

“Buttatevi sui compiti come degli affamati.”»

(Daniel Pennac, Diario di scuola, pag. 135-136)

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In cammino verso la verità. Quale verità?

Pubblico un post piuttosto lungo e non proprio di leggera lettura preso da Asianews. E’ parte dell’intervento di stamane del papa ad Assisi. Ci sono molti spunti interessanti; resta la mia perplessità sul concetto di ateismo espresso dal papa, perplessità che ho già esplicitato in altre occasioni.

L’incontro di Assisi è una spinta al “cammino verso la verità”, facendosi “carico insiemeassisi.jpg della causa della pace contro ogni specie di violenza distruttrice del diritto”. Lo ha affermato Benedetto XVI nel suo discorso a conclusione della mattinata di interventi delle varie personalità religiose e non nella basilica di S. Maria degli Angeli, radunati per la Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo. Il pontefice ha sottolineato che nel mondo attuale la pace è messa a rischio da due tipi di violenza: quella che fa “uso della religione” e quella che deriva “dall’assenza di Dio”. Ma è importante sottolineare che accanto alle “realtà di religione e anti-religione” che portano violenza, vi sono anche coloro che “cercano la verità, sono alla ricerca di Dio”. Essi sono importanti collaboratori del dialogo e della pace perché correggono le pretese dell’ateismo, teorico e pratico, e spingono “i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio – il vero Dio – diventi accessibile”. Nel suo magistrale discorso, Benedetto XVI valorizza in modo forte la novità di questo incontro di Assisi rispetto a quello di 25 anni fa. Allora, Giovanni Paolo II aveva invitato solo rappresentanti religiosi. Questa volta, il papa ha invitato anche rappresentanti non religiosi, ma profondi ricercatori della verità e attribuisce ad essi una funzione fondamentale.

Il pontefice ha fatto anzitutto un bilancio dell’incontro di Assisi del 1986. “Allora – ricorda il papa – la grande minaccia per la pace nel mondo derivava dalla divisione del pianeta in due blocchi contrastanti tra loro. Il simbolo vistoso di questa divisione era il muro di Berlino che, passando in mezzo alla città, tracciava il confine tra due mondi. Nel 1989, tre anni dopo Assisi, il muro cadde – senza spargimento di sangue. La causa più profonda di tale evento è di carattere spirituale: dietro il potere materiale non c’era più alcuna convinzione spirituale. La volontà di essere liberi fu alla fine più forte della paura di fronte alla violenza che non aveva più alcuna copertura spirituale. Siamo riconoscenti per questa vittoria della libertà, che fu soprattutto anche una vittoria della pace”. Ma “a che punto è oggi la causa della pace?”, si domanda Benedetto XVI. Il mondo – egli risponde – è ancora “pieno di discordia”, non solo per la presenza di guerre qua e là nel pianeta, ma anche perché “il mondo della libertà si è rivelato in gran parte senza orientamento, e da non pochi la libertà viene fraintesa anche come libertà per la violenza”.

Il pontefice si diffonde poi nell’indicare due tipi di violenza. Il primo è “il terrorismo, nel quale, al posto di una grande guerra, vi sono attacchi ben mirati che devono colpire in punti importanti l’avversario in modo distruttivo, senza alcun riguardo per le vite umane innocenti che con ciò vengono crudelmente uccise o ferite. Agli occhi dei responsabili, la grande causa del danneggiamento del nemico giustifica ogni forma di crudeltà. Viene messo fuori gioco tutto ciò che nel diritto internazionale era comunemente riconosciuto e sanzionato come limite alla violenza. Sappiamo che spesso il terrorismo è motivato religiosamente e che proprio il carattere religioso degli attacchi serve come giustificazione per la crudeltà spietata, che crede di poter accantonare le regole del diritto a motivo del ‘bene’ perseguito. La religione qui non è a servizio della pace, ma della giustificazione della violenza”. Il papa sottolinea che “sì, nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza. Lo riconosciamo, pieni di vergogna. Ma è assolutamente chiaro che questo è stato un utilizzo abusivo della fede cristiana, in evidente contrasto con la sua vera natura”. L’incontro di Assisi del 1986 voleva proprio esprimere il messaggio che la vera religione è un contributo alla pace e che ogni altro uso è un “travisamento e contribuisce alla sua distruzione”. Per questo, continua il papa, è importante un dialogo interreligioso per ricercare “una natura comune della religione, che si esprime in tutte le religioni ed è pertanto valida per tutte”. Tale “compito fondamentale” serve a “contrastare in modo realistico e credibile il ricorso alla violenza per motivi religiosi”.

Il secondo tipo di violenza “è la conseguenza dell’assenza di Dio”, che porta con sé la “perdita di umanità” . “Il ‘no’ a Dio – ha spiegato – ha prodotto crudeltà e una violenza senza misura, che è stata possibile solo perché l’uomo non riconosceva più alcuna norma e alcun giudice al di sopra di sé, ma prendeva come norma soltanto se stesso. Gli orrori dei campi di concentramento mostrano in tutta chiarezza le conseguenze dell’assenza di Dio. Qui non vorrei però soffermarmi sull’ateismo prescritto dallo Stato; vorrei piuttosto parlare della “decadenza” dell’uomo, in conseguenza della quale si realizza in modo silenzioso, e quindi più pericoloso, un cambiamento del clima spirituale. L’adorazione di mammona, dell’avere e del potere, si rivela una contro-religione, in cui non conta più l’uomo, ma solo il vantaggio personale. Il desiderio di felicità degenera, ad esempio, in una brama sfrenata e disumana quale si manifesta nel dominio della droga con le sue diverse forme. Vi sono i grandi, che con essa fanno i loro affari, e poi i tanti che da essa vengono sedotti e rovinati sia nel corpo che nell’animo. La violenza diventa una cosa normale e minaccia di distruggere in alcune parti del mondo la nostra gioventù. Poiché la violenza diventa cosa normale, la pace è distrutta e in questa mancanza di pace l’uomo distrugge se stesso”.

Proprio davanti a questo quadro di violenze derivate dallo stravolgimento della religione e dall’assenza di Dio, Benedetto XVI mette in luce un fattore importante: “nel mondo in espansione dell’agnosticismo” vi sono “persone alle quali non è stato dato il dono del poter credere e che tuttavia cercano la verità, sono alla ricerca di Dio… Esse soffrono a motivo della sua assenza e, cercando il vero e il buono, sono interiormente in cammino verso di Lui. Sono ‘pellegrini della verità, pellegrini della pace’”. Esse – dice il papa – “pongono domande sia all’una che all’altra parte. Tolgono agli atei combattivi la loro falsa certezza, con la quale pretendono di sapere che non c’è un Dio, e li invitano a diventare, invece che polemici, persone in ricerca, che non perdono la speranza che la verità esista e che noi possiamo e dobbiamo vivere in funzione di essa. Ma chiamano in causa anche gli aderenti alle religioni, perché non considerino Dio come una proprietà che appartiene a loro così da sentirsi autorizzati alla violenza nei confronti degli altri”. Questi cercatori della verità spingono le religioni a purificarsi: “Che essi non riescano a trovare Dio dipende anche dai credenti con la loro immagine ridotta o anche travisata di Dio. Così la loro lotta interiore e il loro interrogarsi è anche un richiamo per i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio – il vero Dio – diventi accessibile. Per questo – ha concluso – ho appositamente invitato rappresentanti di questo terzo gruppo al nostro incontro ad Assisi, che non raduna solamente rappresentanti di istituzioni religiose. Si tratta piuttosto del ritrovarsi insieme in questo essere in cammino verso la verità, dell’impegno deciso per la dignità dell’uomo e del farsi carico insieme della causa della pace contro ogni specie di violenza distruttrice del diritto. In conclusione, vorrei assicurarvi che la Chiesa cattolica non desisterà dalla lotta contro la violenza, dal suo impegno per la pace nel mondo. Siamo animati dal comune desiderio di essere “pellegrini della verità, pellegrini della pace”.