Pubblicato in: Etica, Letteratura

Non è un cambio di stagione

Prendo da PeaceReporter un pezzo su un libro che potrebbe interessare ai “quintini”. L’articolo è di Christian Elia.caparros.jpg

Un eretico si aggira per le strade, e per le librerie, d’Italia. Martin Caparròs, per presentare il suo libro “Non è un cambio di stagione – Un iperviaggio nell’apocalisse climatica”, edito da VerdeNero, attraverserà lo stivale portando in giro il suo unico dogma: non avere dogmi. Giornalista e scrittore argentino, 54 anni, Caparròs ha conosciuto l’esilio – a Parigi – durante la dittatura militare nel suo Paese. Una penna graffiante, allergica al comune senso della retorica. Questo libro è un invito a coltivare il dubbio. Perché i suoi viaggi, in luoghi del pianeta ”dove la notte è notte e non c’è luce che la distragga” sono una sfida. A mettere in discussione una serie di concetti che siamo stati educati a sentire come nostri. Ma non è chiaro dopo quanta, reale, riflessione.

Lo scrittore argentino, mettendo in discussione in primo luogo sé stesso, parte da quello che lui ha sentito come un furto. ”Quando la destra si è appropriata del cambiamento?”. In prima battuta, rispetto al tema del libro, sembra che si parli solo del cambiamento climatico, il cosiddetto riscaldamento globale. Manila e le isole Marshall, il Marocco e la Nigeria, Sidney e le Hawaii. Storie, persone. Quelle che, davvero, soffrono le conseguenze di un mutamento che non sanno spiegare. Se non con le parole d’ordine di questi anni: riscaldamento globale. L’approccio più ingenuo a un libro come questo sarebbe quello negativo. Caparròs, come tanti scienziati prezzolati in giro per il mondo, non nega che abbiamo un problema nel rapporto tra lo stato di salute del pianeta e sviluppo economico dello stesso. Lo scrittore non nega nulla, ma si chiede perché. Perché, in primo luogo, non venga messo in discussione questo modello sociale, economico, culturale che, dopo la caduta del muro di Berlino, appare dominante. Rispetto all’aspirazione legittima di paesi emergenti a uno sviluppo economico, qual è la risposta? Per Caparròs è troppo semplice, adesso, per i paesi ricchi dire che non si può, non a quelle velocità, non con quel modello di sfruttamento delle risorse. Buoni a dirlo solo ora, come i politici citati ad esempio da Caparròs: Al Gore e Kofi Annan. Quando erano, rispettivamente, vice presidente degli Usa e segretario generale dell’Onu non hanno mosso un dito. Adesso, a capo di fondazioni milionari, diventano i paladini dell’energia pulita. Business pure quello. Caparròs ce l’ha con quelli che chiama ecololò, i militanti sempre radical, spesso chic, che dal comodo scranno dell’opulenza lanciano strali contro l’inquinamento del mondo. Per l’autore argentino, però, contribuiscono a un arrocco conservatore che non ha più nulla dell’anelito internazionalista della sinistra storica. Salvare le tradizioni, senza capire chi è che le sceglie, le tradizioni da salvare. Un invito, il dubbio come sale del pensiero. Una rivoluzione che deve partire dalla società, dalle società globali. Mettendo in discussione quello che ha creato questa situazione, non stabilendo che per salvare quello che resta si deve perpetuare l’esclusione di una parte di mondo dallo sviluppo. Un libro politico, senza alcuna pretesa tecnica. Caparròs si presenta per quello che è, un ”voyeur che l’ha trasformato in un mestiere”. Non è un climatologo che deve rispondere alle sue provocazioni, ma un politico. E tutti quelli che si sentono parte di una società globale che deve continuare a porsi domande.

Pubblicato in: Etica, libri e fumetti, Storia

Nobel per la pace a tre donne nel giorno della morte della Politkovskaja

Nel giorno in cui il Nobel per la pace viene conferito a tre donne, mi piace ricordare che oggi cade l’anniversario della morte di Anna Politkovskaja. Per raccontare la storia della giornalista russa è uscito un volume a fumetti di Francesco Matteuzzi ed Elisabetta Benfatto. Ecco come Ottavia Piccolo presenta l’opera.

“Non è giusto aver bisogno di eroi, ma è questo che Anna Politkovskaja è diventata: una figura eroica. Eppure faceva soltanto il suo lavoro, la giornalista. Ho un’immagine fissa davanti agli occhi: un sette di ottobre, il giorno dell’anniversario della morte di Anna, davanti a casa sua, a Mosca, alcune donne appendono un cartello in ricordo della giornalista. Arriva un militare, prende quel cartello, lo stacca, e una delle donne, un’anziana signora, minuta ma piena di coraggio, afferra anch’essa il cartello, non smette di discutere col militare e si fa trascinare via attaccata al cartello… Anna Politkovskaja non voleva essere un’eroina, ma era cosciente di essere viva per miracolo, perché qualcuno – forse lo stesso che ne chiese l’assassinio – aveva provvisoriamente deciso di lasciarla vivere. Forse non sapremo mai chi era questo qualcuno, ma certo le persone che in Russia, in Cecenia e in molte parti del mondo aspettano e lottano per sapere la verità sono una folla. In Italia sono nate molte associazioni nel nome di Anna, molti libri sono stati scritti… Ora arriva anche una storia disegnata: che stupenda idea! Mi fa venire alla mente quando comparve il primo Persepolis di Marjane Satrapi​, autobiografia disegnata, così intelligente e concreta, così “ferma” sulla carta che mi ritrovai a pensare che nulla più di Persepolis ci avrebbe fatto capire la condizione di chi viveva in Iran. Ecco, raccontare Anna Politkovskaja con un fumetto forse ci voleva proprio. Completa il ventaglio di accessi a una figura nobile e necessaria come la sua. E lo completa con l’urgenza di chi – sceneggiatore e disegnatrice – sono consapevoli che un’eroina coraggiosa e coerente, una donna dignitosa e altruista come la Politkovskaja ha tutto il diritto di muoversi e fermarsi nelle tavole del cantastorie.”

 

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Pubblicato in: Religioni

Vigilia di Yom Kippur

yom-kippur.jpgOggi è la vigilia di Yom Kippur, il Giorno dell’Espiazione, ed è la festività più sacra e importante del calendario ebraico. E’ un giorno di digiuno e preghiera, celebrato il 10 di Tishrei, 10 giorni dopo Rosh Hashanah, il Capodanno ebraico. Yom Kippur segna la fine dei “Dieci giorni dell’Espiazione”, e concede agli ebrei l’ultima opportunità di ottenere il perdono e l’assoluzione dai propri peccati per l’anno appena giunto al termine. Per meritare il perdono, la giornata è dedicata all’espiazione spirituale, e al proposito di iniziare l’anno nuovo con una coscienza limpida, consapevoli che Dio perdona chiunque sia veramente rammaricato dei propri peccati. L’idea della purificazione si esprime nel digiuno, che gli ebrei osservanti praticano dalla sera della festività fino alla sera successiva. A differenza delle altre festività ebraiche, Yom Kippur viene rispettata sempre, anche quando cade durante lo Shabbat, ed è l’unica giornata durante la quale sono previste cinque preghiere rituali. Anche se gran parte degli ebrei di Israele non sono religiosi, Yom Kippur è e rimane una giornata speciale, che mantiene il suo singolare carattere, e molti ebrei che si dicono laici e non visitano mai una sinagoga in tutto l’anno, in questo giorno speciale si recano alle preghiere rituali e, completamente o parzialmente, osservano il digiuno.

Consuetudini

  • Digiuno: la Torah stabilisce che in questo giorno gli ebrei devono essere “afflitti nell’anima”, osservando un digiuno totale, astenendosi da cibo e bevande, e rispettando altre proibizioni verso ogni piacere fisico, evitando di indossare scarpe in pelle o di lavare qualsiasi parte del corpo, denti compresi. Il digiuno, che perdura dal tramonto della vigilia fino al sorgere delle stelle della sera successiva, non è inteso solo come disagio, ma come un distacco dal coinvolgimento fisico che consenta una maggiore concentrazione nella preghiera e nell’introspezione richieste in questo giorno.
  • Kaparot: espiazione rituale, praticata secondo la consuetudine nel giorno di Yom Kippur. Un pollo vivo viene fatto roteare in cerchio attorno alla testa di una persona, con la credenza che i peccati vengano trasferiti al pollo, successivamente macellato. E’ d’uso offrire in dono ai poveri il pollo, o i soldi ricavati dalla vendita.
  • Selichot: richiesta di perdono che si aggiunge alle preghiere dei giorni precedenti Yom Kippur, e del giorno stesso, e che consiste nel chiedere perdono a chiunque si ritenga di avere in qualche modo offeso poiché, secondo la fede ebraica, osservare Yom Kippur consente di espiare i peccati verso Dio, ma non verso altri uomini, ai quali è d’obbligo chiedere perdono individualmente.
  • La cena prima del digiuno: alla vigilia di Yom Kippur il precetto religioso richiede che la cena festiva termini al tramonto, e che il periodo di digiuno abbia inizio immediatamente dopo.
  • Preghiera: gli ebrei religiosi trascorrono tutta la giornata di Yom Kippur in sinagoga, dedicandosi alla preghiera, che include un generale riconoscimento dei propri peccati, enumerandoli silenziosamente. Una delle più importanti preghiere è Kol Nidrei, declamata dopo le parole di apertura della prima preghiera, che cancella ogni promessa e giuramento. E’ d’uso recarsi in sinagoga vestiti a festa, o vestiti di bianco, simbolo di purezza.
  • Il suono dello shofar: al termine di Yom Kippur, il suono dello shofar, il corno di montone, chiude il periodo di preghiera e digiuno.

Informazioni importanti

Durante Yom Kippur sulle strade non c’è traffico, e molte famiglie passeggiano lungo le vie cittadine. Anche a Tel Aviv, una città dal carattere chiaramente laico, dove difficilmente l’attività si ferma e dove le strade sono sempre intasate, gli automobilisti rispettano la festività ed evitano di guidare. I bambini d’ogni età, d’altra parte, ne traggono vantaggio percorrendo le strade in bicicletta, roller e skateboard. Le aziende restano chiuse, comprese quelle che generalmente non osservano lo Shabbat, radio e televisione trasmettono solo i programmi delle emittenti straniere, poiché radio e tv israeliane sospendono l’attività. Se visitate Israele in questo periodo, potete trarre vantaggio da Yom Kippur passeggiando per la strada, e visitando una sinagoga per osservare i fedeli riuniti in preghiera o per partecipare voi stessi a questa esperienza. In ogni caso, tenete conto che nelle città ebraiche tutto si ferma, tutto chiude, non vi sono trasporti pubblici né taxi, offrendo un’atmosfera del tutto diversa dal solito.