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Il sasso

Il matto: “Se vuoi crederlo, non c’è niente al mondo che non serve. Lo vedi questo sassolino? Tutto serve. Serve anche questo sassolino.”

Gelsomina (guardando attentamente il sassolino che il matto aveva in mano: “A che cosa?”

Il matto: “E che ne so io? Se lo sapessi sai chi sarei?”

Gelsomina: “Chi?”

Il matto: “Gesù Cristo. Se uno sapesse tutto, quando si nasce, quando si muore! Chi è che lo sa? Non lo so a che serve questo sasso, ma serve. Se non serve questo sasso, non servono neanche le stelle.”

(Dalla sceneggiatura originale de LA STRADA, di Fellini e Pinelli)

 

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Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Etica, sfoghi

Se gli affari per Padre Pio non girano più…

Il 4 luglio 2009 ho postato un pezzo sulla cripta dorata della nuova chiesa di San Pio da Pietrelcina, a San Giovanni Rotondo. Ecco che oggi mi cade l’occhio su questo lungo, dettagliato, ricco articolo de Linkiesta.

«Nelle case ormai c’è più l’immagine di Padre Pio che non un crocifisso o una Madonna.padre_pio_chiesa_san_giovanni_rotondo.jpg Comincio a preoccuparmi, la gente dice “io credo a Padre Pio”, ma io la domenica non lo professo nel Credo né dico ‘credo ai santi’». È quasi rassegnato don Alessandro Amapani, dal 2002 al 2008 responsabile italiano della Giornata mondiale della gioventù e oggi voce critica nel barese. A San Giovanni Rotondo, 27mila anime nel Parco Nazionale del Gargano, fa spesso da guida a giovani fedeli nella cripta dorata del frate da Pietrelcina. «L’uomo è misericordioso – spiega il 36enne con 13 viaggi in Terra Santa – tra Pio e i giovani c’è un dialogo fortissimo e non è facile perché ti mettono sempre in discussione. Ne hanno sentito parlare da nonni e bisnonni ma ora si danno da fare per conoscerlo, è ridicolo dire che è più vicino a noi solo perché ha vissuto il Novecento. Andate ad Assisi a vedere l’invasione di famiglie giovanissime lì per San Francesco o solo per curiosità».

“Padre Pio è il santo più amato dagli italiani” diceva un sondaggio di Casa.it sulle immagini sacre nelle case del Belpaese. Più di Sant’Antonio e San Francesco d’Assisi. «Guardi – replica Amapani – è nei bunker dei mafiosi e camorristi perché appare più potente addirittura di Dio, sembra ci sia del magico semplicemente nel rivolgersi a questa entità forte e misteriosa. Chi arriva ha un bisogno di protezione autentico e di salvezza spirituale ed è convinto che risolva i problemi fisici. Dà risposte molto forti a situazioni di vita drammatiche. È una figura mistica ancora tutta da conoscere, ma non sempre i pellegrini vanno in profondità».

Francesco Forgione (questo al secolo il nome di Padre Pio) per Agostino Gemelli resta uno “psicopatico”, per Andreotti “l’uomo del secolo”, per Wojtyla venerabile nel ‘90, beato nel ’99 e santo nel 2002. Qui son saliti Bartali nel 1947, Lefebvre nel 1968, lo stesso Giovanni Paolo II nel 1987 e Benedetto XVI nel 2009 quando l’hanno trasferito nella nuova chiesa. L’ha disegnata Renzo Piano. Inaugurata nel 2004, è tra le più grandi e discusse d’Italia. Chiedetelo a Ravasi e Sgarbi. L’hanno voluta i frati per ospitare la marea di fedeli che negli anni ha invaso quella realizzata nel ’59, la Santa Maria delle Grazie che appena finita appare “una scatola di fiammiferi” allo stesso Padre Pio. Oggi c’è uno scatolone di 6mila metri quadri per 7mila persone e fino a 40mila sul sagrato. Croce di bronzo dorato di Arnaldo Pomodoro e tabernacolo di Floriano Bodini. Nella chiesa inferiore la cripta con la salma, 3 sale conferenze, 31 confessionali e ampie zone per pregare. In più 2mila metri di mosaici in oro (e non solo) di un artista e teologo sloveno, Ivan Rupnik: 36 nicchie (a destra la vita di San Pio e a sinistra quella di San Francesco) e 16 temi spirituali, dalla “chiamata” fino alla “felicità nella vita dello Spirito Santo”. Tutto questo Padre Pio non lo sa, direbbe De Gregori. Ma non è semplice trovare un ponte anche con Lourdes, Fatima o Medjugorje. Silvia Godelli, assessore regionale alla Cultura e Turismo, guarda al popolo della Puglia. «Padre Pio non ha omologato la spiritualità della gente – dichiara a Linkiesta – il tessuto sociale è intriso di devozione e la venerazione dei santi patroni resiste al tempo e ai flussi migratori. Ogni borgo è uno scenario di culti autentici e di attaccamento alla tradizione, tra cerimonie millenarie, religiose ma anche pagane, di grandissimo fascino e di rappresentazione scenica assolutamente teatrale. Si pensi a San Nicola a Bari, Sant’Oronzo a Lecce, San Michele a Monte Sant’Angelo, ma anche alla Focara di Novoli, ai Fucacoste di Orsara e alle Fracchie di San Marco in Lamis».

Dei e diavoli. Etica e capitali. Sud e magia. Da Erodoto a Weber fino a Ernesto De Martino, la partita è ancora aperta. Il 23 settembre scorso, il giorno della festa di San Pio, i frati hanno donato ai bambini dell’ospedale il fumetto “Piuccio e Lolek”, Padre Pio e Giovanni Paolo II in favole per piccini. Lo ricorda a Linkiesta Francesco Colafemmina, filologo e autore nel 2010 del libro “Il mistero della Chiesa di San Pio”. «I frati hanno trasformato la devozione in fenomeno da baraccone – taglia corto lo studioso barese – è un pellegrinaggio per eventi. Con quei fumetti stanno banalizzando la santità. Chi viene cerca un luogo riconoscibile, la tomba o i luoghi in cui Pio ha vissuto e invece trova la nuova chiesa senza nemmeno inginocchiatoi. La vecchia cripta era un luogo semplice e racchiusa nel neoromanico, ora ci sono le etichette con le spiegazioni perché tra l’oro e i mosaici la gente si distrae». Ma il santo, ammette Colafemmina, ha una “affinità elettiva” col dna del Sud. «Anche se i fedeli seguono i santi che ritengono fare più grazie e c’entra poco il marketing della santità, sentite cosa vi risponde un meridionale se gli chiedete chi è Edith Stein (Santa Teresa nel 2008 e patrona d’Europa, ndr)». I meridionali qui piangono, ma singhiozzano anche bresciani, polacchi, irlandesi e coreani. Il luccichio spiazza i novizi. «I mosaici – precisa Amapani – sono un’esperienza di fede che ha bisogno di tempo per essere capita e vissuta, c’è l’ignoranza di chi vuole subito toccare il corpo perché prima arrivi e prima non so che ti succede. Un genio di spiritualità come Pio si manifesta anche con un genio artistico come Rupnik. Un capannone come altrove sarebbe stato squallidissimo». E il San Francesco delle elementari? «Quando parla della liturgia delle chiese e delle messe, dice che bisogna usare l’oro più prezioso, così devo preparare il meglio che ci sia nei riti in cui Cristo si rende presente. Quando l’uomo smetterà di fare arte e bellezza il mondo sarà finito».

Laici e cattolici, post comunisti ed ex scudi crociati, sono tutti d’accordo: l’unica eredità del frate è l’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza. Misteri e miracoli a parte, è Padre Pio infatti che nel 1940, nella provincia di Di Vittorio, coltiva il sogno di «una sanità dal volto umano», una sorta di Primavera alla Dubcek per le malattie del mondo. Il nosocomio è oggi un centro d’eccellenza per la sanità in deficit del Meridione (e non solo): nel 2010 agli ambulatori sono giunti 125mila pazienti, più di 1 milione di prestazioni e 56mila ricoveri ordinari. Medicina rigenerativa, oncogenomica, oncologia sperimentale, cellule staminali somatiche e pluripotenti indotte. Ha anche le banche biologiche, tra cui la banca cordonale (nel 2009 con la maggior raccolta in Italia) e quella del latte umano. «Basta ad alimentare la fede dei credenti e dunque i pellegrinaggi – conferma la Godelli – se la città fosse soltanto un luogo finto, un parco a tema religioso, un mercato del sacro, non avrebbe visto decine di milioni di persone raggiungere il Santuario». Il mercato, in realtà, va avanti dal 1918. Sboccia con la vendita occulta di false pezzuole intrise di sangue appena Padre Pio dice di avere le stimmate, le ferite divine del suo ispiratore, San Francesco. Oggi si parla di “Padre Pio spa”, un flusso di quattrini, tra donazioni, fondi per l’Ospedale, diritti editoriali sui libri, antenne tv, giornali, siti internet, banner pubblicitari e souvenir. Secondo una ricerca del 2007 di Marketing Tv, il brand ha in mano il 4% del mercato italiano. Ma la chiesa di Piano e le bancarelle sono staccate. A gennaio 2010 i carabinieri qui scoprono un clan che spaccia droga, così nel 2004. A 2-300 metri, con 130 euro si fa la spesa: francobolli da 800 lire del ‘98 a 70 cent, magneti per il frigorifero e angeli proteggi-bimbi a 4, portachiavi per auto a 6, la statua con saio a 8, l’acquasantiera per la casa a 9, il nocino alle erbe di Padre Pio e l’altarino in legno a 10, la candela col santo nascosto nella cera a 6 e 50, l’orologio da taschino a 15 e con 50 il modellino in scala del carro funebre del ’68. Vicini a orecchiette, caciocavallo e al rosso locale, il nero di Troia. A Roma, con uva moscata, pasta e mandorle, nel 2002 hanno tirato fuori il “gelato del Santo”. I fedeli sono cambiati. Sono nei gruppi di preghiera: 3324 in tutto il mondo, 2580 in Italia e 744 all’estero. Pregano, cantano, raccolgono soldi per opere di beneficenza e tornano «rinati nello spirito e nel corpo», dicono. Hanno rosari, ma anche tablet. L’applicazione? “Padre Pio Tv”, le funzioni locali live da Tele Radio Padre Pio. «Amplifica il messaggio del santo che in vita comunicava con radio e giornali di tutto il mondo» dice a Linkiesta Stefano Campanella, direttore del canale nato nel 1987, come Radio Tau, su idea dei cappuccini di Sant’Angelo e Padre Pio. Satellite, digitale terrestre e internet non bastano più. «Ci chiedono i fatti ma anche soluzioni ai problemi di tutti i giorni attraverso l’esempio di Padre Pio che è la via per arrivare a Cristo e non il monopolio dei santi. Già in vita il frate aiutava e accoglieva i sacerdoti di Santa Rita». Per Don Alessandro, con forme e formule diverse, il fenomeno “bancarellaro” è nella storia dei pellegrinaggi e non è solo ecclesiale. «Ci sarà sempre un business – sottolinea il parroco – in Terra Santa hanno portato via i pezzi del sepolcro e sulla nuova basilica hanno cominciato a fare prima le croci nei muri per dire ‘io sono stato qui’ e poi a portar via la polvere del santuario. Così coi rosari e le immagini a Medjugorje o nei santuari buddisti e musulmani. Il mondo religioso e dei souvenir non è Padre Pio ed è fuori dalla basilica. I frati nel sagrato non fanno vendere neppure un rosario. Danno al luogo e al personaggio la vera identità come a Lourdes e a Fatima e tolgono garanzie a chi ha questo senso religioso». Intanto gli alberghi e “chi ha questo senso religioso” hanno cambiato la città. Per l’Organizzazione mondiale del turismo (Wto) San Giovanni Rotondo è la quarta meta mondiale della fede. Da 7 anni, tra Foggia e i Comuni dauni, espositori e buyers del pianeta son qui per la Bitrel, la Borsa Internazionale del turismo religioso (Aurea fino al 2009), stile Expocattolica di San Paolo. Quest’anno, dal 26 al 31 ottobre, si è tornati sulle Vie Francigene del Sud, i sentieri longobardi da Otranto a Roma, passando per la grotta di San Michele a Monte Sant’Angelo. Santuari e mercati, ma col Gargano mal collegato (vedi la frana di Montaguto), nemmeno l’aeroporto “Gino Lisa” di Foggia riesce a far decollare il turismo. Ci prova invano dal 1989, ma con una pista di 1.560 metri, Boing 737 e Airbus A320 fanno fatica. Così Aeroporti di Puglia, con l’ok di Comune, Provincia e Camera di Commercio di Foggia, ha deciso di portarla a 2.000 metri contando su 14 milioni di fondi Fas per il Mezzogiorno (sbloccati solo a luglio scorso). Ultima parola ora a Regione e conferenza di servizi. Resta però un “aeroporto bonsai”: costa tanto e viene usato poco. Tra arrivi e partenze, il traffico aumenta, ma è sotto i 72mila viaggiatori nel 2010 (68mila nel 2009). E dopo Club Air, Myair e Air Alps, i voli sono ancora per poco in mano alla svizzera Dream Airline che, in tre anni, ha fatto volare circa 130mila viaggiatori da e per Milano, Torino e Palermo. Sì, perché il 5 novembre lo scalo chiude i battenti: la Regione ha deciso di non versare più l’annuale cofinanziamento di 4,8 milioni.

Nel 2010 la città è tra le 31 bellezze mondiali per il New York Times. L’anno scorso, stando ai dati del Comune sul turismo locale (Istat e Agenzia di promozione turistica locale), sono arrivati da ogni parte del globo in 7 milioni e 45mila, tra pellegrini, turisti, gente in visita a parenti o in ospedale. Un record per gli ultimi 15 anni e più del 2008, quando l’ostensione delle spoglie di San Pio ne fa porta 6 milioni e 567mila (420mila in meno rispetto al 2009). Il problema è un altro: non entrano negli alberghi. Sono 163, inclusi bed&breakfast, affittacamere, case per ferie, villaggi e campeggi. La Camera di Commercio la chiama “industria dell’accoglienza”: un indotto senza 5 stelle e con circa 4mila addetti colpito dalla crisi e dalla moria di clienti. Ha registrato 426mila arrivi nel 2009 e appena 276mila lo scorso anno. E in 36 mesi l’uso medio dei posti letto è sceso da 118 giorni a 74, il peggior dato dal ’96, quando i cuscini servivano per 286 notti. In 12 mesi hanno chiuso i battenti 3 albergatori, anche se la cura dimagrante ha partorito 87 posti più del 2009. I turisti vanno anche a San Marco in Lamis, Vieste e Barletta e la media di permanenza è quasi la stessa da anni: nei 6.392 lettini dormono meno di due giorni (1,74). «È colpa della crisi economica – è la tesi del direttore Campanella -, tra l’altro Padre Pio consigliò a una persona, che faceva tutt’altro, di comprarsi un albergo ma senza sfruttare i pellegrini. Non aveva una visione trascendentale della vita, aveva i piedi per terra, poi è la legge di mercato che misura il business». Ma la politica cosa ha fatto? Chi ha messo mani al turismo o è andato a casa o ha dato il sonnifero ai piani di rilancio. Come quello di Federico Massimo Ceschin, l’esperto di marketing urbano che nel 2010, su incarico del sindaco di centrosinistra Gennaro Giuliani (in carica dal 2008 a natale scorso), stila un “Proposta progettuale per lo sviluppo del turismo” e poi arrivederci. “Dovevo riportare in equilibrio la città anche con la partecipazione popolare al nuovo piano urbanistico generale – chiarisce il manager che oggi cura la Bitrel per la Regione – la parola d’ordine era “normalità” contro le contraddizioni urbanistiche. Si pensava a una crescita qualitativa riportando spiritualità e senso autentico di devozione a partire dal centro storico, ripercorrendo i passi del frate, senza esagerazioni, senza egemonie, con l’immagine reale di un borgo capace di ritrovarsi con la ruralità e con l’ambiente, e i flussi turistici finalmente opportunità per uno sviluppo fondato sulla lentezza di questa terra». Così lenta che aspetta i guadagni sognati col Giubileo quando da Roma arrivano 50 miliardi di lire (8 per mille escluso) in deroga al piano regolatore e tirano su nuovi alberghi e vecchie pensioni. E con la beatificazione del ’99, il sindaco di centrosinistra Davide Pio Fini (dal ’96 a 2000 e poi delega al turismo con Giuliani) sfrutta il momento. «Recuperiamo un ritardo trentennale per la viabilità e per l’accoglienza – diceva – ed è giusto farlo ora che i mezzi ci sono. Tutte queste opere tornano a vantaggio degli abitanti di San Giovanni Rotondo e dei Comuni vicini». Con 20 miliardi anche per i parcheggi, Fini dice poi sì a 36 nuovi alberghi, ma riceve altre 464 domande. Il passo sembra più lungo della gamba. La sinistra locale va in crisi, la città viene commissariata e a maggio scorso passa al centrodestra (Luigi Pompilio). «Ma per ricucire quello strappo urbanistico ci vorrà molto tempo – spiega Ceschin -. C’è una sola area verde, il Parco del Papa, senza un piano di gestione e senza piscina, auditorium, centro congressi, pista ciclabile, impianto sportivo o valorizzazione del contesto rurale o forestale cittadino». Sembra di essere tornati al paesello selvaggio di pastori ritratto nel 1957 da Vittorio Sala per l’Istituto Luce, “Le capitali d’estate. Itinerario adriatico da Pescara a Ravenna”. C’erano solo la foresta e l’ospedale, ma anche allora San Giovanni Rotondo era in bianco e nero.

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Provocazioni

Lunedì 17 ottobre si è tenuto a Todi,  presso il convento francescano di Montesanto, il seminario “La buona politica per il bene comune”, promosso dal Forum delle persone e delle associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro. Alla fine del convegno, il direttore di Unimondo Fabio Pipinato ha pubblicato una riflessione ricca di spunti e provocazioni 

bdb0c7b7-4cdf-4b2c-b7cc-50b0b9e498e9.jpgL’appuntamento di Todi è stato importante. L’aver ritrovato un tavolo comune, tra fratelli in diaspora, non è banale in tempi ove l’individualismo va alla grande. Il titolo sobrio e quanto mai attuale: “Una buona politica per il bene comune”. Sin qui tutto bene. L’esito? Non me ne vogliano, ma mi sembra un po’ scontato. Lo riporto pur sapendo di perdere metà lettori: un governo più forte, un no alle elezioni anticipate, una nuova legge elettorale, un rafforzamento del welfare e una riforma del fisco che metta al centro la famiglia. Non dico che ci si sarebbe aspettato un Codice di Camaldoli ma qualche riflessione in più intra anziché extra poteva ben emergere. Che significa “intra”? I cattolici si sono dati appuntamento per dire cosa gli altri (alias, il governo) – dovrebbero fare? (extra). Legittimo. Forse sarebbe meglio cambiare angolatura per comprendere cosa i cattolici potrebbero fare. E ne avremmo a sufficienza. Prima di rimuovere la trave che è nell’occhio di tuo fratello forse è il caso di spostare la capriata che sta nel nostro; parafrasando il Vangelo. Tento, quindi, di declinare qualche verbo che ci possa aiutare ad affrontare la crisi prima di senso e poi economica ed ambientale.

Rinunciare all’8 x mille che non sia specificamente destinato alla Chiesa cattolica. Nel contempo si rinuncia al privilegio del non pagare le tasse (l’Iva) se l’opera (l’albergo) è “di religiosi” o se la struttura ha annessa una cappelletta/chiesetta. Insomma, in uno Stato dai privilegi diffusi serve qualcuno che faccia il primo passo in tutt’altra direzione.

Vendere. Non mi riferisco solo alle Diocesi, alle parrocchie ma, in primis, alle associazioni cattoliche di cui sono parte. Sono spesso appesantite da immobili; strutture. Alcuni circoli non parlano d’altro. Forse dovremmo diventare più leggeri; più agili. Vendere le strutture per dare un futuro alle organizzazioni già esistenti che necessitano d’ossigeno. Un cambio di paradigma: non più muri ma persone.

Appassionare. Non basta più impiegare; non abiteremo il nostro tempo. Appassionare è un imperativo. Basta con gli impiegati demotivati con l’orologio in mano, recupero ore, lungo elenco di diritti acquisiti, tutti telefono, caffè e gossip. E poi ci permettiamo di criticare i ministeriali. Chi lavora per il welfare deve essere appassionato al “bene comune”; alla costruzione della cattedrale. Certo. Servono forti iniezioni di formazione, motivazione ma soprattutto incentivi meritocratici che si ispirino un po’ più al toyotismo che al fordismo, per dirla con l’economia applicata.

Incentivare. Abbiamo l’obbligo, in tempi di lavoro scomposto, d’incentivare i giovani più meritevoli con un’addizionale di reddito pari a quella data dal servizio civile. Perché? Le associazioni cattoliche sedute attorno al tavolo di Todi sono state fondate quando c’era la Chiesa di Pio XII, i partiti di massa, l’associazionismo di massa. V’erano contratti indeterminati, ferie pagate, baby pensioni; oggi tutto è cambiato. Molte persone hanno contribuito non poco alla crescita di queste Istituzioni donando il surplus di tempo in forma volontaria. Ma lo potevano fare perché erano coperti da un minimo salariale. Oggi possiamo chiedere ai giovani di “esser parte/farsi carico” solo se garantiamo loro le risorse minime che andranno a sommarsi ad altre loro entrate.

Ridurre. Le associazioni cattoliche sono pronte a chiedere una riduzione dei costi della politica. Più che legittimo in tempi di crisi economica e non solo. Ma la sfida, anche qui, non sta all’esterno ma al proprio interno. Il divario tra il costo dei dirigenti, segretari generali ed i giovani di cui sopra deve ridursi drasticamente se vogliamo recuperare credibilità agli occhi della gente. E’ semplicemente immorale che un dirigente di un’Associazione cattolica possa superare il reddito di un parlamentare. Potremmo, invece, ricavare nuove risorse per garantirci futuro.

Aprire. Il tavolo di Todi è una modalità per conoscere l’altro che sta accanto a me e con il quale potrei collaborare, visto il “comun sentire”. Ma guai se diventa una roccaforte in difesa del “noi”. Se sta in collina anziché scendere a valle. L’approccio dell’ “economia civile” dovrebbe rileggere i tempi. Non siamo più noi “primo mondo” che dettiamo legge e vangelo agli altri mondi ma una dose di umiltà ci potrebbe portare ad apprendere dai laboratori implementati da altre religioni sparsi nel pianeta. Dalle tigri asiatiche al Brasile passando per il Sudafrica. Insomma, per stare al mondo bisogna conoscere il mondo.

Allocare. Immorale è investire in “banche armate“, in banche che favoriscono il commercio d’armi con i Sud del mondo. Oggi esistono alternative consolidate come Banca Etica e altre banche che hanno fatto scelte precise o moltissimi istituti di microcredito e microfinanza che investono sul lavoro e non sulla speculazione finanziaria che è concausa di questa crisi. Questi mondi come il commercio equo e solidale, il biologico non appartengono più alla sfera della “simbologia” ma sono parte dell’economia reale. Qui servirebbe un cambio di passo da parte del mondo cattolico che ha contribuito, peraltro, a far nascere questi mondi.

Negoziare. Dovremmo anche aprire lo scrigno dei principi non negoziabili. Suvvia; lo stanno facendo anche i talebani a Kabul per la transizione nel 2014 e la libertà di stampa sta entrando in Myanmar. Se tutto si riduce alla difesa intransigente del “non negoziabile” non se ne esce. Nei comportamenti morali non c’è differenza tra laici e cattolici in quanto a Todi metà erano divorziati come, parimenti, non pochi giovani della GMG si sono “appartati usando anticoncezionali”. Insomma, si dovrebbe cercare di andare oltre la contrapposizione ideologica.

Privilegiare. Il rapporto Caritas dà una fotografia drammatica dell’Italia di oggi: oltre 8 milioni di poveri. Possiamo inserire al primo posto in tutti gli odg (ordine del giorno) di tutti gli incontri a tutti i livelli cosa possiamo fare noi (non il governo) come associazioni cattoliche per i nostri poveri? I poveri non possono stare tra le “varie ed eventuali” perché non sono eventuali. Ci sono. E saranno sempre con noi. Punto.

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Agenzie di giudizio…

images120.jpgMai come in questi ultimi mesi ci siamo sentiti bombardati dalla parola “declassamento”. Infatti, in questo periodo di crisi economica, ci siamo spesso svegliati la mattina con un orecchio al radiogiornale e con la domanda “Chissà se ci hanno declassati ancora?”. Le tre maggiori agenzie di rating, quelle che dopo aver giudicato le aziende ora si dedicano alla valutazione degli Stati, sono Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch. La prima è nell’occhio del ciclone perché accusata di agire nell’illegalità, in quanto priva di una licenza da parte dell’autorità di controllo europeo (sta lavorando comunque regolarmente in attesa di tale licenza). Ciò che viene criticata maggiormente è la loro pretesa di valutare gli Stati con la stessa logica con cui giudicano le aziende: ciò fa sì che i destini economici di interi Paesi dipendano dalle loro promozioni o bocciature, con relative conseguenze sociali e politiche. In particolare sono accusate di essere controllate dagli stessi grandi investitori che lucrano attaccando Stati e imprese (tra l’altro andrebbe anche valutata la loro competenza visto che, alla vigilia del grande crac, diedero voti altissimi ai titoli legati ai mutui sub-prime e alla banca Lehman Brothers…). Diamo un’occhiata un po’ più approfondita:

Moody’s: tra coloro che tirano le fila c’è il miliardario Warren Buffet che vanta importanti partecipazioni in Coca-Cola, Gilette, McDonald’s, Kisby Company, Walt Disney. Secondo Forbes è il terzo uomo più ricco al mondo.

Standard & Poor’s: ha come capogruppo Mcgraw-Hill che opera nell’editoria (libri scolastici e apprendimento digitale) e nel mercato di capitali e materie prime.

Adusbef e Federconsumatori chiedono un risarcimento danni e affermano: “L’operato delle tre sorelle del rating, ampiamente ed universalmente screditate in maniera clamorosa con il fallimento di Lehman Brothers nel 2008, quando fino all’ultimo momento non si accorsero di nulla, dopo aver miseramente fallito nei loro giudizi sui subprime l’anno precedente, hanno indotto il Dipartimento di giustizia Usa ad aprire un’inchiesta sui giudizi (sbagliati) attribuiti da S&P ad alcuni prodotti legati ai mutui ipotecari americani prima dello scoppio della crisi dei subprime nel 2007, deve trovare immediata ed univoca risposta dai Governi europei, con rigidi paletti e regole urgenti all’operato di una cupola che, dopo aver imposto manovre lacrime e sangue, vuole portare l’Europa e l’euro al default per mere finalità speculative.”

Ciò detto, non sia tutto questo una scusa per attribuire alle tre agenzie la causa dell’attuale situazione economica; certo, più l’economia ruota intorno alla finanza, più sarà rilevante il ruolo delle agenzie di rating…

(dati e notizie sono presi dall’articolo “Agenzie di rating servizio o cricca?” di Romolo Menighetti su Rocca del 1 ottobre 2011 e dal sito www.adusbef.it)

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La Cina in cerca di un’etica

Prendo da Peacereporter questo interessante articolo

 

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Non sappiamo se nel fare il suo discorso in conclusione del plenum del Comitato centrale del Partito comunista cinese, il presidente Hu Jintao avesse in mente il destino di Yue Yue, la bambina di due anni morta venerdì mattina dopo essere stata travolta da ben due furgoncini il 13 ottobre e ignorata da 18 passanti, prima che una donna migrante, un’accattona di quelle che frugano nell’immondizia, cercasse di prestarle soccorso e avvertisse la madre. È successo a Foshan, nella provincia meridionale del Guangdong. Di sicuro il richiamo di Hu a uno “sviluppo culturale” necessario rivela un brutto clima e al tempo stesso una consapevolezza: alla Cina manca ormai una narrazione comune, una cultura condivisa che la renda coesa per reggere al proprio stesso boom economico. Ora il vaso di Pandora si è aperto. Il caso di Yue Yue è stato al centro dell’attenzione collettiva per un’intera settimana, è stato amplificato a dismisura su Weibo, il social network che da queste parti ha un'”autorevolezza” equivalente a quella di Facebook in occidente – si parla di 500mila post sull’argomento – per poi essere ripreso dai media ufficiali. A fare da corollario, la vicenda della soccorritrice, Chen Xianmei, la donna “invisibile” di 57 anni assurta improvvisamente agli onori della cronaca. Le sono stati offerti soldi da donatori anonimi e non, telecamere e taccuini l’hanno assediata, le malelingue hanno sostenuto che avesse fatto tutto per denaro (se facciamo schifo tutti, tutti facciamo un po’ meno schifo). Lei ha continuato a ripetere che voleva solo soccorrere la bambina ed è andata in crisi per le pressioni insostenibili: forse la prossima volta si comporterà come i 18 che l’avevano preceduta nel vicolo di Foshan.

Commentatori di ogni genere si sono espressi. C’è chi accusa l’eccessiva mentalità utilitaristica della Cina contemporanea. Jiang Xueqin, su The Diplomat magazine, arriva a parlare di una e vera propria evoluzione cerebrale, indotta da trent’anni di enfasi sui valori materiali, che avrebbe sviluppato nei cinesi solo la parte del cervello che elabora calcoli utilitaristici e annichilito quella che governa i sentimenti. D’altra parte c’è chi punta il dito contro le deficienze del sistema: in un quadro legale dove non sono garantiti diritti individuali, chi non si fa gli “affari suoi” rischia sempre di passare per colpevole. Esemplare il caso che China Daily riporta nella stessa pagina che parla della vicenda Yue Yue: un adolescente, tale Zhang, è stato messo sotto torchio dalla polizia perché sospettato di avere investito un’anziana donna; lui continua a ripetere che stava solo cercando di aiutarla. Chi ha ragione? Nel caso, meglio astenersi (dal soccorso), anche perché di casi simili se ne sentono a bizzeffe, quasi si stesse perdendo anche l’antica relazione confuciana della pietà filiale. Un’amica italiana che vive a Pechino ha assistito di recente a un episodio che è l’altra faccia del caso Yue Yue: subito dopo essere stato urtato da un’auto, un uomo giace al suolo come morto. A nulla valgono i tentativi di rianimarlo da parte dei passanti. Quando il conducente della macchina gli sventola sotto il naso una mazzetta di banconote, l’uomo salta in piedi, prende i soldi e scompare tra la folla. Il China Daily sostiene che “le vittime dovrebbero avere il senso morale di essere grate per l’aiuto che gli viene offerto, mentre chi intende dare al prossimo una mano, dovrebbe avere una conoscenza di base sulle tecniche di soccorso”.

È proprio quel “senso morale” che la Cina cerca nelle pieghe del caso Yue Yue e che Hu Jintao intende, forse, quando parla dello sviluppo culturale necessario alla Cina del boom. Qualcosa rivolto all’esterno, certo, perché una grande potenza deve esercitare soft power e farsi conoscere non solo per i dollari Usa che tiene in cassaforte; ma anche e soprattutto all’interno, perché altrimenti si rischia di esplodere. Ora, come si diceva, il vaso di Pandora si è aperto e diverse amministrazioni locali – tra cui quella del Guandong, dove si trova Foshan – sembrano sul punto di varare leggi contro l’omesso soccorso. Linee guida per informare su come si prestano i primi aiuti alla vittima di un incidente sono già state distribuite dal ministero della Salute e nei circoli accademici si discute sul miglior modo per risollevare la moralità pubblica. Come sempre, la Cina può cambiare da un giorno all’altro e le campagne in grande stile sono forse l’ultimo retaggio dell’ormai tramontato maoismo, che era anche una cultura e una morale. Quelle che oggi si vanno ricercando.