Pubblicato in: Etica, Storia

Il ragazzo con la pistola d’oro

Abbiamo assistito alla morte di Gheddafi. A febbraio ne abbiamo parlato nelle classi. Abbiamo parlato della Tunisia, che ora si sta avvicinando per prima alle elezioni tra i paesi dei ribaltamenti; abbiamo parlato dell’Egitto di Mubarak, che ora è sottoposto a processo mentre se ne sta steso su un letto; abbiamo parlato dei rischi Siria, Yemen, Emirati Arabi, Arabia; abbiamo parlato della Libia di un Gheddafi che non c’è più. Le immagini del suo volto insanguinato e tumefatto hanno fatto il giro del mondo e con esse anche quelle del ragazzo che pare aver sparato il colpo di pistola. Qui sotto pubblico un articolo di Monica Mondo preso da Il sussidiario. E’ un pezzo molto ricco di spunti di riflessione, buona lettura.

Il ragazzo con la pistola potrebbe venire da qualsiasi parte del sud del mondo, con iragazzo%20pistola%20oro_280xFree.jpg lunghi capelli neri, il berrettino in testa, quella maglietta sbarazzina col cuore ferito da una freccia. Chissà se gliel’ha regalata la morosa. E’ giovane, ha una di quelle facce che si direbbero pulite, sembra aver vinto al tirassegno del luna park. E’ lui che ha appena sparato a Gheddafi, il dittatore, il raìs, il terrore del Maghreb per decenni, il topo braccato, come Saddam, in una buca di cemento alla periferia della sua Sirte. Il ragazzo sorride, si fa fotografare con in pugno una pistola dorata, come se l’avesse comprata apposta per la grande occasione, i compagni più anziani lo prendono in spalla, lo portano in trionfo. Chissà se gli daranno un posto nel nuovo esercito dei ribelli, o se tornerà a fare il beduino; se gli permetteranno di rilasciare interviste, e diventerà così un eroe nazionale. Il diciottenne che ha ucciso Gheddafi. Un ruolo da protagonista in un film. Ha la faccia, come si dice. E pensare che ci avevano provato in tanti, servizi segreti di diversi paesi, raid aerei di coalizioni semimondiali, guerriglieri e mercenari. Tutti gli organismi internazionali, costosissimi, pesantissimi, inutili, seduti a tavoli e tavoli a elaborare strategie per la cattura, e poi, che farne, un tribunale internazionale, no, consegniamolo ai libici, carcere, pena capitale, eccetera.

Chi ci ha creduto? Sapevamo bene che sarebbe finito ammazzato per terra, nella polvere, mentre ostentava sicurezza e intimava ai fedelissimi di cacciare i topi stranieri dal suolo libico. Sapevamo bene che ci avrebbero provato, a  dire che era stato ferito mortalmente in un attacco di guerra. Ma che avrebbero fatto a gara per farsi fotografare accanto al cadavere sanguinolento, la faccia spiaccicata nell’obiettivo, per raccattare quel po’ di gloria prima che nuovi rais locali o eserciti di liberazione si appropriassero dell’evento. Bastava un ragazzo, dopo tanti morti, dopo tante cacce all’uomo.  Finiscono così, da sempre, i tiranni. Sic transit gloria mundi, hanno chiosato i presidenti alleati, il nostro in testa, quelli che con Gheddafi, da decenni, ci facevano i banchetti, che lo omaggiavano di doni e fanciulle nelle tende allestite nel cuore delle più belle capitali europee.

 

Quelli che, meno spudoratamente, ma in modo più infido, hanno cominciato a disprezzarlo quando contava meno, quando era sul far del tramonto, e ora tentano di occultare le prove di scambi fruttuosi di denaro e di soldi, di operazioni militari ce di rappresaglie, più comode da imputare al cattivo di turno. Bene, scusate se ci commuove, quel volto deturpato che tutte le agenzie, le televisioni, i giornali sbattono in prima pagina, che inquieta i nostri bambini. Ci vergogniamo un po’, davanti a loro, perché non vale dire che era l’uomo nero, che era fatale, doveva finire così. Era un uomo, e da piazzale Loreto sono passati 56 anni. 

Abbiamo l’orgoglio di una cultura illuminata, democratica, non dovremmo accettare con indifferenza o come fatalità la vendetta cruenta sui nemici. Chi ha sguinzagliato i ribelli, o come dicono loro, i  liberatori, avrebbe potuto e dovuto farsi dare garanzie, perché una parvenza di giustizia aprisse la strada a una Libia nuova, riconciliabile. Vatti a fidare del Cnt, nonostante gli inviti diplomatici e i riconoscimenti frettolosi. Speriamo che Gheddafi non sia il primo di una lunga serie di cattivi impalati a beneficio delle telecamere, e come monito per gli oppositori.

Ma queste sono chiacchiere che rovinano la festa, che oggi muove le piazze e i consessi soddisfatti dei ministeri europei. Oggi è il trionfo di Sarkozy, che diventa padre mentre muore l’uomo che aveva deciso di far fuori, da tempo.  Guardate quel ragazzo di diciott’anni, com’è felice. Ha trovato il suo posto nella storia. Ma chi gli ha insegnato a sparare così a chi lo implorava di non sparare? Vorremmo credere che ha pensato ai tanti morti torturati, alle vittime offese, ai nemici incarcerati nelle fogne dai suoi sadici figli; e per questo, ha premuto il grilletto. Temiamo che non sia così. Il ragazzo con la pistola ha l’aria di chi  ha colpito l’orso burattino che grugnisce, ferito, e ha vinto una sistemazione per il futuro. Chi l’ha armato, chi gli ha insegnato a stare così allegro, davanti alla morte e alla Storia?

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Un adagio vivace minuetto

In quinta, parlando di globalizzazione è stato inevitabile toccare Mc Donald’s. Trovo ora questo articolo di Francesca Ferrara su Linkiesta.

 

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C’era una volta il Fast Food, verrebbe da dire dopo la nuova iniziativa lanciata dal colosso americano della globalizzazione dell’hamburger e patatine pensando ad una forma di declino del “fast life” e invece, si tratta di una forma di contaminazione tra ricette, di diverse culture. Ad aggiungere il tocco di “Alta Qualità in Cucina” claim della campagna pubblicitaria in corso, è Gualtiero Marchesi, che indica alla cucina del McDonald’s due ricette per due Big Mac davvero speciali e un dessert dal gusto delicato e particolare. I nomi “Adagio”, “Vivace” e “Minuetto”, si ispirano alla passione per la musica che nutre il cuoco italiano più famoso al mondo. Le tre novità rientrano nel programma “Mc Italy” ovvero come la multinazionale sposa sapori e prodotti tipici locali attraverso un processo di glocalizzazione culinaria.

Da sempre attaccata come la produttrice, su scala mondiale, del “cibo spazzatura” (dall’inglese Junk- Food) ovvero cibi super calorici a basso contenuto nutrizionistico, la multinazionale è stata oggetto di studi del sociologo George Ritzer che definisce il successo della cultura del simbolo americano come «un processo di omologazione e spersonalizzazione che con i suoi prodotti occupa un posto di primo piano nella cultura di massa». Nasce così la “macdonaldizzazione” che offre «calcolabilità, prevedibilità e controllo riassumibili nell’idea di efficienza» che annienta «la diversità e i prodotti vengono razionalizzati e omologati al fine di renderli accettabili a tutti». Niente altro che valori specchio emersi da una società frenetica, che vive di fretta e respira affannata, dimenticando il piacere di stare a tavola e di rilassarsi godendo dei sapori delle pietanze.

Nei giorni precedenti, a Napoli, per lanciare l’evento, i cittadini si sono imbattuti in delle comparse in livrea accompagnate da megaposate per una réclame on the road. Lo scopo era quello di destare l’attenzione dei passanti e di fare informazione su questi due nuovi McMenù interagendo direttamente, con questi soggetti che “a spizzichi”, tra un sorriso e una foto ricordo, rilasciassero qualche informazione senza svelare più di tanto ciò che sarebbe accaduto a partire dal 5 Ottobre. La scelta, è dunque ricaduta sullo urban spot e sul crowd feedback, ovvero testare la ricezione dell’attesa della novità-evento sui passanti facendo leva sulla loro curiosità.

Due nomi risonanti per un paio di panini: Vivace, prima e, prossimamente in arrivo, Adagio. Due brand del settore alimentare e culinario per sposare, ancora una volta, i sapori italiani. L’operazione firmata da Marchesi sembra avere uno spessore più profondo rispetto al semplice arricchimento dei menù che si possono trovare in preparazioni sui fornelli della catena di alimentare. I due concetti espressi dai rispettivi nomi sono “velocità” e “lentezza” che sono le due anime della fast life e della slow life, elementi, in parte speculari, soprattutto per i possibili stili di vita da vivere, nelle grandi città metropolitane. Attraverso il cibo e i suoi sapori naturali si accompagna la percezione della (propria) filosofia alimentare ad un modus vivendi, tipico, per chi lo ha già adottato, oppure si stimola la scelta del “gusto” che più rappresenta il proprio stile e ritmo di vita quando si mangia un boccone fuori casa.

Nella dispensa e nel frigo i due ingredienti che da ieri affiancano l’hamburger sono gli spinaci per il “Veloce” e le melenzane per l’”Adagio”. La presenza di verdura e ortaggi, dopo tanti anni di patatine e cheeseburger vari, apporta un tentativo di cambiamento nella percezione collettiva, e dell’opinione pubblica, dell’immagine aziendale, che dalla “macdonaldizzazione” intesa come diffusione su scala globale della filosofia del cibo e sapori americani, passa ad un processo di italianizzazione. Già nel 2010, con il patrocinio del Ministero delle Politiche Agricole, fece la comparsa sulle tavole del franchising americano il “Mc Italy, un “panino 100% italiano”, che promuoveva la qualità dei prodotti di varie regioni italiane: farina, insalata e carne, formaggio Asiago Dop, crema di carciofi, pane all’olio extravergine d’oliva dei Monti Iblei Dop. La prima domanda che viene da farsi è perché introdurre gli spinaci e le melanzane solo per sei settimane (tre per ciascun panino) e non per sempre. Uno sforzo durato un anno – come dichiarato dallo stesso chef – per concepire due ricette con ingredienti tipici della cucina mediterranea da proporre solo in versione limited edition? A parte l’effetto evento, quale beneficio di lungo periodo se non vi è inserimento tra i menù fissi, offrendo un più ampio paniere di scelta, sia ai fedelissimi che ai consumatori occasionali? L’altra è se il tutto, a parte la ricerca sul campo e la sperimentazione per la diversificazione e differenziazione del gusto, non sia solo un escamotage per rilanciare l’immagine aziendale sempre sotto i riflettori del J’accuse di medici, salutisti e associazioni di consumatori.

A parte il delicato sapore del “Minuetto”, dolce al cucchiaio con canditi, uvetta, che sposa la tradizione del panettone lombardo con quella veneta del tiramisù, e del gusto degli spinaci spadellati, della cipolla dolce e del bacon sull’hamburger di carne bovina inumiditi da un velo di maionese alla senape il tutto raccolto tra due fette di pane ai semi di girasole, l’impressione è che, se il piano di marketing rimarrà limitato al solo periodo autunnale, nonostante le due ricette siano lanciate con lo slogan “Comincia a crederci” , (riferendosi al debutto della tradizione dell’alta cucina italiana tipica dei ristoranti che approda sulle tavole dove si mangia senza posate), è che l’azienda si stia giocando, per rinforzare il suo messaggio di internazionalizzazione oltre oceano, la carta dello sposalizio tra il marketing sensoriale e il gusto dei prodotti Made in Italy rinunciando a più larghe vedute e ai risultati di (ri)elaborazione delle “ricette di casa nostra”.