Pubblicato in: Scuola

Le “mie” frecce

Ho trovato questa lettera di una maestra andata in pensione sul sito del CEM. Condivido molte delle cose che sono scritte, molte delle difficoltà descritte; ma voglio anche sottolineare la bellezza del lavoro in classe, le discussioni appassionanti, le facce stupite degli allievi, i contributi arricchenti di ciascuno di loro, il dispiacere nel vedere gli studenti che escono per quell’ora perché non saprò come la pensano, il vederli entrare in prima piccoli gavanelli e il vederli uscire in quinta come frecce scoccate verso il futuro. E’ vero il contesto è complesso, ma voglio pensare positivo 🙂

5645659643_1477bb2563_b.jpg«… E un ridere rauco e ricordi tanti e nemmeno un rimpianto…». Basta «sfogliare» Fabrizio de Andrè per trovare le parole per dirlo. Per 40 anni ho fatto la maestra. Un mestiere sottopagato, che ha sempre meno riconoscimento sociale ma che rimane il mestiere più bello del mondo. Ora è tempo di andare in pensione. Se ripercorro, come in un film, la storia di questi lunghi anni non mi vengono certo in mente le circolari, il POF, le griglie di valutazione, l’Invalsi, i registri (quelli li ho sempre compilati , e malvolentieri, appena prima della scadenza). Rivedo invece le facce – quelle sì le ricordo bene -, gli occhi, le voci, le storie dei tanti e tanti bambini – ora diventati più che adulti – con cui ho condiviso emozioni, scoperte, la fatica e la ricerca di un percorso per imparare e per diventare grandi. Una maestra i suoi scolari se li ricorda per la vita. E vedo le facce delle tante maestre, diventate care amiche, insieme a me impegnate nella difficile ed affascinante impresa di costruire una scuola «di tutti e di ciascuno», come diceva don Milani, una scuola di «scienza e di tenerezza»… Tanti, ma tanti, i ricordi. Avevo 19 anni quando ho cominciato, in Friuli, mia terra d’origine. Era il 1971: il posto di lavoro garantito era la normalità in quegli anni. Un altro secolo, un altro millennio. La scuola era quella dell’obbedienza, della maestra unica-tuttologa, chiusa nella sua classe, degli armadi chiusi a chiave che le supplenti non avevano il diritto di aprire, dei grembiulini neri d’ordinanza… Era la scuola selettiva, la scuola dei voti, dei ripetenti, quelli alti alti confinati negli ultimi banchi, quelli che neanche alle elementari ce la facevano a stare al passo. La mia era la generazione cresciuta con «la rivolta tra le dita», con la voglia e l’impegno di cambiare la scuola e di cambiare il mondo. Vivevamo, come ha scritto recentemente Goffredo Fofi su Repubblica, «una stagione irripetibile della pedagogia italiana, quando educazione voleva dire conquista della democrazia, crescita di uomini nuovi e responsabili nei confronti della comunità, della collettività, del creato».

Tanti i nostri Maestri ispiratori, quelli che davano idee e sostanza ai nostri progetti: don Milani, con la sua Lettera a una professoressa e l’attenzione agli ultimi, Mario Lodi, campione di didattica e di umanità, Guido Petter, partigiano resistente che ci aveva guidato con le sue Conversazioni psicologiche, Gianni Rodari e la sua Grammatica della fantasia quando «La fantasia al potere» era uno degli slogan che più ci rappresentava, Gianni Cordone – mitico e mai dimenticato direttore didattico – che a Vigevano, sul finire degli anni Settanta, aveva già realizzato tutte quelle innovazioni che poi sarebbero diventate legge. Leggevamo e discutevamo molto, con grande passione ed entusiasmo, senza guardare l’orologio e senza segnare le «ore eccedenti» da recuperare. C’era una scuola nuova da costruire insieme. Sono stati gli anni del diritto all’istruzione e alla cultura per tutti, degli handicappati che cominciavano ad essere inseriti nelle classi (senza insegnanti di sostegno, ma, in qualche modo, ce la cavavamo). Gli anni della furia iconoclasta (in seguito ce ne saremmo pentiti!) contro certi baluardi della vecchia scuola: le poesie da imparare a memoria, la grammatica … Gli anni delle aule e degli armadi che si aprivano. Gli anni del Tempo Pieno ( e poi del Modulo), delle maestre che si specializzavano in una materia e che lavoravano in team. Le cose da fare quotidianamente in classe si decidevano insieme. La programmazione era il risultato di studi approfonditi su contenuti e metodi, di confronti, di discussioni anche molto accese. Una grande rivoluzione, sancita dalla legge dopo anni di sperimentazione, che ha cambiato in modo irreversibile il nostro modo di essere e di fare scuola, che ha lasciato in noi tutte un imprinting speciale. Erano tempi in cui la cultura e la scuola contavano, erano importanti. Tempi in cui i genitori ci davano fiducia, credevano nel cambiamento e partecipavano a quella ventata di democrazia che sono stati gli Organi Collegiali.

Sono passati gli anni, i decenni. Tanto è cambiato nella società e, di riflesso, inesorabilmente, anche nella scuola. Scuola e cultura non godono più del prestigio di un tempo, non sono più ai primi posti della scala dei valori della società, degli studenti e delle famiglie. Il grande movimento di idee, di conoscenze, di valori – non sostenuto da politiche adeguate – si è appannato. Ha perso in entusiasmo ed in passione, in lucidità e progettualità. Da troppi anni manca un pensiero collettivo sulla scuola. Mancano idee, valori etici di riferimento, riforme condivise. Mancano Maestri ispiratori. Manca una riflessione generale su temi fondanti del nostro «essere» e «fare» scuola: su «sapere e saper fare», su competenze e contenuti , su abilità e conoscenze , su «imparare» ed «imparare ad imparare», su merito-selezione-integrazione, su rigore e qualità degli apprendimenti da coniugare con la scuola di massa. Da anni la scuola ha mutuato un linguaggio aziendale. Bambini e famiglie sono diventati «clienti». I direttori didattici sono stati trasformati – loro malgrado – in Dirigenti, con la didattica «evaporata» dal loro ruolo. E poi il tentativo di tornare alla maestra unica di morattiana memoria, il tutor, il Pecup, le Unità di Apprendimento , il monoennio, il Portfolio (ne ho conservati alcuni esemplari: leggere per credere…) Quando, anni fa, ho sentito in un Collegio Docenti di Pavia (non il mio) parlare di customer satisfaction («soddisfazione del cliente») ho misurato la deriva verso cui stava precipitando la scuola.

Per arrivare all’oggi, al Ministro dell’Istruzione che «riforma» la scuola a suon di tagli, senza nemmeno ascoltare le tante voci di critica e di dissenso che si sono levate da insegnanti, sindacati, genitori. Una scuola appiattita sul presente – mi piange il cuore doverlo dire -. Una scuola che non vola alto, che non ha progettualità sul futuro. L’oggi è fatto di una generazione di insegnanti precari, classi sempre più numerose e più complesse da gestire, bambini che fanno sempre più fatica a rispettare regole, accettare insuccessi, assumersi responsabilità. E ancora: le compresenze finite, l’inglese imparato d’ufficio dalle maestre con 50 ore di corso, gli Organi Collegiali diventati ritualità da rispettare per legge, la fiducia incrinata dei genitori, il ritorno ai voti, l’enfasi assoluta data ai test, quasi che a scuola verificare sia più importante che insegnare ed educare… Anche il «clima umano» è cambiato: più stress, più stanchezza, più malessere, meno felicità in circolazione oggi nelle  scuole.

Poi entri a scuola al mattino. Ritrovi tante facce amiche. I bambini ti aspettano, ti raccontano le loro storie, ti si affidano. Riesci ancora a farli appassionare. « … E un ridere rauco e ricordi tanti e nemmeno un rimpianto». Buona scuola a chi rimane

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Ci sono mele e… mele…

Una simpatica idea di Gioba

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Pubblicato in: Etica, Filosofia e teologia

Amore gratis

Prendo dal sito di un collega il racconto di una sua lezione.

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“Ho iniziato l’anno con un giochino. Sui valori. Una storia semplice e carina, in cui cinque personaggi, in relazioni di vario tipo tra loro, per salvare ognuno un valore a cui tengono ne infrangono un altro. L’ho letta in modo ironico e un po’ demenziale, perché fosse chiaro che si trattava di un gioco. Ovviamente una storia a sfondo sentimentale. La classe è al femminile, con alcune belle teste. Una quarta, depurata l’anno scorso, purtroppo, da alcune altre belle persone, ma che non hanno avuto voglia di farsi promuovere. Alla fine della lettura ho chiesto loro di mettere in classifica, sul piano morale, i cinque personaggi dal più corretto al meno corretto. Ognuno per conto proprio, e di scrivere a fianco di ogni personaggio la motivazione di quel giudizio dato. Poi ne abbiamo discusso. A mo’ di forum. La questione si è animata su un personaggio soprattutto, che per vivere il valore della fedeltà infrange quello dell’amore. E su questo Irina – chiaramente italiana doc – ha fatto una considerazione. “Ma prof., ogni persona ha una sua classifica, ovvio, ma soprattutto non si può pensare di vivere una cosa senza anche rinunciare ad un altra”. “Vuoi dire – faccio io – che se decidi di vivere come cosa più importante della tua vita un valore, altre cose, pure importanti dovranno essere messe da parte per forza”. “Si prof. Se essere fedeli al proprio uomo è la cosa più importante, può davvero essere giusto che la storia finisca perché si ha tradito.”

“Beh io credo che alla fine, se vuoi essere felice sul serio, devi trovare un modo per non rinunciare a nulla”. Dal suo torpore finto, Nicolò, uno dei due maschietti presenti in classe, si sveglia. E prosegue. “Io non credo che sia automatico dover rinunciare a qualcosa se vuoi dedicarti a ciò che ami più di tutto. Forse si può trovare un modo per organizzarti e non dover per forza scegliere. Io ora non rinuncerei alla mia ragazza, e se lei mi tradisse credo che la potrei anche perdonare”. Irina ribatte: “Beh Nicolò, si vede che tu ci tieni di più all’amore che non alla fedeltà”. “No, io ci credo alla fedeltà, non è che non ci credo, ma perdere la mia ragazza sarebbe la cosa peggiore, perciò potrei anche perdonarla”. “Eh! appunto Nicolò – gli dico – questo vuol dire che per te l’amore di lei vale più della fedeltà a te, e che per quello sei disposto a sacrificare questa”. “Allora ragazzi vedete, qui si pone la questione di quale sia il Signore della vostra vita, quale cosa, principio, persona, o che altro volete voi, sia l’unica cosa a cui dedicarsi se foste costretti ad avere un solo amore. Che cosa davvero salvereste?”. “Ma no prof. non si può mettere giù così!”. Maddalena diventa rossa mentre lo dice, la sua timidezza si fa vedere, ma quando si toccano corde vive reagisce d’impeto. “Non credo davvero che ci sia bisogno di scegliere, almeno io non voglio scegliere, e voglio cercare di vivermi tutto quello che mi capita, senza rinunciare a nulla”. “Si Maddy, capisco cosa dici – ribatte Irina – ma la vita non è così. Ad un certo punto devi scegliere. Io ho lasciato mio padre in Ucraina e non lo vedo da 7 anni, ma che dovevo fare? Lì non si poteva davvero vivere tutti e tre in casa, non c’erano soldi. Mi dispiace davvero molto, ci ho pianto e ci sto male sapendo che poi lui si è fatto un altra vita là, con una altra donna. Ma per me la vita qui è possibile, là no”. “Irina quindi cosa ha salvato secondo voi?”, dico alla classe. “ha salvato sé stessa”. Monica, che fino ad allora ha seguito tutto senza perdere un colpo va giù sicura. “Mah si e no”, ribatte Irina. “Ho salvato la mia vita, certo, ma vorrei che nella mia vita ci fosse qualcuno o qualcosa per cui vale davvero la pena di spenderla”. “Ma come? – faccio l’avvocato del diavolo – dopo la fatica che hai fatto per darti una possibilità di vivere, vorresti che questa vita fosse spesa per qualcun’altro?”. “Si prof. se no davvero sarebbe assurdo. Mia madre mi dice che la sua vita è bella perché ci sono io, e perché lei ha speso sé stessa per fare vivere me. Prof., questo è bellissimo. Io lo so che le è costato moltissimo, l’ho vista piangere e non dormire e faticare come una pazza, ma è felice di averlo fatto. E adesso la capisco”.

La classe s’è quasi ammutolita. Un’aria strana ci ha preso, come se le parole di Irina fossero arrivate dritte dentro i suoi compagni. E tra loro alcuni hanno sentito chiaro che anche per loro è così, mentre sul viso di altri, tra cui Monica e Nicolò, è apparsa una invidia non raccontabile, perché invece, a loro, questa esperienza di sentirsi così amati è mancata. E allora capisco quando si dice che essere egoisti vuol dire amarsi di meno, perché ci è mancato un amore gratuito. “Credo davvero di dover ringraziare Irina per quello che ci ha detto. Quando cerco di dirvi che Gesù ci ha amati fino alla morte, dico la stessa cosa, ma detto così fate fatica a sentirlo. Mentre Irina ce lo fa sentire dentro”.