Scontri al Cairo, almeno 25 le vittime. Intervista di Christian Elia a Giorgio Del Zanna, autore di I Cristiani e il Medio Oriente
L’ultimo bilancio degli scontri scoppiati ieri in Egitto, tra forze dell’ordine e dimostranti della minoranza copta, sarebbe di almeno trentasei morti, secondo fonti copte, mentre le autorità confermano ventiquattro vittime. Almeno duecento i feriti, più di quaranta gli arresti. Il primo ministro egiziano, Essam Sharaf, ha convocato oggi una riunione di emergenza del governo. La protesta è degenerata, dopo che i cristiani copti, che in Egitto rappresentano più o meno il dieci per cento della popolazione, sono scesi in piazza per chiedere giustizia per l’incendio di una chiesa cristiana ad Assuan. La protesta dei copti al Cairo era stata annunciata nei giorni scorsi e doveva radunare decine di migliaia di fedeli in piazza Tahrir per manifestare anche contro il capo del Consiglio Supremo della Difesa, maresciallo Hussein Tantawi, accusato di non essersi impegnato per far rispettare i diritti dei cristiani egiziani da parte della maggioranza musulmana. La comunità cristiana è furiosa anche perché, a loro dire, in vista delle elezioni legislavive fissate per il 28 novembre prossimo, la giunta militare al potere in Egitto dopo la caduta del regime di Mubarak, l’11 febbraio scorso, non avrebbe garantito ad altre forze il tempo necessario per organizzarsi. L’unica forza pronta sarebbe quella dei Fratelli Musulmani. L’imam della moschea di al-Azhar al Cairo, luogo chiave della fede islamica nel mondo, ha invitato oggi i leader cristiani per fermare questa spirale di violenza, ma la situazione è rovente.
”Come sempre, va detto, la situazione non è di facilissima comprensione. A noi giungono alcune notizie, ma il quadro complessivo non è semplice. L’Egitto, in questo momento, attraversa una fase di transizione molto complicata, in prossimità delle elezioni. In questo scenario molto fluido agiscono gruppi che tentano di accreditarsi, per influenzare la società egiziana e spingerla in una direzione piuttosto che verso un’altra”, commenta a Peacereporter Giorgio Del Zanna, ricercatore dell’Università Cattolica di Milano, autore del libro I Cristiani e il Medio Oriente, pubblicato dal Mulino. ”Il dato molto interessante emerso in questi mesi, a mio parere, è quello che ha visto i copti – soprattutto nei più giovani – particolarmente attivi e partecipi nel movimento di protesta che ha portato alla caduta del regime di Mubarak”, spiega Del Zanna. ”E’ importante che i copti, soprattutto le giovani generazioni, sentano di voler essere protagonisti in un passaggio di tipo democratico del’Egitto, società della quale i copti sono elemento imprescindibile nella definizione del futuro del Paese. Così come lo sono stati sempre nei passaggi chiave della storia dell’Egitto. Allo stesso tempo queste violenze, negli ultimi anni, si sono ripetute e vanno fermate, anche con una pressione internazionale, essendo un elemento chiave dell’equilibrio regionale”.
Quella egiziana non è l’unica comunità cristiana in fermento. I cristiani in Siria, ad esempio, vivono con paura un eventuale cambio di scenario politico a Damasco, al punto da schierarsi con i regimi come ha fatto lo stesso Shenuda III, papa della Chiesa ortodossa copta nelle prime ore della rivolta anti Mubarak. ”La comunità cristiana nel Nord Africa e in Medio Oriente ha un sentire particolare. Si percepisce che un equilibrio durato decenni possa finire, aprendo la strada a scenari in qualche modo peggiori della situazione precedente”, risponde Del Zanna. ”Lo scenario iracheno, in questo senso, ha fatto effetto. La caduta del regime di Saddam ha determinato un deterioramento della vita dei cristiani in Iraq e un massiccio esodo e oggi quella comunità è più che dimezzata. Ovvio che in Iraq l’intervento militare occidentale non ha aiutato, innescando una spirale di violenze. Ma lo scenario post-regimi, come nell’eventualità di un cambio al vertice della Siria, ad esempio, crea ansie e incertezze. E’ necessario, credo, lavorare molto a rafforzare i rapporti e le relazioni tra cristiani e musulmani, nei territori di origine, proteggendo e sostenendo il tessuto del dialogo tra queste comunità che esiste da sempre. Per costruire un clima di fiducia, perché in Siria come in Egitto il problema, adesso, è la sfiducia reciproca. Bisogna lavorare a sostenere equilibri che non siano più garantiti da un regime, per rimuovere quella situazione negativa per la quale una minoranza finisce per sentirsi maggiormente tutelata in una situazione illiberale”.
Tashkent (AsiaNews/Agenzie) – L’Unione europea ha rifiutato un accordo commerciale per facilitare le esportazioni tessili dall’Uzbekistan all’Europa, perché il Paese continua a utilizzare lavoro minorile coatto per i raccolti di cotone. Da anni la comunità internazionale chiede senza esito a Tashkent di non costringere i bambini a interrompere la scuola per i raccolti. L’Uzbekistan è il 5° maggior produttore di cotone e il 3° esportatore. Il cotone costituisce circa il 25% delle sue esportazioni e l’accordo avrebbe abbassato le tariffe doganali europee. Ma il 4 ottobre il Comitato per gli Affari Esteri del Parlamento Ue ha bocciato l’accordo all’unanimità, chiedendo a Tashkent di consentire un pieno e capillare controllo internazionale che non prosegua lo sfruttamento del lavoro minorile “a nessun livello”. Ora la questione sarà sottoposta al voto del Comitato Ue per il Commercio Internazionale. L’Uzbekistan da tempo nega lo sfruttamento di minori per i raccolti di cotone e si difende che per la gran parte si tratta di aziende familiari. Ma le organizzazioni internazionali denunciano, con dati e fotografie, che ogni anno da settembre a dicembre, tra 200mila e 2 milioni di bambini tra i 9 e i 15 anni sono portati via da scuola e costretti a raccogliere il cotone con salari minimi. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) denuncia che i bambini, anche di 10 anni, sono portati con pullman ai campi, con minacce di multe alle famiglie se rifiutano. Joanna Ewart-Jones, addetta al Programma Contro la Schiavitù Internazionale, osserva che “il 90% del cotone uzbeko è raccolto a mano, e circa la metà è raccolto da lavoro minorile coatto voluto dallo Stato”. Il governo uzbeko tuttavia si avvantaggia per la sua posizione strategica nell’Asia Centrale. Mentre l’Ue restringe il commercio, gli Stati Uniti discutono se togliere le sanzioni imposte nel 2004 per le violazioni contro i diritti umani, sebbene la situazione non sia migliorata. Il governo Obama vuole riprendere la collaborazione militare con il Paese, per la sua posizione strategica nel cuore dell’Asia Centrale e vicino ad Afghanistan e Pakistan. Inoltre il Paese è ricco di gas, molto ambito dall’Europa oltre che da Russia, Cina e altri Stati.
Qualche anno fa ho frequentato un master in pastorale giovanile. In quell’occasione ho conosciuto il biblista Silvano Fausti. Questa è una sua riflessione su un brano del Vangelo. E’ lunghetta e non è fatta per una lettura superficiale: bisogna mettersi lì con calma e pensarci perché è ricchissima di spunti sia per credenti che per non credenti.
Marco 11, 12-19 E il giorno dopo uscendo essi da Betania, ebbe fame. E vedendo da lontano un fico che aveva foglie, venne a vedere se dunque vi trovò qualcosa. E, venuto, vi trovò nient’altro che foglie. Non era infatti il tempo di fichi. E, rispondendo, gli disse: Nessuno più in eterno mangi frutti da te. E udirono i suoi discepoli. E vengono a Gerusalemme, e entrato nel tempio, cominciò a scacciare quelli che vendono e comprano nel tempio. Rovesciò le tavole dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe. E non lasciava che alcuno trasportasse qualcosa attraverso il tempio. E insegnava e diceva loro: Non sta scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri. E udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano di rovinarlo, avevano infatti, paura di lui, perché tutta la folla era colpita dal suo insegnamento. E quando fu sera, uscirono fuori dalla città.
Il Vangelo parla sempre di cose buone che Gesù fa: fa vedere i ciechi, fa udire i sordi, fa tante cose buone. Invece questa sera fa un contromiracolo: c’era un fico con tante belle foglie e lo lascia lì secco. Poi va nel tempio e prende la frusta: è l’unica volta che sembra contro la mitezza, la misericordia. Vediamo dunque una cosa non gradita ai preti moderni e antichi. Si parla di una pianta di fico e del tempio. Il popolo è rappresentato dal fico, e il tempio dal tempio stesso con quello che c’è dentro. Sembrano due immagini abbastanza diverse; in realtà ci sono similitudini: sulla pianta di fico ci sono tante foglie, nessun frutto; nel tempio c’è tanto mercato, nessuna preghiera. Quindi c’è un po’ di accostamento: spoglia il fico delle foglie, caccia via il mercato dal tempio. Quindi c’è molta similitudine. La similitudine è ancora più profonda, perché il tempio rappresenta Dio in mezzo agli uomini. E quel che Gesù farà sarà scacciare via tutte le cattive immagini di Dio che abbiamo; distruggerà il tempio che è l’immagine di Dio che noi abbiamo e il tempio distrutto sarà lui crocifisso; e risorgerà dopo tre giorni il nuovo tempio. Così il fico maledetto, l’albero maledetto richiamerà un altro albero maledetto: l’albero della maledizione, la Croce. Lui sulla Croce porterà tutta la nostra maledizione e finalmente ci sarà il frutto sulla Croce, il frutto dell’Amore di Dio per noi.
E il giorno dopo uscendo essi da Betania, ebbe fame.
L’unica cosa di cui il Signore ha bisogno in tutta la Bibbia, ed è il bisogno dell’asinello; l’asinello è l’animale del servizio e servire è il modo concreto di amare. Ciò di cui Dio ha bisogno è l’Amore, perché Lui è l’Amore. E l’Amore ha bisogno di essere amato. Ora ha fame. Questa fame risponde al bisogno che aveva dell’asinello. Che fame ha il Signore che viene a visitare la sua vigna? Ha fame che il popolo ami davvero: questo è il frutto del fico. La fame di Dio, il desiderio di Dio è che noi sappiamo amarci gli uni gli altri come Lui ci ha amato. È interessante: Dio ha una fame e un bisogno; l’unica fame e l’unico bisogno. Che poi questa fame e questo bisogno sono la nostra salvezza. Amare come Lui ci ha amato.
E vedendo da lontano un fico che aveva foglie, venne a vedere se dunque vi trovò qualcosa. E venuto, vi trovò nient’altro che foglie. Non era infatti il tempo dei fichi.
Il fico è il punto centrale della vigna, ed è la parte che dà il frutto dolce. Il fico è una pianta interessante per molti motivi. Il primo: è la prima pianta a fare frutti. Fa frutti senza fiori e senza foglie. I fiori sono i primi frutti stessi. Poi fa frutti tutta estate e tutto l’autunno ed è ancora l’ultima pianta a produrre frutto. E poi d’inverno, anche quando tutto è secco, trovi almeno un fico secco sulla pianta, se no… non trovi nemmeno un fico secco, come si dice. Quindi, non c’è stagione che tenga per la pianta di fichi, fa sempre frutti. Se la vigna è Israele che deve dare i frutti (l’osservanza della Parola), il fico rappresenta la sintesi dell’osservanza della Parola: l’amore di Dio e del prossimo. Così noi in qualunque stagione siamo chiamati ad amare, perché siamo a immagine di Dio. Verrà notato dopo che non era stagione di fichi. È importante questa notazione perché noi diciamo: non è il tempo, ci saranno tempi migliori! No, non c’è stagione che tenga. Che sia primavera, che sia estate, che sia autunno o anche inverno, almeno un fico secco ci sarà sempre. Ci si aspetta sempre di trovare qualcosa perché ogni tempo è tempo per amare e per perdonare. Se no non esisti. E Gesù cosa trova? Trova sì il fico, ma tante foglie. Le foglie hanno una storia lunga nella Bibbia: proprio le foglie di fico. Servono solo per nascondere. Noi facciamo tante cose per nascondere l’unica cosa che manca. Ci manca l’unica cosa essenziale che è l’amore di Dio e del prossimo. Senza questo tutto è nulla, tutto è frascame, tutto è pura apparenza.
Rispondendo gli disse: nessuno più in eterno mangi frutto da te. E udirono i suoi discepoli.
Questa è una grande maledizione, è la maledizione di chi non ama. Chi non ama è maledetto, non dà frutto, è morto. E sarà quella maledizione che porterà Cristo sulla Croce; porta la maledizione del nostro peccato e della nostra morte. E noi avremo in cambio la sua vita. Quindi è interessante. Questo unico contromiracolo dove Gesù si mostra duro è l’origine di tutti i miracoli. È duro, ma può attirare su di sé tutta la durezza del nostro cuore. È duro contro il male, perché ci fa male. Però sarà lui a portare su di sé il male per darci il frutto. E i discepoli udirono, perché la scena verrà ripresa il giorno successivo:
E vengono a Gerusalemme. Entrato nel tempio cominciò a cacciare quelli che vendono e comprano nel tempio e rovesciò i tavoli dei cambiavalute, le sedie dei venditori di colombe.
L’ingresso di Gesù nel tempio è la grande attesa di tutto l’Antico Testamento che termina col capitolo 3 del profeta Malachia che dice: verrà il Signore nel suo tempio. E cosa farà? Viene a purificare il tempio. Il tempio è Dio. Gesù sulla Croce purificherà la nostra immagine di Dio. Noi pensiamo a un Dio tremendo, a un Dio giudice che condanna, punisce il male. Invece, sì, il male è male, tant’è vero che ci fa male. Allora lui che ci vuol bene cosa fa? Porterà su di sé il nostro male sulla Croce. E il tempio distrutto sarà Cristo stesso che muore in Croce. E il nuovo tempio sarà Lui risorto che ha vinto la morte e proprio nel suo amore ci dà la vita nuova, e il nuovo tempio sarà ciascuno di noi con il dono del suo Spirito. Questa scena del tempio è fondamentale, perché è il tempio è il centro della religione di Israele e di ogni religione: è Dio. Uno può dire: ma come, va dentro lì e fa tutto questo disastro? Non è garbato. In fondo, quello che qui viene messo in evidenza in questi due episodi – il contromiracolo e la cacciata dal tempio – è il male e il danno che questo procura. È inutile far finta di niente. Non si può stare indifferenti di fronte a un albero che invece di dare frutti non dà niente, c’è qualcosa che non va. C’è qualcosa che non va, anche, se il tempio è ridotto così, non vi si può passare sopra e dire: poveracci, hanno bisogno di vivere anche loro, lasciamoli commerciare. I profeti sentivano di tradire la missione ricevuta se non andavano a rimproverare coloro che sbagliavano.
Allora Gesù, entrato nel tempio, cominciò a cacciare quelli che vendono e comprano nel tempio. E rovesciò le tavole dei cambiavalute.
Nel tempio si vendevano e comperavano oggetti che servivano per la purificazione. Per la purificazione infatti bisognava presentare o due colombe, o due tortore o gli animali dei sacrifici stessi. Allora hanno pensato bene: mettiamo su un mercatino. Era un po’ un supermercato. Tra l’altro occupava un’area di 475 metri per 300, tale era la misura del cortile. Quindi un’area infinita. Oltre al mercato degli animali che poteva servire per i sacrifici, i riscatti e gli ex voto, c’era poi l’immancabile cassetta delle offerte e in più c’erano i cambiavalute, perché venivano israeliti da tutti le parti del mondo con monete romane e greche che non valevano perché immonde. Bisognava pagare in moneta ebraica, così si cambiavano e, come sapete, sui cambi ci si guadagna bene. Il mercato era floridissimo e lo stesso tempio diventava poi la banca centrale, perché il tesoro del tempio era la banca centrale dove c’era tutto il valore di Israele. Allora, cosa fa Gesù? Con la sua morte toglie coloro che vendono e comprano per i sacrifici. Cioè il nostro rapporto con Dio in genere qual è? Io ti faccio questo sacrificio e tu mi dai questo; stabiliamo un rapporto di compravendita; io ti prego e tu in cambio mi dai la salvezza. Cioè trattiamo Dio, che è Amore, pagandolo. Questo pagare l’amore si chiama prostituzione. È il peccato più grave contro Dio che è l’Amore: trattarlo da prostituta. Non è che noi compriamo Dio con le buone azioni. Lui ci vuole bene: siamo figli amati gratuitamente. E Gesù purificherà il tempio – l’immagine di Dio – dicendo: guardate che non siete voi con le vostre buone azioni a salvarvi, vi salvo io, perché vi amo, per grazia; allora potrete anche amare e fare frutto. Se no, resterete sempre nell’egoismo, anche nell’egoismo spirituale che diventa una compravendita; non farete mai l’amore. E così nel tempio, invece di esserci l’amore e la fiducia in Dio, il rapporto filiale, cosa c’è? La compravendita. Ti faccio questo e mi dai questo. Tutte le religioni fanno così, tutte le religioni pagane.
Non lasciava che alcuno trasportasse qualcosa attraverso il Tempio.
Il Duomo di Milano ha una porta laterale. C’era una porta corrispettiva anche dall’altra parte. L’hanno chiusa perché quando facevano mercato, dovendo trasportare delle cose, invece di fare il giro della piazza era più comodo attraversare il Duomo. Lo stesso capitava a Gerusalemme: chi doveva passare da una parte all’altra della città, si trovava di mezzo il tempio, tanto valeva entrare con i suoi buoi da una parte e uscire dall’altra. Il tempio era la scorciatoia per raggiungere l’altra parte della città. In realtà anche il nostro rapporto con Dio tante volte è una scorciatoia. Cioè Dio ci serve per raggiungere i nostri obiettivi. Non è il fine dei nostri obiettivi. Passo da lì perché è più comodo. È interessante questo. Non è che si manifesti sempre platealmente come nel caso del fare commercio, con un opportunismo, una strumentalizzazione della religione per interessi personali, ma è qualcosa di più profondo e noi ce ne possiamo accorgere quando anche nel rapporto con Dio mettiamo al centro noi stessi. Magari non c’è questo interesse materiale – come farsi degli amici per avere appalti o altro – si tratta di un rapporto più diretto e più pulito, dove però ci mettiamo ancora noi, ed è ancora Lui che deve essere a nostro servizio. In fondo noi ci serviamo di Dio. Che va benissimo: Dio serve perché è amore. Ma se noi amiamo anche noi serviamo, nel senso che amiamo, allora è reciproco e non ci serviamo di Lui: amiamo come siamo amati. È un po’ come il figlio che sfrutta il genitore dicendo: tanto mi vuole bene! Ma senza voler bene. Quindi nel primo caso dice: è un po’ tremendo, faccio delle cose buone, così me lo tengo buono; nel secondo caso, è buono e allora va bene, mi serve. In realtà uno che fa così non ha ancora capito che c’è qualcosa di molto più profondo: tu diventi libero, diventi uomo, diventi te stesso, se proprio diventi come Lui, se sai amare gratuitamente. Allora fai il frutto. Allora il tempio è tempio, è presenza di Dio, se no, non è presenza di Dio. E Gesù che muore in Croce sarà proprio la fine del tempio. Di fatti Lui in Croce non ci guadagna niente, ci perde tutto, non è una facile scorciatoia, sa amare in pura libertà il Padre e i fratelli dando la vita. E così mi fa vedere chi è Dio: è uno che ama in libertà, in gratuità, dando la vita. E Gesù in fondo è venuto per stabilire nel mondo questo nuovo rapporto con Dio che è di amore reciproco.
E insegnava e diceva loro: non sta scritto: la mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri.
La mia casa – il luogo di Dio, Dio stesso – è un luogo di preghiera, cioè di comunione. Comunione con Lui è la preghiera. Comunione per tutte le genti – le “genti” vuol dire i “pagani” –quindi per tutti gli uomini. La comunione con Dio stabilisce la comunione fra tutti gli uomini, perché Dio è Padre e allora siamo tutti fratelli. Per questo c’è il tempio, cioè Dio in mezzo a noi è proprio colui con il quale siamo in comunione col Padre, quindi con tutti gli uomini, con tutte le genti come fratelli e sorelle. Per questo c’è il tempio, per questo c’è Dio al mondo e c’è il mondo. Noi, invece, ne abbiamo fatto una spelonca di ladri. Il primo ladro è stato Adamo che ha voluto rapire l’eguaglianza con Dio, ciò che gli era donato. Noi, in fondo, di tutta la nostra vita, invece che un dono che riceviamo, che viviamo nell’amore e sappiamo donare, ne facciamo qualcosa del nostro possesso, una spelonca di ladri. L’opposizione tra banda di ladri e tutte le genti vuol proprio dire qualcosa di cui ci si appropria e che impedisce agli altri di entrare. Vedete allora chiaramente: c’è un parallelo tra il fico e il tempio. Sul fico nessun frutto, tante foglie; nel tempio niente preghiera, niente comunione tra le persone, un grande mercato. Praticamente uno vive egoisticamente sia il proprio rapporto con Dio, sia il rapporto coi fratelli. Quindi non c’è alcun frutto. E lo stesso Dio serve per vivere questo.
E udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano di rovinarlo. Avevano infatti paura di Lui perché tutta la folla era colpita dal suo insegnamento.
I sommi sacerdoti e gli scribi cercano di rovinarlo. Fin dal principio dicono: costui bestemmia, perché perdona, perché porta l’amore di Dio tra gli uomini e qui si dice chiaramente che ormai cercano di farlo fuori. Perché? Anche se uno non lo sa, dove non c’è amore, c’è uccisione c’è morte. E c’è la morte in chi non ama. E chi l’ha dentro la porta anche fuori. Per ora però non eseguono il disegno – passeranno solo tre o quattro giorni, poi lo eseguono – perché la folla lo ascolta volentieri. E hanno paura della folla. Quindi si presenta una differenza tra i capi e la folla, una differenza che poi andrà sempre diminuendo. L’ultima volta diceva “osanna”, ora lo vede volentieri, è colpita dal suo insegnamento. Quando poi lo vedrà lì, un pover’uomo coronato di spine, allora dirà crocifiggilo.
E quando fu sera uscirono fuori della città.
Si scandisce “quando fu sera” e poi si dirà: “e il mattino dopo”, come nei giorni della creazione “e fu sera, e fu mattina”. Cala la sera definitiva sul tempio. La sera è immagine della morte: finisce il tempio, finisce il popolo. E il popolo maledetto e il tempio maledetto sarà Cristo stesso che finisce in Croce e così salva da ogni maledizione. Questi due fatti della vita di Gesù sono il contrario di quello che ci aspettiamo: una maledizione e il fico resterà secco; un atto di violenza che rovescia i banchi dei cambiavalute. In realtà, questi fatti simboleggiano ciò che noi facciamo con Dio.
Prendo da PeaceReporter un pezzo su un libro che potrebbe interessare ai “quintini”. L’articolo è di Christian Elia.
Un eretico si aggira per le strade, e per le librerie, d’Italia. Martin Caparròs, per presentare il suo libro “Non è un cambio di stagione – Un iperviaggio nell’apocalisse climatica”, edito da VerdeNero, attraverserà lo stivale portando in giro il suo unico dogma: non avere dogmi. Giornalista e scrittore argentino, 54 anni, Caparròs ha conosciuto l’esilio – a Parigi – durante la dittatura militare nel suo Paese. Una penna graffiante, allergica al comune senso della retorica. Questo libro è un invito a coltivare il dubbio. Perché i suoi viaggi, in luoghi del pianeta ”dove la notte è notte e non c’è luce che la distragga” sono una sfida. A mettere in discussione una serie di concetti che siamo stati educati a sentire come nostri. Ma non è chiaro dopo quanta, reale, riflessione.
Lo scrittore argentino, mettendo in discussione in primo luogo sé stesso, parte da quello che lui ha sentito come un furto. ”Quando la destra si è appropriata del cambiamento?”. In prima battuta, rispetto al tema del libro, sembra che si parli solo del cambiamento climatico, il cosiddetto riscaldamento globale. Manila e le isole Marshall, il Marocco e la Nigeria, Sidney e le Hawaii. Storie, persone. Quelle che, davvero, soffrono le conseguenze di un mutamento che non sanno spiegare. Se non con le parole d’ordine di questi anni: riscaldamento globale. L’approccio più ingenuo a un libro come questo sarebbe quello negativo. Caparròs, come tanti scienziati prezzolati in giro per il mondo, non nega che abbiamo un problema nel rapporto tra lo stato di salute del pianeta e sviluppo economico dello stesso. Lo scrittore non nega nulla, ma si chiede perché. Perché, in primo luogo, non venga messo in discussione questo modello sociale, economico, culturale che, dopo la caduta del muro di Berlino, appare dominante. Rispetto all’aspirazione legittima di paesi emergenti a uno sviluppo economico, qual è la risposta? Per Caparròs è troppo semplice, adesso, per i paesi ricchi dire che non si può, non a quelle velocità, non con quel modello di sfruttamento delle risorse. Buoni a dirlo solo ora, come i politici citati ad esempio da Caparròs: Al Gore e Kofi Annan. Quando erano, rispettivamente, vice presidente degli Usa e segretario generale dell’Onu non hanno mosso un dito. Adesso, a capo di fondazioni milionari, diventano i paladini dell’energia pulita. Business pure quello. Caparròs ce l’ha con quelli che chiama ecololò, i militanti sempre radical, spesso chic, che dal comodo scranno dell’opulenza lanciano strali contro l’inquinamento del mondo. Per l’autore argentino, però, contribuiscono a un arrocco conservatore che non ha più nulla dell’anelito internazionalista della sinistra storica. Salvare le tradizioni, senza capire chi è che le sceglie, le tradizioni da salvare. Un invito, il dubbio come sale del pensiero. Una rivoluzione che deve partire dalla società, dalle società globali. Mettendo in discussione quello che ha creato questa situazione, non stabilendo che per salvare quello che resta si deve perpetuare l’esclusione di una parte di mondo dallo sviluppo. Un libro politico, senza alcuna pretesa tecnica. Caparròs si presenta per quello che è, un ”voyeur che l’ha trasformato in un mestiere”. Non è un climatologo che deve rispondere alle sue provocazioni, ma un politico. E tutti quelli che si sentono parte di una società globale che deve continuare a porsi domande.
Nel giorno in cui il Nobel per la pace viene conferito a tre donne, mi piace ricordare che oggi cade l’anniversario della morte di Anna Politkovskaja. Per raccontare la storia della giornalista russa è uscito un volume a fumetti di Francesco Matteuzzi ed Elisabetta Benfatto. Ecco come Ottavia Piccolo presenta l’opera.
“Non è giusto aver bisogno di eroi, ma è questo che Anna Politkovskaja è diventata: una figura eroica. Eppure faceva soltanto il suo lavoro, la giornalista. Ho un’immagine fissa davanti agli occhi: un sette di ottobre, il giorno dell’anniversario della morte di Anna, davanti a casa sua, a Mosca, alcune donne appendono un cartello in ricordo della giornalista. Arriva un militare, prende quel cartello, lo stacca, e una delle donne, un’anziana signora, minuta ma piena di coraggio, afferra anch’essa il cartello, non smette di discutere col militare e si fa trascinare via attaccata al cartello… Anna Politkovskaja non voleva essere un’eroina, ma era cosciente di essere viva per miracolo, perché qualcuno – forse lo stesso che ne chiese l’assassinio – aveva provvisoriamente deciso di lasciarla vivere. Forse non sapremo mai chi era questo qualcuno, ma certo le persone che in Russia, in Cecenia e in molte parti del mondo aspettano e lottano per sapere la verità sono una folla. In Italia sono nate molte associazioni nel nome di Anna, molti libri sono stati scritti… Ora arriva anche una storia disegnata: che stupenda idea! Mi fa venire alla mente quando comparve il primo Persepolis di Marjane Satrapi, autobiografia disegnata, così intelligente e concreta, così “ferma” sulla carta che mi ritrovai a pensare che nulla più di Persepolis ci avrebbe fatto capire la condizione di chi viveva in Iran. Ecco, raccontare Anna Politkovskaja con un fumetto forse ci voleva proprio. Completa il ventaglio di accessi a una figura nobile e necessaria come la sua. E lo completa con l’urgenza di chi – sceneggiatore e disegnatrice – sono consapevoli che un’eroina coraggiosa e coerente, una donna dignitosa e altruista come la Politkovskaja ha tutto il diritto di muoversi e fermarsi nelle tavole del cantastorie.”
Oggi è la vigilia di Yom Kippur, il Giorno dell’Espiazione, ed è la festività più sacra e importante del calendario ebraico. E’ un giorno di digiuno e preghiera, celebrato il 10 di Tishrei, 10 giorni dopo Rosh Hashanah, il Capodanno ebraico. Yom Kippur segna la fine dei “Dieci giorni dell’Espiazione”, e concede agli ebrei l’ultima opportunità di ottenere il perdono e l’assoluzione dai propri peccati per l’anno appena giunto al termine. Per meritare il perdono, la giornata è dedicata all’espiazione spirituale, e al proposito di iniziare l’anno nuovo con una coscienza limpida, consapevoli che Dio perdona chiunque sia veramente rammaricato dei propri peccati. L’idea della purificazione si esprime nel digiuno, che gli ebrei osservanti praticano dalla sera della festività fino alla sera successiva. A differenza delle altre festività ebraiche, Yom Kippur viene rispettata sempre, anche quando cade durante lo Shabbat, ed è l’unica giornata durante la quale sono previste cinque preghiere rituali. Anche se gran parte degli ebrei di Israele non sono religiosi, Yom Kippur è e rimane una giornata speciale, che mantiene il suo singolare carattere, e molti ebrei che si dicono laici e non visitano mai una sinagoga in tutto l’anno, in questo giorno speciale si recano alle preghiere rituali e, completamente o parzialmente, osservano il digiuno.
Consuetudini
Digiuno: la Torah stabilisce che in questo giorno gli ebrei devono essere “afflitti nell’anima”, osservando un digiuno totale, astenendosi da cibo e bevande, e rispettando altre proibizioni verso ogni piacere fisico, evitando di indossare scarpe in pelle o di lavare qualsiasi parte del corpo, denti compresi. Il digiuno, che perdura dal tramonto della vigilia fino al sorgere delle stelle della sera successiva, non è inteso solo come disagio, ma come un distacco dal coinvolgimento fisico che consenta una maggiore concentrazione nella preghiera e nell’introspezione richieste in questo giorno.
Kaparot: espiazione rituale, praticata secondo la consuetudine nel giorno di Yom Kippur. Un pollo vivo viene fatto roteare in cerchio attorno alla testa di una persona, con la credenza che i peccati vengano trasferiti al pollo, successivamente macellato. E’ d’uso offrire in dono ai poveri il pollo, o i soldi ricavati dalla vendita.
Selichot: richiesta di perdono che si aggiunge alle preghiere dei giorni precedenti Yom Kippur, e del giorno stesso, e che consiste nel chiedere perdono a chiunque si ritenga di avere in qualche modo offeso poiché, secondo la fede ebraica, osservare Yom Kippur consente di espiare i peccati verso Dio, ma non verso altri uomini, ai quali è d’obbligo chiedere perdono individualmente.
La cena prima del digiuno: alla vigilia di Yom Kippur il precetto religioso richiede che la cena festiva termini al tramonto, e che il periodo di digiuno abbia inizio immediatamente dopo.
Preghiera: gli ebrei religiosi trascorrono tutta la giornata di Yom Kippur in sinagoga, dedicandosi alla preghiera, che include un generale riconoscimento dei propri peccati, enumerandoli silenziosamente. Una delle più importanti preghiere è Kol Nidrei, declamata dopo le parole di apertura della prima preghiera, che cancella ogni promessa e giuramento. E’ d’uso recarsi in sinagoga vestiti a festa, o vestiti di bianco, simbolo di purezza.
Il suono dello shofar: al termine di Yom Kippur, il suono dello shofar, il corno di montone, chiude il periodo di preghiera e digiuno.
Informazioni importanti
Durante Yom Kippur sulle strade non c’è traffico, e molte famiglie passeggiano lungo le vie cittadine. Anche a Tel Aviv, una città dal carattere chiaramente laico, dove difficilmente l’attività si ferma e dove le strade sono sempre intasate, gli automobilisti rispettano la festività ed evitano di guidare. I bambini d’ogni età, d’altra parte, ne traggono vantaggio percorrendo le strade in bicicletta, roller e skateboard. Le aziende restano chiuse, comprese quelle che generalmente non osservano lo Shabbat, radio e televisione trasmettono solo i programmi delle emittenti straniere, poiché radio e tv israeliane sospendono l’attività. Se visitate Israele in questo periodo, potete trarre vantaggio da Yom Kippur passeggiando per la strada, e visitando una sinagoga per osservare i fedeli riuniti in preghiera o per partecipare voi stessi a questa esperienza. In ogni caso, tenete conto che nelle città ebraiche tutto si ferma, tutto chiude, non vi sono trasporti pubblici né taxi, offrendo un’atmosfera del tutto diversa dal solito.
Oggi nell’induismo si festeggia il decimo giorno del Navaratri, detto Vijayadasami. Prendo dalla rete: Vijaya significa “vittoria”, ossia la vittoria sulle tendenze mentali, la trasformazione interiore che porta al progresso spirituale e che consente di far emergere le qualità più nobili. “I tre giorni della durga-puja vera e propria si concludono con il visarjana dell’immagine, ogni volta appositamente costruita, della Dea, che viene immersa e abbandonata nelle acque di un fiume; nel decimo giorno, che costituisce il momento culminante dell’intera celebrazione, vengono erette colossali effigi dei tre demoni del Ramayana: Ravana, Meghanada e Kumbhakarna e la festa si conclude quando tali effigi, opportunamente imbottite di materiale infiammabile ed esplosivo, sono colpite dalla freccia scoccata da Rama, che le incendia e riduce in cenere.”
Una piccola riflessione appena suggerita, un piccolo accostamento.
Tina Ceci, 37 anni. Matilde Doronzo, 32. Giovanna Sardaro, 30 anni. Antonella Zaza, 36. E Maria Cinquepalmi, 14 anni, figlia dei proprietari di quel maglificio nel sottoscala della palazzina di Barletta dove le donne sono morte. Un maglificio del quale non c’era traccia, tutte lavoratrici in nero, per meno di quattro euro l’ora. «Ma queste erano donne normali! Lavoravano per bisogno, mica per divertimento. Avevano bisogno di pagare il mutuo, la benzina. Non avevano il contratto ma avevano la tredicesima pagata. Magari non erano proprio assunte, ma il lavoro da queste parti serve, mica ci si sputa sopra».
1908, New York, 129 operaie dell’industria tessile Cotton scioperano per protestare contro le terribili condizioni in cui sono costrette a lavorare. L’8 marzo (o il 25 secondo alcuni), il proprietario Mr. Johnson blocca tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire dallo stabilimento. Scoppia un incendio doloso e le 129 operaie prigioniere all’interno dello stabilimento muoiono arse dalle fiamme. Da allora, l’8 marzo è stata proposta come giornata di lotta internazionale, a favore delle donne.
Mentre il mondo piange Steve Jobs e io piango la mia adsl che pago come 7 mega e va a meno di mezzo, il governo indiano ha presentato un dispositivo ultraeconomico per abbattere il digital divide: un tablet ultraeconomico da 35 dollari destinato agli studenti delle università del subcontinente. “I ricchi hanno accesso al mondo digitale, mentre i poveri ne sono esclusi: Aakash porrà fine al digital divide”, ha dichiarato il ministro indiano dell’Istruzione, Kapil Sibal. L’Aakash (‘Cielo’ in hindi), sistema operativo Andoid 2.2 Froyo e schermo da 7 pollici (risoluzione 800×480), è stato progettato dall’Indian Institute of Technology in collaborazione con l’azienda britannica DataWind, e viene fabbricato in uno stabilimento di Hyderabad. Il governo indiano acquisterà milioni di pezzi che verranno distribuiti alle università. Il dispositivo sarà presto messo anche in vendita, pure all’estero, con il nome ‘UbiSlate’ a circa 60 dollari. E in Italia? Il prezzo dei libri di testo è aumentato di media dell’8% rispetto al 2010…
Ringrazio Sara di 5CL per avermi prestato il dvd di Into the wild. E’ stata una bella esperienza vedere questo film dalla colonna sonora strepitosa. Riporto una delle frasi che mi son piaciute di più col relativo video:
Ho vissuto molto, e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna. Con la possibilità di essere utile alle le persone che si lasciano aiutare, e che non sono abituate a ricevere. E un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilità; e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo. Questa è la mia idea di felicità. E poi, al di sopra di tutto, tu per compagna, e dei figli forse. Cosa può desiderare di più il cuore di un uomo? (C. J. McCandless che legge Lev Tolstoj)
Kathmandu (AsiaNews) – Gli animalisti nepalesi condannano il sacrificio di migliaia di animali in occasione della festa indù del Dashain. In questi giorni l’Animal Welfare Network Nepal, ha accusato le autorità indù di mal interpretare il significato della festa, invitandole a sostituire buoi, capre, pecore e uccelli con zucche e ortaggi. Il Dashain è la più importante festa del calendario indù nepalese e commemora la grande vittoria degli dei sui demoni malvagi nella battaglia detta di Ramayan, vinta dal signore Ram grazie all’intervento della dea Durga. Essa viene spesso raffigurata mentre uccide il terribile demone Mahisasur, che terrorizzava la terra sotto le spoglie di un bufalo. Secondo la tradizione, durante i 15 giorni del Dashain ogni tempio sacrifica centinaia di animali per rendere omaggio alla dea, ma anche per evitarne l’ira distruttiva. Il sangue di bufali, buoi, pecore, capre, uccelli viene fatto colare lungo le scalinate degli edifici religiosi. I sacrifici durano per tutto il periodo della festa, tanto da trasformare il selciato intorno ai templi in enormi pozze di sangue.
Gli attivisti hanno criticato anche l’inutile spreco di soldi pubblici a sostegno della manifestazione. Secondo i media il principale tempio della capitale ha ucciso più di duecento animali in soli due giorni. Il tutto a spese dello Stato. Per rispondere alle critiche degli animalisti e scoraggiare il macabro rito, il governo ha dimezzato i fondi destinati ai sacrifici, riducendo il budget dei templi da 15mila a 8mila euro. Narayankaji Shrestha, vice Primo ministro e portavoce del governo sottolinea che la manovra fa parte delle misure di austerità varate per combattere la crisi economica. “Stiamo tentando di trasformare il Nepal in uno Stato laico – afferma – in futuro non sosterremo più questo tipo di cerimonie”.
Tuttavia in molti accusano il governo maoista, da sempre sostenitore della laicità dello Stato, di favorire la religione indù rispetto alle altre fedi religiose. Un esempio è la discussa legge anti-conversione, a tutt’oggi sotto esame. Essa prevede il carcere e multe per chi fa proselitismo, vieta le cerimonie pubbliche di religione diverse dall’induismo e limita la costruzione degli edifici religiosi. Ieri, il presidente, il vice-presidente e il Primo ministro maoista Bhattarai si sono recati al tempio di Fulpati (Kathmandu) per assistere alla grande cerimonia del settimo giorno del Dashain.
In questi giorni a scuola c’è un po’ di fermento, ed è un fermento che mi piace. Pare, infatti, che quest’anno ci siano diversi studenti interessati a candidarsi come rappresentanti di Istituto, o comunque interessati a vivere da protagonisti attivi la scuola. Mi è venuta in mente la canzone “Lo scrutatore non votante” di Samuele Bersani. Il primo verso recita:
“Lo scrutatore non votante è indifferente alla politica
ci tiene assai a dire oissa ma poi non scende dalla macchina
è come un ateo praticante seduto in chiesa la domenica
si mette apposta un po’ in disparte per dissentire dalla predica.”
Riassume l’atteggiamento di molte persone davanti alla politica, ma non solo: davanti alla società, o meglio, al sociale, al volontariato, agli impegni, persino allo sport. E’ la posizione di chi ha ben presente i problemi e a volte anche le soluzioni, ma piuttosto che mettere le mani in pasta preferisce mantenere quel tanto di distacco sufficiente a non lasciarsi coinvolgere del tutto. Per restare in ambito politico è un po’ come una forza che preferisce stare sempre all’opposizione a criticare o magari proporre soluzioni belle ma anche irrealizzabili. Ideali e parole sembrano non avere un legame diretto con la vita concreta: “prepara un viaggio ma non parte, pulisce casa ma non ospita”. Ecco allora che vedo di buon occhio questo lavorio, questo brulicare di idee e desiderio di mettere le mani in pasta, con la speranza che, anche se non eletti, lo spirito resti quello della collaborazione fattiva e non della critica fine a se stessa. La canzone prosegue dicendo
“Lo scrutatore non votante
è sempre stato un uomo fragile
poteva essere farfalla ed è rimasto una crisalide”.
L’augurio è quello di vedere un bel po’ di farfalle…